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  1. #1
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    Predefinito E se la Ue ci butta fuori?

    E' possibile secondo voi che l'Europa, che sostiene ormai parte dell'enorme debito pubblico itagliano, ci butti fuori dall'euro, data l'assoluta incapacità e soprattutto non voglia del governo di fare le riforme?
    E se si, che conseguenze disastrose ci sarebbero?

    Attualmente siamo il paese più arretrato d'Europa, persino il Portogallo secondo le agenzie di rating ha fatto un risanamento dei conti pubblici molto più efficiente di quello dell'itaglia

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  2. #2
    Gaeta resiste ancora!
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    Irrealistico!
    Non butteranno mai fuori un membro fondatore.
    Se avenissie si aprirebbero scenari impensabili; mi sa che gli Usa cerchrebbero di controllare in qualche modo la Sicilia e probabilmente pure il Sud continentale che sono strategici nel Mediterraneo.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Princ.Citeriore Visualizza Messaggio
    Irrealistico!
    Non butteranno mai fuori un membro fondatore.
    Se avenissie si aprirebbero scenari impensabili; mi sa che gli Usa cerchrebbero di controllare in qualche modo la Sicilia e probabilmente pure il Sud continentale che sono strategici nel Mediterraneo.
    L'Europa ci ha già avvertiti che a causa delle politiche completamente irresponsabili dell'itaglia il costo del denaro in Europa aumenta...gli europei non accetteranno questa situazione a lungo

  4. #4
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    Ci sarebbe una parte considerevole - dell'italico stato - che dell'UE non dovrebbe già oggi far parte, causa qualsiasi valore sballato e fuori da ogni parametro prima ancora che da ogni decenza. L'altra - o le altre - parti, storicamente a vocazione europeista (e chi, come venezia, anche ponte con l'oriente) ci starebbe meglio o con un ruolo da leader e non scomoda causa disgrazie altrui.

  5. #5
    Gaeta resiste ancora!
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    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem Visualizza Messaggio
    Ci sarebbe una parte considerevole - dell'italico stato - che dell'UE non dovrebbe già oggi far parte, causa qualsiasi valore sballato e fuori da ogni parametro prima ancora che da ogni decenza. L'altra - o le altre - parti, storicamente a vocazione europeista (e chi, come venezia, anche ponte con l'oriente) ci starebbe meglio o con un ruolo da leader e non scomoda causa disgrazie altrui.
    Dice Nicola Zitara (www.eleaml.org) che per noi meridionali l'Europa è sempre stata foriera di eventi negativi: le invasioni franccesi, quella piemontesi.
    Ma se dalla terra sono sempre venute cose negative, dal mare sempre cose positive. Noi dobbiamo essere il ponte tra l?Africa, l?Asia e l'Europa.
    E non l'ultima thule, la periferia della perferia, di un continente che ha il suo cuore ad Amburgo.
    Certo dovremmo farci trovare preparati, dovesse capitare presentarsi ad un evento di importannza millenaria con gente come mastella e bassolino, la russa etc non oso immaginare il nostro futuro.

  6. #6
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    Ritengo l' ipotesi impossibile. Quelli vogliono solo espandersi, se si sono tirati dentro un carrozzone come la Romania, anche se ancora non nell' Euro, non mi sembra possibile che buttino fuori l' italia.
    Se lo dovessero fare, penso che almeno dalle mie parti ed in Sudtirolo i tralicci sarebbero in serio pericolo. Forse non solo i tralicci, a questo punto.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da novis Visualizza Messaggio
    L'Europa ci ha già avvertiti che a causa delle politiche completamente irresponsabili dell'itaglia il costo del denaro in Europa aumenta...gli europei non accetteranno questa situazione a lungo
    Ti faccio un' ipotesi: finalmente l' attuale politica monetaria sulla falsariga di Adam Smith viene riconosciuta come obsoleta. Concretamente ci si rende conto che agevolare l' indebitamento (tassi bassi) porta solo a bolle speculative (v. immobili in USA e Spagna) e si decide di agevolare l' autofinanziamento delle imprese e la giusta remunerazione dei risparmi, per consentire allo Stato di risparmiare pensioni (so che è scorretto togliere dalla spesa previdenziale statale per dare alla spesa per il debito pubblico, comunitaria, ma la differenza sarebbe controbilanciata da interessi sul circolante ridotti, che si tradurrebbero in un aumento di cash-flow - tassabile in pieno - vs. una riduzione di ammortamenti - dalla tassazione arbitraria, in genere troppo bassa).
    Scenario: Euribor a livelli 2000, italia pioniere del nuovo Keysenianismo, Euro a 1,50 USD, petrolio ed importazioni varie molto più a buon mercato, esportazioni non tecnologiche penalizzate, conversione di comparti export vs. dollaro (p. es. sedie in Friuli) a comparti export Euro/Euro o High-Tech.
    Ristrutturazione porta a nuova occupazione, la legge sulle pensioni a 58 anni è improvvisamente finanziabile, se si detrae la rendita finanziaria oltre, diciamo, 1000 Euro/mese dalla pensione. In italia ci sono moltissimi depositi consistenti, che però devono riversarsi sul mercato del lavoro per inadeguatezza del rendimento.
    Prezzi degli immobili in lenta discesa (quindi maggior benessere generalizzato), stop alla cementificazione selvaggia (quindi vantaggio per l' ambiente).

