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    Predefinito Verdi: nè destra nè sinistra

    Verdi: nè destra nè sinistra
    Il colore dei verdi
    1.4.1987
    Lungo le strade di Roma si possono vedere numerose scritte "no al nucleare!". Qualcuna è firmata "autonomia operaia". Qua e la a questa firma, apposta in vernice rossa, si sovrappone un'altra, in nero: sigle e simboli di destra rivendicano e fanno proprio lo stesso slogan da una posizione politica molto lontana. "Gli estremi si toccano" dirà qualcuno. Ma che pensare allora del sondaggio che il quotidiano cattolico "l'Avvenire" ha fatto nel mese di gennaio 1987, tra i suoi lettori, scoprendo l'esistenza di una maggioranza antinucleare? O di associazioni prestigiose e non certi facili agli estremismi come il WWF o Italia Nostra, che in occasione della recente conferenza energetica nazionale hanno sostenuto, in prima fila, le tesi antinucleari?

    E quando i verdi nel 1986 hanno promosso, tutti insieme, un referendum contro la caccia, le oltre 800.000 firme raccolte provenivano da persone diversissime per fede politica o simpatie ideologiche: comunisti e democristiani anti-caccia sottoscrivevano contro lo "sport" praticato da centinaia di migliaia di cacciatori, molti dei quali anche loro comunisti e democristiani. Lo stesso vale, ovviamente, per gente di tutti i partiti ed ideali. Se si vogliono rimarcare una certa differenza caratteristica tra i due schieramenti, questa si potrebbe semmai ricercare lungo altre linee, meno politiche ideologiche. Per esempio si potrebbe rilevare che le donne si addensano più nettamente dalla parte delle scelte verdi che non gli uomini.

    E quando il cardinale Ratzinger proclama la severa contrarietà della chiesa cattolica alla manipolazione genetica, gli può capitare (com'è successo) di ricevere un convinto plauso da parte degli ecologisti che magari per altri versi lo criticano anche aspramente. E che, nell'aderire alle sue posizioni sulla c.d. bioetica umana, gli domandano perchè non si decida di estendere la difesa della vita contro le tecnologie genetiche anche ad animali e piante. Sembra quasi che di fronte alle pressanti domande che emergono dalle molte facce della crisi ecologica, le risposte verdi spiazzino e scombussolino tante consolidate abitudini ideologiche. Ancora pochi anni fa, soprattutto in Italia, la compartimentazione politica sembrava reggere in modo ferreo. Bastava che uno aprisse bocca su un qualsiasi argomento, mettiamo sulla situazione internazionale o sulla condizione della donna, che già si poteva capire che cosa avrebbe detto se avesse affrontato anche la questione della scuola o delle pensioni o della sanità. Oggi le cose sono cambiate. Non solo la caduta di molte certezze un po' totalizzanti, e forse anche una generale inclinazione più pragmatica, hanno contribuito a diluire la rigidità di certe scelte di campo fortemente ideologizzate. E' soprattutto l'emergenza ambientale che fa apparire inadeguate e furvianti le coordinate di una geografia ideologica i cui cardini sembravano saldamente impostati sui binomi antagonisti destra/sinistra e conservazione/progresso. Tanto saldamente da coincidere, nella testa di molti, ed a seconda dei punti di vista, anche con la divisione fra il bene ed il male, tra oppressione e liberazione.

    Di fronte all'avvelenamento dell'acqua potabile l'eutrofizzazione del mare Adriatico diventa difficile per la "sinistra" scagliarsi contro una destra inquinatrice dei suoli e di fiumi, o per la "destra" accusare la sinistra di aver trascurato e violato i limiti di sopportazione dell'ecosistema.

    Semplicemente perchè, nella sostanza, destra e sinistra, conservatori e progressisti, rossi bianchi e neri hanno concordemente puntato sull'accelerazione di una crescita che ha visto nei grandi consumi energetici o nell'impiego massiccio dei pesticidi in agricoltura il motore universalmente accettato che spingeva in avanti la macchina produttiva e sociale. A volte ci si sente tuttavia domandare se la sensibilità ecologica non sia di per sé stessa più affine alla sinistra e se quindi una scelta "verde" non sia in qualche modo connaturata ad un'impostazione "rossa" e comunque progressista. Farebbe pensarlo, a giudizio di alcuni, soprattutto la circostanza che, almeno in Italia, la presa di coscienza ecologista è avvenuta negli anni passati in una maggiore misura nelle file della sinistra. la rivendicazione di vincoli contro la dissipazione del territorio o la convinzione di dover porre dei limiti più rigorosi all'inquinamento e la stessa pur travagliata conversione alla (provvisoria?) rinuncia al piano nucleare si sarebbe fatta strada soprattutto a sinistra, e la provenienza "rossa" di molti tra i militanti più attivi del movimento verde testimonierebbe una certa contiguità di ideali e di obiettivi. La spiegazione teorica dell'asserita affinità rosso-verde si troverebbe facilmente: in nome del profitto viene distrutto l'ambiente, chi combatte il dominio di un 'economia imperniata sulla ricerca del massimo profitto è il migliore e quasi automatico difensore della natura. E "chi non è rosso, non può essere verde", come arriva a sentenziare qualche custode dell'ortodossia di sinistra.

