Milano, 6 marzo 2010 - Sarà anche che per la Nazionale di Lippi stavolta butta male, ma la traversata da una sponda all’altra del fiume pare compiuta. Luglio 2006. L’Italia supera la Francia nella finale mondiale di Berlino e il leghista Roberto Calderoli, allora vicepresidente del Senato, esalta il successo «della nostra identità» contrapposta ai transalpini che hanno schierato «negri, islamici e comunisti». Marzo 2010. «La Padania», voce ufficiale del Carroccio i cui titoli di prima pagina, si dice, vengono spesso dettati dal Senatùr Umberto Bossi in persona, promuove un appello per la convocazione di Mario Balotelli in Nazionale.
Fascino del pesante accento bresciano del bomber nerazzurro? Sfiducia nell’asfittico attacco azzurro? Non solo. «Da decenni — prosegue il quotidiano — certi pregiudizi sono superati. Basti vedere come sono composte le rappresentative nazionali a livello mondiale, in Inghilterra, in Francia, in Germania». I fenomeni sociali, come sempre, corrono più rapidi di ogni pregiudizio. Gli immigrati di seconda generazione, ragazzi e ragazze nati in Italia da genitori stranieri, sono una realtà radicata. Che pensano, mangiano, si vestono e giocano a pallone come i loro coetanei. A volte meglio.
La campagna della Padania «pro-Balotelli» è un piccolo sassolino nella valanga. Lo sport e la politica, seppur territori naturali di divisione, provvedono a una raffica di esempi di questa integrazione realizzata a colpi di piccole svolte. Alla calata bresciana di Balotelli rispondono, in una sinfonia intonata, la soave inflessione romagnola del cestista Carlton Myers — già portabandiera azzurro alle Olimpiadi del 2000 — e il romanesco del lunghista Andrew Howe. Certo.
Fa rumore che a sdoganare il sogno tricolore del talento interista sia il Carroccio. Eppure, proprio le fila dei lumbàrd sono infoltite da stranieri in camicia verde. Il precursore al principio degli anni ’90 fu Farouk Ramadan, medico siriano e consigliere comunale a Scandiano, sull’appennino reggiano, in seguito uscito dal movimento. Oggi il fiore all’occhiello è Sandy Cane, sindaco di Viggiù, paese varesotto ai confini con la Svizzera. Afroamericana con Bossi nel cuore, ha dimostrato di vantare credenziali immacolate, superando l’esame in federalismo e sicurezza, fino a convincere i leghisti a candidarla. Scommessa vinta.
Più giù, a San Miniato sui colli pisani, qualche mese fa l’operaio senegalese Toure Chiekh giurò fedeltà al Carroccio con il fazzoletto verde al collo in una cerimonia organizzata dalla sezione locale. Anche alle prossime regionali — fanno sapere da via Bellerio, storica sede milanese della Lega — fra i candidati spunta qualche nome esotico. Extracomunitario o straniero, quindi, può essere bello. «Certo — commenta con una battuta il direttore della Padania, Leonardo Boriani — il massimo sarebbe se Balotelli giocasse nella nazionale padana». Poi si fa serio. «Non può certo essere il colore della pelle a fare da spartiacque — riflette — La Lega ha posizioni chiare sull’immigrazione clandestina, ma allo stesso tempo chi si stupisce del nostro apprezzamento per i modelli di integrazione dimostra di non conoscere il percorso compiuto dal nostro movimento».
Tutto vero. Eppure, forse qualche riga apparsa su un quotidiano di partito dimostra che l’Italia si sta incamminando su una strada già completata da Paesi di immigrazione straniera più antica come Francia e Gran Bretagna. In attesa di vedere nazionali azzurre, ma anche consigli comunali e piani alti delle aziende, piene di Balotelli e Sandy Cane.
Il Giorno - Milano - Generazione Balotelli, l'Italia s'è desta La Padania sdogana il giovane attaccante




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