Veltroni può non stupire ma quando parla al proprio popolo funziona sempre a meraviglia.
Quello suo di ieri era un discorso professionale e presidenziale, il manifesto di un capopartito che parla all’Italia di centrosinistra e si candida a farlo da Palazzo Chigi.
Oggi è ancora lì, W, in bilico tra l’affabulazione e la rupture, uguale a se stesso nel modo di offrirsi al mercato delle idee e in quello di sedurre con una verità politica seriosa, stracittadina e universale.
Una verità che, fino alla liturgia torinese, era tenacemente irrisolta nel suo interrogativo implicito: sarà destabilizzante, innoverà e consegnerà nella retroguardia le oligarchie dei due affluenti del Partito democratico che l’hanno investito della funzione di salvare il salvabile?
Diciamo che a modo suo ha inaugurato la missione.
Una reazione d’anticipo, positiva ma laterale, era giunta dal mondo prodiano preoccupato e consapevole che Veltroni, dopo un breve stato di grazia condivisa, accorcerà le aspettative di vita del governo.
Sicché, assieme agli auguri di buon lavoro (ma non troppo), è piovuto il brontolio degli amici del professore convinti che un plebiscito veltroniano potrebbe essere un male non passeggero; e sono arrivate le domande maliziose come quella di Gad Lerner sulla Stampa:
“Caro Walter, non dovevi andare in Africa?”.
A costoro Veltroni ha risposto, pur senza scendere al fondo delle cose, con la sua semplice e solitaria e disturbante cerimonia.
Se non prelude a una rivoluzione non pare neppure una mascherata e basta. Comunque ora nell’Ulivo s’indovina un’altra storia e tutto sembra destinato a rimescolarsi con sveltezza.
La cosa deve giustamente mettere in allarme il centrodestra berlusconiano. La tattica opposta dalla Cdl non potrà essere a lungo quella dello spontaneismo indifferente.
Non si può fingere che nulla sia accaduto né che Veltroni possa essere derubricato come uno di quei vecchi e sfaccendati “fanigottoni” della politica di cui si burla il Cav.
Il quasi segretario del Partito democratico non è, come fu Rutelli (suo malgrado) nel 2001, il frutto stanco della battaglia fra i capi.
E’ un leader che affronterà la crisi e cercherà di legittimare la propria figura attraverso un grande voto pubblico.
Berlusconi è ancora il presidente degli italiani, ricco e fantasioso, ma proprio per questo deve riflettere sulla sfida che ha davanti e attrezzarsi.
La propaganda antiveltroniana va benissimo a patto di non crederci.
Ferrara
saluti




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