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    Post Il cretinismo anarchico. Aggiornamenti di L. Corvaglia

    Ricevo e inoltro:

    Il cretinismo anarchico. Aggiornamenti.
    (ovvero perché non sono anarco-capitalista; perché gli anarco-capitalisti, spesso, non sono anarchici; perché gli anarchici, talvolta, sono fascisti)

    di Luigi Corvaglia
    Le volpi sanno molte cose,
    ma il riccio ne sa una grande.
    Archiloco

    Le malelingue del villaggio globale


    Confesso che ho molto peccato. Ovunque una ortodossia si sia palesata pretendendo indiscutibilità, ho discusso. Confesso di aver peccato in tutti i modi canonici: in pensieri, parole, opere ed omissioni. Ho peccato contro la Chiesa, lo Stato e la Democrazia. E mica ho finito. Ho peccato contro le religioni e le ideologie e perfino contro l’ideologia anti-ideologica che ci ostiniamo a chiamare anarchismo. I miei ventisette lettori ora si chiederanno il perché di un outing così suggestivamente pregno di spirito congregazionale, da confessione pubblica di setta riformata. A chi interessa? Beh, intanto a me. A nessuno piace l’idea di essere trovato cadavere in una posizione poco dignitosa. Nessuno gradisce la sconveniente condizione di essere oggettodelle malelingue che pettegolano ad libitum confortate dalle supposte imbarazzanti situazioni in cui si sarebbe stati colti. Ogni “deviazione” o “relazione incongrua” secondo il catechismo vigente risulta utile alle allegre comari e facile bersaglio per il bigottume corredato di quelle madri sempre prone all’inseminazione e sempre degne di attenzione eugenetica. Pertanto, vorrei evitare, nel caso il mondo restasse improvvisamente “orbo di tanto spiro”, di fornire occasione per il chiacchiericcio che già talvolta produce un fastidioso brusio nelle sacrestie dell’ anarchismo “de noantri”. Bisogna fare chiarezza per non dare adito a pettegolezzi che superino la reale entità dell’infrazione. Quindi lo dico: si. Ho avuto relazioni contro natura con il pensiero altrui! E mi è piaciuto. Ho perfino cercato di trovare quanto di buono potesse esserci. E l’ho trovato! Per esempio, ho letto Rothbard e Friedman, anche qualche altro membro della casta di intoccabili (da parte dell’elite dei comunisti sedicenti anarchici) stupidamente definita “anarco-capitalista”; talvolta, non pentito, mi intrattengo ancora con alcuni di questi paria. Chi tocca un intoccabile diventa intoccabile anch’egli, per un fenomeno simile a quello che, in una stramba liturgia, tramuta il vino in sangue, anche per chi emana olezzo di vespasiano. Infatti, ci sono dei signori che, pur non avendo la minima idea di ciò che gli altrettanto bislacchi anarco-capitalisti propagandano, ritengono intellettualmente degno pontificare e emanare scomuniche contro questi supposti fautori del capitalismo da rapina, protettori dello status quo di sfruttamento e contro “chi non glielo dice” (come si esprimono a Roma). Ora, rientrando il sottoscritto nella seconda categoria (quelli che, secondo loro, non glielo dicono e, anzi, fraternizzano), per spiegare il reale motivo di uno scritto altrimenti autoreferenziale, vorrei far notare un paio di cosette, tre. Quattro al massimo. Innanzitutto, vorrei spiegare perché parlare di sushi con un giapponese in giapponese non mi rende giapponese, né mi fa abiurare alla carbonara. Di certo, però, mi permette di aumentare la lista di possibili opzioni per la cena e di parlare di pesce con maggior competenza di chi del pesce sa solo che puzza. In secondo luogo, ci tengo a sottolineare che il rifiutare di conoscere il giapponese (o il sushi) non fa più italiano (o più buongustaio), ma solo più limitato. Poi vorrei rispettare il sottotitolo di questo scritto e spiegare i motivi per cui i vari pontefici dell’ ecclesia anarchica prendono una cantonata quando mi accostano al “libertarismo” rothbardiano. Spiegherò, insomma, perché non sono anarco-capitalista. Facciano attenzione le malelingue del club della canasta socialista. Per finire, last but not least - anzi, principale motivo di questo lavoro -, intendo mostrare ai miei ventisette lettori quali siano le vere “relazioni pericolose” di chi si professa partigiano della libertà. Insomma, quella di premunirsi dall'essere colto in castagna a rigor mortis sopraggiunto era solo un pretesto. E’ che mi preme piuttosto sottolineare che sicuramente meno comprensibili di quelle con gli epigoni del pensiero liberale che ha prodotto la modernità sono le relazioni che i moralisti duri e puri dell’inquisizione anarcoide riescono a tenere – i ventisette si tengano forte - con la destra più estrema! Non la (supposta) destra “liberale” che fa loro storcere la bocca, ma quella nazi-fascista che fa loro tornare il sorriso ed il colore sulle livide gote. Loro però no. Loro non si vergognano e non si confessano. C’è, però, una scusante. E’ che, in molti casi, non se ne rendono proprio conto. Ma procediamo con ordine.


    Le affinità elettive e le relazioni pericolose

    Mi appresto, con insolita pazienza, e col pensiero rivolto a ciò che Berneri definiva il “cretinismo anarchico”, a spiegare che non esiste concezione libertaria che non contempli la libertà. Dato l’anarcocretinismo imperante, la cosa non è così scontata come potrebbe apparire.
    Cominciamo dai miei sulfurei rende vouz col demonio capitalista. Intanto, vorrei cominciare con alcune precisazioni. Innanzitutto, scindiamo liberalismo da “capitalismo”. Le mie simpatie vanno al primo, non al secondo. Ulteriore messa a fuoco: a cosa mi riferisco quando parlo di “liberalismo”? Forse allo zarismo monopolistico e mediatico col quale abbiamo dimestichezza? Niente affatto. In buona compagnia di personaggi che ai preti dell’ordine radical-chic non dovrebbero dispiacere (Merlino, Chomsky, Goodman, Ward, ecc.), mi riferisco con questa etichetta allo spirito di autodeterminazione dell’individuo, alla lotta contro ogni totalità, ogni assolutismo, politico come religioso, all’ethos che ha sovvertito la staticità pre-moderna fondata sul dato immutabile, sulla gerarchia, sul privilegio per rivendicare autonomia e libera scelta. Insomma, a tutto ciò che funse da motore per le rivoluzioni liberali che hanno portato l’occidente nella modernità (e la cui mancanza ha lasciato parte del mondo al medioevo della teocrazia). Ovvio che un libertario non può considerarsi soddisfatto dalla libertà che abbiamo, però, se non si riconosce che la relazione fra il liberalismo e le istanze di cui i cosiddetti anarchici si fanno portavoce è una relazione incestuosa, tutta compiuta all’interno delle medesime mura domestiche, vuol dire che si appartiene ad un’altra famiglia. A quale famiglia e quale ne sia l’albero genealogico lo si vedrà più in là.
    In soldoni, se indice relativo di libertà è la scelta (di oggetti, stili di vita, di condotte sessuali, di sistemi economici, di riferimenti morali, di servizi, di organizzazioni sociali e così via), è chiaro che l’esistenza di un ente centrale e monopolistico di produzione di norme e/o di beni comporta una forte riduzione della libertà. Allora tutto ciò che va nella direzione opposta a questa è liberatorio, ergo “libertario”. Cosa va in direzione contraria al monopolio e all’assolutismo centralista? Il decentramento, il federalismo, il confronto, la libera sperimentazione. Ora, tutto ciò è possibile solo se la proposta alternativa non è un altro monopolio confezionato in un pacchetto “all inclusive”, tipo l’abolizione della proprietà e, faccio per dire, il lavoro a rotazione o l’abolizione del lavoro stesso. E’ vero che, se, utopisticamente, tutti gli abitanti del pianeta fossero concordi, quella sarebbe realmente una condizione “anarchica”, perché anarchismo, alla fine della fiera, è socialismo liberamente scelto; ma, oltre a prevedere un mutamento antropologico dell’uomo, questa concezione non ci spiega come si gestirebbe l’eventuale ribelle che decidesse di abbandonare la società anarchica e proponesse ad altri dodici congiurati di diffondere il vangelo della produzione e dello scambio. Una volta, un noto rivoluzionario di professione (di professione intellettuale, perché di mestiere fa il ragioniere) mi rispose citando la soluzione prospettata dal “magnifico Bakunin”: “cappio, veleno e coltello”. Insomma si è tutti liberi di scegliere quello che l’avanguardia anarchica ha scelto per voi
    (“ Una nuova vita vi attende nelle colonie Extra-Mondo. L’ occasione per ricominciare in un Eldorado di buone occasioni e avventure, un nuovo clima, divertimenti ricreativi…” recitava un cartello pubblicitario nel film "distopico" Blade Runner). Non sembri strano, però, perché ciò è tipico di ogni concezione “democratica”, cioè di quella che il massone Constant (quello di “impiccheremo l’ultimo re alle budella dell’ultimo prete”) definiva la “libertà degli antichi”, ossia quella della polis ateniese, poi ripresa dai giacobini, in cui le libertà non preesistono alla organizzazione sociale ma sono prodotte di questa, pertanto, chi si trova fuori dalle mura della polis è escluso dal godimento di questo diritto calante dall’alto.

    Che fine ha fatto la libera sperimentazione con la quale ci si sciacquava la bocca negli “spazi occupati”? Fabbri e Gori? Berneri e Merlino? Proudhon e Goodman? Spooner e Tucker? A ballare il twist nei rispettivi sacelli, immagino. Perfino Malatesta non avrebbe apprezzato (si leggano i passi sulla libera sperimentazione) , ma è meglio non dirlo per non scatenare crisi d’identità in molti nichilisti di professione (sempre intellettuale, of course). Ecco perché, come altrove ho avuto modo di esprimere, concordo con Ibanez, che è un anarchico, mica un portavoce del ministro degli Interni, quando dice che quella anarchica, se male intesa, è una concezione totalitaria, perché idea “che non tollera altra da sé”. Nulla da stupirsi, quindi, se questi signori, nell’unica occasione fornitagli dalla storia di gestire qualcosa di più della propria camera, cioè durante la rivoluzione spagnola del ’36, hanno prodotto ben quattro ministri, vari tribunali che sarebbero stati apprezzati dagli anarco-capitalisti più conservatori e si siano distinti anche per la persecuzione degli omosessuali.
    Vediamo, invece, un’altra situazione. In una condizione in cui gli uomini non si propongono in esibizioni intellettuali che distinguano libertà “civili”, da salvaguardare, e libertà “economiche”, da abolire sulla base di un moralismo tutt’altro che laico, è possibile immaginare vari gruppi umani che si organizzano in base alla convergenza di preferenze, “gruppi di affinità” ( per usare un’espressione in voga fra certi “compagni”), e si danno a modalità concordate di conduzione delle interazioni e delle proprie esistenze, sperimentando e riservandosi l’opzione di spingere per modificare gli equilibri sistemici di cui sono elementi, come di uscirne e entrarvi a piacimento. In questo caso ci troviamo in una condizione di libera sperimentazione, di confronto e concorrenza fra diverse opzioni. Insomma, in una situazione “liberale”, in cui non esiste una unica Verità, totale, grande, stabile e immutabile, bensì minuscole verità individuali e temporanee. Il primo caso ha gli stigmi della religione, il secondo, della laicità. Questa situazione non è democratica e, sempre secondo il Constant, ha a che vedere con la “libertà dei moderni”. E’ tenendo conto di tale differenza che un grande pensatore anarchico del passato, Rudolf Rocker, mica un ragazzino di un centro sociale, ha potuto pronunciare la famosa frase “molte strade portano alla dittatura dalla democrazia, nessuna dal liberalismo”. Tale quadro può essere definito Mercato, laddove quello precedente può essere definito Monopolio.
    Ma abbracciare una concezione “liberale” significa contemplare l’aberrazione della proprietà privata, sbotterà qualcuno dei ventisette. Si. Come abbracciare la concezione di restare in vita contempla l’aberrazione del defecare. Per forza. L’unica alternativa ad un sistema centralizzato di allocazione delle risorse, che ripropone l’istanza centrale e totalitaria, è il libero gioco di interazioni, di reciproche scelte, l’autopoietico equilibrio di relazioni, pretese ed aspettative fra individui e fra comunità. Però c’è una bella differenza fra il fare una apologia del capitalismo e limitarsi a notare il fatto sotto gli occhi di tutti che può anche darsi capitalismo senza libertà, come nel Cile di Pinochet, ma mai libertà, per quanto relativa, senza il capitalismo. Che l’esistenza del mercato sia condizione tutt’altro che sufficiente, ma sicuramente necessaria, per la libertà è concetto espresso recentemente, per esempio, da un noto intellettuale anarchico, nonché docente universitario, senza che il “politburo” libertario gli revocasse la patente di anarchico (credo che gli abbiano solo tolto una decina di punti) , probabilmente per il prestigio di cui gode il professore. Del resto, lo stesso signore che ebbe a dire che “la proprietà è un furto”, cioè Proudhon – che non è certo un Carneade per gli anarchici -, affermò anche che questo furto era comunque “uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia, di ordine”. Cosa spetta, allora, ai libertari? Sfruttare e mantenere le potenzialità liberatorie e impedire quelle autoritarie implicite in ogni forzatura dell’esistente, in ogni atto di violenza, quale appunto la proprietà è. Come disse Goodman, fare in modo che le libertà passate non si tramutino nelle schiavitù di oggi.

