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    Predefinito La Chiesa Cattolica è l'unica Chiesa di Cristo

    «La Chiesa di Gesù è quella cattolica»

    di Andrea Tornielli

    La Chiesa di Cristo non è distinta o distinguibile dalla Chiesa cattolica, che è l’unica a possedere «tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù». Lo ribadirà all’inizio della prossima settimana la Congregazione per la dottrina della fede, rispondendo ai «dubbi» sollevati in questi ultimi anni. La presa di posizione dottrinale dell’ex Sant’Uffizio, che non mancherà di suscitare discussioni, dovrebbe essere accompagnata da un autorevole commento teologico pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano.

    Al centro del dibattito ancora una volta il significato del verbo «sussiste», utilizzato dal Concilio nella Costituzione Lumen gentium, dove si legge che l’unica Chiesa di Cristo «sussiste nella Chiesa cattolica» (in latino «subsistit in»). Parole su cui, nel corso degli anni, sono state costruite varie interpretazioni, compresa quella secondo la quale Gesù in realtà non avrebbe pensato di fondare una Chiesa, e nel caso lo avesse fatto, questa si sarebbe poi divisa in tante Chiese e comunità ecclesiali. Dunque, non esistendo più l’unità iniziale, non esisterebbe più la vera Chiesa di Cristo, ma soltanto degli spezzoni di essa. Questa tesi ricorrente è già stata smentita più volte dai Papi. Nel 1973 con la dichiarazione Mysterium Ecclesiae di Paolo VI; nel 1985, con la notificazione della Congregazione per la dottrina della fede su un libro del teologo della liberazione Leonardo Boff; nel 1992 con la Lettera ai vescovi Communionis notio e infine nel 2000, in pieno Giubileo, con la dichiarazione Dominus Iesus, approvata da Giovanni Paolo II. Ciononostante, i dubbi ciclicamente ritornano e, così come è spesso usuale considerare una religione uguale all’altra come via di salvezza, in ambito cristiano si tende talvolta a credere che una confessione valga l’altra: un’abitudine che l’allora cardinale Joseph Ratzinger, sette anni fa, aveva definito «relativismo ecclesiologico».

    In realtà, con il verbo «sussiste» il Concilio voleva esprimere la singolarità e la non moltiplicabilità della Chiesa cattolica: esiste cioè la Chiesa come soggetto nella realtà storica. Il significato era dunque - come spiegava Ratzinger - esattamente il contrario di quello relativistico, in quanto con quel «sussiste» intendeva dire «esiste realmente». Il breve responso della Congregazione per la dottrina della fede la cui uscita, dopo un lungo e attento lavoro di redazione, è attesa nei prossimi giorni, ribadirà che la Chiesa di Cristo esiste realmente nella Chiesa cattolica e che tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù si ritrovano in essa e soltanto in essa. Al contrario, secondo il magistero cattolico, la Chiesa di Cristo non «sussiste» nelle altre Chiese e comunità ecclesiali cristiane. Ciò non significa, ovviamente, come ha già spiegato lo stesso Concilio, che le Chiese (quelle orientali e ortodosse, che hanno conservato la successione apostolica) e le comunità separate (quelle nate con la Riforma protestante), non abbiano un ruolo nella storia della salvezza. Il Vaticano II spiegava infatti nel decreto Unitatis redintegratio che, pur avendo esse delle «carenze», non sono «affatto spoglie di valore», perché lo Spirito di Cristo «non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica». In quello stesso testo si puntualizzava però che «solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è il mezzo generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza».

    Fonte: Il Giornale, 6.7.2007

  2. #2
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    Benissimo!!

    In fondo viene ribadita la continuità degli atti del Concilio Vaticano Secondo con il Magistero precedente su questo argomento ed il fatto che il Concilio ribadisce e rafforza quello quello che è stato sempre insegnato. La Chiesa non può contraddire quello che ha sempre insegnato in 2000 anni. Un altro colpo basso a qualunque ermeneutica della discontinuità, a qualunque interpretazione di rottura, di svolta.
    Si sapeva che il "subsistit in = est", ma ora questo futuro autorevole pronunciamento è davvero opportuno. Se lo ritrovo posto anche io un articolo di mons. Gherardini.

    CIAO

  3. #3
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    Da: UNA VOCE DICENTES, Anno V, n. 1, gennaio-aprile 2006

