La comunità diseducante
Maurizio Blondet
17/06/2007
Un altro genitore ha malmenato un preside colpevole di aver bocciato suo figlio.
Il pestaggio dell’insegnante sta diventando un altro costume italiano, come le lasagne e il caffè espresso.
Altri nascenti costumi italiani caratteristici: l’uso di coca così massiccio da lasciare tracce rilevanti nell’aria di Roma e nell’acqua del Ticino.
Il palpamento e il vilipendio di professoresse (terrorizzate, se reagiscono, di essere licenziate o condannate in tribunale) da parte di scolari impuniti, ripreso dai loro telefonini per goderne poi nel branco.
Le dodicenni-cubiste che si fanno scopare dai tenutari di discoteche.
I mariti che ammazzano le mogli, i fidanzati che ammazzano le fidanzate che vogliono lasciarli, e poi simulano una rapina fatta da albanesi.
I bulli a scuola, con genitori più bulli di loro.
Una volta si parlava della società come «comunità educante».
Ora, siamo alla comunità diseducante.
Questa non è la solita lamentosa domanda sul «dove stiamo andando».
Perché è molto chiaro: stiamo andando esattamente nella discarica abusiva dove finisce una società che, nel complesso e radicalmente, non crede più in Dio.
Ciò significa che non ha più la minima nozione che la vita sia un «còmpito», qualcosa che ci è stato dato per migliorarla, elevarla, compierla.
Nessuno, evidentemente, ha più l’abitudine di fare l’esame di coscienza: cosa ho fatto di male?
Cosa devo «rettificare in me»?
Solo una grande, continua, corale auto-indulgenza.
Perfino «cattolica». (1)
L’effetto è quello che vediamo.
Nei cuori, non più un briciolo di tensione al bene e al bello, ma un pauroso brulicare di voglie e di rabbie meschine, di cui non ci si vergogna, ma che anzi si lasciano esplodere in vendette da teppisti.
Le infinite secessioni corpuscolari di vallata e sedizioni di quartiere; l’incapacità di adeguarsi ad un futuro condiviso, per appiattimento totale nel presente, nell’immediata soddisfazione degli impulsi primari e dei propri egoismi minimi.
Quando la vita non è sentita come un compito, è sentita come una grande ricreazione, distrazione, divertimento.
Ciò che conta è godere, non perdersi un godimento.
Un tempo libero da godere, illimitato, sottraendone il più possibile a ciò che sa di «dovere» e fatica, sentiti come aridità ingiustificabile.
E infatti, dilagano le «feste», dai concerti pop ai lugubri carnevali di travestiti e trans: essi occupano tutto lo spazio pubblico.
Nel concerto rock vicino a Mestre, trentamila erano lì a rischiare la vita nel crollo delle installazioni.
Trentamila copie vendute di un libro, in Italia, sono un successo raro, che avviene ogni cinque-sei anni.
Non fossero crollati i colossali amplificatori, erano attesi per Vasco Rossi (per Vasco Rossi!) centomila sub-umani, non tutti giovanissimi.
Personalmente, ciò che mi ha colpito di più è stato il fatto che, mentre le incastellature cadevano, quelli che non erano sotto feriti a gridare doloranti, che cosa hanno fatto?
Hanno ripreso la scena coi telefonini-video.
Ciò mi ha ricordato una scena spaventosa in una spiaggia arida cilena, immensa, deserta.
Milioni di crostacei nerastri ci guardavano.
Bastonate casuali bastavano ad ammazzarne una dozzina per cena; i granchi più vicini al massacro fuggivano nel panico.
Ma già a tre metri, tutti gli altri milioni alzavano i frementi occhietti a periscopio: alzavano i loro «telefonini» per fissare la scena nel loro cervello rudimentale.
Esseri larvali, incompiuti, gli uni e gli altri.
Nemmeno dotati di istinto di sopravvivenza: privi di coscienza individuale, vivono solo un’esistenza collettiva.
Perché alzavano i telefonini, i granchi da concerto pop?
Perché altrimenti non possono provare di «esserci stati».
Infatti, non ci sono, perché non esistono.
Un giorno, quando si alzerà accecante il fungo atomico, milioni di giovani, un attimo prima di essere torrefatti, alzeranno i telefonini per riprendere l’evento: c’eravamo anche noi, vedete, abbiamo fissato tutto nella memoria flash.
Che simili esseri non contemplino più l’esistenza di Dio, non stupisce.
Hanno raggiunto un livello zoologico inferiore ai mammiferi.
Esistono a malapena già nell’aldiquà, figurarsi nell’aldilà.
Un’amica mi ha accusato di essere troppo pessimista, di non parlare mai delle virtù degli italiani.
Già: ci devono essere ancora italiani decenti, che lavorano, che fanno il loro dovere, che eseguono il compito della loro vita, che allevano i figli nella buona educazione e nella bellezza.
Forse ci sono, perché ancora qualcosa funziona.
Il guaio è che non sono loro a dare il carattere alla società.
Tutto lo spazio pubblico è occupato dal gay pride coi suoi loschi culturisti e travestiti, dai crostacei-pop, dai bulli di prima e seconda generazione, dai porno-bambini.
I ministri vanno dai gay, sono quelli i voti che cercano di guadagnarsi, mica di quelli che lavorano.