    Immaginiamo, ancora, che, nella condizione pluralistica descritta, un più o meno vasto gruppo di individui condivida l’idea di vivere fuori dalla logica dello scambio, in una condizione di socialismo liberamente scelta e sempre rivedibile. Bene, come si era detto, non è forse l’anarchismo il socialismo consensuale in assenza di autorità centrale? Dov’è, allora, la differenza con la situazione precedentemente considerata? Non ci sarebbe differenza nella situazione in cui l’opzione anarco-socialista fosse accolta da tutti. Enorme differenza nel più probabile caso in cui non tutti fossero entusiasti sostenitori del mutuo appoggio e della messa in comune del mondo. Nell’anarchismo “tradizionale”, a carattere religioso, non esiste spazio per opzioni appena meno libere della libertà totale, al punto da vietare la schiavitù liberamente scelta (extra ecclesiam nulla salus); nella società “liberale”, laica e “di mercato”, ognuno sceglie ciò che vuole. Basti pensare che nella società di mercato è possibile vivere senza mercato, mentre nella comunità anti-mercato è impossibile vivere producendo e scambiando per capire quale delle due opzioni sia la più “libertaria”. Lo scambio contiene il non scambio, ad esempio. Che il “più” contenga il “meno” dovrebbe essere acquisizione ovvia per chiunque abbia visto una matrioska. Molti gesuiti della “A cerchiata” non l’hanno mai vista. Il pluralismo è base della libertà. Il grande liberale Isaiah Berlin, autore della celeberrima distinzione fra “libertà di” (democratica) e “libertà da” (liberale), proponeva un parallelismo fra il monismo delle concezioni democratiche, inclusa quella pseudo-anarchica precedentemente considerata, e l’agorafobia, cioè fra la ricerca di una unità compatta, sicura e includente e la ricerca nevrotica di un luogo chiuso e rassicurante. Il pluralismo è figlio di una irrefrenabile claustrofobia.

    Ortodossia, ovvero affinità e divergenze fra me e il compagno Rothbard sulla linea dell’anti-partito

    Tutto quanto detto fa di me un anarco-capitalista? Assolutamente no. Infatti, esempi lampanti di logica e consequenzialità ce li avevano dati, molti anni prima dei cosiddetti anarcocapitalisti, gli intelletti più svegliati dell’anarchismo, diciamo così, “storico”. Si pensi a Emile Armand ed alle sue associazioni di refrattari in cui “di qua i socialisti, di là i sostenitori del mercato” o, più appropriatamente, al già citato Proudhon che considera il “possesso” (e il libero confronto) quale “unica condizione della vita sociale”, fino a Luigi Fabbri, Camillo Berneri e Francesco Saverio Merlino. Con quest'ultimo, senza cogliere alcuna contraddizione, arriviamo alla totale congiunzione fra socialismo e mercato, una socializzazione – ancora una volta proudhoniana, se vogliamo – della produzione, dello scambio e del consumo. Volendo, possiamo citare anche il socialismo di mercato di Bruno Rizzi. Ma congiunzione di mercato e socialismo la si può trovare anche fuori dall’ambito propriamente anarchico, ad esempio, si pensi al comunismo liberista di Enrico Leone. Per non parlare dell’anarchismo individualista americano dei vari Warren, Spooner o Tucker nelle cui visioni sono in primissimo piano tanto l’identità fra autonomia individuale e libero mercato, quanto la compatibilità fra questo e il “socialismo”, che col mercato libero da ogni condizionamento statale e concentrazione di potere, frutto appunto dell’intervento statale, finisce col coincidere. Allora perché ho utilizzato a lungo il paradigma anarco-capitalista nella mia opera da avvocato del diavolo dell’anarchismo? Semplicemente perché gli autori “libertarians” operano e scrivono, per lo più da economisti e con rigore anglosassone, in un’epoca posteriore alla “rivoluzione marginalista” della scuola economia austriaca. Insomma, sono più precisi e meno naif nelle analisi di quanto talvolta possano risultare molti degli autori precedentemente citati. In definitiva, l’indubbio merito del pensiero “libertarian” americano è stato quello di avere sviluppato ed attualizzato la tradizione del free market anarchism che affonda le radici nel già citato anarchismo yankee ottocentesco e nelle concezioni del liberalismo francese di Gustave de Molinari (teorico della affidabilità al mercato di ogni servizio, inclusa la protezione e la produzione del diritto), Paul Emile de Puydt (teorico della “panarchia”) e Frédéric Bastiat. Detto questo, però, ritengo che, nelle mani degli anarco-capitalisti, questo promettente materiale sia stato disinnescato nella sua carica rivoluzionaria e liberatoria e abbia prodotto degli stenti ma perigliosi aborti, non di rado illibertari e conservatori. Vediamo, dunque, i miei motivi di dissenso con l’anarco-capitalismo:
    1. Non credo nei “diritti naturali”. Non è un ostacolo da poco per trovarsi in sintonia con chi crede che esista un “diritto naturale” alla proprietà di se stessi ed ai prodotti del proprio lavoro. C’è un che di mistico nel processo di transustanziazione della terra che, mescolandosi lockianamente al mio lavoro, diviene mia. Essendo naturale, questo diritto è sacro. La proprietà è, quindi, sacra. Non concordo affatto. Premesso che per gli ana-cap tutti i diritti sono diritti di proprietà, un diritto è semplicemente una sorta di salvaguardia messa in atto affinchè un valido titolo di proprietà non ci venga arbitrariamente contestato. Ma la “salvaguardia” altro non è se non il riconoscimento da parte degli altri del fatto che quel titolo è, appunto, “valido”. Altrimenti non basterebbe alcuna “salvaguardia” morale, fisica o armata. Un diritto è una aspettativa circa l’altrui comportamento nei nostri confronti che ha una alta probabilità di essere confermata dai fatti. In altri termini, non esiste diritto se non riconosciuto. Come diceva Stirner, la proprietà, più che un furto è “un dono”, perché è l’acquiescenza degli altri che ci permette di continuare a possedere. E’ allora ovvio che tutti partecipano, attivamente o passivamente, a definire i diritti vigenti in un dato momento e luogo; ma questo continuo ridisegnamento del mondo esce dall’ambito della sacralità per entrare in quello dell’utilità. La proprietà non è sacra, è, al più, utile. Le ricadute pratiche di due punti di partenza così diversi sono notevoli. Gli anarco-capitalisti, con il loro giusnaturalismo (escludendo dal novero l’ottimo Friedman) possono, sulla base di indimostrabili assiomi sulla sacralità di taluni diritti calati dal cielo, costruire dei sillogismi le cui conclusioni pretendono la stessa indiscutibile sacralità, grazie al potere mistico dell’originario tocco metafisico, e perfino la stessa carica di “libertarismo”, indipendentemente dalle ricadute illibertarie e autoritarie che ne dovessero derivare. Si tratta di una assurda “etica dei principi”, parlando weberianamente, in cui principi e procedure contano più dei risultati. Insomma, si è nella categoria di “l’operazione è perfettamente riuscita ma il paziente è deceduto”. E, infatti, il paziente decede. Fra gli esiti più grotteschi e paradossali di una logica simile c’è il fatto che, se un individuo riuscisse, con sistemi validi, a divenire proprietario di un intero paese in cui imponesse leggi liberticide e razziste e chiudesse anche le frontiere agli immigrati, essendo il diritto di proprietà anche quello di disporne a piacimento, tale situazione potrebbe dirsi libertaria, mentre l’eventuale resistenza armata contro tale situazione, andando a ledere un diritto “sacro”, sarebbe un grave crimine. Ora, una logica “anarchica” di tal fatta è ridicola. Si ha, insomma, la netta sensazione che, più che tutelare il dinamico ed autopoietico mercato, si finisca per difendere la statica proprietà, più che valutare gli aspetti aggregativi del primo, si voglia sottolineare quelli di esclusione della seconda. Io, invece, credo che gli abitanti del paese che non gradissero essere considerati pertinenze della proprietà rivedrebbero la loro acquiescenza alle aspettative del proprietario, ritirerebbero il “dono”, essendo venuto meno l’elemento di utilità sociale dello stesso o la mancanza di danno per loro stessi. Questo è mercato, cioè un continuo rivedere le proprie posizioni dando luogo, tramite le mutevoli posizioni di tutti, ad equilibri sempre nuovi. Insomma, se tutto viene dal mercato, anche la proprietà è un prodotto del mercato. Non gli preesiste e soggiace alle stesse leggi. Niente prescinde dalla volontà degli individui.
    2. Credo che la difesa di diritti naturali non possa fare a meno dello stato. Ulteriore conseguenza della supposta sacralità dei diritti proprietari è che è alquanto improbabile che una tale aprioristica inviolabilità potrebbe mantenersi in barba alle volontà dei singoli facendo a meno della protezione statale. Nel nostro esempio precedente, ad esempio, il proprietario avrebbe potuto mantenere il suo ruolo di dittatore, solo facendo intervenire la soldataglia del paese a massacrare gli insorti, definiti banditi (esattamente ciò che fecero i colonizzatori piemontesi con i “briganti”). Si pensi ai “sem terra” brasiliani che espropriano i latifondi. Se eliminiamo lo stato, beh, stanno dando voce al loro diritto di voto nel mercato e il mercato ha deciso che la terra non è più del proprietario riconosciuto fino ad un attimo prima dell’esproprio. Viva il mercato.
    3. Credo che lo sfruttamento esista. Secondo gli anarco-capitalisti il concetto di sfruttamento non ha senso. Infatti, secondo la logica delle “preferenze dimostrate”, un operaio che accetta una paga misera preferisce, dimostrandolo con atto concludente, tale paga a nessuna paga. Certo. La cosa non tiene conto che, oltre all’offerente ed all’accettante, esiste un terzo elemento, definito bisogno, che fa si da rendere preferibile e dimostrata la scelta accettante, ma il bisogno non è stato, a sua volta interrogato. Il più delle volte, però, i bravi “offerenti” si impegnano a mantenere ben pasciuto il comodo terzo incomodo per poterlo poi sempre ospitare quale convitato di pietra alle loro trattative. Beh, io lo chiamo sfruttamento.
    4. La predominante cultura anarco-capitalista è conservatrice. Soprattutto in Italia, domina la corrente “paleo-libertarian” che unisce a questi elementi di conservatorismo economico in grado di affossare la carica progressista dell’idea del free market anarchism, una filosofia reazionaria che nulla ha a che vedere con i presupposti libertari. Non si capisce per quale motivo, quasi a voler epater les boroises, questi autori si lanciano in, per me inammissibili, tirate filo-cattoliche preconciliari, anti-evoluzionistiche, teo-con e contrarie ad ogni forma di laicità. Il tutto basato, probabilmente, sulla balzana teoria che la Chiesa sia sempre stata un contrappeso nei confronti dello Stato, mentre io credo che questa concorrenza derivi solo dal desiderio della Chiesa, totalità altrettanto pregna di capacità di soffocamento del singolo, di farsi Stato.
    5. Il secessionismo non mi basta (e, un po’, mi spaventa). E’ vero che il federalismo è da sempre uno dei cavalli di battaglia dell’anarchismo, a cominciare da Proudhon (meu amado), ma, soprattutto nella versione italiota, l’anarco-capitalismo ha preso la fissa del secessionismo. Ciò sulla base del contraddittorio (rispetto a tutta la sua produzione individualistica precedente) ultimo Rothbard, autore di un testo intitolato “Nazioni per consenso”. Cioè, ci associamo sulla base del consenso e decidiamo i confini, fisici, normativi, etici e spirituali della “nazione”. Del resto, i proprietari di un territorio non sono forse quelli che pagano le tasse? I nostri legaioli padanisti ci sono andati a nozze grazie anche, io credo, alla possibilità di nobilitare un certo razzismo a cui Cattaneo non bastava. Essere insieme beceri e anarchici è la quadratura del cerchio. Sennonché, io vorrei puntualizzare tre cose. Niente in contrario al federalismo, anzi, io arriverei fino alla federazione dei condomini. Ma attenzione. Sembra che per gli anarco-capitalisti sia più libertaria una piccola patria in cui viga la discriminazione nei confronti degli immigrati, dei gay, dei tossicodipendenti di una più larga istituzione, non privata, gestita in modo più liberale. Insomma, non sono i modi più o meno totalitari a rendere più o meno libertaria una situazione, ma il fatto se tali atti totalitari uno se li può permettere o no. Se è il proprietario valido e riconosciuto se li può permettere e la condizione è libertaria! Eppure Bruno Leoni, a cui le migliori teste d’uovo del movimento hanno dedicato un istituto di studi, ricordava che il padrone più vicino non è necessariamente meglio di quello lontano.
    Quello che è però maggiormente da mettere in rilievo è che questa asfittica visione del free market anarchism non riesce a cogliere le potenzialità insite nel proprio stesso paradigma. E’ proprio l’abbracciare il mercato che permetterebbe di superare il problema irrisolvibile dell’anarchismo “classico”, quello delle “scelte collettive”. Cioè, per quanto in unità piccole e decentrate, si arriva sempre, anche in condizioni di “democrazia diretta”, a produrre maggioranze e minoranze che alle prime devono soggiacere. L’idea mercatale di una concorrenzialità fra differenti sistemi normativi insistenti sul medesimo territorio, permessa dalla situazione anarco-capitalista, risolve il problema. L’idea “panarchica” non è nuova (si invitano i miei ventisette lettori a darsi una scorsa all’anarchico “socialista” Nettlau o a de Puydt) e il libertarianism è la cornice di riferimento più adeguata per tale concezione. Conclusione: l’anarco-capitalismo è meglio degli anarco-capitalisti.