    Ed è pur vero che nell'ultimo decennio in alcuni paesi europei i movimenti verdi sono apparsi come figli, fratelli o almeno cugini di certa sinistra, soprattutto quella libertaria ed antidogmatica che ha caratterizzato i movimenti giovanili e sociali riferibili al 1968. Ma è anche vero che proprio con la sinistra si sono più aspramente scontrati. Gli antinucleari si sono battuti anche frontalmente contro le socialdemocrazie che garantivano la scelta nucleare (come in Germania, Svezia, Austria, ecc.) o i comunisti che la sostenevano con determinazione (come in Italia). Ecologisti sono stati drammaticamente picchiati da sindacalisti ed operai, perchè ritenuti nemici dell'occupazione, non solo all'estero ma anche in Italia: per esempio davanti al Consiglio regionale piemontese, nel 1985, quando una larga maggioranza votò in favore di una nuova centrale atomica a Trino Vercellese.

    E se la sinistra italiana non porta la principale responsabilità del dissesto del territorio o della cementificazione selvaggia, è solo perchè in fondo ha governato poco ed in posizione generalmente subalterna e parziale, rispetto p.es. alla Democrazia Cristiana ed ai suoi fedeli alleati. Chi ha avuto meno potere, ha anche meno distrutto. Ma non certo per virtù. Sulla scena propriamente politica i neofiti dell'ecologia sono più numerosi a sinistra, e tra i "rossi" oggi imperversa un grande dibattito anche teorico sulla impossibilità ed inutilità di battersi per la giustizia sociale se non si salvaguarda innanzitutto la vivibilità ambientale. Ma dietro le quinte dei palchi della politica e dell'ideologia, si nascondono "ecologisti" probabilmente più numerosi e più convinti che magari non conoscono neanche o comunque non usano questo termine, e che finora hanno sostenuto prevalentemente quelle forze politiche che appaiono più restie ad una correzione o addirittura conversione verde.

    Forse queste persone così "naturalmente" ecologiste da non farlo neanche risaltare potrebbero essere definite come "i verdi di pancia" (e "di cuore") a paragone dei quali molti "verdi di testa" appaiono inevitabilmente un po' intellettualisti ed artefatti.

    Basti pensare a moltissime donne di casa, a tanti e tanti contadini, a milioni di anziani per i quali va da sé che non si deve sporcare, che non si butta niente e si riusa tutto il possibile, e che nella società consumistica e "velocizzata" si trovano comunque a disagio. Nonostante la tempesta pubblicitaria e le vere e proprie costrizioni di una società organizzata in modo tale da imporre l'"usa e getta" come il ricorso all'automobile privata, i fitofarmaci in campagna come i diversi detersivi nocivi e gli sprechi energetici, esistono amplissime fasce sociali che questo modello di (in)civiltà lo sentono come una vera e propria violenza e follia che subiscono controvoglia e con una costante riluttanza almeno interiore. Se quindi i partiti cosiddetti "conservatori" o "moderati" o addirittura "di destra" raccolgono, come è dimostrato, un buon numero di consensi in questi ambiti definiti "arretrati" - della società (come nel sud d'Italia, o nelle zone rurali, o appunto tra le donne e gli anziani), se ne dovrebbe desumere che essi facciano una politica più rispettosa dell'ambiente ed oppongano resistenza a tante modernizzazioni devastanti. Ma la realtà è molto diversa. Basterebbe guardare la storia della dittatura autostradale, della insensata droga chimica che ha avvelenato l'agricoltura e degli scempi urbanistici e paesaggistici! In tutti questi ed innumerevoli altri casi forze politiche che traggono il loro consenso da un elettorato fondamentalmente conservatore ed ostile alle sempre nuove ipotesi tecnologiche che deformano e sostituiscono la natura e la dimensione umana e conviviale della vita, hanno invece spinto fino in fondo l'acceleratore di uno sviluppo, di una crescita folle e di una corsa alla rapina delle risorse, distruttiva di ogni equilibrio ambientale. Se la sinistra ha le sue responsabilità per aver sollecitato magari gli operai ed i sindacati a rivendicare sempre nuove ciminiere in nome dei posti di lavoro e dei salari da distribuire, questa "destra" non solo ha rivendicato, ma ha anche fatto - e come! E così si arriva alla curiosa situazione che tanta gente comune e davvero moderata, che non capisce proprio perchè ci si dovrebbe consegnare ad un futuro nucleare o arrendere alla droga televisiva totale, si trova tuttora rappresentata da politici che vorrebbero imporre le centrali atomiche e la televisione anche di mattino, e magari 24 ore su 24. Mentre dall'altra parte la stessa sinistra che fino a poco fa magnificava l'industrializzazione o la scelta dell'energia nucleare oggi è colpita da dubbi e lacerazioni, quando non da vere e proprie marce indietro.

