A proposito dello spettacolo "Messiah Game"

L'assolo di Uto Ughi. E la Biennale impari



Davide Rondoni
Un assolo che ci voleva. Un segno di dignità, sobrio e profondo. Un intervento d'artista che nonostante sia stato tenuto un poco nell'ombra, conforta e sprona. Mi riferisco all'intervento che ieri il Corriere della Sera ha relegato a pagina 37 sotto la rubrica delle repliche. La firma è di Uto Ughi, uno dei massimi musicisti italiani. Il suo violino è ammirato e ci è invidiato in tutto il mondo. Eppure Ughi aveva preso carta e penna per intervenire su una polemica che aveva occupato pagine intere di quello e di altri quotidiani. Intendo le polemiche per la messa in cartellone alla Biennale di Venezia dello spettacolo "Messiah Game", versione sado-maso di una presunta vita di Cristo, già scartato a Salisburgo, e invece ospitato con onore sul Lido.
Ughi da artista e non da funzionario della cultura, non fa giri di parole. Si dice sconcertato come cittadino e come artista dalla scelta di programmare uno spettacolo che offende in tal modo il pudore e la fede di tanti veneziani e no. E trova "inaccettabile" la difesa del direttore della Biennale, che giustifica la sua scelta con il comodo e furbesco appellarsi alla libertà di giudizio del pubblico (si metta ai voti del pubblico anche la sua nomina, allora) e, continua Ughi, "sconcertante" la reazione del sindaco Cacciari, che pur egli stima come persona profonda, il quale ha fatto appello all'"ospitalità" di Venezia per motivare la scelta in cartellone. Come se, dice Ughi, Venezia non dovesse mostrarsi accogliente con i tanti cristiani e cittadini anche non credenti che si sentono offesi da tale spettacolo. E come se, rincara la dose il violino abituato a tanti a soli, Venezia si dimenticasse di essere accogliente con i tanti profughi armeni che, ben presenti all'isola di san Lazzaro, hanno avuto le famiglie sterminate nel deserto turco a causa della fede in Gesù. E l'artista finisce citando Voltaire, icona cara ai laicisti, il quale mai si sarebbe permesso di offendere in modo così becero il senso religioso e del pud ore.
L'intervento di Ughi, la scelta della Biennale, e non ultimo, la posizione in cui lo relega il Corsera, aprono una gravissima questione estetica nel nostro Paese. Proprio il tono sobrio ma fermo e preciso di Ughi dimostra che si tratta di una questione aperta in profondità, da anni, ma che sta raggiungendo vette, o meglio, bassure preoccupanti. Sotto la responsabilità di occhiuti funzionari, che spesso resistono anche al cambiare dei governi, enti che gestiscono milioni di euro in campi come il teatro, il cinema e la tv promuovono una cultura corrosiva e banale.
In nome di una fasulla e furbesca idea di democrazia culturale si consolida una rete egemonica che ha perso certi connotati ideologici per assumerne altri, più virulenti, inaciditi, e presuntuosi. C'è in Italia una questione estetica, che è dovuta in buona parte alla miseria culturale della classe politica in entrambi gli schieramenti. Le responsabilità di chi ha potere di nomina, di finanziamento e di verifica degli investimenti culturali sono enormi. Un violinista o un poeta non possono fare molto, ma possono non tacere. Sbaglia chi considera queste cose come beghe di poco conto. Nel momento in cui in Italia salta - come sta saltando - il rapporto tra credibilità delle grandi istituzioni e di formazione culturale e una buona parte del mondo reale degli artisti e del pubblico, allora significa che ci si avvia, in mezzo ad irresponsabili sperperi, a una grigia dittatura, a un gaio disprezzo per uno dei beni più importanti che abbiamo, e che ci rendono importanti nel mondo.
Ben più delle fabbriche d'automobile o delle compagnie aeree. Non sentire la gravità di tale questione estetica, non ascoltare l'assolo di Ughi sarebbe drammaticamente colpevole.


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Chi pensate si intenda di più di arte? Uto Ughi o l'autore di Messiah Game?