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Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito Sull'adozione della falange da parte dei celti




    L’idea che i Celti fossero completamente privi di organizzazione in battaglia, affidandosi unicamente alla furia guerriera ed alla potenza fisica, sembra essere oramai definitivamente tramontata, sia grazie alle scoperte archeologiche, sia grazie ad un nuovo e più attento modo di leggere le fonti letterarie disponibili.
    La ricostruzione delle loro tecniche di combattimento campale rimane comunque difficile, principalmente a causa delle carenze che le fonti stesse manifestano a questo proposito, visto che i testi a nostra disposizione sono esclusivamente di matrice greca o romana e quindi la loro attenzione è focalizzata su altri temi, di maggiore importanza per il pubblico a cui questi testi si rivolgevano. Per tentare di ricostruire almeno le linee essenziali del modo di combattere proprio dei Celti continentali, nel periodo tra il IV sec. a.C. e la conquista romana si è cercato di sviluppare un discorso basato su una ricerca documentale comparata, necessariamente di dimensioni ridotte e limitata all’analisi di fonti secondarie a causa delle limitate risorse disponibili, ma senza dubbio sufficiente a destare interesse.

    Le fonti moderne di riferimento per quanto seguirà sono:

    “L’arte occidentale della guerra” di Victor David Hanson (2001, Garzanti editori, d’ora innanzi denominato con la sigla AOG);
    “I Celti in Italia” di V. Kruta e V. M. Manfredi (1999, Arnoldo Mondadori Editore, d’ora innanzi denominato con la sigla CIK per le parti scritte da V. Kruta e CIM per quelle scritte da V. M. Manfredi);

    La prima fonte documentale a favore dell’idea che i Celti all’inizio del III sec. a.C. utilizzassero una forma di combattimento di tipo falangitico è greca, e praticamente coeva al saccheggio celtico di Delfi (peraltro avvenuto proprio nel medesimo periodo della Battaglia di Sentino): nel 275 a.C. infatti Callimaco “evocherà l’emozione del mondo ellenico per questo scontro brutale nel suo Inno a Delo, sotto la forma di un’immaginaria profezia di Apollo:

    ...E un giorno verrà per noi ...che dall’estremo Occidente gli ultimi tra i Titani, levando contro l’Ellade la spada barbara e l’Ares Celta, si precipiteranno, come fiocchi di neve, numerosi come le costellazioni disseminate nelle praterie celesti, un giorno ...presso il mio tempio, si scorgeranno le falangi nemiche, già accanto ai miei tripodi, le spade e i cinturoni, armi impudenti, e gli scudi odiosi, che per i Galati, razza delirante, marcheranno il cammino di un destino crudele...” [CIK].

