In questi giorni ricorre il bicentenerio della nascita dell’Eroe dei Due Mondi, un uomo che con coraggio e tenacia ha materialmente portato a compimento l’enorme progetto di unificazione dell’Italia, teorizzato da Giuseppe Mazzini. Un soldato vero, un autentico generale, questo fu principalmente Garibaldi. Da ragazzo amava poco gli studi, ai quali prediligeva gli esercizi fisici e la vita all’aria aperta, amava soprattutto la vita di mare; vessato continuamente dal padre affinché continuasse gli studi, tentò addirittura la fuga con l’intento di raggiungere Genova. Malgrado le tentazioni, riesce ad appassionarsi all’insegnamento di alcuni suoi precettori, soprattutto di uno, un certo signor Arena, un reduce delle campagne di Napoleone, il quale gli impartisce lezioni di lingua italiana e di storia, tanto che il giovane Giuseppe si appassiona “fatalmente” alla storia di Roma antica. Il destino del ragazzo ormai è segnato, e anche se ancora non lo sa, presto, egli stesso diverrà una delle figure storiche più importanti, non solo di Roma e dell’Europa, ma del mondo. Un generale al pari dei generali dell’antica Roma, un combattente per la patria.
Eppure, malgrado l’innegabile grandezza e la sua importanza nella storia del Risorgimento, oggi, la figura di Garibaldi non sempre riscuote successi, soprattutto tra le forze leghiste e secessioniste del Parlamento italiano. Anche allora il nizzano - anzi soprattutto allora -, non è che riscuotesse granché successo tra i politici, compreso il papa.
E proprio a Roma, nel 1849, all’età di 45 anni, dopo quasi trentanni trascorsi tra l’Europa e il Sudamerica con l’unico scopo di portare giustizia e uguaglianza tra i popoli vessati da sovrani tracotanti e laidi, Giuseppe Garibaldi parteciperà ai combattimenti in difesa della neonata Repubblica, minacciata dalle truppe francesi scese in territorio italico per difendere gli interessi, appunto, del papa.
Rientrato in Europa nel 1848, dopo l'esilio in Sudamerica dove risiedeva dal 1835, e nel quale si distinse per il coraggio e la sfrontatezza con i quali condusse numerose battaglie, sia di mare che terrestri, dal Brasile all'Argentina, compresa una fuga in Uruguay; rientrato in Europa dicevamo, il Generale sbarcò a Nizza, sua città natale, assieme alla moglie Anita e ai suoi tre figli, per prendere parte alla “prima guerra d’indipendenza” contro le truppe austriache.
Il 18 marzo dello stesso anno quindi, con le “cinque giornate di Milano”, inizia ufficialmente la prima guerra d’indipendenza, che vede schierati contro gli austrici l’esercito Sardo, quello del Granducato di Toscana e con grosse resistenze di Pio IX, anche quello romano. Il conflitto terminerà il 9 agosto del ’48 con la firma dell’armistizio di Salasco da parte di Carlo Alberto e del generale Radetzky. Un armistizio temporaneo quello di Salasco, che consentirà agli italiani di recuperare le energie e di pianificare quelle strategie necessarie che gli consentiranno di affrontare, un decennio dopo, la seconda guerra d’indipendenza. Si apre quindi un periodo difficile per l’Italia, vessata dalla prossima ripresa delle ostilità con l’esercito austriaco, persa ogni illusione circa la partecipazione alle ostilità da parte di Ferdinando II, re delle Due Sicilie, le speranze si riversano su Firenze e su Roma. Nel Granducato di Toscana le forze politiche sono a favore della “causa nazionale”, tanto da indurre Leopoldo II a conferire a Giuseppe Montanelli l’incarico di formare alleanze con gli altri Stati italiani.
Risolta quindi la questione toscana, non rimane che concentrarsi sulla complessa questione romana dove regna ancora Pio IX, che il 29 aprile del 1848 con una locuzione al “concistoro”, condanna la guerra, non la vuole, ma soprattutto non può cedere. A decidere le sorti dello Stato Pontificio è l’omicidio del primo ministro della Chiesa, tale Pellegrino Rossi che avviene il 15 novembre dello stesso anno. All’evento seguono sommosse popolari che il 24 novembre costringono il pontefice a rifugiarsi (come spesso accade ai regnanti) nella fortezza di Gaeta; di lì a poco anche Leopoldo II di Toscana, fuggito da Firenze riuscirà a raggiungere il papa.
A Roma viene istituito un governo provvisorio che il 9 febbraio del 1849 vota il decreto di proclamazione della Repubblica Romana.
Da Gaeta intanto Pio IX e Leopoldo II accettano la protezione delle potenze straniere.
Il primo a muovere in aiuto dei due regnanti è Luigi Napoleone, che fa sbarcare a Civitavecchia un contingente di spedizione al comando del generale Oudinot, ma il 30 aprile nel tentativo di occupare Roma, l’ufficiale francese viene sconfitto da Garibaldi ed è costretto a ripiegare di nuovo nella città portuale, in attesa di rinforzi.
Poi sarà la volta di Ferdinando II, re delle Due Sicilie, il quale risolti in parte i problemi legati all’insurrezione siciliana, invia circa 8.000 uomini con cinquanta pezzi di artiglieria pesante e un valido supporto di cavalleria. Un notevole corpo di spedizione quindi, che tuttavia verrà sconfitto il 9 maggio da Garibaldi nei pressi di Palestrina.
