Quello che segue è un pamphlet Nazionalsocialista largamente diffuso già prima del 1933. La traduzione del titolo è approssimativa. (1) Ne furono stampate diverse centinaia di migliaia di copie. Rappresenta un buon sommario delle linee base della propaganda Nazionalsocialista proprio prima della presa del potere del Führer nel 1933. Il libretto comprendeva cinque vignette di Mjölnir, il disegnatore di Goebbels. Ne riportiamo alcune. Mjölnir (2) realizzò alcuni fra i più popolari manifesti nazionalsocialisti. F. R.
Joseph Goebbels e Mjölnir, Die verfluchten Hakenkreuzler. Etwas zum Nachdenken Monaco, Verlag Frz. Eher, 1932.
Quei maledetti Nazionalsocialisti (3) di Joseph Goebbels
Perché siamo Nazionalisti?
Siamo nazionalisti perché consideriamo la Nazione l’unica via per riconciliare (4) tutte le sue forze allo scopo di conservare e migliorare la nostra esistenza e le nostre condizioni di vita. La Nazione è l’unione organica di un popolo allo scopo di proteggere la propria vita. Essere nazionalisti significa affermare quest’unione con le parole e con le azioni. Essere nazionalisti non ha nulla a che vedere con una forma di governo o con un simbolo. E’ un’affermazione di contenuti, non di forme esteriori. Le fogge (5) possono mutare, ma i loro contenuti restano. Se le forme e i contenuti coincidono, in quel caso il nazionalista sostiene entrambi. Se entrano in conflitto, il nazionalista lotta per il contenuto e contro la forma. Non si può coprire il contenuto con un simbolo. Se ciò accade, si sta conducendo la battaglia nel campo sbagliato e si perde forza in vuoti formalismi. L’obiettivo reale del nazionalismo, la Nazione, viene smarrito. Oggi, in Germania, le cose stanno così. Il nazionalismo si è trasformato in patriottismo borghese e i suoi difensori stanno combattendo contro i mulini a vento. Si parla della Germania e s’intende la monarchia. Altri proclamano la libertà e intendono Nero, Bianco e Rosso (6). Sarebbe forse diversa, oggi, la nostra situazione se sostituissimo la repubblica con una monarchia e sventolassimo la bandiera nera, bianca e rossa? La colonia (7) avrebbe una carta da parati diversa, ma la sua natura, il suo contenuto rimarrebbe esattamente lo stesso. Veramente le cose potrebbero essere perfino peggiori, perché una facciata che nascondesse i fatti disperderebbe le forze che oggi lottano contro la schiavitù.
Il patriottismo borghese è il privilegio di una classe. Ed è la vera ragione del suo declino. Quando 30 milioni di persone sono favorevoli a qualcosa ed altrettante sono contrarie, le parti si bilanciano e non accade nulla. Questo è ciò che accade da noi. Noi siamo divenuti i paria del mondo intero non perché non abbiamo il coraggio di resistere, ma perché tutta la nostra energia nazionale viene sprecata in battibecchi, infiniti quanto sterili, fra la destra e la sinistra. Questa nostra strada va solo in discesa e potremmo già predire oggi quando cadremo nell’abisso. Il nazionalismo raggiunge maggiormente le masse dell’internazionalismo. Vede le cose come sono. Solo chi rispetta se stesso può rispettare gli altri. Se come nazionalista tedesco sostengo la Germania, come posso negarlo a un nazionalista francese che fa lo stesso per la Francia? Solo quando queste due posizioni si scontrano su questioni vitali vi sarà lotta politica e di potere. L’internazionalismo non può annullare questa realtà. I suoi tentativi alla prova dei fatti falliscono completamente. Ed anche quando i fatti paiono avere una certa validità, allora la natura, il sangue, la volontà di vivere, e la lotta per l’esistenza sulla dura terra dimostrano la falsità delle sue belle teorie. La colpa del patriottismo borghese era quella di confondere una certa forma economica con la Nazione. Associava due cose che sono totalmente diverse. Le forme economiche, per quanto possano apparire definitive, sono variabili. La Nazione è eterna. Se si lega (9) ciò che è eterno con ciò che è temporaneo, il primo, l’immortale, inevitabilmente crollerà quando cadrà il secondo, il provvisorio. Questo fu il reale motivo del crollo della società liberale. Essa non era radicata in ciò che è immortale, ma in ciò che è effimero, e quando il provvisorio iniziò il proprio declino trascinò con se anche ciò che è perenne. Oggi il patriottismo è solo una comoda giustificazione per un sistema che porta con sé una crescente miseria economica. Questo è l’unico motivo per cui il giudaismo internazionale organizza la lotta delle classi proletarie contro ambedue queste forze, quella economica e la Nazione, e le sconfigge. Compreso