RISPOSTA INDECENTE
di OSCAR GIANNINO
Romano Prodi e la sua malmessa coalizione se la son cavata anche stavolta: al Senato lo scontro sul caso ViscoSpeciale è terminato con l'approvazione della mozione della sinistra e la bocciatura di quelle del centrodestra. Il governo ha deciso di difendere Visco con un vecchio
sistema indiano. Alzando barriere di fiamme tra sé e l'avversario. Appiccando il fuoco, si alza fumo per nascondere la propria fuga. Ci si sottrae allo scontro. E pazienza se bruciano beni e ricchezze preziose. Ieri, il premier Romano Prodi involatosi al G8 ha affidato al ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa il compito di incendiare non il rapporto politico tra maggioranza e opposizione. Neanche quello interno alla maggioranza, tra sostenitori di Visco e chi invece, come Di Pietro e Mastella, avevano obiettato.
Padoa-Schioppa ha dato fuoco al rapporto tra governo della Repubblica e forze armate dello Stato. Un'autodafé temibile e senza precedenti, nella storia italiana. Noi che pure non ci aspettiamo molto dalla politica, abbiamo ascoltato increduli la fredda determinazione con la quale Padoa-Schioppa ha inanellato una serie di accuse gravissime al comandante generale della Finanza.
Il merito della vicenda è assolutamente sparito, dalla relazione del ministro. Sull'assoluta improprietà delle modalità con cui il viceministro Vincenzo Visco ha chiesto imperativamente il trasferimento di quattro ufficiali della Finanza a Milano e in Lombardia, nemmeno una parola. "Nessun trasferimento imposto da Visco", ha detto il ministro.
Infatti, di "imporre" il viceministro non aveva i poteri: ed è per questo, sostiene il generale Speciale nei verbali pubblicati dalla stampa nei quali ha ricostruito la vicenda avvenuta nel luglio 2006, che il comandante del corpo si è rifiutato al diktat. Era il semplice fatto di aver così richiesto quei trasferimenti, la
pressione indebita. Ma dietro la cortina fumogena dell'incendio appiccato dal ministro, il fatto è semplicemente
sparito. Al suo posto, è stata pronunciata una
durissima requisitoria contro il vertice della Guardia di Finanza. Padoa-Schioppa ha accusato Speciale di opacità, di una gestione personalistica e anomala, di comportamenti scorretti nell'area dirigenziale, nel settore trasferimenti, nelle attribuzioni degli incarichi ed encomi solenni. Lo ha dipinto come un traditore della Repubblica che ha perseguito una politica dei riconoscimenti agli alti gradi della Finanza attuata senza rispettare le procedure e con una pubblicità interna parziale. Di più: ha accusato Speciale di essere alla testa di una ghenga di malviventi, visto che l'aiutante di campo del generale - ha aggiunto Padoa-Schioppa - ha ricevuto un numero enorme di encomi nonostante penda sul suo capo la richiesta di rinvio a giudizio per falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale, peculato, soppressione, distruzione e occultamento di atti. Non contento, il governo per bocca di Padoa-Schioppa ha fatto di più. Non ha solo dimenticato il fatto-Visco per accusare di sedizione il vertice della Guardia.
Ha ulteriormente alzato il livello delle accuse, evocando il rischio che siano colonnelli e generali a dettare le vie alla politica nella nostra Italia, mettendosi la Costituzione sotto i piedi. Ha evocato l'ombra dei tiranni dell'antica Grecia, contro la quale ha scandito una citazione di Eraclito invocante la difesa delle mura della polis dal clangore delle spade. Ha citato la rimozione del generale Mac Arthur, sollevato dal comando da Harry Truman durante la guerra di Corea per l'accusa di mirare a un conflitto nucleare con la Cina, che pure aveva invaso la Corea del Sud tramite il governo fantoccio di Pyongyang.