    Abuso di sentenze stupefacenti e sostanze inesistenti


    Probabilmente non basta la precedente disquisizione per convincere un credente – non importa se porti in tasca il santino di Rothbard o di Bakunin - che non si è infedeli a ragionare in modo relativistico e tollerante, laico, in una parola, liberale. E’ un discorso che sa troppo di innovazione post-conciliare. Però è utile che i credenti riflettano su alcuni esiti e a quali convergenze conducano discorsi prodotti dall’infallibilità papale. Pur nella preponderante esplosione di scritti pamphlettistici colmi di retorica pantaclastica, ma assolutamente privi della benché minima sostanza, infatti, sempre più spesso si possono leggere alcune sentenze stupefacenti che, a non conoscere gli autori, si potrebbero dire frutto della malata mente di un naziskin dell’ex-DDR. Una volta individuati, come il mainstream anarchico contemporaneo fa, i nemici nel mercato, nella globalizzazione, nell’imperialismo americano, nel tecnicismo moderno, nel sionismo o quant’altro, è facile trovarsi in compagnia dei fautori per antonomasia dell’anti-individualismo, dei critici della volgare società mercantile, degli anti-modernisti, degli antisemiti. Sto parlando dei fascisti. Ci sono personaggi, quali, per esempio, un giornalista di estrema destra (che ha il cognome di un leader delle destra “presentabile”) creatore di un movimento anti-modernista, in grado di stimolare imbarazzanti voluttà nel lettore medio di cose pseudo-anarchiche, e un altro paio di suoi sodali che vengono spesso rimbalzati dai newsgroups “anarchici”. Uno di questi autori, molto vezzeggiato dall’aristocrazia punkabbestia, si è espresso in affermazioni ecumeniche del seguente tenore:
    “non ci trovo proprio niente di strano, che vi sono persone e militanti che provengono da esperienze trascorse di estrema destra e che aderiscono a piattaforme anti-imperialiste senza che sia necessario "contrattare" nessun compromessooppure Dal momento che oggi l'equivalente storico e simbolico del fascismo è l'impero americano massacratore e torturatore, non conosco nessuno di più fascista di Emma Bonino e di meno fascista di Marco Tarchi (noto fascista, N.d.R.). “
    Insomma, ormai la destra radicale alligna ovunque, come i baccelli dell' "invasione degli
    ultracorpi"; questo da quando ha come modello un "nazionalcomunismo" che gli fa stoltamente accostare alcuni ferrivecchi concettuali del fascismo, quali il razzismo spiritualista e anarco-cavalleresco di Julius Evola a personaggi classicamente “sinistri” come Noam Chomsky, così come Zjuganov e Che Guevara, improbabili sodali della lotta anti-imperialista. Ciò spiega le strampalate affermazione dello stramboide di cui sopra. "Le piattaforme anti-imperialistiche" su cui no-global ed anti-mondialisti concordano senza "nessun compromesso", bisognerebbe però spiegare a molti dei miei invasati critici, vedono quale base concettuale, per questi ultimi, l' archefuturismo di Faye (un mix di arcaismo primitivista, futurismo e volontà di potenza a go-go), il populismo etnonazionalista dei partiti xenofobi delle piccole heimat europee, il razzismo differenzialista di Taguieff (un trialismo reazionario che baratta la razza con la cultura senza torcere un capello alla sostanza del razzismo meno ipocrita) , l' etnopluralismo di De Benoist, la più raffinata versione della difesa della cultura occidentale, intesa però esclusivamente come cultura europea, che quella attualmente dominante non è cultura occidentale, essendo inquinata dall'ideologia egualitaria tipica della cultura anglosassone (che, evidentemente, non è occidentale..).

    Pur nelle loro differenze, queste anime della nuova destra concordano su una visione “comunitarista”, la riproposizione della gemeinshaft, cioè della comunità naturale dell’arcadia pre-moderna, e sulla critica al sistema liberale quale luogo del trionfo dell'individuo razionale che si associa liberamente agli altri per il conseguimento dei propri obiettivi. Ne criticano, in fondo, l'aspetto "libertario". Questo vuol dire che, mentre la destra ha ben chiaro cosa sia l’individualismo liberale, gli anarchici che cinguettano col comunitarsmo fascista sembra non abbiano capito una benemerita.
    I comunitaristi vogliono sostituire a questa aberrazione "americana" (la libertà individuale) una nuova antropologia per la quale nessun individuo è separato e nessuno, avulso dal contesto, è "razionale" e bastante a sé. Altro che "individualismo metodologico", follia da liberali. Altro che riconquista dell’individuo contro il totale. E poi, attenzione, che il contesto dal quale nessuno è separato è soprattutto contesto storico, culturale, etnico. La comunità è più spirituale che materiale. Lotta alla globalizzazione, quindi, come difesa della differenza spiritual-etnica dei popoli contro il totalitarismo subdolo della società dell'assimilazione. Ognuno con la propria identità, quindi, ma a casa propria, mi raccomando. Del resto è questa la heimet, la piccola patria cara al nazismo. Sangue, terra e spirito. Alla fine, non siamo così distanti dal federalismo un po’ fetente degli anarco-capitalisti che anarchici e no-global affermano di avversare. Da qui nasce il concetto di "glocalismo" caro agli intellettuali della nuova destra della quale il "non fascista" Tarchi è parte integrante ed organica. Sul suo "Diorama Letterario", il fascista più "in" nei circoli anarco-chic disquisisce forbitamente intorno alla difesa delle identità locali e rimbotta la sinistra perchè questa si limita a lagnarsi della globalizzazione economica ma poi, incongruentemente, desidera la globalizzazione dei diritti, il meticciato culturale, la libera migrazione, ecc.
    Ecco, questa gente acquista sempre più rispettabilità in certi ambienti "radicali". Dimmi con chi vai.. Però guai a parlare con liberali ed anarco-capitalisti, mi raccomando. Rothbard mai, Evola e De Benoist si. Bah.

    Il crepuscolo degli idioti: esoterismo libertario

    Il simpatico guazzabuglio di nietzchismo, archeofuturismo e romanticismo che, al contempo, turba e riempie l’altrimenti vuoto contenitore posto sul collo di tanti “anarchici” di cui abbiamo la sventura di essere contemporanei non finisce mica qui di palesarsi in tutta la sua ridicolaggine. In tale manifestazione sono coadiuvati dall’essere in una condizione di sintonia sociale. Cioè, esiste nella dominante “media cultura” (la più grande iattura dei giorni nostri è che pochi sono i colti e gli ignoranti e quasi tutti i “medio colti”) che, si sa, si basa sui luoghi comuni caduti dal terrazzo di quelli di sopra (i colti). Oggi domina nel popolo “progressista”, per esempio, una malintesa idea di relativismo culturale. Ma quando il già citato leader del movimento anti-modernista destroide dice che i "popoli" che preferiscono sistemi autoritari hanno diritto di darsi sistemi autoritari si rifà esattamente a questa concezione. Evidentemente è una concezione che non tiene in alcun conto i diritti del singolo dissenziente, che può essere calpestato (financo infibulato) dalla maggioranza dominante. Nella logica del relativismo culturale, noi dobbiamo rispettare quelle culture in cui la maggioranza decide della vita e della morte del singolo: diversamente sarebbero i liberali che vogliono mettere il becco i veri "totalitari". C'è sicuramente, in questa rousseiana "volontà popolare" in cui la minoranza soggiace – non solo in quanto minoranza ma perchè, proprio in quanto tale, è ovviamente "in errore" -, il nucleo del comunitarismo, questa espressione molto in voga negli scritti della nouvelle vague fascista con tanta nostalgia di "Gemeinshaft" e che lotta contro il "mondialismo" per la salvaguardia delle culture locali. E' proprio nella esaltazione delle culture "locali", nella premessa di questo "relativismo culturalista" che sembra tanto libertario, che alligna la mala pianta del razzismo e dell'autoritarismo. Siamo nuovamente piombati nella libertà degli antichi, quella della polis.
    Si rischia, insomma, che un anti-individualismo supposto "progressista" si saldi e si coaguli in un blob immondo con le istanze più regressive e razziste. Questo anti-individualismo "di sinistra" affonda le sue origini in una serie di miti assurti a dogmi di fede (antibiologismo e sociologismo in testa) e arriva a stendere il suo sudario fino all'emergere di quel decostruzionismo post-moderno e neo-tribale che tanto fortuna ha avuto nella cosiddetta "media cultura". Gli effetti perversi di questa "logica" "egualitarista" ed "anti-autoritaria" sono assolutamente totalitari e razzistici. Da un parte, infatti, nel relativismo culturalista "politically correct" così in voga oggi, il presupposto per cui non esistono società migliori o peggiori e quindi tutte le norme e i costumi meritano rispetto (infibulazione, lapidazione, ecc. incluse), è solo apparentemente egualitario, infatti, in Sudafrica, costituì un argomento centrale per giustificare l'Apartheid.
    Pierre-Andrè Taguieff nota che, nell'assumere come un elemento assoluto la differenza culturale si verifica un passaggio "dalla 'razza' alla 'cultura'" che lascia assolutamente inalterata la logica del pregiudizio. Così, la rinuncia alla diffusione del fatal morbo dell'individualismo nel "rispetto" delle culture "organiche" nasconde l'idea ( razzista ) che questi organismi siano psicologicamente diversi - quando lo sono solo storicamente - da essere incompatibili e immunizzati al virus della soggettività. Sarebbe come dire che si rinuncia a diffondere l'idea libertaria perchè la cultura statalista è troppo diversa e comunque merita il nostro rispetto.
    In secondo luogo, questa crisi della soggettività che monta, portata in groppa dal destriero dello scetticismo post-moderno e sponsorizzata anche da tante teste pensanti dell' "anarchismo" (vedi Bey e, per certi versi, Zerzan), finisce col raggiungere una sorta di esoterismo che degrada le conoscenze esatte - meglio, "verosimili", direbbe Popper - a miti condivisi, mentre - con un percorso inverso - i miti sono rivalutati come forme di conoscenza universale. In altri termini, i nostri “progressisti” hanno spesso un atteggiamento anti-scientista per cui ritengono che tutto ciò che è prodotto della modernità sia empio e funzionale allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (ma anche dell’uomo sull’animale, come insegnano gli “anti-specisti”). Da qui una rincorsa alle temibili “società organiche” e il ritorno alla primitività caro ai fascismi nordici. In tale logica si può affermare che l'astronomia è un ambito tribale produttore di tradizioni, miti e riti di pari dignità con tutte le altre forme di sapere tradizionale, astrologia e malocchio incluso. Gli anarchici, che sono più progressisti di tutti, non ne sono esenti. Ne conosco uno, ovviamente rivoluzionario di professione (ma di mestiere fa il cantante – leggo dal suo sito – “di arie religiose”, oltre che operistiche) che congiunge astrologia, veganesimo ed antisemitismo con scioltezza invidiabile e successo mediatico. E’ facile trovare in rete vari esempi di immondizia mediatica che spara a zero su ogni forma di sapere esatto. Ciò, senza riuscire a distinguere fra quella temibile "anonima esperti" di chomskiana memoria e il lavoro di progressivo disvelamento del reale da parte dell'uomo. Quella logica "relativistica", per intenderci, quella logica "egualitaria", aggiungerei, quella logica, per concludere, "anti-autoritaria", di chi avendo letto Feyrabend solo sulle parole crociate, regala ad ogni "opinione" la stessa possibilità e forza. A chi fa notare che alcune teorie sono più verosimili di altre, viene contrapposta l'obiezione : "chi lo decide?", cioè, provocatoriamente, "quale autorità". Ma è chiaro che la domanda giusta sarebbe "quali fatti?". A questo punto si potrebbe anche chiedersi: " chi decide che l'idea libertaria sia migliore di quella statalista?"
    Qual è la ricaduta grottesca di questa seraficità new age? E' ovvio che il dibattito, rifiutando il valore della logica "occidentale”, delle prove e dei controlli, sia affidato alle emozioni, all'immaginazione, alla nobiltà di tutte le idee. E allora accade che, in barba all' egualitarismo anti-individualista professato da tutti i profeti del comunitarismo, qualcuno risulti, inevitabilmente, dotato di maggior carisma e finisca per essere più ascoltato. In definitiva, quindi, non è vero che tutti i pareri siano ugualmente autorevoli: a qualche individuo più che ad altri viene attribuita una dose insolita di saggezza. In questo modo, rifiutando gli "esperti" (a cui Goodman attribuiva non poche responsabilità negative, ma su cui riversava altrettante speranze) ci si ritrova fra le braccia dei santoni.