    IL PROBLEMA DEL “SUBSISTIT IN

    In Lumen Gentium l’unica Chiesa di Cristo s’identifica con la Chiesa Cattolica

    Il tempo, come si sa per comune esperienza e come il grande Totò, in una sua amara poesia, ricordò agl’immemori, è una “livella”: appiattisce tutto, titoli, onori e perfino dolori. Anche le ragioni più o meno fondate restano, alla fine, livellate. E proprio al livello più basso si stabilisce talvolta una “Vulgata”, un consenso su qualche idea o ragione che prende il sopravvento su ogni altra idea e ragione, al punto che, dovendone parlare, diventa ovvio il parlarne in conformità alla “Vulgata”. La si dà per scontata. E qualcuno l’accetta come verità indiscutibile.
    E’ la sorte toccata al famoso “subsistit in” di Lumen Gentium (LG) 8/b: inizialmente un appassionato dibattito, qualche vigorosa ricerca, approfondimenti e precisazioni in contraddittorio tra due parti in contrasto; poi l’assunzione quasi univoca d’una sua interpretazione a danno dell’altra o delle altre, specie se a supporto dell’accennata assunzione milita, come nel caso, la farraginosa macchina dell’ecumenismo in marcia.
    Quale sia la direzione di marcia è a tutti noto, con la conseguenza che oggi si parla del “subsistit in” non più per riecheggiare la concorde decisione dei Padri conciliari d’indicare con tale espressione dove si trovi la vera Chiesa di Cristo, quella da Lui fondata, bensì per dichiarare che nessuna delle chiese cristiane realizza in pienezza l’ecclesialità della Chiesa di Cristo e che, anche al di fuori dei confini della compagine cattolica, sussistono “molti elementi di santificazione e di verità”.
    Opportuna, pertanto, un’attenta rilettura del testo, in un atteggiamento di eίς ύpakoήn (Rm 1,5), “ad obediendum”, ma anche tenendo presente l’ovvietà delle parole con le quali il testo s’esprime e dalle quali deriva i propri significati.

    IL TESTO – LG 8 si compone di quattro capoversi (a,b,c,d) e demanda ad ognuno di essi una specificazione del tema generale: “De Ecclesia visibili simul ac spirituali”.
    a) Il primo, dop’aver dichiarato che Gesù fondò ed istituì la sua Chiesa, ne definisce la complessa realtà d’organismo insieme visibile ed invisibile, dotato d’elementi umani e divini.
    b) Il secondo capoverso riconosce che la Chiesa fondata da Cristo “una, santa, cattolica ed apostolica” è quella da Lui consegnata al governo di Pietro e degli Apostoli, la Chiesa cioè che storicamente “sussiste” in quella governata dal successore di Pietro e dai successori degli Apostoli uniti con lui. Ciò non toglie che sian reperibili anche al di fuori di essa elementi di santificazione e di verità che le appartengono e che, come tali, sono un’esigenza dell’unità cristiana.
    c) Il terzo capoverso stabilisce un’analogia tra il Redentore dell’uomo sulla strada della povertà e della persecuzione e l’opera salvifica della Chiesa su quella medesima strada, nonché tra Cristo “santo, innocente, immacolato” e la Chiesa “senza ruga e senza macchia”, nonostante la presenza di quei peccatori, per i quali opera e prega.
    d) L’ultimo capoverso sembra un’eco del precedente: contempla la Chiesa tra “le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, annunzia la redenzione di Cristo e ne svela, sia pur imperfettamente, il mistero.
    Non è un testo perspicuo, è anzi molto contorto e poco chiaro. Nel tentativo di dir molto in breve (la qual cosa è un pregio assai raro), finisce col dirlo affastellando concetti di non immediata intuizione e, quindi, dilatando l’esposizione ed oscurandola. Da qui il dibattito e da qui anche, almeno in parte, la sua inconcludenza, là dove non ci fu vera e propria incoerenza, anzi aberrazione rispetto al testo e al suo messaggio di fondo.
    Il lettore della presente nota, a questo punto e qualora non l’abbia mai fatto in passato, legga e rilegga con occhio critico LG 8, richiamando in superficie tutte le reminiscenze teologiche, più o meno remote, e rimosse dalla propria coscienza, negli anni dell’infatuazione conciliare ed in quelli successivi, come zavorra da buttare. Si renderà conto che quelle reminiscenze, confusamente, disarticolatamente e quasi “pondere rerum”, già si trovano all’interno dei quattro capoversi sopra sintetizzati e costituiscono la griglia teologica della loro lettura ed interpretazione. Si potrebbe anzi sostenere che, prescindendo volutamente da codesta griglia, ci si preclude fatalmente l’esatta comprensione del testo.
    Si pensi, p. es., a fondamentali verità ecclesiologiche, cristologiche, soteriologiche in qualche modo presenti nel suddetto testo conciliare: il “paradosso” Chiesa, il suo governo e la sua comunione; la sua condizione di storicità e il suo statuto di fede e di grazia; la sua fondazione sull’uomo-roccia Pietro, principio e fondamento della sua unità, nonché sopra i successori degli Apostoli, “colonne e sostegno di verità”. Si pensi all’Uomo-Dio che senza spogliarsi della sua divinità s’accosta all’uomo peccatore nella Kenosis della bassezza, dell’umiliazione, dell’abnegazione per “cercar e salvare ciò ch’era perduto”. Si pensi ai doni dello Spirito Santo, che ringiovaniscono la Chiesa nello stesso decorso dei secoli e che il medesimo Spirito non nega del tutto a quei confessori di Cristo che si sono illusi di trovarlo fuori della Chiesa cattolica, con la quale, da quei medesimi doni son tuttora paradossalmente mantenuti in una qualche unità.
    E’ un quadro teologico, questo, che bisogna signoreggiare alla perfezione per affrontare il problema del “subsistit in” e della sua retta interpretazione.

