Mitologia, enfasi e apoteosi della sinistra senza aggettivi
di Marco Sferini
su redazione del 09/07/2007
da www.lanternerosse.it
C'è un dibattito a cui dovremmo rimanere equidistanti ma pur sempre coinvolti. Equidistanti perchè questo (Lanterne rosse, ndr) non è un sito di Rifondazione Comunista; coinvolti perchè anche noi facciamo parte della rete dei siti internet che, con tutta evidenza, si rifanno alla teoria marxista e ad una evoluzione comunistica della società.
Il dibattito è proprio sulla soggettività prima della politica rappresentativa dei settori più deboli della società: la sinistra. E, nella fattispecie, sui futuri sviluppi della vita e dell'azione del Partito della Rifondazione Comunista. Il confronto è tra chi vorrebbe "andare oltre" (oggi va di moda questa espressione per significare lo scioglimento di un partito) lo stesso PRC e chi, invece, ritiene che il partito nato dopo lo scioglimento del PCI abbia terminato la propria funzione e sia, nei fatti, già oltrepassato da una impellente necessità di unificazione della sinistra.
Questo processo di aggregazione delle forze che non faranno parte del Partito Democratico e che si riconoscono, chi più chi meno, nella sigla della "sinistra di alternativa", viene portato avanti con delle tappe forzate che, a detta di Fausto Bertinotti, Rina Gagliardi, Alfonso Gianni e Sandro Curzi, non può non avere la sua naturale e felice conclusione nella creazione del partito unico della sinistra, quella con la "s" maiuscola, quella che vorrebbe scimmiottare quanto fatto da Lafontaine e Gysi in Germania con la creazione della "Die Linke", nata dall'unione del cartello elettorale socialdemocratico del vecchio leader della SPD e dallo scioglimento della PDS ex comunista di Gysi. Se oltralpe si è trattato di unire due partiti, uno mai stato comunista e uno elegantemente "ex", in Italia le cose sarebbero un poco più complicate. E non è detto affatto che tutto ciò sia un male.
Archiviata la Sinistra Europea come soggetto continentale con qualche sporadica propaggine nazionale del tutto ininfluente nei corridoi degli sviluppi della politica, nonchè nelle vie e nelle piazze, ora Fausto Bertinotti indica ancora una volta la strada maestra, e lo fa con l'autorità del buon padre di famiglia, del vecchio sindacalista e dell' "ex" (?) socialista lombardiano transitato prima nel PDS e poi nel PRC grazie all'intuizione di un Armando Cossutta che, parimenti a Bertinotti, oggi sembra voler sacrificare l'appartenenza comunista ad un più grande e potente progetto che non può avere aggettivi.
Una "sinistra senza aggettivi" si sente spesso dire, ma con molti sostantivi: pace, uguaglianza, libertà, diritti, ambiente, lavoro, sviluppo, antifascismo, eccetera, eccetera, eccetera. I sostantivi uniscono, gli aggettivi dividono. E' così un pò in tutte le cose: una mela se non è classificata matura o acerba, sempre mela comunque rimane. Un partito politico di sinistra, che non abbia nel suo dire (e nel suo fare) la prospettiva del cambiamento della società nel superamento del capitalismo, o che non abbia l'altra prospettiva, più vicina, quella della temperanza delle regole del capitale, quindi un riformismo socialista e democratico, è e resta un partito di sinistra: laico, antifascista, vicino alle esigenze dei lavoratori, di uno sviluppo sostenibile tra uomini e ambiente, per la pace e per i diritti civili.
I sostantivi sono importanti, dunque. Ma lo sono in assoluto solo se non si sa cosa si vuole essere, cosa si pretende di rappresentare e cosa si intende perseguire come ultimo fine, come obiettivo massimo della propria politica. Di sinistra è anche Boselli, lo è anche Pannella, se rendiamo lato il significato di sinistra. Certi valori, come il laicismo delle istituzioni, sono propri della sinistra e questi sono uno dei bastioni ideologico-politici dello Sdi e dei Radicali italiani. L'ambientalismo appartiene un pò a tutti i partiti della sinistra di alternativa, ma in special modo a quel Sole che ride che non sembra voler rinunciare alla propria autonomia di "partito verde".
Diliberto ha chiaramente detto all'ultimo congresso del PdCI che i Comunisti Italiani la falce, il martello, la stella e la bandiera rossa loro non la dismetteranno mai. Eppure sono anche loro tra i primi alla ricerca della sinistra priva di aggettivi, anche se più apprezzabilmente disposta in forma di confederazione e non di unico partito.
Sinistra democratica, che partito non è, ma che comincia a strutturarsi come tale, partendo dall'assunzione di una propria simbologia circolare presentabile magari in qualche elezione minore, soffre di strabismo: Mussi guarda verso Rifondazione e il PdCI, Angius verso i socialisti di Boselli, De Michelis e Craxi. Insomma, le complicanze davvero non mancano a questa sinistra che fremerebbe di essere unitaria, unita, unica.