    Lo si è visto bene nel recente referendum (25 gennaio 1987) di Piombino e dintorni in cui una vasta maggioranza di cittadini, ed alla fine anche partiti e sindacati di sinistra, si sono pronunciati contro una megacentrale a carbone, pericolosa fonte di inquinamento, che ancora pochi anni prima passava per il principale veicolo di progresso economico e sociale dell'area interessata. E non sono rari i casi di militanti di sinistra che dieci anni fa scendevano in piazza contro i rincari della benzina, ritenendoli gravi misure antipopolari, e che oggi ammettono e magari propongono che infondo bisognerebbe aumentare ulteriormente i prezzi dei carburanti per scoraggiare un'economia e dei comportamenti privati basati così fortemente sul traffico stradale in continuo aumento, fonte di enorme danno all'ambiente e alla salute della gente.

    Insomma: di fronte all'emergenza ecologica di un pianeta che rischia di fare la fine dell'apprendista stregone, vittima di una crescita incontrollabile da lui stesso evocata e messa in moto, tante sicure collocazioni ideologico-politiche e tante scontate delimitazioni di schieramenti entrano decisamente in crisi. E' di destra o di sinistra o di centro la proposta di ridurre drasticamente il traffico privato nelle città? O la richiesta di tornare ad un'agricoltura biologicamente sana finchè si è ancora, almeno parzialmente, in tempo? Ed è stata di destra o di sinistra o di centro la scelta di consegnare ad una pesca selvaggia, a strascico industriale, le fasce costiere dell'Adriatico o la disseminazione di strade, stradine e stradone dovunque e comunque? O l'incoraggiamento massiccio all'impiego di tonnellate di farmaci per curare i cittadini? E si potrebbe continuare a lungo. Certamente la logica del profitto ha fatto girare in maniera sempre più veloce questo carosello di crescita e di espansione smisurata che ormai è arrivata a minacciare la sopravvivenza delle specie viventi sulla Terra. Ma amici e nemici del profitto sono saliti indiscriminatamente sul carosello medesimo: gli uni in nome del mercato che garantiva benessere, gli altri per ottenere una più equa distribuzione dei benefici e nella speranza di togliere il volano dalle mani dei padroni privati per passarlo a quelle dei pubblici o collettivi. Oggi si moltiplica il numero di coloro che, anche a costo di rinunce e passi "indietro", voglio rallentare e forse arrestare il carosello, perchè ritengono prioritario il ripristino di un equilibrio di un equilibrio ecologico senza il quale lo stesso carosello dello sviluppo finirebbe per spezzarsi lasciando sul campo solo rovine. E se in passato questo invito alla limitazione ed autolimitazione poteva sembrare un lusso dei ricchi - come qualcuno aveva detto quando il "Club di Roma" o MIT statunitense avevano cominciato a parlare di limiti dello sviluppo e di "crescita zero" - oggi è divenuta una necessità che nessuno può far finta di non vedere. Ecco perchè le tradizionali classificazioni e le stesse rappresentanze politiche appaiono inadeguate a comprendere la novità ecologista, e piuttosto destinate ad essere scombussolate, svuotate ed in un certo senso superate da un'ottica verde. Senza nascondersi che non basta ritenersi "verdi" per non doversi più porre i problemi della giustizia sociale, dei diritti e degli ordinamenti democratici, delle libertà civili e politiche, del lavoro, della politica estera e di mille altre questioni ancora. In nome della priorità ecologista possono trovarsi e talvolta unirsi persone e gruppi sociali che forse in passato lottavano su posizioni distanti e magari addirittura contrarie; se oltretutto adotteranno i metodi dolci e nonviolenti della ricerca e formazione del consenso, potranno perlomeno evitare di erigere steccati e bandiere dietro cui diventa difficile riconoscere gli obiettivi reali e le cose importanti. Ma in nome dell'istanza ambientalista potrebbero anche scontrarsi concezioni tra loro molto lontane ed opposte che pure fanno riferimento all'ecologia: si pensi per esempio a chi la salvaguardia della natura la vorrebbe attuare soprattutto attraverso la pianificazione dirigistica o magari attraverso un governo centralizzato e persino planetario, o mediante l'istituzione di una specie di dittatura ecologica di emergenza, e chi invece rivendica la democraticità ed il decentramento delle scelte e del potere. O chi combatte l'"inquinamento della specie" che sarebbe costituito da incroci tra persone di diverso colore: persino il razzismo e concezioni fortemente elitarie e selettive potrebbero ammantarsi di verde.