    L'antiautoritarismo anti-individualista, anti-mondialista e anti- moderno dei vari Fini e De Benoist, quindi, avendo fra i suoi ingredienti fondanti, la comunità organica e i santoni, appare post-moderno in quanto pre-moderno, nell'accezione meno piacevole, meno arcadica e più terribilmente a rischio di autoritarismo che sia possibile immaginare. Da queste radici, salendo per li rami, venne fuori il comunitarismo del santone-imbianchino austriaco che rallegrava le birrerie di Monaco. Noto vegetariano esoterista, tra l'altro.

    Conclusione: Dietro ogni scemo (totale) c’è un villaggio (globale)

    I miei ventisette preferiti avranno notato come questo aggiornamento del berneriano “cretinismo anarchico” sia ben più lungo dell’originale. Segno dei tempi. In definitiva, scopo di questo lavoro è dimostrare come molti sedicenti libertari ragionino (poco) mediante elementari categorie (poche) di pensiero. La principale cosa da mettere in rilievo è il mancato rispetto di ciò che Rawls definisce l’ “ordinamento lessicale” dei principi. Esistono, cioè, principi sovraordinati ed altri sotto-ordinati che non scattano se non a soddisfacimento di quelli posti in alto. Ritengo, personalmente, che il principio sovraordinato per un anarchico debba essere la libertà, poi viene l’eguaglianza. Così, nell’ambito della ricerca di libertà, la lotta all’autorità e allo stato dovrebbe essere sovraordinata a quella, pur importantissima, alle sperequazioni economiche. Invece, l’anarchismo si è dato ormai un ordinamento inverso che produce esiti paradossali. Fra questi ultimi, le dichiarazioni, finalizzate all’anti-capitalismo, di esponenti di prestigio del pensiero anarchico che manifestano sentimenti filo-statalisti. Ma Berneri lo aveva detto: “in economia gli anarchici sono possibilisti, in politica assolutisti”. I cretini, invece, sono assolutisti in economia e possibilisti in politica. Per tale motivo ritengono di potersi permettere, dall’alto della loro ascetica purezza socialista, la sufficienza nei confronti dei “falsi” anarchici che hanno la faccia tosta di parlare di mercato. Avendo a mente il falso mercato del capitalismo di stato non si avvedono che la parola cane non morde ma descrive. Basta non tapparsi le orecchie. Ma "lo fatal morbo" - come direbbe un Brancaleone difficile da non evocare parlando di certi compagni anarchici -, alligna anche fra i supposti liberali, di cui ho messo in luce aporie e paradossi. Riprendendo, anzi, la dicotomia di Berlin fra agorafobia (legata alla ricerca del luogo chiuso e monolitico) e claustrofobia (legata al pluralismo liberale) un amico mi faceva notare che, alla sua prima uscita italiana, quando il vessillo libertarian era tenuto da un simpatico e geniale comune amico ora dimenticato dai più, la rivista che lo propagandava si chiamava, appunto, “Claustrofobia”. Ora, invece, il giornale che raccoglie gli scritti del think tank padano-paleo-libertario si chiama “Enclave”…..
    Però, se relazioni incongrue veramente esistono per chiunque si voglia fare paladino di libertà e fratellanza senza mostrare solo cipiglio da matamoros per poi cavalcare un ronzino in compagnia di una corte di mentecatti, beh, queste sono quelle con il pensiero autoritario, lo dice la parola stessa. I componenti dell'armata si guardino, allora, dal manifestarsi "a lo infedele" recitando con arroganza il loro "voi sapete chi io sia?", perchè qualcuno potrebbe rispondere. Alla ricerca di immaginarie pagliuzze nell’occhio altrui, in molti non si avvedono della trave uncinata che, trapassato l’occhio, gli parassita il cervello. Più cretini di così….

    •   Alt 

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  2. #2
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    92 minuti di applausi
    Uno dei testi più belli degli ultimi tempi

  3. #3
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    Mi associo agli applausi, meritatissimi in tutta la loro durata ed anche oltre.
    Testo veramente ottimo, che mi vede assolutamente d'accordo quasi su tutto, a parte qualche rada eccezione dovuta alla mia inguaribile pignoleria su certi temi:

    - mercato e capitalismo sono sinonimi? Secondo me, così come molti dei personaggi che Luigi cita in un certo senso come "precursori" del proprio pensiero (Proudhon, Tucker, Leone, Rizzi, Merlino, ecc...), no.
    In particolare l'affermazione che non ci possa essere libertà senza capitalismo ricalca il cosiddetto "teorema di Rizzi", ovvero l'evidenza che, ogni qual volta il mercato si estingue, la civiltà regredisce nella barbarie (si veda a tal proposito il libro di Orsini "L'eretico della sinistra. Bruno Rizzi, élitista democratico").
    Tuttavia confondere capitalismo e mercato può indurre a travisare il senso di un concetto altrimenti azzeccato.
    Ad esempio, condizione necessaria per la liberta è forse la rendita capitalista, ovvero l'incidenza della proprietà capitalista sulla retribuzione della produzione a discapito di altri fattori produttivi (incidenza che può sussistere solo se la distribuzione della proprietà non è libera ma vincolata a titoli legali protetti dallo stato), o non è forse la libertà stessa di produrre, scambiare, cooperare e competere propria del mercato a rendere possibile un'estensione della libertà ai vari ambiti dell'agire umano?
    Sono sicuro che Luigi sia d'accordo sulla "seconda che hai detto", per dirla come Quelo: ma allora non sarebbe meglio distinguere i due termini? Del resto, cos'è il capitalismo se non una delle possibili forme di mercato, storicamente predominante perchè sostenuta da un diritto monopolistico come quello statale, a cui peraltro molti anarco-capitalisti si illuderebbero di sostituire un diritto altrettanto monopolistico, da loro chiamato "naturale"?

    - l'idea secondo cui chi critica l'imperialismo dello stato americano o israeliano stia dalla stessa parte dei fascisti ripropone quella logica binaria (o di qua di là) che altrove nel testo viene giustamente tanto stigmatizzata. Se i fascisti, dal canto loro, criticano l'imperialismo americano per ciò che di pseudoliberale e pseudoindividualista esso rappresenta (purtroppo a mio avviso più nell'immaginario collettivo che nella realtà), ciò non significa che i libertari e gli individualisti coerenti non possano parimenti criticarlo per ciò che di fascista, statalista, bigotto, illiberale ed anti-individualista vi è in esso.
    Chiaramente non si tratta di essere contro questo o quello stato, ma contro lo stesso principio statale, di cui l'imperialismo di questo o quello stato rappresenta un'espressione che come tale va criticata.

  4. #4
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    Ringrazio i plaudenti. Troppo buoni. Quanto ad Antistato, che dice


    Citazione Originariamente Scritto da Antistato Visualizza Messaggio
    Tuttavia confondere capitalismo e mercato può indurre a travisare il senso di un concetto altrimenti azzeccato.
    vorrei capire dove avrei confuso le due cose; forse quando mi riferisco all'affermazione di Berti (che ricalca l'elitista e poco simpatico Rizzi) sul rapporto fra capitalismo e libertà? Ma lì, capitalismo è inteso in senso meno stretto e "matematico" di come tu, rigorosamente, fai, si intende come sinonimo, latu sensu, di mercato. In tal senso, si, si rischia di confondere, ma è una confusione terminologica - che rischia di riproporre il dualismo di Giorgio Gaber fra cioccolata svizzera, di destra, e nutella, di sinistra - non di senso.


    Citazione Originariamente Scritto da Antistato Visualizza Messaggio
    Ad esempio, condizione necessaria per la liberta è forse la rendita capitalista, ovvero l'incidenza della proprietà capitalista sulla retribuzione della produzione a discapito di altri fattori produttivi (incidenza che può sussistere solo se la distribuzione della proprietà non è libera ma vincolata a titoli legali protetti dallo stato), o non è forse la libertà stessa di produrre, scambiare, cooperare e competere propria del mercato a rendere possibile un'estensione della libertà ai vari ambiti dell'agire umano?
    Sono sicuro che Luigi sia d'accordo sulla "seconda che hai detto", per dirla come Quelo: ma allora non sarebbe meglio distinguere i due termini?
    Si. La seconda che hai detto. Fai bene a sottolineare la necesità di una distinzione.
    Quanto a

    [QUOTE=Antistato;6037764]
    Se i fascisti, dal canto loro, criticano l'imperialismo americano per ciò che di pseudoliberale e pseudoindividualista esso rappresenta (purtroppo a mio avviso più nell'immaginario collettivo che nella realtà), ciò non significa che i libertari e gli individualisti coerenti non possano parimenti criticarlo per ciò che di fascista, statalista, bigotto, illiberale ed anti-individualista vi è in esso.
    [QUOTE]

    E' ovvio. Non ho mai detto che i libertari non dovrebbero criticare l'imperialismo americano! Dico solo che molti cosiddetti libertari utilizzano un armamentario concettuale fascista. Se ti vesti da fascista, parli da fascista, agisci da fascista che sei? E' un paradosso come quello di Woody Allen circa l'animale chimerico col corpo di leone e la testa di leone, però di un altro leone.

  5. #5
    Contro ogni fede
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    Citazione Originariamente Scritto da Luigi Corvaglia Visualizza Messaggio
    vorrei capire dove avrei confuso le due cose; forse quando mi riferisco all'affermazione di Berti (che ricalca l'elitista e poco simpatico Rizzi) sul rapporto fra capitalismo e libertà? Ma lì, capitalismo è inteso in senso meno stretto e "matematico" di come tu, rigorosamente, fai, si intende come sinonimo, latu sensu, di mercato. In tal senso, si, si rischia di confondere, ma è una confusione terminologica - che rischia di riproporre il dualismo di Giorgio Gaber fra cioccolata svizzera, di destra, e nutella, di sinistra - non di senso.
    Ho capito benissimo il senso di quell'espressione (si, proprio quella sul capitalismo come condizione necessaria alla libertà), tuttavia, una volta estrapolata dal contesto, potrebbe prestarsi ad equivoci, specie da parte di coloro che non conoscono a sufficienza il tuo pensiero.
    La confusione terminologica può spesso alimentare anche una confusione di senso.
    Del resto quasi tutti, siano essi "anarchici" fedeli al credo comunista o capitalista, che non-anarchici statalisti o pseudoliberisti, confondono mercato e capitalismo sia dal punto di vista terminologico che concettuale.
    Gli errori più ricorrenti (non è il tuo caso, ovviamente) consistono nell'attribuire i meriti del mercato al capitalismo (tipico dei filocapitalisti) ed i demeriti del capitalismo al mercato (tipico degli antiliberisti).
    E' per questo che, come anche tu sembri riconoscere, ritengo lodevole ribadire la distinzione tra i due termini.
    Potrebbe sembrare uno sterile esercizio di pignoleria matematica, ma non lo è. A questa pignoleria, che ho utilizzato innanzitutto per dare una definizione inequivocabile, per quanto opinabile, di "capitalismo", sono legate importanti caratteristiche strutturali che condizionano alla radice gli aspetti socio-economici dell'attuale forma di mercato.
    In altre parole, a mio avviso un mercato senza stato sarebbe molto differente da quello attuale e difficilmente potrebbe essere ancora chiamato "capitalismo".

