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    Predefinito Ora la Chiesa si affranchi dall'"alberigonismo"

    BOLOGNA

    Lo studioso del cristianesimo è morto l’altra notte; aveva 81 anni. Era stato allievo di Cantimori e Jedin

    Alberigo e la Chiesa nella storia

    Con Lercaro e Dossetti diede un contributo significativo alla stagione del dibattito conciliare, nome di punta dell'«officina bolognese». Fondò l'Istituto per le scienze religiose «Giovanni XXIII»


    Di Andrea Riccardi

    Quando ho appreso la morte di Giuseppe Alberigo, storico della Chiesa di fama internazionale, mi sono ricordato quel che mi raccontò molti anni fa il cardinale Congar a proposito di questo studioso: «Mi ha colpito - mi disse - che potevamo passare un giorno a discutere con lui in un convegno, ma poi lo trovavo con la Bibbia la mattina presto in cappella». Infatti il professor Alberigo è stato, a suo modo, un uomo di fede che ha amato la Chiesa. La dimensione di fede di Pino, come lo chiamavano gli amici, seppure nascosta dal suo pudore, è stato il filo della sua esistenza. Così era toccato sempre e profondamente da una bella e partecipata liturgia, dalla predicazione della Parola di Dio, da una comunità credente. Questo va ricordato per non fermarsi all'erudito, allo studioso, all'uomo di tante battaglie.
    Pietro Parente, cardinale e teologo della scuola romana, rammentando il suo intervento al Concilio Vaticano II in favore della collegialità, mi disse molti anni fa: «Avevo letto il libro di Alberigo, Lo sviluppo della dottrina sui poteri nella Chiesa universale, ed aveva ragione storicamente». Parente non era una personalità che si trovava sulla stessa lunghezza d'onda di Alberigo. Eppure con quel libro, nel 1964, il giovane studioso (era nato nel 1926) si impose all'attenzione non solo del mondo degli storici, ma anche di quello della Chiesa e della teologia.
    Erano gli anni del Concilio, in cui Alberigo ha avuto un ruolo notevole nel quadro del lavoro dell'«officina bolognese», guidata da don Giuseppe Dossetti e in sintonia con il cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna. A quella stagione risalgono le sue relazioni con Congar, Chenu, ma anche con Joseph Ratzinger, con il migliore pensiero teologico europeo. E' una storia solo in parte indagata, ma che si radica nell'esperienza del Centro di documentazione, poi Istituto per le scienze religiose di Bologna, fondato nel 1953 da Giuseppe Dossetti. Questi, qualche anno dopo l'inizio, scriveva a Lercaro: «Il Centro è nato da una constatazione: quella cioè che le istituzioni culturali italiane non danno quasi nessun posto alla scienza religiosa…». Mai Alberigo ha nascosto come Giuseppe Dossetti rappresentasse una grande lezione per la sua vita prima che per le sue ricerche. Di lui scriveva assieme alla moglie: «la sua testimonianza ha sempre coniugato con tutte le sue forze creatività intellettuale, impegno interiore e dedizione personale in un contesto di fede cristiana intensamente professata».
    Questo era un ideale di vita, che egli condivideva con Angelina, la moglie, compagna di tante avventure ecclesiali e intellettuali con un senso di "militanza" che appare originale rispetto allo stile di tanti accademici. Alberigo era però una storico rigoroso, che aveva assorbito l'insegnamento storiografico di Delio Cantimori (di cui era stato assistente) e di Hubert Jedin. La sua attenzione si era concentrata sul governo della Chiesa e le sue istituzioni, sui Concili e la loro storia.
    La riforma della Chiesa e la ricerca dell'unità avevano attraversato come un'unica grande passione il suo lavoro di studioso. Credeva molto all'Ecclesia sempre reformanda e intendeva contribuirvi. Bisognava leggere e capire il cristianesimo nella storia: così fu intitolato il volume per i suoi settant'anni da amici e allievi, Cristianesimo nella storia; così è intitolata la rivista dell'Istituto che egli guidava. Storia e cristianesimo sono stati i poli dei suoi interessi di una vita: l'uno mai separato dall'altra. La grande lezione che egli traeva dai suoi studi storici era la scoperta della ricchezza delle dimensioni e dei volti della Chiesa nel passare dei secoli. A questo intendeva appassionare gli studiosi più giovani, che poi spesso hanno seguito loro percorsi propri, ma a partire dal suo insegnamento storiografico.
    La figura paradigmatica del sentire tra grande storia e riforma nel presente gli era apparsa proprio papa Giovanni, a cui ha dedicato tanto studi e la cui beatificazione auspicava fin dai tempi del Concilio. Così concludeva un libro dedicato a Giovanni XXIII, scritto con Angelina: «Lavorando su Giovanni si ha l'inebriante impressione di fare storia del futuro». Questa era un po' la sua convinzione: lavorando sulla storia si potevano preparare materiali per la storia del futuro.
    In questa prospettiva Giovanni XXIII e la storia del Vaticano II erano stati i due campi in cui, negli ultimi due decenni, aveva lavorato e guidato una serie di studiosi. Le sue interpretazioni sul Concilio hanno fatto molto discutere. Il che non aveva preoccupato lo studioso di Bologna, il quale anzi lamentava che nella Chiesa e nel mondo degli storici la quantità e la qualità del dibattito si fossero ridotte. Per lui il dibattito non era però quello dei talk show, ma quello severo degli studi e delle idee, alla cui forza credeva fermamente. Viveva infatti il suo essere storico come un originale magistero e, conscio di questo, ponderava i suoi giudizi sui lavori propri ed altrui, lasciando stupiti i più giovani, abituati ad un altro modo di concepire la vita universitaria e la ricerca.
    La cultura italiana non può dimenticare il grande contributo di Alberigo al risveglio dell'interesse per gli studi storici della Chiesa, del cristianesimo, della storia della teologia e in senso lato delle tematiche religiose. Si tratta di un settore quasi dimenticato nell'Università italiana, considerato solo buono per studiosi dell'antichità o un campo di carattere confessionale. Alberigo (che ha insegnato a Bologna dal 1968) è stata una delle personalità che, in tempi in cui gli studi religiosi erano trattati come una specie di archeologia, ha richiamato al loro valore per comprendere il presente e per una vera cultura umanistica ed è, in parte, riuscito a creare spazio a questa sensibilità.
    Lo studioso di Bologna ha inteso, però, offrire i suoi studi alla Chiesa. Non lo faceva per coinvolgere l'autorità del Papa o della Chiesa in l etture di cui portava la responsabilità personale. La presentazione dei lavori dell'Istituto da lui presieduto ai Papi (a partire da quella dei Conciliorum Oecumenicorum Decreta a Giovanni XXIII nel 1962 sino all'ultimo incontro con Benedetto XVI) esprime simbolicamente l'atteggiamento con cui Giuseppe Alberigo ha lavorato e vissuto: offrire la storia, la sua storiografia alla Chiesa.

    Fonte: Avvenire, 16.6.2007

  2. #2
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    Con la morte di questo "storico", si spera che l'esperienza debosciata "dossettiana" possa essere morta e sepolta con lui.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Augustinus Visualizza Messaggio
    Con la morte di questo "storico", si spera che l'esperienza debosciata "dossettiana" possa essere morta e sepolta con lui.
    Un piccolo ricordino del prof. Alberigo: Il catto-dossettiano Alberigo si confessa...

 

 

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