In altre parole, il governo Prodi ha riservato alla Guardia di Finanza e al suo comandante una condanna senz'appello, una messa alla berlina incondizionata. Mai, mai nessun governo italiano, nemmeno ai tempi del famoso "rumor di sciabole" del generale De Lorenzo, ha ritenuto politicamente e istituzionalmente opportuno pronunciare di fronte al Parlamento una simile inopinata messa in stato d'accusa di alti ufficiali delle forze armate italiane. Ci abbiamo pensato a lungo. Perché sappiamo bene misurare le parole, di fronte a un tema che ci sta caro come quello della fedeltà alle istituzioni di chi pronuncia il giuramento militare. Abbiamo pensato a lungo, su quale fosse l'aggettivo più adeguato per giudicare il passo estremo al quale il governo Prodi si è spinto per disperazione: lo giudichiamo
indecente. Indegno. Inqualificabile. È del tutto risibile, la tesi per la quale grazie al Giornale - alla sua pubblicazione di un atto non coperto né dal segreto né da particolari obblighi di riservatezza - sarebbe consentito al governo di liberare la Repubblica da una banda di traditori in divisa. Perché delle due l'una.
O il governo ha aperto gli occhi con un anno di ritardo sulle presunte serpi in giacca grigia ed alamari d'oro solo grazie all'ottimo Maurizio Belpietro e ai suoi bravi giornalisti, e allora significa che l'esecutivo ha gravemente sbagliato allora e nei mesi successivi, quando nel luglio scorso dichiarò in Parlamento che nessun problema sussisteva nella Guardia di Finanza e nel suo vertice, giudicati meritevoli di piena e assoluta fiducia. Oppure il governo sbaglia e mente ora, nascondendo dietro gravissime accuse a Speciale l'indicibile verità di una difesa obbligata dei metodi irrituali propri del vice ministro Visco. La si può politicamente pensare ciascuno a modo suo. Si può benissimo aver votato per la sinistra e per il governo Prodi. Non c'è problema.
Ma come si può davvero credere che la Procura della Repubblica di Milano abbia difeso con il proprio scudo e con i propri encomi una malabanda di ufficiali della Finanza traditori delle leggi e della Costituzione? Perché è questo che si deve desumere dalle parole pronunciate ieri da Padoa-Schioppa. Dimentico del fatto che la Guardia di Finanza, per obblighi di legge, certo risponde
funzionalmente al ministero dell'Economia, ma per le funzioni di polizia giudiziaria che le sono attribuite risponde e si coordina altresì con le autorità giudiziarie ai cui ordini espleta le proprie funzioni in delicate indagini. Di quello che altri esponenti della maggioranza hanno detto in aula, evocando complotti di servizi deviati e congiure politico-militari, non mette neanche conto di riferire. Sono rumore di fondo, di fronte al botto terrificante del governo. Prodi ha deciso il tutto per tutto. Ha lasciato all'impolitico e letterario Padoa-Schioppa il compito di atteggiarsi a salvatore della Patria da una cricca di sediziosi. Ha opposto il muro della disciplina a tutti coloro che, nella sua maggioranza, avevano opposto obiezioni motivate al comportamento di Visco. Non ha esitato a rivendicare per sé il compito di rullo compressore delle istituzioni. Rutelli, Mastella, Di Pietro, fior di leader del centrosinistra che avevano richiesto chiarimenti sono stati trattati come ingenui politicuzzi strumentalizzati da un generale Badoglio in sedicesimo. Dovessimo tirare un bilancio fuori dai denti, capiamo sempre di più perché il prefetto Gianni de Gennaro l'unico ai vertici della sicurezza italiana davvero maestro da anni nel volgere politici così modesti in alfieri a proprio sostegno - risulti impareggiabile punto di riferimento, e di sopravvivenza al vertice.
Quando un governo pretende che chi porta la divisa debba battere i tacchi a ordini politici invece che istituzionali, non è una minaccia politica. È una sventura istituzionale. Liberarsene, è un atto che non è politico. Ma patriottico.