  6. #6
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    La "recensione" di Paolo Ranieri


    Peccato che il riccio di Archiloco la cosa grande che sa se la tenga
    per sé, e ci abbia spedito questo minus habens, per informarci delle molte cose
    che sa, e tuttavia capisce a rovescio.
    Ve ne sono alcune comunque che non sa, e alcune che crede di sapere ma
    sono sbagliate. Ad esempio, quando parla di "un noto rivoluzionario di
    professione (di professione intellettuale, perché di mestiere fa il
    ragioniere)" comprendo con certezza che sta parlando di me. Pure, non
    solo mai ho fatto il ragioniere (sia detto anche per la guardia di finanza,
    ché non vorrei mi incriminassero per attribuzione abusiva di titolo
    professionale) - ora comunque vendo bottiglie di vino, ma dubito che il
    fatto mi diminuisca o mi innalzi - ma, con tutta evidenza, non posso
    essere di professione insieme intellettuale e rivoluzionario, per la
    contradizion che no'l consente. Come si può comprendere, non professo né questo nè
    quello. Semplicemente, se posso, quando posso, rifletto e mi ingegno di
    sovvertire uno stato di cose che a me non garba.
    Si direbbe garbi invece al Corvaglia che pare considerare come propri
    antagonisti non già coloro che usurpano il potere su questo mondo, ma
    parecchi dei non moltissimi che questo potere contestano e si sforzano
    si
    sabotare magari in maniera confusa.
    Impossibile confutare una per una le assurdità pronunciate dal nostro:
    sono
    proprio troppe. E impossibile confutarne anche solo le più
    imbarazzanti,
    senza prima di tutto avvertire che é l'approccio stesso alla questione
    ad
    essere posto a capa sotto e piedi in aria. Alcune pratiche
    rivoluzionarie
    attuali, o del passato, possono essere fatte rientrare nella corrente
    dell'"anarchismo", che comunque solo per Corvaglia può ridursi a un
    socialismo liberamente scelto: non tutte, io ad esempio, per citarne
    uno che
    conosco bene, non mi immagino di essere anarchico, e meno ancora lo
    affermo.
    In alcuni casi, tuttavia, sono i soggetti stessi a pensarsi e a
    dichiararsi
    anarchici. Ma anche così, il criterio per misurare la coerenza di una
    teoria
    e la sua efficacia, non può sfuggire al confronto fra questa teoria e
    la
    prassi attuale, o pelomeno potenziale. In tutte le argomentazioni del
    Corvaglia, viceversa, la prassi normalmente é totalmente elusa, e se
    del
    caso, é chiamata in causa come messa in paratica di una teoria
    prefabbricata. Il luogo in cui le questioni vengono poste dal
    Corvaglia, é
    l'agone delle sole idee. Un esempio?
    Scrive "Cosa spetta, allora, ai libertari? Sfruttare e mantenere le
    potenzialità liberatorie e impedire quelle autoritarie implicite in
    ogni
    forzatura dell’esistente, in ogni atto di violenza, quale appunto la
    proprietà è. Come disse Goodman, fare in modo che le libertà passate
    non si
    tramutino nelle schiavitù di oggi.
    Immaginiamo, ancora, che, nella condizione pluralistica descritta, un
    più
    o meno vasto gruppo di individui condivida l’idea di vivere fuori dalla
    logica dello scambio, in una condizione di socialismo liberamente
    scelta e
    sempre rivedibile. Bene, come si era detto, non è forse l’anarchismo il
    socialismo consensuale in assenza di autorità centrale? Dov’è, allora,
    la
    differenza con la situazione precedentemente considerata? Non ci
    sarebbe
    differenza nella situazione in cui l’opzione anarco-socialista fosse
    accolta
    da tutti. Enorme differenza nel più probabile caso in cui non tutti
    fossero
    entusiasti sostenitori del mutuo appoggio e della messa in comune del
    mondo.
    Nell’anarchismo “tradizionale”, a carattere religioso, non esiste
    spazio per
    opzioni appena meno libere della libertà totale, al punto da vietare la
    schiavitù liberamente scelta (extra ecclesiam nulla salus); nella
    società
    “liberale”, laica e “di mercato”, ognuno sceglie ciò che vuole. Basti
    pensare che nella
    società di mercato è possibile vivere senza mercato, mentre nella
    comunità
    anti-mercato è impossibile vivere producendo e scambiando per capire
    quale
    delle due opzioni sia la più “libertaria”. Lo scambio contiene il non
    scambio, ad esempio. Che il “più” contenga il “meno” dovrebbe essere
    acquisizione ovvia per chiunque abbia visto una matrioska. Molti
    gesuiti
    della “A cerchiata” non l’hanno mai vista. Il pluralismo è base della
    libertà." Che belle argomentazioni, vero? Peccato che l'assunto "nella
    società di mercato è possibile vivere senza mercato" non abbia
    fondamento
    nella realtà, mentre pareva filare così bene nelle astrazioni
    dell'autore. A
    parte il fatto che la storia, la grande assente del pensiero del
    Corvaglia,
    dimostra che il mercato appena esce dall'ambito marginale, necessita di
    uno
    stato che lo garantisca, perché altrimenti le pretese proprietarie del
    mercante non trovano protezione. Ma, più essenziale, il mercante
    pretende di
    vendere qualcosa che non é suo, non é più suo che del potenziale
    acquirente
    e nemmeno più suo che mio, essendo io quello che passa di là per caso.
    Perché lo scambio sia realistico, occorre che a monte sia stata
    affermata la
    proprietà di ambedue i soggetti dello scambio. La proprietà, non già il
    possesso che, essendo funzione dell'uso, decadrebbe nel momento stesso
    in
    cui uno dichiarerebbe di voler cedere l'oggetto. Ora la proprietà per
    essere
    gestibile presuppone l'accordo di tutti, spontaneo o forzoso. L'accordo
    spontaneo è poco verosimile, perché non si vede perché mai io dovrei
    spogliarmi dell'uso di qualcosa per cederlo totalmente a te; né vale il
    discorso della compensazione, perché ciò con cui mi comperesti dovrebbe
    a
    sua volta essere qualcosa che, potendo essere mio, tu tratti come tuo.
    Tuo
    al punto da poterlo cedere a me. Rimane il consenso forzoso, come usa
    oggi:
    come soluzione libertaria, capite che non ci siamo.
    Il punto che pare sfuggire al nostro filosofo é che la libertà di
    essere
    proprietario riduce per ciò stesso la libertà di tutti gli altri, di
    sei
    miliardi di altri. Per questo la pretesa proprietaria, qualora venisse
    affermata, andrebbe affrontata con la triade perfetta grata al Bakunin,
    pugnale veleno cappio. Perché é nemica di sei miliardi di libertà,
    nemica
    sei miliardi di volte della libertà. Ma l'idea stessa é poco
    verosimile: dal
    momento che il desiderio di scambiare, di commerciare, di arrichhire,
    di
    accumulare, non deriva da una sorta di capriccio come ce lo presenta
    ingenuamente il Corvaglia: Ma dalla volontè di acquisire potere sugli
    altri,
    costringendoli a comprare da noi ciò che prima era pacificamente loro.
    Quindi non solo le conseguenze sono oggettivamente nemiche della
    libertà, ma
    la fonte stessa della proprietà si situa agli antipodi della libertà.
    Quella che Corvaglia presenta come una stramberia: che molti anarchici
    vedono l'abolizione della proprietà come PRELIMINARE all'abolizione
    dello
    stato, é viceversa il frutto non solo di due secoli di riflessione, ma
    di
    due secoli di esperienza sovversiva pratica. Perché, se la proprietà
    non é
    abolita, non trasformata in proprietà pubblica, collettiva o simili, ma
    proprio abolita, lo stato é necessario per salvaguardare appunto la
    proprietà. Nessuno vuole abolire lo stato, che é quello che salvaguarda
    te
    come proprietario, e in misura molto minore, anche te come non
    proprietario.
    Ma infatti tutti i pensatori che tanto sono grati al Corvaglia, non
    sono
    seguiti nella realtà da nessuno: quelli come Proudhon che lo furono,
    sono
    stati dismessi da decenni, se non da secoli. perché l'abolizione dello
    stato, separata dall'abolizione della proprietà, é pure costruzione
    mentale,
    che non corrisponde alle esigenze reali di nessuno. A che cosa mi
    gioverebbe
    la scomparsa dello stato, se dovessi tuttavia essere tributario di
    infiniti
    proprietari e della loro prepotenza?
    E infatti non solo quel liberalismo che Corvaglia, dopo averlo separato
    dal
    capitalismo, incurante del fatto che sono nati insieme, uno logos
    dell'altro, riconduce allo spirito di autodeterminazione
    dell’individuo,
    alla lotta contro ogni totalità, ogni assolutismo, politico come
    religioso,
    all’ethos che ha sovvertito la staticità pre-moderna fondata sul dato
    immutabile, sulla gerarchia, sul privilegio per rivendicare autonomia e
    libera scelta" ci presenta come cugino germano dell'anarchismo - non si
    evolve minimamente nel senso di una riduzione dello stato, ma é
    viceversa
    esso stesso prossimo all'estinzione, avendo perduto la propria funzione
    di
    propagandista delle meraviglie della libertà economica.
    Ormai l'economia ha conquistato il mondo: questi giullari non servono
    più.
    La modernità non ha più bisogno di suscitare consensi: anche se ne
    trova
    ancora qualcuno nelle periferie del pensiero, là dove trascina la
    propria
    sopravvivenza stenta il povero Corvaglia. Il quale mentre rivendica per

    la libertà di intrattenersi con Friedman o simili, nega l'uguale
    libertà di
    utilizzare Evola o Nietzsche ad ipotetici altri, giacché lui su qualche
    bigino (fondato parzialmente per Evola, del tutto improprio per
    Nietzsche)
    ha letto trattarsi di autori fascisti. Mostrandosi così non già nemico
    dell'ortodossia, ma nemico di quelle ortodossie che non sono la sua.
    Naturalmente poi gli altri sono tutti disinformati, al contrario di lui
    che
    é per definizione informatissimo. Il trucco poi, é sempre il solito:
    gli
    oppositori sono tutti bigotti, conservatori, custodi dell'ortodossia;
    lui é
    invece innovativo, spregiudicato, provocatorio. Per cui chi non é
    d'accordo
    con lui, é un paria a priori: come minimo é una vedova dell'ortodossia.
    La modernità é bella e buona perché lo afferma lui; lui é bravo e buono
    perché é a favore della modernità. Un pensiero non meno circolare della
    banca Mediolanum. Un pensiero costruito intorno a Corvaglia. D'altronde
    anche la lingua, che a tratti (rende vouz) si direbbe valdostano, l'ha
    costruita intorno a sé. Libertari rispetto a ogni cosa, non esclusa la
    camicia di forzadell'ortografia! Salvo poi ricadere nelle più bigotte
    tassonomie di destra e sinistra, alla maniera della nota rivista di
    sinistra
    A Rivista Anarchica.
    Annettendo per di più alla destra uno come Massimo Fini che di destra
    non fu
    mai, e anzi fu per esempio uno che da subito, senza le pagliacciate
    lottacontinuarde, principiò un'indagine indipendente su Piazza Fontana
    E allo stesso modo, non ci viene risparmiata la favola del progresso,
    resa
    evidente dall'allusione al "medioevo" che essendo venuto prima é, in
    quanto
    tale, peggiore. Al Corvaglia evidentemente paiono cose belle e buone la
    nascita delle carceri, della psichiatria, degli eserciti nazionali, dei
    passaporti, della ricerca transgenica, delle legislazioni antifumo,
    antidroga,etc, dello stato-nazione, dei aprtiti politici, dei
    sindacati, del
    welfare, del razzismo, dei trapinati di organo, della misurazione
    oraria del
    lavoro, della bomba atomica, della produzione industriale, delle
    ideologie,
    di mostruosità come l’Onu, di stati come Israele, del fascismo, del
    bolscevismo, etc. tutti simpatici regali della modernità, sconosciuti
    nei
    medioevi precedenti e ingrati a quelli che lui considera i medievali
    attuali, coloro che spregiano e rifiutano questa modernità.
    In pratica, lui é un altro che parla di cose che non conosce per
    cercare di
    affermare una sua idea precostituita a tavolino, nemmeno originale
    anche se
    professata da sostenitori sempre più rari (in soldoni l'unica
    concezione
    libertaria dell'anarchismo sarebbe quella che lo intende come un
    liberalismo
    radicale o, come scrive senza apparente vergogna, un socialismo
    condiviso da
    tutti) e che in realtà non spera di smuoversi davvero da quel tavolino.
    Si
    tratta di uno pseudopolemica artificiosa contro gente che nemmeno sa
    che
    Corvaglia esiste, destinata a cenacoli di professori senza cattedra,
    studenti senza borsa, autodidatti senza decenza.