ciò, il giovane nazionalismo formula le proprie richieste perentorie. La fede nella Nazione è cosa di tutti, non di un solo gruppo, di un’unica classe o di una cricca economica soltanto. Ciò che è eterno deve essere distinto da ciò che è mortale (10). Sostenere un sistema economico marcio non ha nulla a che vedere col nazionalismo, che è l’affermazione della Patria. Si può amare la Germania e odiare il capitalismo. E non solo si può, ma si deve. Solo annientando un sistema di sfruttamento si raggiunge il cuore della rinascita del nostro popolo. Siamo nazionalisti perché, come tedeschi, amiamo la Germania. E siccome amiamo la Germania, la vogliamo proteggere e vogliamo combattere contro coloro che vogliono distruggerla. Quando un comunista urla “Abbasso il nazionalismo!”, parla dell’ipocrita patriottismo borghese che vede l’economia solo come un metodo di riduzione in schiavitù. Se noi spieghiamo agli uomini di sinistra che il nazionalismo, cioè l’affermazione della Patria, e il capitalismo, che rappresenta l’abuso delle sue risorse, non hanno nulla a che spartire, anzi sono come il fuoco e l’acqua, allora anche loro, come socialisti, giungeranno a sostenere la Nazione, che ora vogliono conquistare. Questo è il nostro vero compito di Nazionalsocialisti. Siamo stati i primi a riconoscere questi rapporti e i primi ad iniziare la lotta. Come socialisti abbiamo percepito i più profondi auguri che ci manda la Nazione, e come nazionalisti vogliamo stimolare la giustizia sociale in una nuova Germania. Una giovane patria si leverà quando il fronte socialista sarà compatto. Il socialismo diverrà realtà quando la Patria sarà libera.
Perché siamo Socialisti?
Siamo socialisti perché vediamo nel socialismo, che rappresenta l’unione di tutti i cittadini, la sola occasione di conservare la nostra eredità razziale, di riacquistare la nostra libertà politica e di rinnovare lo stato tedesco. Il socialismo è la dottrina della liberazione della classe lavoratrice. Esso promuove l’ascesa della quarta classe e la sua incorporazione nell’organismo politico della Patria, ed è inestricabilmente legato alla rottura dell’attuale schiavitù e alla riconquista della libertà tedesca. Quindi il socialismo non è una questione che riguarda esclusivamente la classe degli oppressi, ma è cosa di tutti, perché liberare il popolo tedesco dalla schiavitù è lo scopo della politica contemporanea. Il socialismo raggiunge la sua vera forma soltanto attraverso una fratellanza totale che si batte con le prorompenti energie di un nazionalismo nuovamente vigile. Senza il nazionalismo, il socialismo non è nulla, è un fantasma, una pura teoria, un castello in aria, un bel testo. Con esso è tutto, è il futuro, la libertà, la Patria! La colpa del pensiero liberale è stata quella di trascurare le forze del socialismo che volevano edificare la Nazione, permettendo in tal modo che le loro energie sfociassero verso direzioni anti-nazionali. La colpa del marxismo è stata di degradare il socialismo ad una faccenda di salari e di ventri (11), ponendolo in conflitto con lo Stato e con l’esistenza nazionale. La comprensione di questi due fatti ci porta verso un nuovo significato di socialismo, che rivede la propria natura in funzione nazionalista, di edificazione dello Stato, liberatrice e costruttiva. Il borghese sta per lasciare la scena della storia. Al suo posto giungerà la classe dei lavoratori che producono, la classe lavoratrice, che fino ad oggi è stata oppressa. Essa sta cominciando a realizzare la propria missione politica. E’ coinvolta in una lotta aspra e dura per il potere politico poiché cerca di divenire parte dell’organismo della Nazione. La battaglia ha avuto inizio sul piano economico; finirà su quello politico. Non è semplicemente una questione di salari, non è neppure una faccenda di ore di lavoro giornaliere –sebbene non si debba mai scordare che queste cose sono essenziali, forse la parte più significativa della piattaforma socialista- ma, assai più importante, il nodo è quello di incorporare (12) una classe potente e responsabile nello Stato, forse perfino di renderla la forza dominante nella futura politica della Patria. La borghesia non vuole riconoscere la forza della classe lavoratrice. Il marxismo l’ha rinchiusa in una camicia di forza che la condurrà alla rovina. Mentre la classe lavoratrice, gradualmente, si disintegra nel fronte marxista, dissanguandosi, la borghesia e il marxismo si sono accordati sui capisaldi (13) del capitalismo, e ora si preoccupano di salvaguardarlo e difenderlo in molti modi, spesso occulti.