    La possibilità che Callimaco parlando di “falangi nemiche” si conceda unicamente una licenza poetica invece di descrivere “obtorto collo” una realtà di fatto sono decisamente ridotte:
    “Gli autori greci non perdono quindi occasione di confrontare il loro modo di combattere con la consuetudine barbara della scaramuccia, meno organizzata e a loro parere meno coraggiosa. A detta di Polibio, pochi popoli erano in grado di dominare il terrore che incuteva la battaglia tra falangi. Osservava che i cretesi erano senza pari , scaramucce, attacchi di sorpresa e scontri notturni [...]. Quando dovevano sostenere la battaglia frontale, il combattimento faccia a faccia della falange, erano «molto vili» e «del tutto inetti» [...]. Anni prima Brasida aveva detto la stessa cosa dei barbari [...]. Secondo i greci non erano molti a poter resistere al loro modo di combattere, e perfino loro riconoscevano la necessità di lottare per vincere la paralisi, il tremore, l’incontinenza e il puro e semplice panico scatenato dalla battaglia” [AOG].
    Possiamo quindi ritenere molto improbabile che un Greco fosse disposto a calpestare l’orgoglio nazionale su questo argomento... senza nemmeno contare il fatto che sarebbe metodologicamente molto scorretto contestare una fonte, ed in special modo una fonte così vicina agli eventi, senza addurre prove, documentali o materiali, a supporto della contestazione stessa.
    Anche le fonti latine testimonierebbero un impiego della falange da parte dei Celti: oltre a Livio, che nella sua descrizione della Battaglia di Sentino lascia ad intendere che i Galli combattevano in formazione serrata[1],autori quali Cesare e il suo luogotenente Aulo Irzio, che offrono fonti di prima mano, parlano sia di “formazione compatta”,confertissimo agmine[2] o “instructa moltitudo[3], quanto proprio specificatamente di falange: "Gli Elvezi...ordinatisi a falange ("phalange facta") in formazione serrata, dopo aver respinto la nostra cavalleria, avanzarono contro la prima linea romana."[4]
    Altre argomentazioni a favore dell’adozione di un ordinamento falangitico da parte dei Celti possono anche essere trovate considerando le prove materiali: nel passaggio tra V e IV secolo avviene infatti una trasformazione nel corredo tombale del guerriero lateniano, con la transizione da una deposizione di arma da getto (framea o giavellotti multipli) accompagnata da arma da combattimento ravvicinato (coltellaccio ad un solo tranciante o spada con lama a doppio fendente della lunghezza di 60 cm) tipica della seconda metà del V secolo al ritrovamento uniforme di lanciae spada lunga, accompagnate dalla generalizzazione dello scudo nel corredo funebre e dal diradarsi della presenza del carro da guerra nelle sepolture fin dall’inizio del IV secolo[5] [CIK].

    Proprio questa trasformazione può essere vista come un riscontro per la teoria di un apprendimento delle tecniche falangitiche durante l’invasione della Pianura Padana[6], iniziata nelle prime fasi della conquista ed in evoluzione costante almeno fino al momento della sostituzione della framea[7] , arma “generalista”, con la lancia da impatto a puntale arrotondato, e la saunia[8] (o giavellotto “tipo-pilum”) e il gaesum[9], tutte e tre armi molto specializzate.
    Durante il III secolo sembra dunque esistere una duplicità nel modo di arrivare all’urto con il nemico, in cui ciascuno stile si caratterizzerebbe per l’uso di un’arma diversa: la lancia da impatto con puntale tondo per un approccio simile modello greco ed il gaesum (o la saunia) per uno con somiglianze che lo fanno assomigliare al “lancio, impatto, mischia con spada”, portato alla massima espressione dalla legione romana. Abbiamo visto inoltre come entrambe queste armi sostituiscono per il fante medio e pesante la framea del IV secolo, aprendo quindi il campo alla possibilità che essa stessa potesse venire usata nei due diversi modi.
    A nostro avviso una possibile soluzione si ha a partire dal ruolo che secondo CIK avevano le confraternite militari:
    “Dopo l’Italia, all’inizio del III secolo, l’espansione militare dei Celti investì le regioni balcaniche fino all’Asia Minore. Il motore di questa avanzata era costituito da nuclei di armati molto mobili che sembra si muovessero al margine dei gruppi tribali. Composti da elementi eterogenei, reclutati presso diverse comunità, in seguito diedero vita a nuove entità etniche al di fuori delle strutture preesistenti, ispirandosi a un modello ideale di confederazione strutturata militarmente. La Comunità dei Galati dell’Asia Minore, il Koinon Galaton, illustra perfettamente questo nuovo tipo di organizzazione. Anche la comparsa improvvisa sulla scena storica in diverse regioni d’Europa di nuovi popoli – Belgi, Volci Tectosagi (cioè il « popolo che cerca un tetto») e altri – si spiega con questo flusso e riflusso di aggregazioni. Si può pensare che queste confraternite di militari marginali, che percorrevano l’Europa alla ricerca di ricchezze e di terre, fossero animate da un ideale guerriero simile a quello degli eroi del ciclo detto di Leinster dall’epopea irlandese, i Fianna, anch’essi emarginati rispetto alla struttura tribale. A dei gruppi mobili di questo tipo, che evolvevano nella vallata del Rodano poco prima della metà del III secolo, dovevano appartenere quei Gesati che combatterono come mercenari a fianco degli Insubri e dei Boi contro le armate romane.”
    Sarebbe quindi possibile ipotizzare una diversità di armamento e di stile di combattimento in funzione di una differenza sociale: la preferenza per la lancia da impatto e per l’approccio falangitico di tipo greco, più “economico” dal punto di vista delle perdite in vite umane da parte delle unità tribali già insediate su un territorio, a cui farebbe da complemento una preferenza per il gaesum ed un conseguente modo di combattere più rischioso ma, proprio perchè estremo, potenzialmente più redditizio (“grande vittoria o grande sconfitta” o, per meglio dire, “vittoria o buona morte”), per coloro che avevano meno da perdere e più da guadagnare. In questo contesto diventa anche possibile pensare un utilizzo non del tutto suicida del “Salto del Salmone[10], soprattutto nei confronti di una falange oplitica, che già per sua natura tende a perdere coesione durante la fase di carica, come abbiamo visto nel paragrafo ad essa dedicato. Data la composizione sociale del gruppo celtico che arrivò a saccheggiare Delfi e diede in seguito origine ai Galati, potrebbe insomma non essere per nulla un caso il fatto che Callimaco associ alla spada come “arma impudente” proprio il cinturone con catene di sospensione, così efficace nel contesto di una tecnica basata su “lancio, impatto, mischia con spada” da essere, non certo casualmente, adottato (e migliorato) anche dalla legione romana