    Concludendo si deve quindi constatare che in nome del verde non si annullano automaticamente tutte le tensioni ed i conflitti, e la pluralità delle possibili scelte. Esistono e sempre più esisteranno diverse ed anche contrastanti politiche verdi. Ma sicuramente l'ecologia politica obbligherà molti ad uscire da trincee ideologiche e politiche ormai consunte ed a ridefinirsi di fronte a nuove ed urgenti domande che non ammettono vecchie e scontate risposte.

    Alexsander Langer

  2. #2
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    L'Europa dei cittadini non si può fare senza l'Est
    1.6.1990, Verdeuil
    Fin da molto prima dell'imprevedibile ed entusiasmante apertura dei muri e dei fili spinati che avevano diviso l'Europa sino a renderla irriconoscibile, la Comunità Europea aveva esercitato un forte fascino sui popoli dell'Europa centrale e dell'est.

    Non era tanto la Comunità realmente esistente, quella dei 12 (o dei 6, dei 9, dei 10... quale via via si presentava), e tanto meno l'Europa del mercato comune o dell'eurocrazia bruxellese ad attirare simpatie e speranze. Piuttosto era ed è l'idea in sè di una unità politica che superi finalmente gli angusti confini della solidarietà e coesione solo "nazionale" e sia pronta ad aprire la cassaforte gelosamente custodita della "sovranità", in favore di ordinamenti e solidarietà sovranazionali. Anche la pratica finora sperimentata - per quanto limitata e parziale - di "unità nella diversità" e di partecipazione democratica che la Comunità europea ha consentito, è sicuramente il processo di integrazione tra diversi più avanzato ed al tempo stesso più rispettoso di tutti i partners che sinora si sia conosciuto nella storia. La domanda di Europa, un vero e proprio bisogno di Europa, appare tuttavia oggi più avvertito nei paesi ex-comunisti che non tra i cittadini della stessa Europa comunitaria. La lunga rimozione di paesi come la Cecoslovacchia, la Polonia o l'Ungheria dal circuito europeo, la preoccupazione dei loro popoli di essere rimasti dimenticati e quasi radiati dalla famiglia dei popoli europei, il forte desiderio di trovare nuovi punti di riferimento, una volta rifiutata la condizione di satelliti di Mosca e senza voler diventare satelliti degli USA, ha alimentato molte speranze ed anche illusioni sull'Europa. E se molti europei occidentali potevano aver cancellato nella loro memoria storica o nel loro senso di appartenenza e di integrità europea città come Praga o Bucarest o Danzica e le lingue slave in blocco, il viceversa non era successo, e per la gente dell'Europa centrale ed orientale la comune eredità culturale e storica era tanto più viva quanto più negletta dalle ideologie ufficiali.

    Ora i cittadini di tutta l'Europa si trovano improvvisamente in una situazione simile a quella dei tedeschi dell'est e dell'ovest: caduti i muri, la gente dell'est corre all'abbraccio e trova un po' freddi e spesso assai egoisti ed affaristi i propri fratelli dell'ovest, per tanto tempo solo sognati. E molta gente dell'ovest, che per anni si era riempita la bocca nelle occasioni comandate di paroloni sulla libertà e sulla democrazia, ora si preoccupa quanto ci costerà la ricucitura del continente e la cura della profonda ferita che lo aveva lacerato, e magari si precipita a svaligiare tutti i possibili tesori dell'est - dai terreni alle case, dai libri ai quadri, dalle aziende ai laboratori - finché la disparità economica lo permetterà a basso costo.

    Per non parlare del reale pericolo che la generalizzazione degli attuali standards di consumi e dell'attuale ordine economico a tutta l'Europa possa in breve tempo provocare ulteriori e forse irrimediabili danni ambientali ad un continente che difficilmente riuscirebbe a sopportare un livello di motorizzazione o di cementificazione o di consumi idrici o energetici quale oggi i c.d. paesi più avanzati hanno raggiunto.