Noi siamo socialisti perché riteniamo la questione sociale una questione di necessità e di giustizia proprio per l’esistenza di uno Stato per il nostro popolo, e non una questione di carità a buon mercato o d’insulso sentimentalismo. Il lavoratore ha diritto a un livello di vita che corrisponda a quello che produce. Non intendiamo chiederlo per favore, questo diritto. Incorporare il lavoratore nell’organismo dello Stato non è questione critica solo per lui, ma lo è per la Nazione intera. La cosa è ben più importante delle otto ore giornaliere. Si tratta di dar forma ad un nuovo Stato, consapevole, che includa ogni cittadino che produce. Dato che i poteri politici odierni non vogliono o non sono capaci di far ciò, è il socialismo che deve battersi per questo. Questo è uno slogan di lotta sia interno che esterno. All’interno è diretto allo stesso tempo sia ai partiti borghesi che ai marxisti, poiché ambedue sono nemici giurati del futuro Stato dei lavoratori. All’estero è diretto a tutti quei poteri che minacciano la nostra esistenza nazionale e quindi la possibilità di un futuro Stato socialista e nazionale. Il socialismo è possibile soltanto in uno Stato che sia unito all’interno e libero a livello internazionale. La borghesia e il marxismo sono responsabili di aver fallito ambedue questi obiettivi, l’unità interna e la libertà internazionale. E non ha importanza quanto queste due forze asseriscano di essere nazionali o sociali, rimangono nemiche giurate dello Stato socialista e nazionale. Quindi dobbiamo battere politicamente ambedue queste forze. Le linee del socialismo tedesco sono nette e il nostro cammino chiaro.
Noi siamo contro la borghesia politica, per un nazionalismo autentico! (14)
Noi siamo contro il marxismo, per un vero socialismo!
Noi vogliamo il primo Stato nazionale tedesco di tipo socialista!
Noi sosteniamo il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi!
Perché un partito dei lavoratori?
