V. Delle basi per il controllo delle risorse energetiche fossili
Gli Usa hanno intrapreso, dopo gli eventi del 11 settembre 2001, una guerra globale contro il terrorismo, prima in Afghanistan e successivamente in Iraq e accanendosi contro i paesi che non obbediscono fedelmente all’ordine che essi vogliono imporre all’insieme dell’umanità e particolarmente l’Iran, la Corea del Nord, la Siria ed il Venezuela. Essi sorvegliano da vicino i governi che non sono necessariamente favorevoli all’espansione della loro influenza sulle risorse dei loro territori. Essi sono particolarmente preoccupati dai movimenti di resistenza ai loro interventi nell’America del Sud, cosa che ha portato il presidente Bush ad effettuare re*centemente una visita lampo in numerosi paesi come il Brasile, l’Uruguay, la Colombia, il Guatemala ed il Messico «
Per promuovere la democrazia ed il commercio», ma soprattutto per tentare di neutralizzare questi movimenti e di edificare un contrappeso suffi*ciente per frenarne l’espansione.
La stessa cosa vale anche per l’Asia centrale. Secondo Iraklis Tsavdaridis, Segretario del Consiglio mondia*le della Pace (WPC), la presenza delle basi militari degli USA non deve essere percepita come al servizio di un obiettivo puramente militare.
Le basi sono lì per promuovere gli interessi economici e politici del ca*pitalismo degli Stati Uniti. Per esempio, le imprese ed il governo statunitense hanno già manifestato un vivo interesse per costruire un corridoio di sicurezza per il petrolio ed il gas naturale del bacino del mar Caspio in Asia centrale passando attraverso l’Afghanistan, il Pakistan ed il mar Arabo (mappa 6).
Questa regione non conterrebbe che il 6% delle riserve di petrolio conosciute ed il 40% delle riserve di gas. La guerra di occupazione dell’Afghanistan e la costruzione delle basi militari degli USA in Asia centrale sono considerate come un’occasione propizia per fare di questo oleodotto una realtà.
Gli USA sono in guerra in Afghanistan ed in Iraq per questa ragione fondamentale e vogliono perseguire queste operazioni sino al raggiungimento del loro obiettivo.
Secondo i dati dell’Enciclopedia libera Wikipedia, le truppe statunitensi impiegate in questo paese hanno in totale quasi 190.000 militari. L’Operazione
Enduring Freedom in Iraq soltanto è condotta da quasi 200.000 effettivi includendo i 26.000 soldati degli altri paesi partecipanti alla “missione”. Ventimila potrebbero congiungersi agli altri contingenti i prossimi mesi. In Afghanistan, si conta la presenza di 25.000 militari in totale (mappa 6 e 7).
VI. Delle basi militari per il controllo delle risorse rinnovabili strategiche
Secondo la lista redatta dall’enciclopedia libera Wikipedia, le basi statunitensi all’estero, eredità della Guerra fredda, erano situate principalmente in Europa occidentale di cui 26 in Germania, 8 in Gran Bretagna e 8 in Italia. A queste basi si potevano aggiungere 9 installazioni in Giappone.
Nel corso degli ultimi anni e adesso, nel contesto della guerra contro “il terrore”, gli USA hanno iniziato la costruzione di 14 nuovi basi attorno al Golfo persiano, un piano di costruzione o di rafforzamento di 20 basi (106 installazioni in totale) in Iraq per una spesa totale di 1.100 miliardi di dollari in questo solo paese (Varea, 2007) e l’utilizzo di una decina di basi in Asia centrale.
Hanno anche intrapreso o proseguito dei negoziati con diversi paesi per installare, acquisire, ingrandire o affittare altre basi e, in particolare, con il Marocco, l’Algeria, la Repubblica del Mali, il Ghana (Ghana WEB. 2006), il Brasile, l’Australia (Nicholson, B., 2007), la Polonia, la Repubblica Ceca (Traynor, I., 2007), l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan, l’Italia (Jucca, L., 2007) e la Francia con un accordo per installarsi a Gibuti (Manfredi, E., 2007). Tutti questi provvedimenti si inseriscono nella prospettiva di approntare una serie di basi in un corridoio est/ovest tra la Colombia, il Maghreb, il Vicino Oriente, l’Asia centrale sino alle Filippine che gli Statunitensi hanno chiamato “arco di instabilità” (Johnson, C., 2004) così come di assicurare un accesso facile e permanente alle risorse idriche e biologiche di grande valore come quelle del bacino amazzonico (Delgado Jara, D., 2006 e Mappe 9 e 10).