    Tanto male?

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Mitteleuropeo Visualizza Messaggio
    Ritengo l' ipotesi impossibile. Quelli vogliono solo espandersi, se si sono tirati dentro un carrozzone come la Romania, anche se ancora non nell' Euro, non mi sembra possibile che buttino fuori l' italia.
    Se lo dovessero fare, penso che almeno dalle mie parti ed in Sudtirolo i tralicci sarebbero in serio pericolo. Forse non solo i tralicci, a questo punto.
    Infatti, a quel punto credo che l'unità del paese andrebbe FINALMENTE a sfascio anche per i beoti padani, ma il prezzo della cacciata dall'euro temo sarebbe altissimo per gli stessi beoti.
    Io non mi intendo di queste questioni, ma dopo gli avvertimenti di pochi giorni fa dell'Europa leggo analisi come queste:


    L'Italia e il rischio Argentina di Nouriel RoubiniTratto dal sito www.lavoce.info

    Sono stato fin dall’inizio un forte sostenitore dell’Unione monetaria europea. A preoccuparmi è però il fatto che sebbene sia riuscita a innescare un processo di convergenza per alcune variabili nominali (inflazione, tassi di interesse e così via), l’Unione monetaria si associa ora a un processo di crescente divergenza nelle performance economiche, in particolare per quello che riguarda i tassi di crescita. La diversità di risultati economici è un problema serio per alcuni paesi membri (Italia, Portogallo, Grecia) e potrebbe portare a un collasso della stessa Unione monetaria. Non sono un fautore di tale eventualità, ma senza appropriate politiche macroeconomiche e riforme strutturali, il rischio a medio termine di un crollo dell’Unione monetaria è serio.
    I problemi di una crescita modesta
    La crescita economica nell’area euro è stata molto modesta negli ultimi anni. E questo è certamente un problema per l’Unione monetaria. Il tasso di crescita medio nel periodo 2001-2005 è stato di circa l’1 per cento. Si tratta di un problema tutto strutturale? La risposta è no, in quanto le rigidità strutturali e la crescita più lenta della popolazione implicano che la crescita potenziale dell’Eurozona è più vicina al 2 per cento che al 3,5 per cento degli Stati Uniti. Dunque, lo scarto tra il potenziale 2 per cento e il reale 1 per cento deve essere attribuito alle politiche macroeconomiche.
    Gli Stati Uniti hanno reagito alla recessione del 2001 tagliando i tassi a breve dal 6,5 all’1 per cento, trasformando un surplus di bilancio del 2,5 per cento del Pil in un deficit del 3,5 per cento e lasciando deprezzare il dollaro tra il 2002 e il 2004. Mentre la soluzione americana può essere stata eccessiva e senza scrupoli nel caso della politica di bilancio, la reazione dell’Europa è stata troppo timida.
    La Banca centrale europea, troppo preoccupata dell’inflazione, ha ridotto i tassi molto più lentamente e molto meno (fino al 2 per cento) rispetto alla Fed. La politica fiscale è stata modificata solo marginalmente e l’euro si è apprezzato fino all’inizio del 2005. Così, rigide politiche macro hanno contribuito a rendere molto debole la ripresa dell’Eurozona dopo la recessione del 2001.
    Più pericolosa per l’Unione monetaria è però la crescente diversità nei risultati economici e nei tassi di crescita all’interno dell’area euro. La Bce sostiene, basandosi su proprie ricerche, che non c’è una diversità nella crescita in quanto 1) la deviazione standard dei tassi di crescita all’interno dell’area euro non è aumentata dopo la nascita dell’Unione monetaria e 2) la dispersione dei tassi di crescita all’interno dell’Unione monetaria è simile a quella che si ritrova all’interno dei cinquanta Stati Usa.
    Queste statistiche sono però fuorvianti per una serie di ragioni.