    Attuare in Europa una comune scelta democratica di autolimitazione del proprio impatto ambientale e di contenimento della propria spinta espansionista e sfruttatrice verso il resto del mondo (soprattutto verso il Sud del pianeta) non sarà cosa facile. Ma sarà indispensabile se dopo l'èra dei blocchi tra est ed ovest non si vuole immediatamente entrare nella contrapposizione frontale e ben più profonda tra nord e sud, tra sazi ed affamati, tra chi si può permettere il lusso della democrazia perchè riesce a caricare su altri le spese delle proprie scelte e chi vede nella democrazia solo l'ennesimo raggiro contro i poveri che, pur essendo maggioranza, non vincono mai.

    C'è il rischio che nel processo di unificazione europea le cose anche sotto un altro profilo vadano davvero come tra le due Germanie: che i protagonisti delle rivoluzioni popolari e non-violente già poco tempo dopo la vittoria della loro iniziativa non contino più niente, perché la parola torna alle istituzioni, ai politici di professione, ai militari, ai diplomatici.

    La spinta dei cittadini d'Europa è stata molto chiara: stessi diritti umani e civili accessibili a tutti, stessa possibilità di autodeterminazione della propria sorte, stesso bisogno di pace, stessa preoccupazione per la natura da salvaguardare, stessa volontà di giustizia e solidarietà sociale. Non può essere lasciato ora solo alle istituzioni politiche o al mercato comune il compito di dare le risposte e di decidere cosa e quanto il convento può passare.

    Oggi c'è una gran bisogno e l'inaspettata opporunità di utilizzare appieno gli spazi democratici per costruire dal basso un tessuto comune europeo anche laddove le istituzioni ancora non possono o vogliono arrivare. E' venuto il momento di darsi strutture di cooperazione pan-europea, e non solo dei 12 membri della Comunità, e di sviluppare una pratica di appartenenza europea comune. Ci proveranno dal 19 al 21 ottobre a Praga numerose associazioni e gruppi dell'area ecologista, pacifista e dell'impegno per i diritti umani, nella prima "assemblea dei cittadini degli stati firmatari degli accordi di Helsinki", sotto gli auspici del presidente-cittadino Vaclav Havel, per elaborare i propri stimoli rivolti alla "Conferenza Helsinki II" sulla sicurezza e cooperazione in Europa che si aprirà a Parigi un mese dopo. Ma l'aspettativa dall'est è enorme e si rivolge in tutte le direzioni: verso gli ambientalisti, verso le organizzazioni sindacali, verso le associazioni di scrittori ed artisti, verso il variegato mondo dell'economia alternativa... Se oggi le esperienze e strutture della società civile che esistono, numerose ed articolate, nell'Europa occidentale, non sapranno rispondere alla domanda di inter-azione e di cooperazione che viene dalla gente dell'est affamata di democrazia e di spazi non egemonizzati dallo Stato, si perderebbe un'occasione storica forse irripetibile e si lascerebbe molto amaro in molte bocche.

    Chi oggi pratica una dimensione civile ed europea nel proprio impegno organizzato, non ha più diritto di escludere l'Europa ex-comunista dal suo orizzonte. Chi perpetuasse, nei suoi schemi, i vecchi confini di blocco, finirebbe, oltretutto, per avere una visione del tutto strabica dell'Europa.

    Alexsander Langer

  3. #3
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    L'Europa e i palestinesi
    1.5.1991, Da "Omnibus"
    Reduce da una missione di 8 parlamentari (nazionali ed europei) di diversi paesi e gruppi politici in Israele, nei territori palestinesi occupati ed in Egitto, sento l'urgenza di riportare la quintessenza di quel che abbiamo visto e udito, e le conseguenze che se ne possono trarre.

    La guerra del Golfo e la nuova congiuntura internazionale hanno creato, infatti, un misto tra urgenza, disperazione ed opportunità - una sorta di singolare "momentum" - che non deve essere lasciato passare invano, a meno di non voler suscitare entro pochi anni un nuovo Saddam Hussein nella regione, e probabilmente anche nuovi e violenti estremismi "dal basso".

    Dunque: la situazione dei palestinesi nei territori occupati si presenta peggio che mai. La loro economia risulta decurtata di due terzi, decimata dalle conseguenze della guerra nelle rimesse degli emigrati, le sovvenzioni dal Golfo, i salari guadagnati in Israele. Dei loro diritti umani sarebbe meglio non parlare: sono quasi inesistenti. L'occupazione israeliana in reazione all'Intifada - una lotta, non dimentichiamolo, sostanzialmente nonviolenta e popolare - si è fatta sempre più sofisticata ed intransigente.