    IL SIGNIFICATO – Un “no” balza subito all’evidenza: il no alla bizzarra idea, oggi sostenuta in alto ed in basso, d’una Chiesa di Cristo astorica, non solo perché puramente spirituale e disincarnata, ma anche e soprattutto perché non compiutamente realizzabile, e pertanto mai compiutamente realizzata nella storia. L’idea odierna è quella d’una Chiesa di Cristo diversa da quelle denominazioni cristiane, compresa la cattolica, che concorrono a sfaccettarla in qualche modo e ad adattarla nel tempo, senza mai pervenire a saturar interamente il soggiacente concetto di Chiesa. É un’idea aberrante. Cristo fondò, sì, ed istituì la sua Chiesa, ma tra questa e la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, romana non s’apre nessun iato, essendo sempre la medesima realtà.
    S’è appena detto “romana”. Chissà quanti si saranno subito premurati di darci sulla voce: “romana” offende i fratelli separati e nessuno può permettersi un tale diritto, specie dopo che LG 8/b corresse l’ “est” della “Mystici corporis” con “subsistit in”. Così, infatti, si pensò e si continua a pensare. Si pensa, cioè, che il “subsistit in” apra la possibilità d’un nuovo respiro universale rispetto all’identificazione coatta della Chiesa entro i limiti d’una cattolicità propria (“est”) della sola Chiesa di Roma. E’, questa, una nuova aberrazione introdotta in nome del Concilio, il quale riafferma esattamente il contrario, sia pure con un giro di parole che avrebbe potuto risparmiarsi e risparmiarci. Che cosa, in effetti, esso dice della Chiesa, se non che essa è cattolica solamente nella Chiesa romana? Sì, l’aggettivo “romana” è taciuto in ossequio ai fratelli separati, ma non la romanità da cogliere nella “Chiesa costituita ed organizzata in questo mondo come società, ...governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui”. Qual è, di grazia, questa Chiesa con a capo il successore di Pietro, con il quale si stringono in comunione i successori degli Apostoli, se non la Chiesa cattolica romana?
    Anche sull’analogia di costituzione e di comportamento tra Cristo e la Chiesa, in base alla quale la Chiesa è sacramentalmente la continuità storica di Cristo e di Cristo povero e perseguitato, si è fatto dire al Concilio ciò che il Concilio né ha mai detto, né mai ha avuto intenzione di dire. Tra Cristo “santo innocente, immacolato” di Ebr 7,26 ed il suo prolungamento storico-sacramentale, la Chiesa, s’è scavato un abisso: da una parte l’Innocente che espia per i peccati altrui, dall’altra la Chiesa peccatrice. Ma proprio la sopra accennata analogia esclude, o colma un abisso del genere ed il Concilio lo lascia agevolmente capire: come Cristo “non conobbe il peccato” (2Cr 5,21) e, pur facendosi vittima del peccato altrui (cf 2Cr 5,21), escluse perentoriamente che potesse esser detto peccatore (cf Gv 8,46), così la Chiesa “è (in sé) santa” della stessa santità di Cristo suo Capo e dello Spirito Santo sua anima, anche se nei suoi figli peccatori è “bisognosa di purificazione”. Ciò significa non che la Chiesa sia peccatrice, ma che “comprende nel suo seno dei peccatori”, per i quali “non tralascia la penitenza ed il rinnovamento”. Come a dire: la Chiesa sa bene che non tutt’i suoi figli son senza peccato, che alcuni, forse perfino molti – vogliamo dir tutti? Il ragionamento manterrebbe ancora la sua logica – son peccatori; ma per costoro fa penitenza e s’accosta alla loro condizione di peccato per risolverla con i mezzi della Grazia di cui dispone come sacramento di Cristo.