  7. #7
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    La "recensione" di Paolo Ranieri

    Che belle argomentazioni, vero? Peccato che l'assunto "nella
    società di mercato è possibile vivere senza mercato" non abbia
    fondamento
    nella realtà, mentre pareva filare così bene nelle astrazioni
    dell'autore. A
    parte il fatto che la storia, la grande assente del pensiero del
    Corvaglia,
    dimostra che il mercato appena esce dall'ambito marginale, necessita di
    uno
    stato che lo garantisca, perché altrimenti le pretese proprietarie del
    mercante non trovano protezione.
    La storia non dimostra proprio nulla al riguardo. Quando mai lo stato ha lasciato libere le pretese proprietarie di rimodellarsi e darsi protezione attraverso il consenso sociale e la forza privata? In realtà, nei pochi casi in cui lo stato è stato transitoriamente messo fuori uso (si veda le rivolte contadine in Sicilia nel 1860, periodo in cui lo stato borbonico si dissolveva e la dittatura garibaldina non aveva ancora preso il totale controllo), la proprietà privata non è stata abolita, ma più largamente redistribuita.


    Ma, più essenziale, il mercante
    pretende di
    vendere qualcosa che non é suo, non é più suo che del potenziale
    acquirente
    e nemmeno più suo che mio, essendo io quello che passa di là per caso.
    A priori si, ma di fatto la proprietà è una convenzione sociale prodotta "a posteriori" a partire dalle interazioni e dalle forze messe in campo. Nessuno è "naturalmente" proprietario di niente, però è di fatto proprietario di ciò che le sue forze e le convenzioni sociali (siano esse imposte da una minoranza, come quelle statali, o largamene consensuali come vorremmo noi) gli consentono.

    Perché lo scambio sia realistico, occorre che a monte sia stata
    affermata la
    proprietà di ambedue i soggetti dello scambio. La proprietà, non già il
    possesso che, essendo funzione dell'uso, decadrebbe nel momento stesso
    in
    cui uno dichiarerebbe di voler cedere l'oggetto. Ora la proprietà per
    essere
    gestibile presuppone l'accordo di tutti, spontaneo o forzoso. L'accordo
    spontaneo è poco verosimile, perché non si vede perché mai io dovrei
    spogliarmi dell'uso di qualcosa per cederlo totalmente a te;
    Qui penso stia il nocciolo della questione. La proprietà è innegabilmente un desiderio di quasi tutti gli individui. Questi potrebbero accordarsi spontaneamente in modo da averne tutti e quindi da legittimare reciprocamente le rispettive proprietà. Chiaramente l'accordo, per risultare vantaggioso per tutti e quindi largamente consensuale (a differenza del diritto statale, imposto unilateralmente), dovrebbe dar luogo ad una spartizione secondo criteri di equità, merito ed utilità generale, abolendo ogni privilegio. L'alternativa sarebbe non accordarsi affinchè nessuno possa beneficiare di proprietà, ma questo non converrebbe a nessuno.



    Quella che Corvaglia presenta come una stramberia: che molti anarchici
    vedono l'abolizione della proprietà come PRELIMINARE all'abolizione
    dello
    stato, é viceversa il frutto non solo di due secoli di riflessione, ma
    di
    due secoli di esperienza sovversiva pratica.
    Infatti la sconfitta degli anarchici nella rivoluzione spagnola si spiega proprio con questa stramberia.

    Perché, se la proprietà
    non é
    abolita, non trasformata in proprietà pubblica, collettiva o simili, ma
    proprio abolita, lo stato é necessario per salvaguardare appunto la
    proprietà.
    La proprietà di per sè è inabolibile, al massimo può diventare pubblica, ma l'uso (il possesso) rimane sempre privato. Il fine dello stato è lo sfruttamento e l'esclusione a beneficio di una minoranza. Ciò può avvenire anche (ma non esclusivamente) attraverso la concentrazione della proprietà, sia essa pubblica o privata, in poche mani, ma è per tale monopolizzazione che lo stato è determinante, non per la proprietà in sè.

    Al Corvaglia evidentemente paiono cose belle e buone la
    nascita delle carceri, della psichiatria, degli eserciti nazionali, dei
    passaporti, della ricerca transgenica, delle legislazioni antifumo,
    antidroga,etc, dello stato-nazione, dei aprtiti politici, dei
    sindacati, del
    welfare, del razzismo, dei trapinati di organo, della misurazione
    oraria del
    lavoro, della bomba atomica, della produzione industriale, delle
    ideologie,
    di mostruosità come l’Onu, di stati come Israele, del fascismo, del
    bolscevismo, etc. tutti simpatici regali della modernità, sconosciuti
    nei
    medioevi precedenti e ingrati a quelli che lui considera i medievali
    attuali, coloro che spregiano e rifiutano questa modernità.
    Carceri, stati, guerre, ideologie, oppressione politica ed economica esistevano già nel medioevo. Lo stato-chiesa non era certo preferibile allo stato-nazione. Certo, oggi esiste la tecnologia, che moltiplica si le possibilità di distruzione e oppressione, ma anche quelle di liberazione e creazione. Il suo utilizzo a beneficio di tutti è un obiettivo molto più realistico e desiderabile del ritorno al medioevo.
    E poi se anche oggi esistono, sia pur sotto diverse forme, quelli che potremmo benissimo considerare dei residui medievali (lo stato e le ideologie, con tutti i corollari annessi e connessi) è perchè non ce ne siamo ancora liberati. In realtà temo che ci voglia ancora molto tempo prima che il medioevo, l'oblio della ragione, sotto varie forme esso si manifesti, sparisca del tutto. Se sparirà però sara grazie a quel lento processo di crescita della ragione e della consapevolezza dei propri interessi che, anche se con alti e bassi, è in atto e che tende alla liberazione degli individui dal sacrificio ad ogni idea o fede irrazionale e dai loro nefasti prodotti sociali.

  8. #8
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    Ben detto!
    Sotto la mia risposta a Monsignor Ranieri:
    --------------------------


    Paolo! Ero veramente preoccupato. Questo mio scritto stava rimanendo privo del tradizionale lancio di escrementi e ci stavo realmente rimanendo male. Temevo non mi amassi più. Devo dire, però, che ti trovo un po' fuori forma. Altre volte sei stato più efficace. Trovo sempre gratuiti alcuni tuoi insulti personali (minus habens, dai, non lo userei neppure per Joe Fallisi...) ma, in genere, li tollero e mi fanno sorridere, perchè fungono da spezia di un piatto solitamente gustoso dal punto di vista delle argomentazioni. Argomentazioni - cosa che non hai mai capito - che io condivido quasi totalmente, perchè non sono affatto, nonostante le apparenze, quel viscido amante dello status quo che immagini io sia. Faccio solo le pulci ai nostri cuscini perché mi piace la pulizia sotto il deretano. Qui, invece, la spezia rischia di essere solo un mascheramento dell'insipienza. Allora è solo disturbante e mi procura sommovimenti in tutte le nobili parti poste al di sotto del diaframma. Devo dire che la lettura della tua ultima "recensione" mi ha dato una sensazione di deja vù (termine valdostano), di precotto riscaldato. E' un discorso che, con verve maggiore, abbiamo fatto già più volte. Cioè, tu, come colpito nelle più tenere tue parti dalla logica “liberale” del mio discorso, hai già fatto gli stessi proclami retorici, lo stesso comizio a piazza vuota, e io ti ho già risposto con la pazienza che si riserva allo zio un po’ andato ma simpatico. Per questo motivo ti invio (è in fondo) la chiosa di un nostro vecchio dibattito che si adatta perfettamente a questo piatto scotto. Ora puntualizzo qualcosa prendendo spunto dalle tue critiche.

    Tu dici:



    Ad esempio, quando parla di "un noto rivoluzionario di professione (di professione intellettuale, perché di mestiere fa il ragioniere)" comprendo con certezza che sta parlando di me. Pure, non solo mai ho fatto il ragioniere (sia detto anche per la guardia di finanza, ché non vorrei mi incriminassero per attribuzione abusiva di titolo professionale) - ora comunque vendo bottiglie di vino, ma dubito che il fatto mi diminuisca o mi innalzi - ma, con tutta evidenza, non posso essere di professione insieme intellettuale e rivoluzionario, per la contradizion che no'l consente.



    Intellettuale non ti ho mai pensato. Figurati. Intendevo “professione intellettuale”, non intellettuale di professione. Quanto alla professione reale, più di una persona mi aveva detto che usavi aiutare la tua consorte nel disbrigo di pratiche fiscali. Ora vengo a sapere che svolgi invece il ben più rivoluzionario mestiere del mercante. Non cambia nulla. No, i mestieri non innalzano e non diminuiscono. Quello che volevo dire, con una ironia forse non efficacissima, era che esistono un sacco di rivoluzionari "di professione", molto snob, che a sentirli parlare sono dei matamoros col fallo sempre in tiro, ma il clangore, più che d' armature, è di mosce rotelline, quali tutti siamo, del grande ingranaggio che ci schiaccia. Eunuchi che si sognano Priapo. Come per tutti, è già molto se si riesce a creare piccoli blocchi, inceppamenti e rotazioni contromano per contrastare questa impotentia coeundi. Diamo l'assalto ad un cielo blu-Viagra.



    Come si può comprendere, non professo né questo né quello. Semplicemente, se posso, quando posso, rifletto e mi ingegno di sovvertire uno stato di cose che a me non garba. Si direbbe garbi invece al Corvaglia che pare considerare come propri antagonisti non già coloro che usurpano il potere su questo mondo, ma parecchi dei non moltissimi che questo potere contestano e si sforzano si sabotare magari in maniera confusa.



    Au contraire (valdostano). Ripeto che mi picco semplicemente di approcciare le cose con occhio analitico, per deformazione psichica e, forse, professionale. Mi pongo nella funzione di avvocato del diavolo della parte che pure è la mia, per metterne in evidenza aporie che rischiano di essere controproducenti proprio per i fini che sono nostri.



    Impossibile confutare una per una le assurdità pronunciate dal nostro: sono proprio troppe. E impossibile confutarne anche solo le più imbarazzanti, senza prima di tutto avvertire che é l'approccio stesso alla questione ad essere posto a capa sotto e piedi in aria. Alcune pratiche rivoluzionarie attuali, o del passato, possono essere fatte rientrare nella corrente dell'"anarchismo", che comunque solo per Corvaglia può ridursi a un socialismo liberamente scelto: non tutte,



    Certo, è una semplificazione. Il mutualismo proudhoniano, il collettivismo bakuniniano e l'anarcocomunismo kropotkiniano sono cose diverse. Per tacer dell’idiotismo primitivista di un Zerzan. Eppure sono concezioni accumunate da alcuni tratti che ho, forse arbitrariamente, definito con la formuletta del socialismo liberamente scelto. Famo a capisse, però.



    io ad esempio, per citarne uno che conosco bene, non mi immagino di essere anarchico, e meno ancora lo affermo.




    Lo so. Come Groucho Marx, non accetteresti mai di entrare in un club che accettasse te fra i suoi soci.



    In tutte le argomentazioni del Corvaglia, viceversa, la prassi normalmente é totalmente elusa, e se del caso, é chiamata in causa come messa in pratica di una teoria prefabbricata. Il luogo in cui le questioni vengono poste dal Corvaglia, é l'agone delle sole idee.

    Le pratiche sono sempre conseguenza di idee e, se queste sono confuse e contraddittorie, si rischia di fare ciambelle senza buchi e perfino buchi senza ciambelle. Comunque mi sembra che anche tu (salvo stereotipati luoghi comuni dionisiaci e pantaclastici) eluda continuamente la prassi - non hai mai risposto a obiezioni pratiche se non con suggestive espressioni retoriche - in nome di una concezione che, per mantenersi pura e splendente, non deve sporcarsi con la realtà.



    Che belle argomentazioni, vero? Peccato che l'assunto "nella società di mercato è possibile vivere senza mercato" non abbia fondamento nella realtà, mentre pareva filare così bene nelle astrazioni dell'autore. A parte il fatto che la storia, la grande assente del pensiero del Corvaglia, dimostra che il mercato appena esce dall'ambito marginale, necessita di uno stato che lo garantisca, perché altrimenti le pretese proprietarie del mercante non trovano protezione.



    Ecco, questo mi sembra uno dei due grossi errori del pensiero anarchico, l'idea che lo stato abbia l'esclusivo compito di bastione del capitalismo e non viceversa. E' il capitalismo as we know it che è un prodotto dello stato. Poi, se la storia è presente nel tuo pensiero, ci deve essere entrata dalla porta di servizio di qualche scuola serale, dato l’inequivocabile dato che il mercato precede di moltissimo la nascita dello stato. Solo con lo stato moderno, però, il mercato è diventato quel mostro onnivoro e autodistruttivo che conosciamo.
    Comunque, vedo che ammetti che, in assenza di uno stato che lo falsi e lo ipertrofizzi ai suoi lordi fini, il mercato, quello delle merci, perderebbe le sue potenzialità totalizzanti e oppressive. Lo definisci addirittura “marginale”. Quindi, se gli levo il bastione statale, che protegge “le pretese proprietarie”, il “mercato” perisce? Mettiti d'accordo con te stesso prima di produrre i tuoi sproloqui eufonici e taglienti. I tuoi discorsi sono sempre piacevolmente sferraglianti ma, sferraglia sferraglia, il treno deraglia.