Ed indubbiamente c'è una domanda popolare che va in questo senso, ma c'è altrettanto disorientamento nell'esprimere questa domanda, nel concretizzarla. Nel darle, in pratica una forma sostanziale, comunicabile e distinguibile: anche la domanda, come la sinistra che qualcuno vorrebbe, è senza aggettivi. Non è una domanda per avere un unico partito comunista. Non lo è per avere un unico partito ambientalista. E neppure per avere un unico partito socialista. Nessuna delle forze politiche a sinistra del futuro Partito democratico ha le carte in regola per dirsi "egemone", per poter dettare una strada anzichè un'altra.
E' evidente che la strada va ricercata di comune accordo, ma sarebbe un errore proclamare la nascita della sinistra unita sulle ceneri di Rifondazione Comunista, del PdCI, dei Verdi e forse anche di Sinistra democratica, perchè ne nascerebbe un partito monco di molti pezzi sia comunisti che verdi o socialisti.
Il dibattito che si consuma sulle pagine dei giornali e su Internet mostra chiaramente che, almeno per quanto concerne il PRC, la stragrande maggioranza dei compagni e delle compagne segue una via duplice che contempla la coniugazione dell'unità della sinistra con il mantenimento dell'autonomia politica ed organizzativa del Partito. Si preannuncia, dunque, per Rifondazione un futuro congresso agitato, turbolento e ricco di emozioni. Ma non siamo al cinema, e forse si potrebbe fare anche a meno delle emozioni vivaci e dei colpi di scena: l'attività di governo ce ne procura già abbastanza ogni giorno che passa.
Il punto su cui verte il tutto è anche l'identità, ma è - di più - una identità politica con una sua struttura, quindi la forma partito legata all'obiettivo del superamento del capitalismo in contrapposizione ad una nuova forma di partito, o meglio ad un nuovo partito che faccia scemare le differenze, che renda indistinguibili le diversità tattiche e strategiche, che, in una parola, crei una nuova classe dirigente della sinistra, priva di aggettivi e con un riferimento sociale molto ampio, generico anche questo, anche se marcatamente "di sinistra".
Alfonso Gianni, mandato avanti in questa trincea da Bertinotti, lo ha detto con tutta evidenza: Rifondazione Comunista va superata, anzi, secondo questi compagni "scioglientisti", il PRC sarebbe già nei fatti superato, praticamente inadeguato ad affrontare la situazione anche binomica di autonomia e unità.
Ciò che ci differenzia dai compagni che la pensano come Gianni, è proprio il riconoscimento, invece, dell'attualità del percorso della "rifondazione comunista". Si dichiara esanime e a rigor mortis un partito che non ha terminato il suo mandato politico, che ha in oltre quindi anni creato speranze, anche deluso, ma che non ha mai smesso di battersi per i più deboli, per quel Comunismo da ognuno di noi immaginato forse con delle peculiarità singolari e soggettive, ma con la prospettiva sempre valida di una utopia dieci mila volte meglio della cruda realtà.
Il semplicismo con cui si vuole abbandonare la rifondazione del Comunismo in Italia non è legata direttamente, almeno speriamo, ad un abbandono altrettanto repentino dei riferimenti di classe, dell'operaismo e delle categorie interpretative della società, così come invece viene ad essere per il Partito democratico nel lasciarsi dietro un pallido socialismo riformista e liberaleggiante.
Ma è indubbio che la strada è quella dell'ammorbidimento delle piattaforme politiche: il compromesso tra socialisti, comunisti e forse anche i verdi porterà ad un depotenziamento delle rispettive autonomie già in una forma confederativa. Si immagini quale sarebbe il costrutto programmatico attorno a cui prenderebbe vita il partito unico della sinistra. Cosa si sceglierebbe in merito alla Legge 30? Abolizione o riforma? E sulla politica estera? Missioni di pace o difesa strenue dell'articolo 11 della Costituzione? Ed economicamente parlando? Riforme di struttura e incentivi per le imprese o costante rivendicazione di diritti per i lavoratori in un quadro di lotta sociale incompatibile con le esigenze padronali?
E', come si può vedere, tutto è molto complicato. Autonomia ed unità sono la soluzione che può fare della sinistra una forte aggregazione, capace di tenere testa ai poli che si prospettano all'orizzonte prossimo della politica italiana. E in questa sinistra i comunisti ci devono essere, ma da comunisti, non da compagne e compagni privi di aggettivazioni. Diceva un vecchio slogan di Rifondazione Comunista: "C'è bisogno di opposizione. C'è bisogno dei comunisti". L'opposizione alle politiche filo-confindustriali chi la può fare se non un Partito comunista? Per questo eravamo, siamo e continueremo ad essere comunisti, senza autocelebrazioni, ma con la semplice e naturale propensione al riconoscimento di quel classismo che troppi vorrebbero liquidare come scoria del tempo passato.




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