    “SUBSISTIT IN” – Se quanto precede, che peraltro è l’eco fedele dei quattro punti di LG 8, è tenuto presente, se addirittura esso costituisce la griglia attraverso la quale si metta a fuoco il “subsistit in” e se ne tenti l’interpretazione, l’impresa diventa facile ed il “subsistit in”, incastonato com’è nei detti quattro punti, cessa d’esser ancora motivo di divaricazione fra gli esegeti del Vaticano II.
    Innanzi tutto, dal testo s’evince che i Padri conciliari ebbero unanime coscienza della necessità di presentare la Chiesa così com’è, ossia come la volle, la fondò ed istituì Gesù Cristo. Senza sconti e senza riserve. Un tale atteggiamento doveva infatti portarli a riconoscere dove sia e quale sia, in mezzo alla fungaia di comunità che si richiamano a Cristo, la sua vera ed unica Chiesa. Una loro minoranza, molto preoccupata di far valere la totale coincidenza tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa di Roma, avrebbe preferito “est” al “subsistit in”.
    Non mancava in mezzo a loro chi si sarebbe pacificamente accordato anche sul “subsistit in”, qualora lo si fosse temperato con l’avverbio “integraliter”; la presenza di tale avverbio, infatti, avrebbe implicitamente affermato la possibilità d’una “non integrale sussistenza”, ed in essa le varie denominazioni cristiane acattoliche avrebbero potuto riconoscersi.
    La battagliera maggioranza, tuttavia, scartò l’ “est” perché legato al trionfalismo romano e al linguaggio essenzialistico medievale; non s’accontentò della via di mezzo, suggerita dai sostenitori dell’avverbio “integraliter”, eco anch’esso del suddetto trionfalismo; ed impose l’adozione sine adiecto di “subsistit in”, sia perché l’espressione nulla toglieva al riconoscimento della coincidenza tra Chiesa di Cristo e Chiesa romana, sia perché apriva in certo qual modo le porte della cattolicità a quelle denominazioni cristiane che posseggono, nonostante la separazione da Roma, “elementi non pochi di santificazione e di verità”.
    Non ci fu, purtroppo, un vero approfondimento critico dell’espressione: né da un Concilio lo si può pretendere. Le commissioni, però, i periti, il dibattito teologico avrebbero potuto aiutare non poco i Padri conciliari a liberarsi dalla presa emotiva di quei momenti. Eppure – e qui si vede l’azione dello Spirito Santo nonostante le contraddizioni degli uomini – quei Padri non sbagliarono. Su di essi si ripercuotevano certamente gli echi delle discussioni preconciliari e della maturazione, o forse delle involuzioni cui era venuto aprendosi il linguaggio teologico dell’epoca: eppure, anche senza analisi linguistiche sulla classicità greco-latina, sulla Patristica, sulla Scolastica e sull’autocoscienza ecclesiale degli ultimi tempi, il loro rifugiarsi nel “subsistit in” non fu un errore. E’ vero che quanti poi ne gioirono, non ne colsero le vere e profonde ragioni, così come quanti ne trassero scandalo si lasciaron coi primi travolgere dall’emozione, anziché convincere dal ragionamento. Oggi è stata efficacemente ricostruita quell’atmosfera dal serio studio di Alexandra von Teuffenbach, che ci piace segnalare ai lettori di lingua tedesca: Die Bedeutung des subsistit in (LG 8). Zum Selbstverständnis der katholischen Kirche, Herbert Utz Verlag – Wissenschaft- Monaco 2002.
    Dobbiamo ora spiegare in breve perché il “subsistit in” non fu un errore. Se mai errore ci fu, esso deve addebitarsi a chi spiegava l’espressione nel senso di “si trova, sta, c’è”; si dimenticava in tal modo la nobiltà del concetto di “sussistere”.
    Metafisicamente parlando, tale concetto richiama quello di “sostanza” che già Aristotele definì: “ciò che è in sé, ma non in un’altra cosa” (Metaph. 1046a, 26). P. es., in un’altra cosa, vale a dire in un altro soggetto esiste di necessità il c. d. “accidente”, o anche la “materia” in quanto elemento potenziale, indefinito, ma non la sostanza, che ha il suo esistere in se stessa ed è tale per questo. La “sussistenza” è propria, infatti, della sostanza che, a differenza della materia e degli “accidenti”, ha in se stessa la sua ragion d’essere. Dicendo allora che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa di Roma, s’afferma di questa che la sua ragion d’essere le è a tal punto propria, da non aver bisogno d’altri supporti o d’altri concorsi – quello p. es. delle varie denominazioni cristiane – per esser se stessa ed esserlo in pienezza.
    Se poi questo linguaggio metafisico si trasferisce in quello teologico-scolastico, il “sussistere” assume un duplice significato, derivante dal suo soggetto: o la “forma” come atto primo della sostanza, o il suo “essere” più proprio e profondo. Secondo la forma come atto primo sussiste, p. es., l’anima in forza delle sue proprietà fondamentali, la spiritualità e la sostanzialità; e sussistono gli angeli che non hanno materia perché sono puri spiriti. Secondo l’essere, invece, sussiste sovranamente per se stesso (“Ipsum esse subsistens”) solamente Dio. Egli solo, infatti, è nel radicale ed originario possesso della propria ragion d’essere e celebra, per così dire, l’emergenza del suo sussistere, la sua alterità sovrana, la sua trascendenza su tutto e su tutti nel fatto stesso che tutto e tutti, cause seconde, dipendono da Lui ch’è causa prima. Nella misura, inoltre, in cui qualche soggetto, com’è delle cause immateriali, è esso stesso “forma” (atto primo d’una sostanza e sua perfezione), per questo medesimo motivo può dirsi esso pure “sussistente per se stesso”. Si potrebbe esemplificare riflettendo sullo spirito, onnicomprensivo, indipendente, sussistente, nella cui esigenza radicale c’è l’assoluto del suo atto d’esistere. Da tale atto dipendono tutti gli altri atti e tutta la scala delle perfezioni di questo spirito, solo il suo atto d’esistere non dipende da nulla e da nessuno, se non dall’Atto puro, Dio. Esso pure, l’atto è, dunque, indipendente, esso pure sussistente.
    C’è infine tutta la gamma delle cose che l’atto dello spirito ingloba in se stesso e dà loro “forma”, nobiltà, significato. Anche codeste cose vengono a partecipare così della nobiltà dello spirito e, come segno di esso, sono in qualche senso e misura anch’esse sussistenti.
    Era forse necessaria questa digressione filosofico-scolastica per capire che la scelta del “subsistit in” da parte dei Padri conciliari non solo non fu affatto né un cedimento alle esigenze del dialogo ecumenico, né una rivincita ecumenica sul linguaggio astratto della teologia romana. Forse la Chiesa ne restò più dignificata di quanto non lo sarebbe stata se si fosse preferito insistere su “est”.
    Si disse che la Chiesa di Cristo “sussiste nella Chiesa di Roma” per sottolineare efficacemente per un verso la non divisibilità della Chiesa di Cristo, per un altro la sua coincidenza totale, piena, perfetta, vale a dire “formale” con la Chiesa di Roma. Per tale ragione è veramente sbagliata l’interpretazione di “subsistit in” nel senso di “si trova, è reperibile, ha la sua collocazione” nella Chiesa di Roma. Verrebbe a perdersi in tal modo la ricchezza del sussistere indipendente: non sarebbe più “sussistente” né la Chiesa di Cristo né quella di Roma, e per questa medesima ragione si perderebbe anche l’indivisibilità della Chiesa.
    In pari tempo, predicandone la sussistenza si sottolinea pure nell’attualità della Chiesa la presenza di tutte quelle perfezioni, vale a dire di tutte le capacità, virtualità, strumentalità e sacramentalità salvifiche, per cui la Chiesa fu da Cristo fondata ed istituita. La qual cosa viene, anzi, sottolineata come un possesso integrale e plenario, inglobante in sé tutta l’efficacia salvifica di Cristo di cui la Chiesa, “in mysterio”, è la contemporaneità storica, senza escludere che qualche elemento di codesto possesso possa trovarsi anche fuori dalla Chiesa cattolica, non certo ad essa estraneo ed ancor meno contrapposto, ma ordinato a reintegrarsi in essa come la parte nel tutto.
    Ed allora, senza paure e senza inutili polemiche, diciamo pure con LG 8/b: “Haec Ecclesia, in hoc mundo ut societas constituta et ordinata, subsistit in Ecclesia catholica, a successore Petri et Episcopis in eius communione gubernata, licet extra eius compaginem elementa plura sanctificationis et veritatis inveniantur, quae ut dona Ecclesiae Christi propria, ad unionem catholicam impellunt”.