    Fa effetto vedere persone adulte e ragionevoli che alle 19,40 della sera devono troncare comunque qualsiasi discorso ed attività perchè alle 20 comincia il coprifuoco e non possono più stare in giro. O apprendere, che per andare da Betlemme a Gerusalemme ci vuole un permesso che è difficile ottenere, si devono affrontare controlli imprevedibili e spesso arbitrari ai posti di blocco e che chiunque venga insignito di una particolare carta d'identità verde (diversa da quella normale, arancione) è considerato d'ufficio un "troublemaker", un sovversivo, e non può normalmente abbandonare la sua residenza. Per non parlare delle punizioni collettive, sempre più in auge: vola un sasso da una scuola, e la scuola per tre giorni viene chiusa; parte una sassaiola di ragazzi da una casa, e la casa può essere distrutta dai militari. La famiglia, il vicinato, una scuola, un villaggio - tutti diventano ostaggi per gli occupanti che usano queste punizioni collettive chiaramente come strumenti di intimidazione, non di giustizia. E' la discriminazione diventa norma: targhe automobilistiche e carte d'identità di colori diversi, in modo da distinguere subito chi appartiene alla parte dominante e chi a quella dominata, e chi deve essere fermato dalla polizia e chi no; diritti sociali fortemente differenziati (magari perché astutamente legati al compimento del servizio militare); un evidente e sensibile dislivello nei diritti linguistici, culturali, religiosi, economici. E poi la differenza più terribile e forse più inammissibile di tutte: che lo stato israeliano autorizzi una parte dei suoi cittadini (civili!) a portare - e usare! - armi contro l'altra parte. I coloni, che scelgono di piazzare i loro numerosi insediamenti nel bel mezzo dei territori occupati e sinora comunque non legalmente annessi ad Israele, girano armati, ed il solo fatto che li legittima a ciò è il loro essere ebrei - possono poi magari essere persino stranieri (ho visto con i miei occhi volontari stranieri delle forze armate israeliane che entravano in uniforme nelle moschee).

    L'effetto devastante di questo protrarsi di una situazione di contrapposizione violenta tra occupanti ed occupati, che non favorisce certo le posizioni ragionevoli e moderate tra i palestinesi, coinvolge ovviamente tutta la società israeliana: i modi rudi delle forze dell'ordine tendono a diventare norma quotidiana, e tra poco non ci sarà praticamente più israeliano o israeliana adulta che non avrà fatto parte, nel tempo del servizio di leva o dei frequenti richiami, delle forze di occupazioni, dunque avrà partecipato a pattuglie, rastrellamenti, blocchi, perquisizioni, controlli, demolizioni di case, arresti, combattimenti, bastonature, rottura di braccia o di gambe, feriture, uccisioni. Un imbarbarimento che rischia di pesare assai a lungo ed in profondità. L'ossessione della sicurezza in questo contesto ne favorisce una lettura sempre più militare, sempre meno politica: ci si sente sicuri in ragione della propria forza, non dei rapporti stabili e pacifici e della preminenza del diritto.

    Per i palestinesi ogni giorno che passa peggiora la situazione: nuovi insediamenti, terre confiscate, palestinesi (soprattutto cristiani) che emigrano, rovina economica, sfiducia in una soluzione politica. Non è nell'interesse della pace se l'incancrenimento diventa irreversibile. Ora i palestinesi, e la stessa OLP (che si lecca ancora le ferite per l'infelice posizione presa nei giorni della crisi e della guerra del Golfo), sono più flessibili che mai: che non si vogliano accontentare di un'autonomia per gestire la nettezza urbana, pare ragionevole.

    Da "Omnibus" Maggio 1991

    Alexsander Langer

  4. #4
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    Perchè gli ecologisti non sono né di destra né di sinistra
    di Langer Alex - 08/02/2007
    dalla mailing-list Arianna Editrice
    Fonte: fareverde

    Nel 1985 Alex Langer, introducendo a Firenze l'assemblea nazionale in vista della costituzione delle liste verdi, affermò che gli ecologisti "non sono né di destra né di sinistra". Ci fu polemica allora, e polemica c'è tuttora verso quella definizione. Il verde o è rosso o non è, venne detto. Langer argomentò così la sua posizione.





