Come avevo già accennato in un mio precedente intervento, sono stato assente per lavoro, ed anche se il mio incarico era strettamente di natura immobiliare, mi sono anche occupato…di tappeti. Infatti, per conto di un cliente non italiano, ma che per molti anni ha mantenuto diverse proprietà in Italia, abbiamo realizzato l’inventario patrimoniale dei suoi immobili. In due residenze da lui utilizzate, e quindi non affittate, ho ammirato degli arredi veramente notevoli: quadri, suppellettili, mobili e naturalmente tappeti ed arazzi che entro breve tempo, in buona parte, saranno ceduti. Per questo motivo due finanziarie francesi, che io non conoscevo ma che mi dicono essere importanti, hanno con i proprietari concordato il prezzo e le modalità d’acquisto di molti oggetti. Personalmente sono rimasto colpito in modo negativo dalle persone che rappresentavano queste aziende per la scarsa considerazione, da me sempre evidenziata ma che pensavo quasi esclusivamente italiana, riservata ai tappeti. E badate che non parlo di annodati qualsiasi ma, ad esempio, di un grande Kazak Sevan, di un Ghiordes ed un Ladik veramente da pubblicazione, di un fantastico, immenso, Chahar Mahal con le bordure costituite da cartigli contenenti scritte narranti, così mi è stato detto, la vita del khan Baktiari dell’epoca (1321, 1903 A.D. era la data riportata). Accanto a loro una ventina di antichi tappeti, fra sejadeh e zaronim, persiani, caucasici e turcomanni, oltre ad alcuni Nain ed Isfhan degli anni cinquanta del novecento ed un coevo Kum a disegno Lesghi, che d’acchito sembrava un caucasico Mikra degli anni ottanta, con un’annodatura asimmetrica finissima (più di 5000 nodi a dm² al contafili). Posso capire che mostrandosi distratti verso esemplari che tutt’altro interesse meritavano, hanno ottenuto lo scopo d’abbassarne il valore d’acquisto, ma le scarse conoscenze dimostrate hanno anche fatto capire che consideravano questo particolare settore merceologico di secondo piano se paragonato, ad esempio, agli arazzi (due, molto importanti e non in vendita), ai dipinti, agli argenti, alle ceramiche. Il culmine del disprezzo si è avuto quando dopo aver definito Malayer un Khorasan fine otto/primissimi novecento della misura di 7,50x3,50 metri, ma il rovescio rigato da una tramatura doppia ogni 6÷10 file di nodi ne tradiva l’origine, hanno espresso, con estrema noncuranza, l’intenzione di tagliarlo per farlo diventare una misura più collocabile sul mercato. Fortunatamente il grido di dolore con il quale ho accolto l’idea, e sicuramente ancora di più l’esigua natura dell’offerta economica, hanno indotto la proprietaria a portarselo intatto a Lione assieme ad una coppia di Pechino a draghi non in vendita. In passato ho assistito, e per fortuna è stata la sola volta, alla riduzione di una meravigliosa corsia di Malayer ornata da grossi boteh policromi dove, purtroppo, i più di sette metri di lunghezza avevano spaventato l’acquirente; così un abile restauratore turco la fece diventare di quattro metri e mezzo. Il superbo Khorasan avrei voluto fotografarlo per mostrarvene anche solo un dettaglio, ma non mi è stato possibile; comunque un esemplare molto simile, inizialmente mi pareva si trattasse dello stesso annodato, è pubblicato sul volume di Armen Hangeldian (Vallardi editore) a pagina 121. Visto che ero già lì, considerando la richiesta economica a mio giudizio molto favorevole, ho ritirato un Tekè, un Bijar, ed un kilim Senneh. Sono in ottime condizioni; solo il kilim, rimasto appeso per parecchi anni e la tecnica a fessure con cui questi manufatti sono realizzati non lo ha aiutato, ha qualche leggera ondulazione. Di questi, se riesco a non fare pasticci visto la mia incapacità informatica, vi mostro le foto.
Un saluto cordiale a tutti.
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