di MARCELLO VENEZIANI




Non so cosa sarà in grado di combinare Storace ora che ha lasciato casa, se sarà capace di convogliare le destre sparse e scontente oppure se si disperderà lungo la via. Ma una cosa certo non si può dire, ed è quella che invece ha detto Fini: la motivazione politica di Storace è inconsistente. Accidenti se è inconsistente; si può condividere o meno, ma il disagio verso questa destra è diffuso, concreto e consistente. Ed è plurale. Non è infatti il malessere dei vecchi nostalgici del Msi o degli ultimi neofascisti, ma riguarda almeno tre categorie di persone: i conservatori, o se preferite, i nazional-conservatori che non hanno ancora trovato dove fare l'uovo; i cattolici tradizionali, che si sentono vicini a Ratzinger più che a Cesa, e la destra sociale e comunitaria, un po' ribelle, in prevalenza giovanile. Si può dubitare sulla risposta che dà Storace, ma non si può certo dubitare della domanda da cui sorge. La gente di destra ha preso più mazzate tra i denti da Fini negli ultimi due anni che dall'arco costituzionale negli ultimi venti. Sono delusi, arrabbiati. Ripiegano sull'antipolitica, sull'apolitica o su Berlusconi, che perlomeno è un capo ed è pure di sangue caliente. Non si può sacrificare un partito, un ambiente umano, un'area, alla carriera personale del suo leader, al suo tentativo di succedere a Berlusconi. Ma si sentiva il bisogno di un nuovo partito di destra in Italia? Non lo so e appena sento partito, sono portato a partire anch'io; direi di no, ne abbiamo troppi e brutti. Ma ancor meno c'è bisogno di un altro partito psicolabile di centro, come quello che sta facendo Fini. Mi pare persino più sensata la strategia di Casini piuttosto che quest'ondivaga assenza di linea. Il problema vero per An è uno: se scommettere di fare la propria parte in un arco chiamato centro-destra o se tentare di fare il tutto, cioè di spalmarsi lungo tutta la Casa delle libertà, nella speranza di essere non un versante, una stanza della medesima, ma l'erede universale, o comunque principale del dopoSilvio. A me questo secondo progetto sembra velleitario e soprattutto mi sembra ingiusto lasciare nella terra di nessuno quell'area consistente e vera, non di partito ma di società; area conservatrice, cattolico tradizionale e di destra sociale e comunitaria. E poi, scusate, non ho fiducia nelle capacità di Capo del suddetto Fini; è bravo in tv, punto e basta. Non ha mai amministrato una città, una regione, un condominio; non ha mai guidato un governo o realmente condotto a lungo un ministero; agli esteri se lo ricordano più in Israele che in Italia. E non ha mai condotto il suo partito ad una svolta strategica: An vive ancora di lasciti, da Almirante a Tatarella, più contorno di Fisichella, Fiori e appoggi esterni. Non esce dal cono di luce del suo tutor, Berlusca. An non può sbiadirsi così, ombreggiare, come una periferia frastornata di Forza Italia, linea Cicchitto o arcipelago Schifano. Storace è l'anagramma di Socrate, ma lui non è un filosofo e soprattutto non si beve la cicuta, è cocciuto e generoso. Per molto tempo si è pensato che il suo dissenso rientrasse, come è accaduto altre volte, magari in cambio di qualcosa. Ma stavolta o lui fa sul serio o Fini non lo ha preso sul serio, oppure non c'erano ministeri della salute da promettere in cambio merci; comunque meglio dimenticare (mezza famiglia Fini sarà d'accordo). Storace tira diritto e trova sulla strada, per ora sottovoce, mezza An, vari parlamentari non ricandidati dal capo, alcune figure di rilievo che non vengono dal vecchio Msi: ma il suo bacino potenziale rischia di restringersi strada facendo, per dubbi sulla leadership, timore dell'incognito, attendismo. Penso alla Santanchè, a Mantovano, a Buontempo, a tanti altri. So che i giornaloni e i loro sponsor da tempo proteggono Fini e anche questa volta non mancherà l'appoggio a lui contro l'insorto. Magari cercheranno di ricacciare Storace in una variante burina del neofascismo. Ma l'annuncio di Storace non ricorda Mussolini, semmai Mussi: Storace ne è l'analogo sul versante destro. Perché il malessere è parallelo, destra e sinistra sono sorelle in menopausa. Sarà difficile anche un'alleanza di Storace con la Mussolini, con cui si è scornato troppo duramente alle regionali. In tutto questo, l'incognita è cosa pensa e soprattutto cosa fa Berlusconi, se lo incoraggia, lo scoraggia o fischietta. A me l'unica via d'uscita dignitosa pare questa: fare un gran partito-metropoli con i suoi quartieri, dai parioli alla sgarbatella. Ovvero un iperpartito dove c'è dentro tutto e ognuno si conquista la sua fetta. Come a sinistra il Partito democratico. Ma con un leader riconosciuto da tutti, un popolo di elettori omogeneo e un filo conduttore chiaro su temi alti e concreti: più sicurezza e meno fisco, difesa della famiglia e della tradizione civile e religiosa, identità e patriottismo di civiltà. Il primo c'è ma non è eterno; il secondo tutto sommato c'è ed è più avanti dei singoli partiti; il terzo scarseggia, perché scarseggia un progetto politico. Alla destra manca oggi più che un altro partito, un luogo in cui far nascere una linea, una classe dirigente, una proposta politica. Una fondazione vera, un laboratorio; non mi piace chiamarlo pensatoio perché ricorda il pisciatoio. Se fossi Fini e se fossi Storace non cercherei di far la guerra per tenermi An o per fondare un nuovo partito; ma affretterei la nascita di un Grande Contenitore. Dove tutti restano se stessi e nessuno pretende di accoppare l'altro. E poi vinca il migliore, il peggiore o il più gluteodotato.


da Libero del 4 Luglio 2007