Il lavoro non è la maledizione del genere umano, ma la sua benedizione. Si diventa uomini (15) attraverso il lavoro. Esso ci migliora, (16) ci fa forti e consapevoli, ci eleva sopra tutte le altre creature. Il lavoro, nel suo significato più profondo, è creativo, fecondo e creatore di cultura. Senza il lavoro, non c’è cibo. Senza cibo, non esiste la vita. L’idea che più si hanno le mani sporche, più il lavoro è degradante, è una falsità giudaica,non un’idea tedesca. Ovunque, il tedesco prima chiede come, poi cosa. Non è tanto una questione della posizione che si occupa, quanto un problema di come si svolge il lavoro che Dio ci ha dato. Abbiamo scelto il nome di partito dei lavoratori perché vogliamo riscattare la parola lavoro dal suo attuale significato e restituirgli quello originario. Chiunque produce valore è un creatore e quindi un lavoratore. Noi ci rifiutiamo di fare distinzioni fra un lavoro ed un altro. Il nostro unico principio è se il lavoro serve alla comunità, o perlomeno non la danneggia, oppure se è nocivo per essa. Il lavoro è servizio. Se agisce contro il benessere generale, allora è tradimento della patria. Le assurdità marxiste rivendicavano la liberazione dal lavoro, denigrando così anche quello dei propri sostenitori e vedendolo come una maledizione e un disonore. Abolire il lavoro non è assolutamente il nostro scopo, piuttosto vogliamo restituirgli un nuovo significato e un nuovo contenuto. Nello stato capitalista, il lavoratore – ed è la sua sfortuna più grande - non è più un essere umano vivo, un creatore, un realizzatore. E’ divenuto una macchina. Un numero, una rotella dell’ingranaggio senza più alcun senso o comprensione. Egli è del tutto alienato da ciò che produce. Per lui il lavoro è soltanto un modo per sopravvivere, e non il cammino per fortune più elevate, non una gioia, non qualcosa del quale andare fiero, o soddisfatto, o qualcosa da cui trarre stimolo o il modo per costruire il proprio carattere. Siamo un partito di lavoratori perché nella battaglia prossima fra la finanza e il lavoro vediamo l’inizio e la fine della struttura del ventesimo secolo. Noi siamo dalla parte del lavoro e contro la finanza. Il danaro è l’unità di misura del liberalismo, il lavoro e il suo risultato sono quelli dello stato socialista. Il liberale chiede: “Cosa fai?”(17). Un socialista invece domanda: “Chi sei?”. Li divide un abisso. Noi non vogliamo che tutti facciano la stessa cosa. E non vogliamo neppure livelli nella popolazione, alto e basso, sopra o sotto. L’aristocrazia del nostro (18) Stato non sarà decisa dal possesso del danaro, ma solo dalla qualità dei risultati individuali. Sarà il servizio a far guadagnare i meriti. Gli uomini si distingueranno dai risultati del loro lavoro, che è il segno più sicuro del carattere e del valore di una persona. Il valore del lavoro per il socialismo sarà determinato dal suo valore per lo Stato, per l’intera comunità. Lavoro significa creare valore, non contrattare. Il soldato è un lavoratore quando sguaina la spada per proteggere l’economia nazionale. Anche l’uomo di stato è un lavoratore quando da alla Nazione forma e volontà che l’aiutano a produrre ciò di cui ha bisogno per la vita e la libertà. Una fronte pensosa (19) è un segno di duro lavoro quanto un braccio (20) potente. Un impiegato non deve vergognarsi di rivendicare con orgoglio ciò di cui si vanta il lavoratore manuale: il lavoro. Le relazioni fra questi due gruppi di persone determinano il loro reciproco destino. Nessuno dei due può sopravvivere senza l’altro, poiché entrambi sono membri di un organismo che hanno insieme l’obbligo di sostenere se vogliono difendere e sviluppare il proprio diritto di esistere. Ci definiamo partito dei lavoratori perché vogliamo liberare il lavoro dalle catene del capitalismo e del marxismo. Nel combattere per il futuro della Germania, noi l’ammettiamo liberamente, ed accettiamo l’odio della borghesia liberale come conseguenza. Sappiamo che avremo successo e dalle loro maledizioni faremo scaturire nuove benedizioni. Dio ha concesso alle Nazioni il territorio perché vi cresca il grano. Il seme diventa grano e il grano pane. L’intermediario di tutto questo è il lavoro. Chi disprezza il lavoro ma ne accetta i benefici è un ipocrita. Questo è il significato più profondo del nostro movimento: esso restituisce alle cose il proprio significato originario, senza preoccuparsi se oggi esse sono in pericolo di sprofondare nella palude di una visione del mondo fallimentare. Chi crea valore lavora e quindi è un lavoratore. Un movimento che vuole liberare il lavoro è un partito dei lavoratori. Perciò noi Nazionalsocialisti ci definiamo un partito dei lavoratori. Quando le nostre bandiere vittoriose sventolano davanti a noi, cantiamo:
“Siamo l’esercito della Svastica,
Alziamo le bandiere rosse!
Vogliamo sgombrare la strada della libertà
Per il lavoro tedesco!” (21)



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