    Un’ultima considerazione.
    Come abbiamo visto in precedenza, l’ipotesi più probabile riguardo all’utilizzo della falange da parte dei Celti rimane quella del suo apprendimento nel corso dell’invasione del IV secolo, mentre rimane del tutto sconosciuto il loro modo di combattere prima di questo periodo.
    I dati certi a proposito sono decisamente pochi: fondamentalmente sappiamo solo che esisteva un’elite guerriera, documentata tra i Celti cisalpini fin dal X secolo a.C., che molto probabilmente in Italia essa utilizzava il carro da guerra leggero a due ruote, mentre, secondo V. Kruta, è difficile da valutare se esso fosse già in uso presso i transalpini [CIK], pur comparendo in alcune sepolture al di là delle Alpi. Come abbiamo visto, il corredo funebre di questa aristocrazia muta a cavallo tra il V ed il IV secolo, con una “standardizzazione”, centrata sulla presenza costante di spada lunga, lancia e scudo, mentre in precedenza poteva essere presente sia la framea che giavellotti multipli e l’arma da fianco poteva essere il coltellaccio (simile al sax germanico) o la spada lateniana: in ogni caso, vista soprattutto la lunghezza dell’arma da fianco (al massimo i 60 cm della spada lunga), un armamento più da fante che da cavaliere e, prima del sopra citato cambiamento, più adatto ad un combattimento in ordine sparso che ad uno in ordine chiuso.
    L’unico altro dato certo a nostra disposizione la descrizione di Polibio (la fonte più antica ed attendibile, vista la successiva affermazione di cliché sull’argomento), a proposito dell’invasione gallica della pianura padana:

    “I Galli che frequentavano gli Etruschi a causa del vicinato e avevano osservato con invidia la bellezza del paese, con un futile pretesto li attaccarono di sorpresa con un grande esercito, li cacciarono dalla regione del Po ed occuparono essi stessi la pianura” [CIK].