    Ma, più essenziale, il mercante pretende di vendere qualcosa che non é suo, non é più suo che del potenziale acquirente e nemmeno più suo che mio, essendo io quello che passa di là per caso.



    Tu sai che concordo completamente. La nostra differenza non è nei principi.



    Perché lo scambio sia realistico, occorre che a monte sia stata affermata la proprietà di ambedue i soggetti dello scambio. La proprietà, non già il possesso che, essendo funzione dell'uso, decadrebbe nel momento stesso in cui uno dichiarerebbe di voler cedere l'oggetto. Ora la proprietà per essere gestibile presuppone l'accordo di tutti, spontaneo o forzoso.
    L'accordo spontaneo è poco verosimile, perché non si vede perché mai io dovrei spogliarmi dell'uso di qualcosa per cederlo totalmente a te; né vale il discorso della compensazione, perché ciò con cui mi comperesti dovrebbea sua volta essere qualcosa che, potendo essere mio, tu tratti come tuo. Tuo al punto da poterlo cedere a me.




    Troppo banale. Non tieni conto di tutto quanto non ci sarebbe disponibile nemmeno come possesso se altri non fossero spinti a produrlo sulla scorta di incentivi resi possibili dal nostro accordo, che poi, il più delle volte, è semplice acquiescenza. Ricorda che proprio in questo scritto - che poi è frutto di uno “scazzo” dovuto a letture preconcette nei miei confronti, come la tua - affermo che non esiste niente che sia dato in termini sacri, che tutto è frutto di accordi e convenzioni, inclusa la proprietà. Un atto di violenza convenzionale. Solo il moralista può condannare scandalizzato il peccato di violenza del sadico in barba ai desideri del masochista. La violenza non è carina, è esteticamente inelegante, però, in una condizione di sganciamento dall'ente monopolista della forza - la cosca vincente nota come stato - l'entità di tale violenza sarebbe limitata, quella possibile in una società in cui tutti dispongano di piccole quote di forza gestibile, tipo una società in cui tutti siano forniti di armi da taglio e nessuno di eserciti. La differenza di aggressività e efficacia difensiva dipenderebbe solo dalle differenze individuali. Giusto per fare un esempio, in un mercato vero, porcate di violenza enorme contro le masse disarmate come la TAV o il ponte sullo stretto non sarebbero neppure immaginabili.



    Rimane il consenso forzoso, come usa oggi: come soluzione libertaria, capite che non ci siamo.



    No, infatti. Io propongo di passare dal consenso forzoso a quello libero. Dallo stato e dal falso mercato capitalistico e monopolista al libero confronto. Chi vuole opera come vuole. Tu, apologeta della prassi in assenza delle idee, cosa mi proponi, al di là della ricetta di cappio, veleno e pugnale? Del resto, anche in quello dei pugnali, che era poi pure quello della esaltazione del mercato americano e della teorizzazione dello stato unico mondiale, il populista romantico Bakunin, gli individui rimanevano padroni dei frutti del proprio lavoro ("da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo quanto ha fatto!"). C’era perfino una borghesissima concezione retributiva, insomma. Con Kropotkin, buon diavolo ottimista ma sacerdote del culto positivista (e interventista nella I guerra mondiale), invece, l'individuo non è più nemmeno proprietario di ciò che produce ed è totalmente dipendente dalla comunità ed inerme innanzi ad essa, una società uniformata. Comunismo. E come ti sbagli? Proudhon lo diceva chiaro: in tali condizioni è la “società” ad essere proprietaria, non solo dei frutti del lavoro, ma perfino dei lavoratori!
    Ora, cioè, tu fammi capire, scendendo dal regno delle idee in cui, secondo te, mi muovo io, a meno che non si voglia abolire qualunque tipo di produzione (come, con un divieto?), come vengono allocate le risorse? E poi, come ne fissi il valore per il baratto, qualora un tizio – situazione che, non so perché, ti ostini a ritenere improbabile - non ti volesse regalare le sue pesche? Temo che anche qui, una volta venute meno l’opzione del dono e quella del baratto con altro bene che potrebbe non esser grato al tizio dalla scarpe grosse e dal cervello fino, entrerebbero in campo cappio, veleno e coltello. Ecco, per quanto tu ritenga di esser legittimato a questa grassazione perché le pesche, coltivate dal tizio, non sarebbero “sue”, questo sarebbe consenso forzoso. C'è poco da fare; come disse Oppenheimer, ci sono solo due sistemi per ottenere le cose che vogliamo: i mezzi economici, cioè lo scambio, e i mezzi politici, cioè la forza. Tu, da buon libertario, sei per la seconda.



    Il punto che pare sfuggire al nostro filosofo é che la libertà di essere proprietario riduce per ciò stesso la libertà di tutti gli altri, di sei miliardi di altri.


    Il punto non mi sfugge affatto. Come non sfuggiva al a te inviso Proudhon. Lo diceva il buon Pierre che la proprietà è "antisociale", che non può essere diritto naturale, non può basarsi sull'occupazione (perchè il mio diritto di occupare un posto a teatro dipende dalla disponibilità del teatro e della quantità degli spettatori, per cui la variabilità non permette di “fissare” diritto alcuno e non può farci considerare proprietari, nemmeno possessori della "terra", ma solo usufruttuari) e nemmeno sul lavoro. Infatti, ciò che noi creiamo col lavoro - che nessuno ci ha, peraltro, richiesto - non è, con buona pace di Locke e dei fetidi anarco-capitalisti, la materia, ma solo ciò che dalla materia ho ricavato. Il pescatore non accampa diritti sul litorale, ma sul pesce. Il contadino, sulle pesche. Come vedi, siamo in pieno accordo io, Pierre-Joseph e te. Almeno fino a che tu, vinaio pigro e abulico, non accampi diritti su pesce e pesche frutto dell’opera di tizi che potrebbero anche essere astemi. Poi mi ripiombi in un romantico mondo di idee, cappi retorici e pugnali roboanti davanti ad argomentazioni per niente contraddittorie rispetto a quelle sopra esposte. Ad esempio, sempre citando il tipografo di Becancon, quando questi, dimostrando una adesione alla realtà sconosciuta all'irrazionalismo panslavo e romantico di Bakunin come all'ottimismo pre-hippie del buon Kropotkin, scrive: "l'unica cosa che sappiamo della proprietà e per la quale possiamo distinguerla dal possesso è che essa è assoluta e abusiva; benissimo: appunto nel suo assolutismo, e nei suoi abusi, per non dire peggio, dobbiamo cercare il suo fine". Cioè, non nel suo principio, nella sua origine o nel suo contenuto, tenuto conto delle quali cose è assolutamente illegittima. Questo atto arbitrario e violento, però, si presenta come un potente strumento di cui il singolo può servirsi per ottenere maggiore libertà dal potere statale, un contrappeso. La forza per contrastare la forza.
    Eliminato lo stato, la forza per bilanciare altre forze, esattamente come avviene per la forza fisica. Puoi essere pacifista quanto vuoi, ma quando rischi di essere assalito ad ogni angolo, ti conviene armarti. Una logica simile, mi pare, viene portata avanti dagli anarchici più “fattivi” quando esprimono dubbi sulla conduzione di una lotta attendista e gandhiana contro lo stato che è monopolista della violenza.
    Vedi, darling, la differenza fondamentale fra me e te è che tu funzioni in base ad un programma cognitivo fondato nell'etica dei principi, mentre io opero sulla scorta di un'etica degli effetti (Weber direbbe “della responsabilità”) e dei risultati, utilitaristica. I principi sono gli stessi. Ovviamente, in un ambito quale quello libertario, agire e parlare in base ad un'etica simile significa non sapersi presentare, non sapersi vendere, è puro masochismo. Si ispira immediata antipatia, con richiami ai quali i fautori della rivoluzione che passa dalla vetrina frantumata non risuonano facilmente, con una prosa “impestata”, come dici tu, da concetti “liberali”, immondi per definizione (cioè, per principio). E' come irrompere nella sala giochi e ricordare che domani inizia la scuola. I grilli parlanti stanno sulle palle e si beccano le scarpate. Perchè sono moralisti? Niente affatto. E' chi ragiona in termini di principio il moralista. E' il medico del bon mot (sempre valdostano) che ha più interesse per l'operazione (perfettamente riuscita) che del paziente (deceduto), è il prete che ha più a cuore il dogma intoccabile e astratto della vita della madre reale a cui vieta l'aborto, è il poliziotto che ha più interesse a far rispettare la legge (data, generalizzata e insensibile) che a rispettare l'uomo (unico e senziente) che la viola, il libertario che porta nel taschino le istruzioni per la libertà “totale” e astratta e la vuole imporre agli uomini veri con le loro individuali concezioni di libertà. Tutte facce dell'unico diamante del moralismo più becero e pretesco.
    Si può tranquillamente esprimere concetti filo-nazisti, purchè fieramente anti-capitalistici, senza correre simili rischi di anatemi e condanne di abiuria, neppure di essere definiti elegantemente “minus habens”. Fossi più furbo e più ipocrita mi limiterei alle solite litanie di luoghi comuni antiautoritari – che, nel loro nocciolo, condivido totalmente -, mi guarderei bene dall' “impestarmi la prosa” con termini coperti di vergogna (scambio, concorrenza, individuo, ecc.), sorvolerei sulle infinite aporie dei discorsi basati sul puro principio e tornerei uno stimato esponente del tuo country club. Al contrario di te, però, non vorrei mai entrare in un club che non accettasse me fra i suoi soci.



    Quindi non solo le conseguenze sono oggettivamente nemiche della libertà, ma la fonte stessa della proprietà si situa agli antipodi della libertà.



    Sulla fonte concordo, come hai potuto leggere sopra. Sulle conseguenze, concordo solo nelle condizioni di statualità, per quanto, l'esistenza dello stato senza neppure la proprietà privata sarebbe ancora peggio, come la storia, grande assente del mio pensiero, insegna. Ma non con la stessa efficacia a tutti i discenti.



    Quella che Corvaglia presenta come una stramberia: che molti anarchici vedono l'abolizione della proprietà come PRELIMINARE all'abolizione dello stato, é viceversa il frutto non solo di due secoli di riflessione, ma di due secoli di esperienza sovversiva pratica.



    Non è una stramberia, è frutto di una teoria sbagliata. Pertanto riflettere due secoli su una concezione errata – perchè dogmatica - non porta a risultati esaltanti. Quanto all'esperienza sovversiva pratica di altrettanti secoli, non è che ne veda grandi frutti. La sovversione, negli anarchici, in questi termini, è l’altra faccia della medaglia dell’ascetismo della santità laica tutta furori, bollori e moralismo.



    Perché, se la proprietà non é abolita, non trasformata in proprietà pubblica, collettiva o simili, ma proprio abolita, lo stato é necessario per salvaguardare appunto la proprietà.



    Sempre in questo scritto ho espresso dubbi sulla possibilità di mantenersi di un sistema anarcocapitalista in assenza dello stato. Concordiamo o no? Ma allora è lo stato che va abolito con atto di forza. La proprietà come la conosciamo noi, in assenza di stato, campa stentatamente fuori dagli ambiti, più o meno ristretti (non si programma la libertà), in cui i gruppi umani vorranno tenerla consensualmente in vita. Non è necessario abolirla per spinta esogena. Laddove, invece, si vorrà mantenere, avrà connotati ben lontani da quelli “capitalistici” e abolirla rientrerebbe fra le pratiche missionarie tipiche del pensiero totalitario e moralista del prete, sempre pronto a vietare agli altri quello che non piace a lui solo. Lo scambio di beni quasi fossero nostri ci sembra una perversione? Sarà, ma, come ci ricordava Spooner, i vizi non sono crimini (vietare un vizio, invece, come usa fare lo stato terapeutico, lo sarebbe). Ma dell’elemento relativo alle “merci”, poco mi cale. Tu tendi invece a a glissare su quelli che sono i fatti centrali del discorso libero sperimentale, cioè l’autogestione, la scelta, le alternative di stili di vita, la creazione di norme valide, non su base territoriale, ma insistenti contemporaneamente sul medesimo territorio, in modo “panarchico” e così via. Ti porto una concezione individualista, pluralista e fallibilista, laddove gli utopisti, anarchici inclusi, tendono a vagheggiare omogeneizzazioni e Verità assolute difficilmente traducibili dalla lingua ideale, per quanto forbita e suggestiva, a quella della concretezza, a meno di azioni assolutamente contrarie alla libertà. Tu non rispondi mai alle obiezioni di ordine pratico.