    CIAO

  4. #4
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    Predefinito Re: La Chiesa Cattolica è l'unica Chiesa di Cristo

    La Chiesa Cattolica è l'unica Chiesa di Cristo!
    Esatto, questo è ciò che ha sempre insegnato il Magistero e si ripete nella
    Professione di Fede Cattolica.
    «Et unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam.»!
    «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica»!

    La Chiesa di Cristo non è divisa, quindi non c’è neppure bisogno di riunirla attraverso il falso ecumenismo di matrice eretica, è già UNA: è semplicemente ed integralmente quella cattolica!
    I "Papi" ed il resto della setta vaticano-secondista invece dai tempi del conciliabolo del 1962-1965 attraverso documenti ufficiali pesantemente contraddittori ed ambigui auspicano "l'unità dei cristiani"; hanno appunto negato e negano tuttora la totale coincidenza tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa di Roma sostituendo il “subsistit in” all'“est” (troppo "legato al trionfalismo romano e al linguaggio essenzialistico medievale" - come si legge nell'articolo sopra postato intitolato "IL PROBLEMA DEL “SUBSISTIT IN”, UNA VOCE DICENTES, Anno V, n. 1, gennaio-aprile 2006" - quindi da scartare ovviamente!!) il quale implica il concetto che le due cose non si equivalgano anche se poi sono abilissimi a rigirare la frittata a seconda delle circostanze attraverso mille sofismi per spiegare che sarebbe un'altra la corretta interpretazione.
    L'articolo di Andrea Tornielli «La Chiesa di Gesù è quella cattolica» riportato in apertura di discussione non è convincente; apparentemente sembra esserlo, ma alla fine vengono citate proprio alcune frasi più controverse del decreto "Unitatis redintegratio" che lo smentiscono, il problema perciò rimane eccome!!
    Infatti si "prega" continuamente per "l'unità dei cristiani", milioni di cattolici sono ormai convinti che la Chiesa vada riunita “dialogando” (su quali basi? Per giungere a quale conclusione? Forse ad un ibrido sincretistico che accontenti un po' tutti i non-cattolici nonché gli ebrei ovviamente...ma che sancirebbe l'abiura della fede cattolica, tanto per molti non è più un problema) con “ortodossi” e “protestanti” (invece di dire loro: “Convertitevi al Cattolicesimo!”, poichè in realtà sono discendenti di ex-cattolici che secoli fa si sono separati, ergo l'unità l'hanno rotta proprio loro eventualmente), come se l’unità fosse qualcosa da venire in futuro e non un dato di fatto effettivo e reale insomma.
    Su Tv2000,
    in questa settimana di gennaio 2016, durante il Rosario in diretta da Lourdes c'è il pur simpatico Sacerdote che continua - sono convinto in buona fede, traviato dagli errori micidiali purtroppo saldamente radicati, diffusi negli ultimi decenni a partire dal CVII dalla pseudogerarchia di vertice vigente che predica la falsa dottrina del neomodernismo teologico, ma dato il suo ruolo è molto grave comunque - in maniera insopportabile ad inneggiare a questo falso ecumenismo dichiarando scandalosa la divisione tra cristiani che dovrebbero riunirsi tutti insieme; ma cosa vuol dire, basterebbe fare un appello ai non-cattolici affinché finalmente tornino nella Chiesa Cattolica, così si che la questione verrebbe posta in maniera libera da ingannevoli equivoci e più semplice!
    Va bene essere tutti uniti, ma non nel sincretismo e nel compromesso con l'errore e l'eresia, bensì nella Fede Cattolica e nella Verità!
    Don Francesco Ricossa dell'IMBC dichiarò fermamente in sua una vecchia intervista del 2 febbraio 2003:


    "La religione cattolica è l'unica depositaria della verità assoluta. (...) Ovvio che ci sia qualcosa di bene in tutte le religioni: infatti il male assoluto non esiste. Ma il dialogo con le religioni porta ad una via senza sbocco. Per una religione rivelata e depositaria della verità, il dialogo ha un solo scopo: evangelizzare. (...) si ascolta per capire dove sta l'errore e portare l'errante alla verità. (...) tutto quello che possiamo fare è predicare la verità del vangelo. (...) è un'eresia che la Chiesa di Cristo possa sussistere anche fuori dalla Chiesa Cattolica. Che gli eretici siano in comunione imperfetta con la chiesa, che le chiese scismatiche abbiano la successione apostolica. Che esista ancora l'alleanza tra Dio e il popolo ebraico e che si possano salvare senza Cristo...errori dottrinali gravissimi.
    (...) Io non credo di essere infallibile, ma non ho dubbi su quello che penso. Voglio essere un vero cattolico. Se però mi accorgessi di aver errato...mi rimetterei alla misericordia di Dio."


    Luca, Sursum Corda!


    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

  5. #5
    sofico
    Ospite

    Predefinito Re: La Chiesa Cattolica è l'unica Chiesa di Cristo


  6. #6
    sofico
    Ospite

    Predefinito Re: La Chiesa Cattolica è l'unica Chiesa di Cristo

    Ecumenismo: si, ma quello di Pio XI



    “Ma non sei ecumenico!”, “No, mi dispiace. O meglio, lo sono, ma nel senso della Mortalium animos di Pio XI”. La faccia stralunata dell’interlocutore al mio nominare l’Enciclica di Papa Ratti, se poteva farmi sorridere per l’espressione, lasciava l’amaro in bocca perché era palese che non sapeva bene cosa fosse essere ecumenici.
    Ai nostri giorni l’ecumenismo è diventato parte integrante dell’essere cattolici, una specie di mantra ripetuto incessantemente insieme al termine “dialogo”. Purtroppo, difficilmente lo si intende nel suo reale significato, ovvero quello con cui la Chiesa Cattolica lo ha sempre inteso.
    La mia domanda, a questo punto, in questo clima di “analfabetismo cattolico”, è: quanti cattolici conoscono il reale senso dell’ecumenismo?
    Proprio partendo dalla Mortalium animos (MA) vorrei provare ad affrontare in breve il discorso, con i limiti che mi sono posti dallo spazio e dalla mia conoscenza e senza la presunzione di migliorare i già tanti interventi sull’argomento.
    Si deve premettere che, nei due millenni di storia della Chiesa, mai si era usato il termine ecumenismo[1]: questo è nato in terra protestante, nel tentativo di unire le varie confessioni che, in mancanza di un Papa, si erano create da Lutero in poi. Dalla creazione dell’ecumenismo protestante, il termine ha preso piede ed è entrato nel linguaggio comune per indicare il movimento che tende ad unire le varie confessioni cristiane. Infine, a partire dal Concilio Vaticano II, anche la Chiesa Cattolica lo ha fatto proprio, idealmente e operativamente.
    Pio XI scrive la MA il 6 gennaio 1928 e, sulla scia di Pio IX[2] e di Leone XIII[3], non lascia adito a dubbi.
    «L’unico modo possibile di favorire l’unità dei cristiani è di agevolare il ritorno dei dissidenti alla unica vera Chiesa di Cristo, a tutti ben nota e, per volontà del proprio fondatore, destinata a rimaner in eterno tale come Egli la istituì per la comune salvezza di tutti» (n. 10). Non invece la ricerca di una Chiesa del Cristo totale, non ancora presente in alcuna delle chiese attuali e realizzabile solo nell’unione di queste chiese, compresa la Cattolica[4]. Papa Ratti non fece altro che riportare il pensiero della Chiesa, sempre lo stesso, mai variato[5].
    Non poteva fare altrimenti. Da buon custode della Parola di Gesù, si atteneva a quello che il Fondatore della Chiesa aveva insegnato, non si prendeva la briga di ermeneutiche divergenti.
    Cristo ha reso gli Apostoli unici destinatari di frasi chiarissime. Ne riportiamo alcune: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40); «Mi è stato dato ogni potere, in cielo e in terra. Andate dunque ad ammaestrare tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e dl Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandate» (Mt 28, 18-20); «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
    Non si può negare che Gesù “esclusivizza” questo potere agli Apostoli. Questi non sono una metafora di tutti gli uomini, ma i soli destinatari, insieme ai loro successori, dell’integrale munus. L’intero insegnamento di Cristo è legato alla Chiesa di cui gli Apostoli sono i primi rappresentanti, solo ad essa.
    Non si può negare, poi, che Nostro Signore ha indiscutibilmente fondato proprio la Chiesa Cattolica, gerarchica e già nella perfetta unità; che ha istituitoSan Pietro unico capo della Sua Chiesa.
    Solo un tentativo ideologico può cercare di stravolgere tutti questi elementi chiari ed inequivoci, che danno fondamento all’unico vero ecumenismo possibile e fanno anche capire come la Chiesa lo ha inteso nei quasi due millenni precedenti il Concilio Vaticano II. Basterebbe, dunque, ricordare queste parole e volontà di Cristo per evitare errori nell’intendere il senso dell’ecumenismo: quello di un reditus (ritorno) alla Chiesa Cattolica.