    Possiamo quindi pensare sia che esistesse la possibilità di effettuare una cospicua leva tra una popolazione di contadini-soldati, come del resto avvenne ai tempi di Cesare tra gli Elvezi, capaci di mobilitare 92.000 combattenti su una popolazione totale di 368.000 persone, sia che la preparazione della migrazione/invasione sia stata abbastanza accurata da preoccuparsi di ottenere preventivamente l’alleanza con gli Insubri, elemento indispensabile per riuscita della sorpresa strategica testimoniata da Polibio.
    L’idea corrente riguardo al modo di combattere dei Celti nelle prime fasi dello scontro con gli Etruschi, è che essi abbiano prevalso usando prevalentemente la superiorità numerica, fatto implicitamente confermato dalla narrazione polibiana, anche se probabilmente l’immagine dell’orda disorganizzata non rende molta giustizia alle loro capacità di sviluppo autonomo, visto che sei secoli di aristocrazia guerriera (ovvero combattenti professionisti) senza acquisizioni in campo tattico e strategico sarebbero un record negativo a livello planetario. È ragionevole pensare che avessero raggiunto il livello di una buona fanteria capace di azioni coordinate (anche con la componente equestre) e di una certa ampiezza, forte dell’impiego delle armi da getto e contraddistinta da una grande mobilità (caratteristiche che resteranno proprie delle confraternite militari).
    A spingere i Celti a mutuare poi la tattica oplitica sarà sia la sua capacità di ridurre le perdite tra i combattenti non professionisti, sia la sua perfetta integrabilità con lo sviluppo equestre assunto dall’aristocrazia gallica nel periodo successivo, come testimoniato dall’uso del binomio falange/cavalleria da parte dei Macedoni, dei Cimbri e dei Comuni dell’Italia medieoevale, culture per tutti gli atri aspetti tra loro diversissime.

    [1] Tito Livio, Ab Urbe Condita, X, 29


    [2] Cesare, De Bello Gallico, II, 23


    [3] Aulo Irzio, De Bello Gallico, VIII, 19


    [4] Cesare, De Bello Gallico, I, 24


    [5] Secondo CIM è probabile che alcune delle sepolture della necropoli di Casalecchio (BO) appartengano a partecipanti all’invasione storica del IV secolo. Anche in questo caso sono presenti solamente sepolture con lancia, spada, scudo (anche se le tomba con armi sono solo 3 su 96).

    [6] Pur mantenendo le dovute cautele, visto che, per ragioni facilmente immaginabili, i ritrovamenti funerari non consentono di rappresentare l’armamento del contadino-soldato, ovvero di colui che molto probabilmente costituiva la gran parte della falange, ma solamente quello dell’elitè guerriera, in massima parte destinata ad altri ruoli (cavalleria o truppe specializzate) sul campo di battaglia

    [7] Almeno tra i falangiti, mentre rimarrebbe nell’equipaggiamento della fanteria leggera, insieme alla fionda ed al coltellaccio ad un tranciante.


    [8] Giavellotto con una lunga ammanicatura a cannone, caratteristico delle popolazioni sabelliche e antenato del pilum romano.

    [9] giavellotto interamente in ferro lungo tra 1,40 e 2 metri


    [10] Tecnica di combattimento eroica descritta nel Lebor na hUidree che trova il suo corrispettivo continentale nello scolio di Orazio che scrive i Celti avvezzi a “in medio hostes prosilire”



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  2. #2
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito

    Ulfenor, è interessante, ma cosa ha a che fare con la religio

  3. #3
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Mjollnir Visualizza Messaggio
    Ulfenor, è interessante, ma cosa ha a che fare con la religio
    Niente lo so ma siccome in alcuni casi arrivati a parlare dell'uso della falange da parte dei celti me venuta voglia aprirci un 3d

    seti da fastidio puoi cancellarlo

    vale bene in pace deorum

  4. #4
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da ulfenor Visualizza Messaggio
    Niente lo so ma siccome in alcuni casi arrivati a parlare dell'uso della falange da parte dei celti me venuta voglia aprirci un 3d

    seti da fastidio puoi cancellarlo

    vale bene in pace deorum
    Il fastidio non c'entra niente.
    Non è la prima volta che apri discussioni che nulla c'entrano col forum.
    Non sei un nuovo utente e quindi sai benissimo che nei forum tematici bisogna attenersi all'argomento di cui si occupa ogni forum.
    Se poi lo sapevi e l'hai aperto ugualmente, ancora peggio.

    M.

 

 

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