...la parola "Iniquità"

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha dichiarato che lo “scalone” con cui si eleva l’età di pensionamento da 57 a 60 anni è iniquo, dimenticando che non si tratta di un mutamento brusco, rispetto alla situazione antecedente, ma di un beneficio che è stato dato dalla riforma Maroni.
Si sarebbero potuti elevare gli anni dell’età pensionabile, in modo graduale, da 57 a 60 nel triennio 2005-2007. Su richiesta dei sindacati, si è invece preferito prorogare l’innalzamento, facendolo scattare nel 2007.
E’ come se uno studente universitario avesse chiesto di spostare gran parte degli esami dalla sessione estiva a quella autunnale e poi, di fronte alla concentrazione di prove che una simile scelta determina, chiedesse un’ulteriore proroga alla sessione di febbraio, dicendo che è iniquo fargli fare tanti esami in una sola sessione.
Di proroga in proroga lo studente va fuori corso.
L’Italia, così facendo, distrugge la riforma parziale delle pensioni, fin qui attuata, anziché migliorarla.
Ciò accresce l’iniquità a danno delle giovani generazioni, che vedono aumentare il peso fiscale delle pensioni sui loro redditi, mentre sanno che, quando toccherà a loro, dovranno andare in pensione a più di 60 anni, con pensioni più leggere.
Alcune agenzie internazionali di rating, nonostante l’imponenza della manovra finanziaria per il 2007, avevano già abbassato il rating del nostro paese in quanto non pareva che il governo fosse in grado di attuare la riforma Maroni.
Adesso altre agenzie potrebbero fare lo stesso.
La parola “iniquità” sfuggita al premier vale in modo pertinente per la distinzione fra lavori usuranti e lavori normali.
Può essere equo limitare lo scalone ai secondi.
Ma non si ha il coraggio di definire quali siano i lavori usuranti.
Il termine “equità” va maneggiato con molta cura in tema di spesa pubblica, anche perché si sta determinando, nel paese, un nuovo moto di ribellione fiscale, che oggi riguarda i contribuenti tassati con gli studi di settore, ma potrà riguardare i giovani lavoratori per l’Irpef e per i contributi sociali.
Le imposte possono essere inique per il modo in cui sono costruite e accertate, ma soprattutto per il loro scopo non produttivo ma distributivo.

Ferrara su il Foglio di ieri

saluti