    Eppure non è più questo il senso con cui viene inteso al giorno d’oggi.
    Per rendercene conto, basta fare due chiacchiere con molti cattolici e, peggio, con molti sacerdoti (e anche con vari esponenti delle più alte gerarchie).
    Ci diranno che per salvarsi “basta amare” e, a volte, addirittura, che non serve neanche convertirsi al Cattolicesimo. Ci ammoniranno di non dover stare sempre a elencare quello che ci separa (alias, dire la verità), ma di essere caritatevoli e cercare quello che ci unisce.
    Ne vien fuori l’ecumenismo della MA di Pio XI?
    A scanso delle solite facili critiche di esagerazione, porto due/tre esempi, confrontando alcuni testi del Concilio Vaticano II, che affrontano l’argomento, con la Mortalium animos, così da fondare questa critica su evidenze messe nero su bianco (quindi difficili da smentire, se non con un’ideologica interpretazione dei testi).
    Nella Lumen gentium (LG n. 8) si legge: «Questa chiesa, costituita e organizzata in questo mondo come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi che sono in comunione con lui, anche se numerosi elementi di santificazione e di verità si trovino anche fuori della sua compagine».
    La MA (compendio del pensiero cattolico sul vero ecumenismo) afferma invece: «non solamente deve dunque la Chiesa di Cristo sussistere oggi, domani e sempre, bensì deve avere l’identica fisionomia di quella dei tempi apostolici, a meno che non si voglia giungere all’assurdità di ritenere che Gesù Cristo o abbia fallito allo scopo o pur si sia sbagliato quando affermò che le porte dell’inferno non avrebbero mai prevalso contro di essa» (n. 5). Semplifichiamo all’estremo: la Chiesa di Cristo è stata, è e sempre sarà quella cattolica e non basta che questa sussista, ma deve rimanere sempre la stessa.
    La domanda istintiva è: perché il Concilio ha voluto scrivere solamente che la Chiesa cattolica sussiste e non che è?
    Un specifica delle differenze ce la dà con chiarezza Romano Amerio. «Dove gli schemi preparatorii definivano che la Chiesa di Cristo è la Chiesa Cattolica, il Concilio concede soltanto che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, adottando la teoria che anche nelle altre Chiese cristiane sussiste la Chiesa di Cristo e che tutte devono prendere coscienza di tale comune sussistenza nel Cristo» (Iota Unum, R. Amerio, Fede & Cultura).
    La spiegazione data dalla Congregazione per la dottrina delle fede[6], non convince. Non è mai esistita, infatti, prima del Concilio Vaticano II una distinzione tra comunione “piena” e “non piena”, “perfetta” e “imperfetta”[7].
    Questo comporta, conseguentemente, la possibilità che i membri di confessioni non cattoliche possano conseguire la salvezza eterna anche senza convertirsi alla fede cattolica, anzi, quasi senza neanche avere il desiderio di aderirvi.
    Altro esempio è nel decreto Unitatis redintegratio (UR Cap. I, n. 2): «Gesù Cristo per mezzo della fedele predicazione dell’evangelo, dell’amministrazione dei sacramenti e del governo esercitato nell’amore da parte degli apostoli e dei loro successori, cioè i vescovi con a capo il successore di Pietro, sotto l’azione dello Spirito Santo, vuole che il suo popolo cresca e che la sua comunione sia perfezionata nell’unità: cioè nella confessione di una sola fede, nella celebrazione comune del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio». E, continua al n. 3, «Le stesse chiese e comunità separate, quantunque crediamo che abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto prive di significato e di peso. Poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è stata affidata alla Chiesa cattolica».
    Perfezionata? Perfezionare è un verbo che si riferisce a qualcosa che ancora non è perfetto. Viene facile la l’impressione che con l’affermazione “comunione sia perfezionata nell’unità” si intenda il concetto che non ci sia ancora un’unità perfetta.
    Proprio il contrario di quel che ci insegna Pio XI al punto 5 della MA: «La Chiesa sua invece Nostro Signore la fondò come società perfetta, per natura esterna e sensibile, con il fine di perpetuare nel futuro l’opera salvatrice della Redenzione, sotto la guida di un solo capo, mercé l’insegnamento della parola e con la dispensa dei sacramenti, fonti della Grazia celeste».
    Pare oggettivo e non frutto di errata interpretazione, dunque, anche perché nero su bianco, che UR non dica che l’unione è già nella Chiesa Cattolica, bensì che si deve avere «la sollecitudine di ristabilire l’unione»! (n. 5).
    In UR non viene mai nominata la parola reditus, ritorno[8]!
    Un’altra totale divergenza si trova quando il detto decreto al n. 11 afferma che «nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o piuttosto una “gerarchia” delle verità della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana».
    Pio XI nella sua Enciclica invece confermava che «in materia di fede non si può assolutamente tollerare la distinzione posta tra articoli fondamentali e non fondamentali come se gli uni si imponessero a tutti e gli altri fossero lasciati all’arbitrio ed al gusto dei fedeli» (n. 9). Se si fanno un paio di conti, si capisce tutto.