Tanto, i politici sanno che gli onesti e i decenti non contano nulla.
Hanno perso il voto di lavoratori e piccoli imprenditori produttivi, ma hanno dalla loro i pervertiti:
è il «corpo sociale» che coltivano e ascoltano.
Ciò che rende disperante la situazione, è che le istituzioni occupate da ladri, cocainomani, trans e saccheggiatori «danno l’esempio»: ad essi corrisponde precisamente la società dei bulli, degli energumeni, dei crostacei-pop e del branco violentatore.
Se un senatore furbo prende l’ambulanza per andare ad un talk show, e un altro senatore «a vita» non si dimette dopo essere stato scoperto, a 82 anni, a farsi comprare la coca dalle sue guardie del corpo (guardie di Finanza), vuol dire che l’indecenza viene prescritta e approvata dall’alto.
E che «l’autorità» non può nemmeno lontanamente pretendere dalla società una qualche fiducia e credibilità, non può richiamare ad uno sforzo comune in vista di un futuro migliore, non può lamentarsi dell’indocilità generale.
La corruzione della «autorità» alimenta quella della società, e viceversa: insieme si diseducano, insieme diventano ogni giorno più energumeni.
La società?
Il termine è sbagliato: ormai siamo una dis-società, un generale «dissociarsi» in gruppi minimi, fra loro ostili.
Non si riesce a mettersi d’accordo su una minima scala di valori: c’è sempre chi glorifica l’anormalità, il «diritto» alla vita gay, a «non essere repressi» nemmeno a scuola, a «legalizzare» l’ero e la coca.
E pretende ed ottiene pari «dignità di parola», anzi minaccia di adire alle vie legali contro chi si oppone («omofonico», «antisemita», «intollerante»).
Una società così dissociata non avrà mai la coesione minima per liberarsi dei suoi oppressori, il cosiddetto «governo», i ladri che la taglieggiano.
Infatti siamo un grumo formicolante di rivolte, di sedizioni permanenti ed endemiche, che non riescono a comporsi in rivoluzione.
Questa situazione, signori, è tragica.
Perché una simile patologia, non si vede come si possa guarire.
Come «riformare» una società rabbiosa, stupida e dissociata fino al grado zero del vivere comune?
Un coacervo sub-umano che ha raggiunto lo stato finale di entropia previsto dalla legge della termodinamica, il degrado di ogni «forma» e «struttura» in un pulviscolo di insubordinazione, maleducazione e grossolana stupidità generale?
Cosa può riportare la forma e il senso nella società che ha smesso di esserlo?
Il cristianesimo riportò dignità nella società del basso impero degradato; ma oggi chi cercasse d’imporre la necessaria severità occorrente per la cura, anche solo minacciando le pene eterne, avrebbe contro non solo gli sghignazzi dei gay e dei legalizzatori d’aborti, ma i vescovi buonisti e perdonisti.
Quelli, per intenderci, che ingiungono ai parenti del morto ammazzato, riuniti per il funerale, di perdonare subito sul cadavere ancor caldo: l’intenzione sarà buona, ma vista in TV spande un’aria generale di auto-assoluzione, è un invito corale all’auto-indulgenza.
Forse occorre una coercizione estrema, il terrore di polizia e di Stato?
Ma dovrebbe essere imposto da una potenza straniera, estranea, per mancanza qui all’interno di ogni coscienza del male e serie voglia di porvi fine.
Ci guarirà la miseria estrema, il ritorno alla fame che sicuramente colpirà una società così disorganizzata e sediziosa?
Ma sarebbe un’orgia di violenze, di energumeni intenti a strappare il pane di bocca ai vecchi e ai malati.
Una nuova fede conquistatrice?
L’Islam?
Si guarda con invidia al taglio delle mani, alla fustigazione, alla decapitazione con scimitarra.
Ma non basterebbe.
I sintomi sono gravissimi.
Perché si picchiano i professori?
Perché sono rimasti gli ultimi che, flebilmente e soli, ricordano che esiste un qualche obbligo e dovere.
L’insegnante che ha tentato una pedagogia, obbligando il bulletto a scrivere cento volte «Io sono un deficiente» (una semplice piana verità), è stata condannata al carcere dai magistrati.
Dunque il bullismo è assolto, l’educazione è punita.
Hanno picchiato Bertolaso.
Ossia il solo funzionario pubblico che, nella latitanza dei politici, prova a riparare ad una catastrofe d’inciviltà delinquenziale, corre qua e là con la sua maglietta blu di soccorritore, prova ad ottenere risultati, ci mette la sua faccia, si espone, disturba interessi criminali incistati.
Paesani campani, guidati dalle loro camorre di riferimento, l’hanno pestato a dovere.
E’ una lezione che non sfuggirà a tutti i ladri di Stato e parassiti pubblici: mai farsi vedere là dove occorre.
Invece, farsi vedere al gay pride, e riprendere dai telefonini e TV.
Maurizio Blondet
Note
1) Non assolvo noi pochi credenti e cristiani: anche noi lo siamo in modo insufficiente e formale, anche noi non facciamo esami di coscienza. Altrimenti non si spiegherebbe come mai abbiamo cessato di essere lievito nella società.
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