    Il tasso di crescita medio nell’Eurozona è sceso dal 2001 in poi. Perciò la dispersione (deviazione standard) dei tassi di crescita intorno a questa media più bassa, sarà inferiore. Si dovrebbe piuttosto guardare al coefficiente di variazione (la deviazione standard divisa per il tasso di crescita medio) per avere una corretta misura della dispersione. E quest’ultima misura mostra una crescita della divergenza.
    La deviazione standard tra il 1999 e il 2005 è stabile perché le tre grandi economie europee (Germania, Italia e Francia) sono crescite poco tutte e tre insieme. Così, la bassa dispersione è dovuta a una scarsa crescita delle tre maggiori economie, ma la distanza tra questi paesi che restano indietro e gli altri dell’area euro è cresciuta.
    Gli Stati Uniti sono molti diversi dai paesi dell’Unione Europea su due aspetti fondamentali. Primo, se si verifica una recessione in Texas, la gente fa i bagagli e si sposta verso gli Stati con più alto tasso di crescita e occupazione, cioè c’è una maggiore mobilità del lavoro negli Stati Uniti rispetto all’Eurozona. In secondo luogo, il federalismo fiscale (il cambiamento automatico e discrezionale in tasse, spesa e trasferimenti) implica che una caduta di un dollaro nel prodotto di stato Usa nel corso di una recessione regionale porti a una riduzione di soli 60 centesimi nel suo reddito effettivo.
    In altre parole, il prodotto nazionale lordo degli Stati americani diverge molto meno di quanto non faccia prodotto interno lordo. Questo non accade in Europa, dove spese e trasferimenti a livello europeo sono molto limitati.
    Minacce per l’Unione monetaria
    Insomma, esistono seri divari di crescita all’interno dell’area euro. E la diversità nei risultati economici porta a gravi tensioni nella politica fiscale e monetaria. Rallentamento della crescita e difficoltà ad attuare aggiustamenti nelle politiche di bilancio in periodi di crescita mediocre, comportano l’emergere in alcuni paesi di deficit di bilancio.
    Queste persistenti violazioni del Patto di stabilità rappresentano una minaccia di medio termine per l’Unione monetaria e per la credibilità della Bce. Inoltre, i divari economici e le tensioni che ne conseguono aumentano le pressioni politiche sulla Bce perché stimoli maggiormente la crescita, come dimostra la reazione dei ministri delle Finanze alla decisione della Bce nel dicembre 2005 di alzare i tassi di 25 punti base.
    Il divario nella crescita è anche una grave minaccia per l’Unione monetaria. Sempre più commentatori notano come i diversi paesi reagiscano in modo diverso a queste sfide. Daniel Gros ha mostrato che la Germania ha reagito con ristrutturazione industriale, taglio del costo del lavoro e "deflazione competitiva". Per parte mia, sostengo che l’Italia ha fatto poco e sperimenta una "stagdeflazione", ovvero una combinazione di stagnazione e deflazione. In Italia il costo del lavoro, come ha dimostrato Gros, è cresciuto del 20 per cento se paragonato a quello tedesco, mentre la quota italiana nel commercio è caduta del 20 per cento, sempre in confronto alla Germania. Problemi di competitività simili riguardano Grecia, Portogallo e Spagna.
    Inoltre, Gros nota correttamente che i divari di crescita del Pil sono stati attenuati dalle bolle dei mercati immobiliari in paesi come Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia: bassi tassi di interesse a breve e a lungo termine ( un puzzle o "conundrum" sul mercato mondiale dei bond) hanno determinato una bolla insostenibile. La perdita di competitività della Spagna è oggi nascosta dalla bolla del mercato immobiliare, ma una volta scoppiata la bolla, i gravi problemi diverranno evidenti.