VII. I movimenti di resistenza
Analogamente all’opposizione tradizionale organizzata e condotta dalle organizzazioni pacifiste e anti-guerra nel mondo nel corso degli ultimi 40 anni, la ridefinizione della rete delle basi militari statunitensi imposte da un reimpiego delle forze armate in funzione della localizzazione delle risorse strategiche tradizionali e delle risorse rinnovabili di grande valore suscita numerose manifestazioni di opposizione e di resistenza. Lo si è potuto osservare recentemente in Spagna, in Equador, in Italia, in Paraguay, in Uzbekistan, in Bulgaria e in diversi altri paesi. Queste manifestazioni si sono aggiunte ai movimenti di resistenza di lunga data sviluppati in Corea del Sud, Porto Rico, Guam, nelle Filippine, Cuba, Europa, Giappone ed altrove.
Un movimento mondiale di resistenza alla presenza di basi militari all’estero è nato e si è sviluppato nel corso degli ultimi anni. Si tratta di NO BASES o della
Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere.
Questa rete ha come obiettivo di proseguire il processo di disarmo e di smilitarizzazione del pianeta e soprattutto lo smantellamento delle basi militari straniere. Raggruppa le organizzazioni che promuovono la pace istituita dalla democrazia partecipativa e la giustizia sociale. La rete No Bases organizza delle campagne di educazione e di sensibilizzazione del pubblico mobilitando, in questo senso, le forze vive della società civile. Si occupa anche dei lavori di riutilizzo dei siti militari abbandonati come è il caso, in particolare, dell’Europa occidentale.
Sino al 2004, queste campagne hanno avuto innanzitutto una portata locale e nazionale. La Rete ha intenzione oramai di estendersi su scala globale, perché come sottolinea la Rete stessa: “È molto importante sviluppare dei legami più forti e più stretti tra le campagne avente un impatto locale e quelle che mobilitano un paese intero o quelle che possono avere una portata mondiale.
I gruppi locali attraverso il mondo possono ispirarsi e trarre dei benefici condividendo informazioni, esperienze e strategie”.
La Rete aggiunge: “Il fatto di prendere coscienza che non si è soli nella lotta contro le basi straniere è un fattore che rafforza e motiva gli attori. Le attività e campagne la cui coordinazione è mondiale permettono di fare conoscere anticipatamente la portata e l’importanza della resistenza alla presenza militare straniera nel mondo. Nella congiuntura attuale in cui si assiste ad un processo più intenso di militarizzazione e di ricorso alla forza nel mondo si prova un bisogno urgente e pressante di stabilire e di rafforzare la rete internazionale dei militanti,
delle organizzazioni e dei movimenti che portano un’attenzione particolare alla presenza militare straniera e che lavorano al rafforzamento di un sistema di giustizia e di pace”.
Per la Rete, le guerre in Afghanistan ed in Iraq, la militarizzazione e la sorveglianza accresciuta dei governi e delle attività della società civile ad opera degli Stati Uniti costituiscono un momento favorevole al rafforzamento dei movimenti di resistenza: “Durante un incontro internazionale contro la guerra, tenutosi a Giacarta, nel maggio del 2003, qualche settimana prima dell’inizio dell’invasione dell’Iraq,
una campagna globale contro le basi militari è stata proposta come un’azione a priori per i movimenti globali antiguerra, di giustizia e di solidarietà”.
Da allora, questa campagna è cresciuta di ampiezza. E’ stata stabilita una lista di indirizzi (nousbases@lists.riseup.net e
nousbases-info@lists.riseup.net); essa permette la diffusione delle esperienze dei membri del movimento e scambi di informazioni e di discussioni. Questa lista è formata ora da 300 persone e organizzazioni di 48 paesi.
Un sito Internet permette anche di informare adeguatamente l’insieme dei membri della Rete. Numerose rubriche forniscono un’informazione preziosa sulle attività che si svolgono un po’ ovunque nel mondo.
La Rete è sempre più attiva e pratica, e partecipa, così, ai Forum sociali continentali o mondiali ed organizza conferenze e incontri. Ha partecipato al
Forum sociale europeo a Parigi nel 2003 e a Londra nel 2004, al
Forum sociale delle Americhe in Equador nel 2004 ed a quello del Mediterraneo in Spagna nel 2005. Uno dei raduni maggiori è stato tenuto a Mumbai, in India, nel 2004 nel quadro del Forum sociale mondiale. Più di 125 partecipanti provenienti da 34 paesi hanno posto le fondamenta di una campagna globale coordinata. Sono state stabilite alcune priorità d’azione come quella di fissare un dato giorno per una Azione globale tendente a sottolineare le sfide concernenti la presenza delle basi militari all’estero. Infine, è importante menzionare che la Rete ha tenuto quattro sedute di discussioni al Forum sociale di Porto Alegre nel 2005 di cui una sul finanziamento delle attività della Rete.