    Alcuni liquidano la questione destra/sinistra con un riferimento al totem ed al tabù. Al totem: "non si può essere verdi senza essere rossi"; chi non fosse riferibile ad una scelta "di sinistra" e non riconoscesse come suoi i totem della sinistra (la centralità della classe operaia? la priorità della contraddizione tra capitale e lavoro?), non sarà un vero verde.
    Al tabù: “e chissà da chi sono pagati quei verdi”, che magari nascondono il socialdemocratico, il democristiano e, chissà, il fascista nelle proprie file e quindi si smascherano da sé. Sono nemici, non vogliono l'alternativa, si inquadrano nel gioco dei padroni. E fanno di destra e sinistra un sol fascio.
    Fosse così semplice, sarebbe persino da stare allegri.
    E invece è tutto terribilmente più complesso. Perché è assai difficile stabilire cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e distinguere la sinistra per le sue opere, non solo per le sue parole.
    E poi bisognerà interrogarsi anche sull'utilità pratica di certe classificazioni, e trarne delle conseguenze.
    Infine, converrà domandarsi come stabilire un fruttuoso dialogo tra verdi e rossi, senza pretendere di definire una netta linea di demarcazione e senza esigere professioni di devozioni agli schieramenti ereditari.
    Cos'è oggi la sinistra e la destra?
    In un mondo in cui la Cina chiama ingegneri stranieri per affidare a loro la ristrutturazione efficientista di certe fabbriche; in cui l'economia sommersa entra nell'orizzonte teorico e pratico degli economisti della socialdemocrazia austriaca; il concetto di sinistra perlomeno non si rivela immediatamente utile. Per non parlare di politica estera e militare, dove notoriamente sinistra e destra si comportano in genere come il cacciatore ed il bracconiere: fanno le stesse cose, ma si distinguono per la qualificazione nominale di quel che fanno.
    È di sinistra quel che fa la sinistra (compresa le centrali nucleari, la force de frappe atomica di Mitterand, i progetti autostradali difesi dai sindacati perché danno lavoro...) o bisogna anche che ci sia qualcosa di "rosso" nei contenuti? È di sinistra l'insistenza per lo "sviluppo" (industrialismo, espansione, crescita del prodotto naz. lordo) e magari di destra la de-industrializzazione?

    La delegittimazione dell'utopia socialista

    Ma - si dirà - se per sinistra si intende uno schieramento sociale, o meglio, l'indicazione di una tradizione politico - culturale, non ci si può rifugiare nell'agnosticismo.
    Vero. E per giunta la sinistra in Italia (anche perché all'opposizione) è stata in gran parte il terreno di coltura di quelle forze che oggi si preoccupano esplicitamente più della sopravvivenza della specie che non del trionfo della classe.
    Questa sinistra, né unitaria, né sempre coerente, ha indubbiamente molti meriti in Italia. Ha contributo (ma non solo lei) all'emancipazione politica, sociale e culturale di larghi strati di popolazione; ha conquistato e via via saputo ampliare molti spazi democratici, a cominciare dalla resistenza contro il nazifascismo; si è battuta per significativi passi in avanti verso una maggiore giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale: ha generato (non sempre volontariamente) importantissimi ed incisivi movimenti di massa; si è dimostrata una fertile fucina di idee, di cultura.
    Ma accanto a questi ed altri indubbi meriti, la sinistra ha contributo anche a provocare una situazione sempre più bloccata che oggi la vede prigioniera di alcuni suoi meccanismi, ed in ritirata un po' su tutto il fronte.
    In particolare l'insistenza della sinistra sull'alternativa di governo come premessa di ogni processo di cambiamento sociale ha finito per premiare lo schieramento avversario: la sinistra non è riuscita - salvo nelle regioni rosse e su contenuti ben poco alternativi - a costituire intorno a sé un sistema di alleanze sociali capace di conquistare la maggioranza sociale, non solo politica.
    Oggi la mancanza di grandi progetti a sinistra e la perdita di legittimazione dell'utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del "capitalismo realizzato" può contribuire a determinare certi effimeri successi elettorali.

    Vecchio e Nuovo Testamento

    Ed ora qualcuno vorrebbe che le nuove spinte che possono provenire da un'impostazione "verde" - con tutta la sua carica di radicalità eco-pacifista e di critica di fondo alla civiltà dominante, ma anche con tutta l'ingenuità e la frammentarietà di un abbozzo teorico, ideale e sociale ancora in fieri - passassero per forza attraverso la cruna del dogma rosso e dello schieramento "di sinistra", quasi fosse l'unico abilitato ad ospitare e legittimare teorie e prassi di trasformazione sociale.
    In altra occasione mi è capitato di paragonare il rapporto tra il "verde" ed il "rosso" al rapporto che i cristiani vedono tra il Nuovo e l'Antico testamento, tra cristianesimo ed ebraismo. Anche ai primi cristiani, consapevoli di essere portatori di una carica innovativa radicale, qualcuno dalle loro stesse file chiedeva di vestire i panni della legge d'Israele e di rispettare la tradizione dei suoi profeti, e di situare la nuova predicazione sostanzialmente all'interno del mondo ebraico, pretendendo dai nuovi adepti (pagani) del Vangelo anche la circoncisione e la frequentazione del codice israelitico. "Non si può essere cristiani senza essere ebrei", decretavano questi custodi della tradizione. Se il cristianesimo non avesse superato quell'angusta impostazione, si sarebbe ridotto a diventare uno dei filoni (forse una delle sette) della tradizione israelita e ne avrebbe probabilmente seguito le sorti, compresa la distruzione del tempio e la diaspora. Accettando invece di operare in campo aperto, tra i gentili, senza pretenderne la conversione all'ebraismo, il cristianesimo - pur non buttando alle ortiche il Vecchio testamento ed i suoi insegnamenti - è diventato quel fermento (positivo o negativo che lo si giudichi) epocale che si sa.
    Senza voler forzare le analogie - dato che i paragoni sono spesso ingannevoli - vorrei affermare che 1) non è vero che il "verde" sia il naturale e scontato prolungamento della tradizione politico-culturale e del radicamento sociale dei "rossi"; 2) un affiancamento troppo stretto dei "verdi" ai "rossi" rischierebbe di sterilizzare una buona parte del potenziale dinamico che l'ecologismo ed il pacifismo può attivare in aree non toccate dalla sinistra o ad essa inaccessibili.
    La logica dei blocchi o di qua o di là