    Nessuno vuole abolire lo stato, che é quello che salvaguarda te come proprietario, e in misura molto minore, anche te come non proprietario.



    A me sembra che l'unica cosa che ci distingue e distingua me dagli anarchici classici, fra le cui fila, per questa lettura, ti trovi situato nonostante ti piaccia presentarti cantore solitario, sia proprio questo rovesciamento di prospettiva. Lo stato è nemico della proprietà e del mercato, a meno che non si tratti della propria proprietà e del mercato ad esso innervato e da esso addomesticato.



    Ma infatti tutti i pensatori che tanto sono grati al Corvaglia, non sono seguiti nella realtà da nessuno:



    E questo starebbe a dimostrare il mio errore? Cinquanta milioni di fans di Elvis, come diceva il colonnello Parker, non possono sbagliare? Allora mangiate merda, cinquanta miliardi di mosche non possono sbagliare.



    La modernità non ha più bisogno di suscitare consensi: anche se ne trova ancora qualcuno nelle periferie del pensiero, là dove trascina la propria sopravvivenza stenta il povero Corvaglia.



    Sul tema della modernità, che non difendo affatto nei suoi termini noti, ricadi in un vecchio misunderstanding (non è valdostano). Ti rimando all'estratto posto in coda.



    Il quale mentre rivendica per sé la libertà di intrattenersi con Friedman o simili, nega l'uguale libertà di utilizzare Evola o Nietzsche ad ipotetici altri, giacché lui su qualche bigino (fondato
    parzialmente per Evola, del tutto improprio per Nietzsche) ha letto trattarsi di autori fascisti.




    A parte il fatto che non ho mai espresso giudizi negativi su Nietzsche, al massimo su certo nietzschismo elementare, questo si da bigino, non ho certo l'ardire, che sembri avere tu e molti compagnucci della parrocchietta, di fissare un indice dei libri leciti e delle frequentazioni ammissibili. Ho solo detto che è contraddittorio e soprattutto illibertario censurare chi suona e canta fuori dal coro, anche perchè ha aggiunto qualche strumento in più, ed etichettarlo quale difensore del mondo borghese e reazionario, essendosi posti su un piedistallo che ha, io credo, qualche carta in più per potersi definire reazionario. Ne evidenzio esclusivamente i rischi di appiattimento sul pensiero unico fascio-libertario. Con intelligenza, tutto si può fare e leggere, figuriamoci. Io, che sono, come tu sai, intelligentissimo (per essere un minus habens, certo), amo intrattenermi anche con Cioran, Celine e Ezra Puond. Quella che vedo latitare è l'intelligente capacità di maneggiare una materia pericolosa come il relativismo culturale e, peggio ancora, il differenzialismo etnico della nouvelle droite (parente del rende vouz). Poi, se affermi che Friedman è più pericoloso di Taguieff e de Benoist, liberissimo di mostrare la mondo la tua logica e la materia di cui sarebbe fatta la prassi che discende dall'iperuranio delle tue pure idee. Sarà anche un luogo comune, ma non c'è niente di più pratico di una buona teoria.



    La modernità é bella e buona perché lo afferma lui; lui é bravo e buono perché é a favore della modernità. Un pensiero non meno circolare della banca Mediolanum. Un pensiero costruito intorno a Corvaglia.



    Questa è veramente carina. Ma la modernità, come dato di fatto, non è bella e buona. La modernità come principio euristico opposto alla conservazione è buona per contrasto, perchè il romanticismo dell'incanto magico del mondo dato e indiscutibile e delle comunità organiche è brutto. Almeno, a me non piace.



    Salvo poi ricadere nelle più bigotte tassonomie di destra e sinistra, alla maniera della nota rivista di sinistra A Rivista Anarchica. Annettendo per di più alla destra uno come Massimo Fini che di destra non fu mai, e anzi fu per esempio uno che da subito, senza le pagliacciate lottacontinuarde, principiò un'indagine indipendente su Piazza Fontana



    Questo lo ammetto, però l' anti-modernismo di Movimento Zero è un blob di fetenzie glocaliste e "communitarian"; questo ammettilo tu.



    E allo stesso modo, non ci viene risparmiata la favola del progresso,



    ah, si? Dove?



    resa evidente dall'allusione al "medioevo" che essendo venuto prima é, in quanto tale, peggiore.



    Ma no, ma no. Il medioevo è un topos, neppure so quanto rispondente al vero, per definire l' oscurantismo, la superstizione e il misticismo dominanti sulla ragione e l'individuazione . E' termine usato per la sua connotazione. Non attaccarti. Tu, piuttosto, rischi di trovarti in compagnia degli anarco-capitalisti che sono in vena di un forte revival medievalista. Vedi il libro di Piombini "Il medioevo delle libertà" dove si narra della bella epoca in cui gli stati non rompevano ancora le palle e la chiesa regnava indisturbata garantendo la vera libertà. Avete frequentato la stessa scuola serale?



    Al Corvaglia evidentemente paiono cose belle e buone la nascita delle carceri, della psichiatria, degli eserciti nazionali, dei passaporti, della ricerca transgenica, delle legislazioni antifumo, antidroga ,etc, dello stato-nazione, dei partiti politici, dei sindacati, del welfare, del razzismo, dei trapianti di organo, della misurazione oraria del lavoro, della bomba atomica, della produzione industriale, delle ideologie,di mostruosità come l’Onu, di stati come Israele, del fascismo, del bolscevismo, etc. tutti simpatici regali della modernità, sconosciuti nei medioevi precedenti e ingrati a quelli che lui considera i medievali attuali, coloro che spregiano e rifiutano questa modernità.



    Ma no, ma no. Innanzitutto, solo sul tuo libro di testo il razzismo, la diffidenza per il diverso è frutto della modernità, quando è risaputo che è tipico delle società “organiche” e delle concezioni “democratiche” sul modello polis e che si ripresenta solo nella infelice mente dei nostalgici dell’organicità dei bei tempi che furono, cioè nei partigiani dell’ anti-modernità, tipo i fascisti, e, talvolta, nei fautori delle democrazie “giacobine”. Gli antisemiti, ad esempio, si ritrovano tranquillamente nell’uno e nell’altro partito.
    Poi, non essere manicheista. Sei più intelligente di quanto i tuoi insulsi schematismi non vogliano far credere. Tutta questa roba non mi piace ( a parte i trapianti d'organo...). Tu descrivi la modernità in termini storici e la rigetti per la presenza di alcuni elementi e il medioevo lo apprezzi per l'assenza di altri, ben sapendo che si potrebbe fare anche il ragionamento inverso (cosa esiste nella modernità, perfino in quella storica, e cosa esisteva nel medioevo. Pensa alla teocrazia, pensa alla mancanza di idea della soggettività, ad esempio). Tutto quello che descrivi non mi piace, ci mancherebbe. La tua idea, però, sembra essere, ma so che non è così, che se una cosa è brutta, il suo contrario è bello et bonum. Tu ben sai, come più volte ti ho spiegato, che spesso, il contrario del male è il peggio.



    Si tratta di uno pseudopolemica artificiosa contro gente che nemmeno sa che Corvaglia esiste, destinata a cenacoli di professori senza cattedra, studenti senza borsa, autodidatti senza decenza.



    Forse sono un autodidatta senza decenza, però non è una pseudopolemica. E' una polemica che trova la sua ragion d'essere in tutto quello che ho detto. Se poi quello antagonista deve essere un mondo monolitico in cui chiunque esprime una idea differente viene visto come uno che rema contro per fini indegni, temo che ad essere senza decenza sia chi esprime detto giudizio.

    _____________________________



    Sotto l'estratto da un vecchio battibecco fra noi due che mi permette di evitare di ripetermi :


    Ok, Paolo, però per completare il discorso vorrei aggiungere poche considerazioni. Innanzitutto ritengo che attorno all’unico sostanziale elemento di contrasto fra noi, quello cioè relativo all’ethos liberale che mi rimproveri, esista una cortina fumogena costituita da problemi formali e di lessico, legati cioè alla polisemia dei termini. Non parlo solo della “società di mercato”, ma anche del concetto di società in sé, per esempio. Se per te “società” è la codificazione ed istituzionalizzazione dei sistemi umani, io sono asociale quanto te. Da quelle che però tu chiami “relazioni gratuite” nascono momentanei equilibri dinamici, mutevoli sistemi d’interazione che, come dici, riordinano infaticabilmente il mondo. E’ questo che io chiamo libero confronto. Similmente, quando parlo di modernità questa non è definita in termini storici ( che altrimenti sarebbe la contemporaneità tutto compreso, intendo dire fatti, culture dominanti, stili di vita, ecc.), bensì come un afflato che nasce sotto la forma della rottura e della lotta contro il già dato e l’eterno che rappresentavano l’orizzonte degli antichi e che si manifesta ad un certo punto della storia come aperta ostilità nei confronti dell’assolutismo, del privilegio, del misticismo, della gerarchia e dell’autorità nel nome della individuazione e dell’autonomia. Pertanto di tutto ciò che permette il libero confronto e la libera sperimentazione. Le rivoluzioni sono il prodotto, e contemporaneamente le produttrici, della modernità. Ne deriva che tutto ciò che porta ad invertire questo processo, che cioè comporti un prevalere del tutto sulla parte, dell’ eterodirezione sulla scelta autonoma, del mistico sul secolare, dello stabile ed eterno sul dinamico e momentaneo, dell’accentrato e centralizzato sul distribuito e decentrato, del territorializzato sul nomade, è antimoderno anche se contemporaneo. E’ Nico Berti, piuttosto, quello che si è recentemente prodotto in una apologia della contemporaneità reale, nonché della civiltà occidentale, e che ha posto il capitalismo così come lo conosciamo alla base del processo di sviluppo della libertà individuale quando, al limite, questo è stato piuttosto una conseguenza dell’ethos che ha reso possibile la soggettività dell’individuo. Ora, Berti non c’è e quindi non voglio infierire, però lo uso per fornirti un criterio di paragone per differenziare la mia posizione dalla sua, quella alla quale meglio si attaglierebbero le tue critiche. Ancora, quando ho espresso la mia critica all’ utopismo non era minimamente mia intenzione deridere chi vuole cambiare radicalmente il mondo, chessò gli anarchici – persone a cui generalmente tale etichetta si affibbia – ma mettere in evidenza come le caratteristiche utopiche più deteriori (prescrittività, naturalismo, ecc.) siano patrimonio proprio di quelle teorie a cui più difficilmente si tende ad applicarle (vedi il socialismo o perfino a “democrazia”). Pertanto io non descrivo affatto gli anarchici “come fossero tutti Kropotkin”, anzi dico proprio che solo gli anarchici possono, paradossalmente, scoprirsi i più realisti, sempre se si sforzano di non essere Kropotkin (o Zerzan o Bookchin o…).
    Insomma, quando si usano termini vaghi, oppure in genere diversamente connotati o, peggio, compromessi, si corrono dei rischi di fraintendimento. Ricordo, ad esempio, il tuo utilizzo in passato del termine “comunismo” al quale davi un senso alquanto alieno a quello in uso nel catechismo marxista. Un altro motivo di fraintendimento lo vedo nel fatto che, etichettatomi in un
    certo modo, tendi a leggere alcuni riferimenti in modo consono alla tua lettura. Così se è chiara la squadra per cui “non tifo”, quelli cioè di cui “parlo male”, tu pensi di individuare quella per cui tifo sulla base dei personaggi che cito. E cito Popper, ad esempio, e Hume (ma non Hobbes..). Se però ti rileggi il testo vedrai che la loro partecipazione è limitata al ruolo di epistemologi, di filosofi della conoscenza. Non mi interessano affatto dal lato “politico” (figurati Hobbes…). La “società aperta” mi va stretta. Nella mia squadra ci metterei, titolari, Proudhon, Malatesta, Tucker e oucault, in panchina un gruppo miscellaneo che va dal giovane Marx a Berneri.

    Detto tutto ciò, mi viene più facile chiarire cosa intendo per ethos liberale, ossia un conato di modernità, la spinta alla lotta contro l’assoluto, il carburante per la costruzione dell’individuo contro ogni missione che lo travalichi e lo mortifichi. In quest’ottica la tua idea che dalla congiunzione fra anarchismo e liberalismo venga fuori uno “stento aborto” si rivela fallace perché immagini l’ innesto di una idea aliena su un corpo rigettante, cosa che non risponde al vero. Nonsolo quella liberale è da sempre una delle anime dell’anarchismo, affiorante di tanto in tanto perfino nei più socialisti dei suoi esponenti, ma addirittura, io credo, il liberalismo così inteso finisce col coincidere con l’anarchismo. Basta non farsi sviare dalle parole. So di averti nuovamente assassinato il ragù…

    PS

    Non per insistere, ma quello che ti ha toccato Fourier, ti giuro, non ero io.

 

 

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