Contemporaneamente l’esercito austriaco del feldmaresciallo Radetzky dopo aver occupato Bologna, Firenze, Livorno ed Ancona, incontrando le opposizioni di un popolo deciso a difendere i propri governi regolarmente eletti, fa muovere le truppe verso Roma, dove ad attenderlo però c'è il generale Oudinot pronto a rifarsi, contro gli austriaci, della sconfitta subita il 30 aprile da Garibaldi.
Le intenzioni di Bonaparte dissuadono un altro corpo di spedizione, quello Spagnolo (9.000 uomini), il quale alla fine di maggio sbarcherà a Gaeta ma verrà deviato in Umbria.
Quattro eserciti quindi, quattro potenze europee con un solo obiettivo: l’occupazione di Roma.
All’alba del 3 giugno 1849 le truppe del generale Mollière riescono ad occupare prima Villa Doria-Pamphili, poi sarà la volta di Villa Corsini; il generale Oudinot invece, memore della sconfitta del 30 aprile – con un piano strategico più oculato e prudente – occupa il colle del Granicolo. Al generale nizzardo non rimane che tentare la riconquista di Villa Corsini, ma nonostante un primo esito favorevole, i francesi riescono a riconquistarla lasciando sul campo un gran numero di italiani, tra i quali i due fratelli Dandolo e tra i feriti Bixio e Masina. Intanto all’avamposto del Vascello nei pressi di Porta San Pancrazio, giungono circa trecento volontari al comando di Giacomo Medici che supportati dai bersagleri lombardi di Luciano Manara, riescono a mantenerne il controllo.
Garibaldi intanto continua ad assaltare Villa Corsini, sostenuto nell’impresa anche dai popolani romani; ma l’artiglieria francese è molto forte e nonostante il valoroso coraggio degli italiani, nel tardo pomeriggio riesce ad avere la meglio. In quell’episodio perderà la vita il Masina, e Goffredo Mameli, ferito a morte, spirerà il 7 luglio.
La sera del 3 giugno quindi, dopo sedici ore di sanguinosi combattimenti dove persero la vita più di 700 italiani, più un gran numero di feriti, la situazione è la seguente: i francesi asserragliati a Villa Pamphili e a Villa Corsini, mentre ai romani non rimane che il controllo del Vascello.
Durante i giorni che seguirono quel massacro, il generale Oudinot, il quale sicuramente avrebbe potuto sbaragliare le esigue forze di Giacomo Medici di stanza al Vascello, preferisce, data la posizione propizia sul colle del Gianicolo, bombardare la città; in particolare il francese si accanisce sul quartiere di Trastevere, che giace indifeso sotto il suo sguardo.
Per l’intero mese di giugno Roma rimane sotto l’assedio dell’artiglieria francese che alterna i cannoneggiamenti alle incursioni al Vascello, molte di queste respinte dai soldati di Garibaldi. Il 30 giugno viene presa d'assalto Villa Spada e in quell'occasione perderanno la vita Emilio Morosini e Luciano Manara. Il 1 luglio fu stipulata una breve tregua per raccogliere i morti e i feriti. Alla Assemblea Costituente Mazzini dichiara che l'alternativa è tra capitolazione totale e battaglia in città (con conseguenti distruzioni e saccheggi). Giunge allora Garibaldi, il quale confermerà l'inutilità di qualsiasi resistenza.
I francesi entraranno in città il giorno dopo, verso mezzogiorno: occupano Trastevere, Castel Sant'Angelo, il Pincio e Porta del Popolo; Oudinot giunge solo in serata, con 12'000 soldati.
Ultimo vessillo della rivoluzione del 1848 resisteva, indomita ma assediata, solo la città-fortezza di Venezia.
Caduta Roma, Garibaldi lascia la città con l'intenzione di raggiungere Venezia; inseguito dalle truppe del tenente-feldmaresciallo Costantino D'Aspre, che comanda il corpo di occupazione austriaco in Toscana, il Generale riesce a sfuggire alla cattura, ma nelle valli di Comacchio sua moglie Anitasi si ammala di malaria e dopo pochi giorni muore. Allora Garibaldi si rifugia in Liguria per imbarcarsi prima per la Tunisia e poi per Tangeri; trascorsi alcuni mesi si trasferisce a New York dove trova lavoro presso la fabbrica di candele di Antonio Meucci. Successivamente partirà per il Perù dove troverà un ingaggio come capitano di mare.
Nel 1854 il nizzardo fa ritorno in Italia, acquista una parte dell'isola di Caprera e lì vivrà quasi in solitudine.
Cinque anni dopo, nel 1859, partecipa alla seconda guerra d'indipendenza guidando, in una brillante campagna, i "Cacciatori delle Alpi" contro gli austriaci nella Lombardia settentrionale.
Dovrà attendere ancora circa un decennio Garibaldi, prima di quel 20 settembre 1870, quando l'esercito italiano riuscendo ad aprire una breccia nelle mura Aureliane della città, nei pressi di Porta Pia, segnerà la fine dello Stato Pontificio e aprirà la strada all'unificazione d'Italia.
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