Lascia sgomenti l'idea di Prodi di cominciare a vendere le riserve auree dello Stato.
Se si tratta di una boutade estiva, al Professore non resta che passare le vacanze all'ombra, evitando altri colpi di sole. Se invece ha l'ambizione di una proposta seria, essa è terribilmente pericolosa e autolesionista.
Vendere le riserve auree significa dare fondo a quelle risorse ultime, conservate a tutela dalla bancarotta, da eventi catastrofici, dal baratro economico.
Ci ha già pensato Tremonti a svendere a fondo perduto una parte consistente del patrimonio immobiliare del Paese, con le dannatissime cartolarizzazioni. Lo Stato si è liberato della proprietà di molti beni immobiliari, ha battuto cassa senza grandi risultati, ed ora si ritrova a pagare affitti e manutenzioni a tempo indeterminato. Cioè si incassa qualcosa subito, una tantum, e poi si sperpera nel corso del tempo, a poco a poco (o a tanto a tanto), per un periodo illimitato. Con la conseguenza di aver perduto per sempre beni e ricchezze. Se si pensa che il fantasioso ministro voleva fare altrettanto con spiagge e monumenti, ci rendiamo conto per intero in che mani eravamo.
La logica che sottende alla proposta di Prodi è la stessa. Incameriamo un po' di soldi, per sopperire all'aumento delle spese della prossima finanziaria. Poi le spese restano per il futuro, e il patrimonio venduto è andato in fumo.
Ora, il Presidente del Consiglio (così come il ministro dell'Economia del passato governo) ha un ruolo per dare risposte strutturali ai problemi. Non per cercare dannose scorciatoie di corso respiro.
Prodi doveva tagliare le spese. Che non significa tagliare i servizi, ma renderli più snelli, efficienti, meno costosi. Ci sono almeno quattro fronti su cui operare in modo strutturale, a beneficio della collettività: la riforma in senso meritocratico ed efficientista dell'amministrazione pubblica; lo snellimento dell'apparato istituzionale, con l'abolizione delle province e delle comunità montane; l'innalzamento progressivo dell'età pensionabile a 65 anni; la drastica riduzione dei costi della politica.
Tutte riforme (tranne l'ultima, di valore soprattutto simbolico) in grado da sole di incidere pesantemente sul rapporto deficit-pil.
Sul primo fronte il governo ha fatto esattamente il contrario: ha assunto in via definitiva i precari dell'assistenzialismo, incrementando del 25% il parco dei dipendenti pubblici; ha aumentato di 100 euro mensili gli stipendi degli statali; ha finto di fare una riformetta sull'efficienza, con blandi test di valutazione a scopo non punitivo ma premiante, cioè che offrono bonus in denaro a chi lavora (inconcepibile!).
Sul fronte istituzionale, la questione province, malgrado sia di non facile realizzazione, non è stata nemmeno sfiorata, né dibattuta.
Sul fronte pensioni, regrediamo. Si abbassa l'età pensionabile da 60 a 58 anni, quando l'Europa viaggia sui 65-68, con la prospettiva di alzarla fino a 61 (troppa grazia) nel 2015.
Sul fronte costi della politica c'è qualche timido provvedimento, che resta comunque lontano dal conferire incidenze significative.
Al cospetto di tanta inettitudine e di tanta incoscienza, si rincara la dose: diamo fondo agli ultimi gioielli di famiglia.
O lo Stato è sull'orlo della bancarotta, o la classe politica, di destra e di sinistra, è sull'orlo della follia.




Rispondi Citando