Conviene ricordare che la Rete si iscrive decisamente nel movimento pacifista globale. Ha permesso di far comprendere maggiormente a questo movimento l’importanza della problematica della presenza delle basi militari all’estero e che è importante che gli organismi di giustizia e di pace le prestino una maggiore attenzione.
La pertinenza del dibattito concernente la presenza di basi militari all’estero non è più da dimostrare. Le funzioni attribuite alla base di Guantanamo che sfuggono al controllo del diritto internazionale, le sfide attorno ai progetti di espansione della potenza militare degli USA nel Medio Oriente ed in Asia centrale, la vivace opposizione popolare alle mire ed agli scopi statunitensi nella regione andina in Sud America (mappa 11) come quella che si osserva in Giappone attorno alle basi di Henoko e di Okinawa, ecc., sono una sfida ed esigono un’azione globale concertata contro questa occupazione implicita nel concetto di “Permanent War”.
La conferenza internazionale di Quito e di Manta, Equador, marzo 2007
Una conferenza mondiale di rete per l’abolizione delle basi militari straniere, ha avuto luogo a Quito e a Manta, Equador, dal 5 al 9 marzo 2007. La conferenza ha avuto l’obiettivo di sottolineare gli impatti politici, sociali, ambientali ed economici delle basi militari straniere e di far conoscere i principi dei movimenti anti-basi e costruire formalmente la rete, le sue strategie e piani di azione.
Gli obiettivi principali della conferenza sono stati:
- Analisi del ruolo delle basi militari straniere e di altre forme di presenza militare nella strategia di dominio globale ed i suoi impatti sulla popolazione e l’ambiente;
- Condivisione delle esperienze di solidarietà con le lotte di resistenza contro le basi militari straniere nel mondo;
- Raggiungimento di un consenso sugli obiettivi, sui piani di azione, di coordinamento, di comunicazione e di presa di decisione per una rete globale per l’abolizione di tutte le basi militari straniere e di altre forme di presenza militare;
- Accordo sulle lotte e sui piani di azione globali che rafforzino le lotte delle persone nel paese ed assicurino il loro coordinamento su scala internazionale.
CONCLUSIONI
Questo articolo ha permesso di constatare quanto sia considerevole l’influenza della potenza militare degli Stati Uniti nel mondo e come essa non faccia che aumentare.
Gli Statunitensi considerano la superficie terrestre come un terreno da conquistare, da occupare e da sfruttare. La divisione del mondo in unità di combattimento e di comando illustra molto bene questa realtà. In questo contesto,
ci sembra che l’umanità si trovi controllata cioè legata a delle catene le cui maglie sono costituite dalle basi militari.
Il processo di re-impiego delle installazioni militari in corso deve essere analizzato in modo meticoloso se si vogliono comprendere le strategie di intervento di Washington in tutte le regioni del mondo. Questo processo è condotto sotto il governo della forza, della violenza armata, dell’intervento attraverso degli accordi di “cooperazione” le cui velleità di conquista sono incessantemente affermate nella progettazione delle pratiche del commercio e degli scambi.
Lo sviluppo economico è assicurato dalla militarizzazione e dal controllo dei governi e le società e le risorse immense vengono sacrificate per permettere questo controllo nella maggior parte delle regioni dotate di ricchezze strategiche per consolidare le basi dell’Impero.
L’edificazione della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere si rivela un mezzo straordinario per lottare contro il processo di militarizzazione del Pianeta. Questa rete è indispensabile ed il suo sviluppo non potrà farsi senza un’adesione o un impegno di tutti i popoli del mondo. Sarà estremamente difficile mobilitarli, ma i legami creati da questa rete saranno favorevoli per le lotte concertate su scala mondiale.
Concludendo, conviene rivedere i termini della Dichiarazione finale della 2a Conferenza internazionale contro le basi militari straniere tenutasi a L’Avana nel novembre del 2005,
dichiarazione formulata dai delegati di 22 paesi. Quest’ultima racchiude le sfide maggiori concernenti l’avvenire dell’umanità e costituisce un Appello alla solidarietà internazionale per il disarmo e la pace.
Jules Dufour, Ph. D., è presidente dell’Associazione canadese per le Nazioni Unite (A.C.N.U.)/ sezione Saguenay-Lac-Saint-Jean, membro del Circolo universale degli Ambasciatori di Pace, membro del Consiglio nazionale dello Sviluppo & Pace.
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Jules Dufour
Fonte:
http://www.mondialisation.ca
Link
10.04.2007
Traduzione di MASSIMO CARDELLINI