    All'interno della sinistra assai spesso si ragiona con una logica dei blocchi non troppo dissimile da quella tra est e ovest: si deve stare da una delle due parti (o a destra, o a sinistra; o con i padroni o con la classe operaia, ecc.), tertium non datur, chi vuole sfuggire a questa polarizzazione forzata, in fondo intende fare il gioco di qualcuno ("dell'altro blocco", a seconda del punto di vista). Ma così ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive. In questo senso ritengo che un ragionamento "verde" sia e debba essere trasversale rispetto alla tradizionale logica della sinistra e possa, anche per questo motivo, incentiva re la formazione di nuovi progetti e di nuove alleanze sociali.
    Pensiamo allo statalismo assai radicato nella sinistra, o al suo sostanziale industrialismo, o alla forte inclinazione al centralismo, o al "lavorismo" che caratterizza la sinistra, o alla sua diffidenza verso l'individuo non organizzato, o ai temi ambientali (energia, edificazione sul territorio, trasporti, uso delle risorse, ecc.) o ad infiniti altri momenti fondanti di un ripensamento critico della civiltà attuale in chiave ecologica. Pretendere dai "verdi" di incamminarsi lungo i binari segnati dalla tradizione di sinistra o di considerare naturali alleati nelle possibili giunte o governi, mi parrebbe un grave errore, anche se non si può certamente negare che su molti altri valori - di democrazia, di giustizia sociale, di liberazione dallo sfruttamento, - ci potranno essere terreni comuni.
    Anche se per tutto un periodo non breve l'approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai marcate tra "verde" e "rosso", ed i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla "fuoriuscita dall'industrialismo", sul sindacato e più in generale sulla concezione del "progresso", saranno assai dolorosi.
    Ciò non significa né che i "verdi" si lancino in primo luogo contro la sinistra, né che essi si possano considerare equidistanti tra destra e sinistra, quasi fossero il nuovo centro: si dovrà ben tenere presente la differenza tra chi ha realizzato e gestisce il capitalismo industrialista e chi, non essendone gestore, se ne mostra subalterno e spesso velleitario critico e pretendente alla successione.
    Non è ancora detto che i "verdi" riusciranno a costruire, con la necessaria pazienza e laicità, un proprio progetto complessivo che vada oltre il rifiuto dell'esistente e oltre la sottrazione di consensi alla civiltà dominante. Può darsi che anch'essi cedano alla logica degli schieramenti, subordinandosi a quella preconfezionata o snaturando il proprio contributo con cadute integralistiche e settarie.
    Ma è più probabile che essi diventino punto di incontro, di rifondazione e di fusione di aspirazioni nuove e vecchie, dove - intorno all'ecologismo - accanto a qualche bandiera lasciata cadere a sinistra (ed in particolare di quelle "settantottesche") si raccolga anche qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell'eguaglianza; il bisogno di identità di tradizione di "patria" particolare; una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell'iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell'"ente pubblico"; una ricerca di "comunità" non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra...
    Un polo autonomo di elaborazione e di aggregazione che riesca ad esprimere bisogni "impolitici" e non toccati dalla consolidata polarizzazione politica, quale lo possono diventare i "verdi", è oggi più necessario che non l'ennesima variante del "rosso".

  5. #5
    Lupo Sciolto
    Ospite

    Predefinito

    in buona parte condivido il contenuto di questi articoli.. temi come quello ambientale vanno oltre i partiti.. probabilmente a chiunque stiano a cuore tematiche ambientali ed ecologiche stanno a cuore anche tematiche sociali.. ma non per questo dobbiamo pensare che "verde" è tale solo se anche "rosso"...

 

 

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