    Sfortunatamente, la mancanza di serie riforme fa crescere il rischio che l’Italia possa finire come l’Argentina. Non è inevitabile, ma se l’Italia non intraprende le riforme necessarie, non si può escludere una sua uscita dall’Unione monetaria nei prossimi cinque anni. Come l’Argentina, l’Italia affronta infatti una crescente perdita di competitività dovuta a una moneta sopravvalutata, con rischio di caduta delle esportazioni e crescita del deficit di parte corrente. Il rallentamento della crescita peggiorerà deficit e debito pubblico e lo renderà potenzialmente insostenibile nel tempo. E se la svalutazione non può essere usata per ridurre i salari reali, la sopravvalutazione del tasso reale di cambio sarà annullata attraverso un lungo e penoso processo di deflazione di salari e prezzi. La deflazione, però, manterrà alti i tassi reali e renderà più acuta la crisi di crescita e di bilancio. Senza le necessarie riforme, il circolo vizioso della stagdeflazione imporrà all’Italia l’uscita dall’Unione monetaria, il ritorno alla lira e il ripudio del debito denominato in euro.
    Alcuni sostengono che l’Italia o altri paesi dell’Unione monetaria nella sua stessa situazione non usciranno dal sistema perché una forte svalutazione della nuova lira, necessaria per riguadagnare competitività, renderebbe il valore reale del debito in euro troppo alto e perciò insostenibile per lo Stato, il settore privato e le famiglie. Ma basta guardare a quello che è successo in Argentina: ha svalutato e dati gli effetti di bilancio del deprezzamento sul debito in dollari, è stata costretta a "pesizzare" il suo debito in dollari. Allo stesso modo, l’Italia sarebbe costretta a "lirizzare" il suo debito in euro. Se l’Italia dovesse uscire dall’Unione monetaria il ripudio interno e verso l’estero, privato e pubblico, del debito denominato in euro sarebbe inevitabile. E uno Stato sovrano può fare tutto ciò – uscita dall’Unione monetaria, ritorno alla valuta nazionale e ripudio del debito in euro – senza tener conto dei vincoli legali e formali imposti dal Trattato dell’Unione monetaria con le clausole sulla non ammissibilità di una uscita dall’Unione. Non è fantascienza, l’Argentina lo dimostra.
    Gli effetti di sistema
    Quali sarebbero gli effetti di sistema di una eventuale uscita dell’Italia dall’Unione monetaria? Sarebbero estremamente pesanti sul mercato europeo dei capitali perché l’Italia dovrebbe ripudiare parte del debito verso l’estero - la parte del suo debito in euro in mano ai non residenti. Gli effetti di contagio su altri mercati europei dei capitali e sulle banche sarebbero gravi. Né si potrebbe agitare lo spauracchio delle regole della Banca centrale, perché la Bce sarebbe costretta a monetizzare la crisi indotta di liquidità e di solvivibilità per evitare un effetto sistemico sui mercati finanziari europei.
    In conclusione, l’Unione monetaria può funzionare, e ha funzionato, per i paesi della zona euro che hanno intrapreso la strada delle riforme. Ma se l’Italia e altri paesi europei non cambiano le loro politiche per perseguire serie riforme economiche che garantiscano loro una rinnovata competitività e crescita, saranno alla fine costretti a uscire dall’Unione monetaria. Sarebbe un disastro, ma è un disastro inevitabile se le politiche non cambiano. Personalmente, sono pessimista sul fatto che tali cambiamenti possano esserci, considerati i politici e le politiche finora adottate in paesi come l’Italia.

  9. #9
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    X Novis: articolo interessantissimo, a cui sarebbe peccato rispondere a braccio all' una di notte. Me lo segno, ci penso e commento nei prossimi giorni.

  10. #10
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    tutti i paesi con una popolazione grande hanno problemi, non solo l'italia, qualunque riforma si faccia...se l'italia venisse espulsa l'euro perderebbe un buon 20% e questo non giova a nessuno, visto l'abbondanza di materie prime soprattutto energetiche di cui l'europa ha bisogno e che dovrebbe pagare di più...

 

 
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