    Come riuscire a far passare un’idea di ecumenismo antitetica a quella bimillenariamente intesa, se non togliendo importanza ad alcune verità cattoliche, costitutivamente ostiche ad un tale relativismo? Non serve allungare oltre.
    Lo stesso Pio XI aveva evidenziato come già ai suoi tempi «il lavoro a questo scopo è talmente attivo che in vari luoghi ha guadagnato la pubblica opinione e parecchi fra gli stessi cattolici sono presi dal miraggio e dalla speranza di simile unione, tanto più che essa sembra rispondere ai desideri di Santa Madre Chiesa, uno dei cui voti più antichi è di richiamare e ricondurre nel proprio seno i figli che l’han disertata» (n. 4).
    E, aggiungerei, è un lavoro che continua imperterrito. Vedasi ad esempio la Dichiarazione Mysterium ecclesiae in pieno postconcilio[9].
    Non servirebbe neanche riportare un passo della MA, tanto è chiaro che tipo di ecumenismo insegna la Dichiarazione. Lo facciamo, per mero tuziorismo, così da evidenziare un ulteriore punto di distacco dal perenne insegnamento della Chiesa sul rapporto con le altre religioni cristiane.
    «È evidente da quanto precede che delle religioni sola vera sarà quella che si fonda sulla parola della rivelazione, cominciata fin da principio, proseguita nell’antico testamento e compiuta nel nuovo dello stesso Gesù Cristo» (n. 5)
    In sintesi, nell’ecumenismo creato nel Concilio Vaticano II, si propaga l’idea che la volontà di Cristo ancora non è soddisfatta, che la vera unità dei cristiani sarebbe ancora da comporre, non invece che l’unità è nell’unica vera chiesa fondata da Cristo, quella Cattolica, e che i “fratelli separati”, proprio perché separati, non impediscono l’unità, che permane nella Chiesa Cattolica, ma si sono essi stessi posti al di fuori di questa unità.
    Si nota, ahimè, una vera e propria variazione nella dottrina, che consiste nel fatto che l’unione di tutte le Chiese non si deve fare nella Chiesa Cattolica, bensì nella cosiddetta Chiesa di Cristo e, soprattutto, per un moto di convergenza di tutte le confessioni verso un centro che è fuori di ciascuna.
    Si noti bene: ovviamente non lo si fa dichiarandolo apertamente, ma facendola passare in modo soft, tramite l’inserimento qua e là di frasi come quelle esposte, accanto a frasi che in teoria riportano alla Tradizione e a Magistero di due millenni. Tant’è vero che (cosa curiosa), nel proclamare l’ecumenismo, il Concilio non ha dato una reale definizione di cosa esso sia.
    Quale dovrebbe essere allora l’atteggiamento da avere verso un ecumenismo siffatto?
    Pio XI ammonisce che «simili tentativi non possono in nessun modo riscuotere l’approvazione dei cattolici, fondati come sono sul falso presupposto che tutte le religioni siano buone e lodevoli in quanto tutte, pur nella diversità dei modi, manifestano e significano ugualmente quel sentimento, a chiunque congenito, che ci rivolge a Dio e ci rende ossequienti nel riconoscimento del suo dominio» (n. 2).
    Come vedremo il Pontefice aveva assolutamente colto nel segno; anticipando di decenni le critiche, aveva puntato il dito contro questa teoria «non solo erronea e ingannatrice, ma che attraverso una deformazione del vero concetto religioso conduce insensibilmente chi la professa al naturalismo ed all’ateismo» (n. 2), insistendo che «sotto codeste attrattive e lusinghe si nasconde un gravissimo errore che scalzerebbe dalle basi il fondamento della Chiesa cattolica» (n. 4).
    «Sappiamo invece benissimo - Pio XI è inesorabile - che da tutto questo all’indifferenza religiosa ed al modernismo è breve il passo. Per quelli infatti che ne han miseramente subito il contagio, la verità dogmatica non è già assoluta ma relativa, proporzionata alle diverse esigenze di tempo e di luogo ed alle varie tendenze degli spiriti, non essendo basata sulla rivelazione immutabile ma sull’adattabilità alla vita» (MA n. 9)
    Papa Ratti, smonta anche, in anticipo, il “misericordismo” e il “caritatevolismo” odierno, chiedendo «potrà sembrare che codesti “pancristiani” tutti occupati nell’unire le Chiese si propongano il nobilissimo scopo di diffondere e d’intensificare tra tutti i cristiani il senso della carità; ma come mai potrebbe la carità rivolgersi in danno della fede?» (n. 8)[10].
    La conseguenza inevitabile è, anzi dovrebbe essere, la seguente: «stando così le cose, è evidente che non può la Sede Apostolica prendere parte a queste riunioni né è permesso in alcun modo ai cattolici aderire o prestar l’opera propria a tali iniziative; cosi facendo attribuirebbero autorità ad una falsa religione cristiana, assai diversa dall’unica Chiesa di Cristo» (MA n. 7)[11].
    Preghiamo la Santa Vergine affinché l’inganno protestante di questo relativismo sia svelato e si torni a non aver paura di rispondere con abnegazione al comando di N.S. Gesù Cristo, «andate per tutto il mondo, e predicate il Vangelo ad ogni creatura», nella certezza divina che solo «chi crederà e sarà battezzato sarà salvo» (Mc 16, 15-16).

    il giudizio cattolico

 

 

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