
Originariamente Scritto da
edera rossa
.MILANO - Precisione e inventiva erano le due armi principali di Alberto Ronchey, maestro di giornalismo scomparso all’età di 83 anni. Precisione nell’analisi dei dati statistici, nei riferimenti storici, nella grafia dei vocaboli stranieri. Inventiva nel coniare neologismi di grande efficacia, entrati subito nell’uso comune.
I SUOI NEOLOGISMI - A lui si deve il termine “lottizzazione”, adottato per definire l’abitudine dei partiti di spartirsi le nomine negli enti pubblici, in primo luogo alla Rai. A lui si deve la formula “fattore K”, con la quale indicava nella presenza del Partito comunista più forte dell’Occidente l’handicap che impediva alla sinistra italiana di presentarsi unita come una credibile alternativa di governo al predominio democristiano. Tutte vicende da lui ricostruite nel libro “Il fattore R” del 2004, una vivace autobiografia in forma d’intervista con Pierluigi Battista. Nato a Roma il 27 settembre 1926, Ronchey era di lontana origine scozzese. E in effetti il suo spirito laico e illuminista ricordava da vicino la filosofia empirica di grandi pensatori della Scozia settecentesca, come Adam Smith e David Hume, mentre nutriva una forte diffidenza per le religioni rivelate e i sistemi ideologici, a cominciare dal marxismo. Aveva fatto il suo apprendistato giornalistico da ragazzo, lavorando durante l’occupazione tedesca all’edizione clandestina della “Voce Repubblicana”, che più tardi avrebbe diretto.
TRADIZIONE REPUBBLICANA - Proveniva dalla tradizione del repubblicanesimo storico, ma approvò lo sforzo modernizzatore compiuto nel Pri da Ugo La Malfa. Era poi passato al “Corriere d’Informazione” e quindi alla “Stampa” di Torino, dalla quale era stato inviato a Mosca nel 1959 per seguire il tentativo riformatore di Nikita Krusciov. Qui aveva maturato un giudizio estremamente severo sul sistema sovietico e fra i primi si era occupato degli esuli antifascisti italiani rimasti vittime del terrore staliniano. Poi aveva viaggiato a lungo anche negli Stati Uniti: molti suoi libri, da “La Russia del disgelo” (1963) a “L’ultima America” (1967), fino a “Usa-Urss: i giganti malati” (1981) sono dedicati alle superpotenze della guerra fredda. Con i suoi reportage dall’estero, che lo avevano portato da un estremo all’altro del mondo, si era conquistato il prestigio che gli fruttò la direzione della “Stampa”, dal 1968 al 1973.
EDITORIALISTA E MINISTRO - Poi era approdato al “Corriere della Sera”, come editorialista. E per lunghi anni era stato uno dei critici più esigenti della classe politica, come si può constatare nei suoi libri “Accadde in Italia” (1977), “Chi vincerà in Italia?” (1982), “Atlante italiano” (1997). Alla Dc rimproverava lassismo e non governo, al Pci i pregiudizi ideologici: non gli dispiacquero alcuni tratti del decisionismo di Bettino Craxi. Non era però un uomo che si limitasse a giudicare dall’esterno. Era disposto a mettersi in gioco, ad assumersi responsabilità anche gravose. Per questo accettò l’incarico di ministro dei Beni culturali nel primo governo Amato e nel governo Ciampi, dal 1992 al 1994. E in seguito fu presidente della Rcs, in un periodo non facile, tra il 1994 e il 1998. Al tempo stesso, sapeva mettere in discussione le sue stesse idee. Fu sempre ostile alle utopie egualitarie, ai populismi e ai pauperismi. Difese sempre l’Occidente e le conquiste della modernità industriale. Ma a lui si deve anche un breve saggio intitolato “I limiti del capitalismo” (1991), in cui certe difficoltà oggi evidenti a tutti, in materia di ambiente e di finanza globale, sono prefigurate con una lucidità davvero ammirevole.
Antonio Carioti
08 marzo 2010
È morto Alberto Ronchey - Corriere della Sera