MILANO - Espellere l'Iran dalle Nazioni Unite. È una dura richiesta quella formulata dal presidente israeliano Shimon Peres al vicepresidente americano Joe Biden, in visita a Gerusalemme per l'avvio dei negoziati indiretti tra israeliani e palestinesi sotto l'egida degli Usa. Nei confronti dell'Iran, ha detto Peres, «sanzioni di carattere morale sono non meno importanti che le sanzioni economiche», che pure a suo parere vanno rafforzate insieme a misure di difesa regionale. Il presidente Ahmadinejad, ha aggiunto, «non può al tempo stesso essere membro delle Nazioni Unite e invocare la distruzione di Israele. Non può continuare ad andare in giro come un eroe».
«OPPORTUNITÀ DI PACE» - I negoziati sono ripartiti, dopo 14 mesi di stallo, grazie al lavoro dell'inviato speciale Usa George Mitchell. Joe Biden, che incontrerà anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen, si è detto moderatamente ottimista: fra israeliani e palestinesi, spiega, c'è «un'opportunità di pace». Ha dichiarato inoltre che «non ci sono divergenze tra Israele e gli Stati Uniti» per quanto riguarda la sicurezza. Giovedì il vicepresidente Usa proseguirà per la Giordania.

NUOVA CENTRALE NUCLEARE - In contemporanea all'avvio dei negoziati arriva la notizia che Israele sta valutando l'ipotesi di costruire una centrale nucleare per la produzione di energia elettrica, «con la cooperazione dei vicini arabi». Lo ha annunciato il ministro per le Infrastrutture Uzi Landau, atteso alla conferenza internazionale sull’energia atomica a Parigi. Il ministro ha sottolineato che Israele ha bisogno di fonti alternative di energia, essendo attualmente dipendente da impianti a carbone e dall'importazione di gas da altri Paesi, e che vorrebbe realizzare il progetto in cooperazione con altri Paesi: oltre alla Francia - il cui governo ha già manifestato «grande interesse» - Landau ha parlato di un possibile coinvolgimento della confinante Giordania (uno dei pochi Paesi arabi con cui ha rapporti diplomatici), alle prese con analoghi problemi di ricerca di fonti energetiche alternative.

DUE IMPIANTI, UNO TOP SECRET - La costruzione della centrale richiederebbe diversi anni, ma l'iniziativa - nonostante le intenzioni dichiarate di scopi esclusivamente civili - appare destinata a riaccendere l'attenzione sugli impianti atomici israeliani e sui controlli internazionali, tanto più alla luce delle polemiche sui programmi nucleari dell'Iran. Israele dispone di almeno due impianti: uno utilizzato per la ricerca scientifica a Nahal Soreq, regolarmente aperto alle ispezioni internazionali, e l'altro a Dimona, nel deserto del Neghev, classificato invece come top secret e ritenuto da anni il cuore dell'arsenale atomico (mai ufficialmente dichiarato) dello Stato ebraico. L’ufficio di Landau ha assicurato che nel caso il progetto venisse effettivamente realizzato lo Stato «seguirebbe tutte le procedure e regolamenti rilevanti», senza però chiarire quale sarebbe il ruolo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Israele non è infatti firmatario del Trattato di non Proliferazione nucleare e gli esperti - compresa la stessa Aiea - lo accreditano di un arsenale di circa un centinaio di testate, circostanza che Gerusalemme non ha mai confermato né smentito.

ANCHE LA SIRIA VUOLE UNA CENTRALE - Il timore che parta una corsa agli armamenti è aumentato da un analogo annuncio della Siria, che ha annunciato l'intenzione di sviluppare il nucleare in modo da rispondere alla crescente domanda di energia elettrica. «L’utilizzo pacifico dell’energia nucleare non dovrebbe essere monopolizzato dai pochi che possiedono questa tecnologia, ma dovrebbe essere disponibile per tutti» ha detto il viceministro degli Esteri Faysal Mekdad alla conferenza sull’energia nucleare a Parigi, poco dopo le dichiarazioni di Landau.

AVANTI GLI INSEDIAMENTI - Infine, la questione degli insediamenti. Nonostante il nuovo avvio dei trattati di pace, Israele prosegue nello sviluppo delle colonie. E dagli Usa arriva un via libera, seppure con la richiesta di prudenza. La costruzione di 112 abitazioni in colonie nella Cisgiordania, spiega Washington, non viola il congelamento parziale deciso dal governo, ma si tratta di una decisione da evitare una volta deciso di avviare negoziati indiretti. «Quando avviate negoziati di questo tipo dovete riconoscere gli interessi e le percezioni dell'altra parte e ambedue le parti devono essere prudenti prima di decidere qualcosa che possa essere mal percepito nella regione o sfruttato da chi vuole porre ostacoli ai futuri progressi» ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Philip Crowley.


Corriere della Sera