Sembra anche a voi che il Piccolo cominci a riservare sorprese sulla sua tendenza politica? Fino a 2-3 anni fa non avevo dubbi da che parte pendesse l' edizione locale di Repubblica, ma da un po' di tempo leggo critiche ai "mostri sacri"... che in altri contesti avrebbero aperto le porte dei Gulag a chile facesse. Qui al massimo si scoperchiano le pentole di Gulasch.
EDITORIALE
IL NUOVO ASSE PER UNA SCOSSA
di Sergio Baraldi
Il rapporto del centrosinistra con l’opinione pubblica si è logorato, come dimostrano le ultime elezioni amministrative. La capacità del governo Prodi di proporre un progetto e una guida al Paese sembra indebolita, come conferma il fragile successo al Senato. C’era bisogno di un colpo di timone. Quel colpo è arrivato con il documento di Rutelli e altri di area Margherita, Ds e dell’U livo, che hanno firmato un manifesto che ha il merito di porre la questione decisiva per l’attuale maggioranza: il suo posizionamento strategico, quindi i valori e il programma in base ai quali si potranno stringere le future alleanze di governo. (vuole dire "Rifondazione fuori"?)
L’ipotesi che la geometria politica possa variare rispetto a oggi e spostarsi al centro viene di fatto aperta. Adesso si può comprendere meglio qual è la linea di demarcazione di un governo riformista di centrosinistra e di uno che non lo è. E si può comprendere anche chi e per quale ragione nel Partito democratico qualcuno possa legittimamente sfidare la possibile leadership di Walter Veltroni. (Ustia!) È interessante che la competizione ci sia, ma è importante che il confronto avvenga sul terreno del programma e delle alleanze per non apparire una lotta di potere all’interno di un ceto politico. Il manifesto rafforza la candidatura di Veltroni e si intitola «Il coraggio di cambiare». In effetti, nel centrosinistra di questo c’è bisogno: di coraggio, di cambiamento. (Chi gli avrà pestato i calli?)
Di pensare e agire come la forza tranquilla del Paese. Veltroni ha riconosciuto la «sintonia» con il suo discorso di Torino. Parole che hanno spiazzato diversi attori in scena. Innanzi tutto, il governo Prodi che non riesce a interpretare una visione comune del destino dell’ Unione. La stessa leadership del premier sembra meno vincolante per le mosse del futuro. (Veltroni for president?) Ma il manifesto ha posto, indirettamente, un quesito anche al centrodestra che, al Senato, ha recitato lo spettacolo dell’attacco ai senatori a vita, degli insulti in aula a D’Ambrosio. Fino a quando un’opposizione che voglia tornare alla guida dell’Italia può pensare di fare della corrida il suo programma di governo?
Quale credibilità ritiene di ottenere con gli schiamazzi? Berlusconi si è affrettato a correggere questa immagine scomposta: ha colto l’occasione dell’indagine della Procura di Catanzaro che tocca Prodi per pronunciare parole moderate e corrette: «Mi auguro che ne possa uscire con onore». Il manifesto di Rutelli invoca un «cambio di rotta». Viene, quindi, pronunciato un giudizio poco convinto sul primo anno e pone, senza mezzi termini, l’i nterrogativo dirimente: come riposizionare il partito nuovo affinché non sia un nuovo partito? Quale idea di Italia e per l’I talia, di conseguenza quale sistema di alleanze prefigurare? Con una buona dose di realismo, il manifesto si interroga sul vero stato del rapporto dell’Unione con il Paese e lascia trasparire la necessità di un riequilibrio al centro. Si tratta di un tema che il centrosinistra non può eludere in quanto investe il restringimento della sua base di consenso. Qui non si discute di formule astratte, ma di quali soluzioni proporre e di quali ceti rappresentare.
L’Unione si trova di fronte a un bivio: tornare a essere minoranza o, al contrario, tentare di uscire dai confini del proprio consenso sociale e esprimere una vocazione maggioritaria. Il Pd o nasce con questa missione unita all’ambizione di cambiare il Paese, o non ha ragion d’essere. Il punto è che le difficoltà di Prodi non hanno origine solo nella complessità della sfida da affrontare o nella instabilità del Senato. Il male dell’Unione è prima di tutto politico. Ha la sua radice nella scelta del premier di fondare la stabilità della maggioranza su due pilastri: il rapporto privilegiato con la sinistra radicale, e la concertazione a ogni costo con il sindacato. (Ma allora che sinistra è?)
Questo duplice asse privilegiato, (una volta si parlava di convergenze parallele) dentro e fuori la coalizione, di fatto ha emarginato il ruolo della maggioranza riformatrice e ha dispiegato troppi effetti negativi: Rifondazione, i Verdi, il Pdci si sono sentiti legittimati a possedere la «golden share» dell’U nione, un diritto di veto verso ogni decisione. Anzi, con il passare dei mesi le cose sono peggiorate. L’insostenibile ambiguità di una sinistra radicale nello stesso tempo di lotta e di governo (non si diceva così della Lega Nord?) è emersa con evidenza. E i suoi consensi si sono ridotti in proporzione alla sua contraddizione. La fotografia di questa divaricazione è stata scattata nelle due piazze della manifestazione contro Bush. Una, quella autogestita, affollata; l’a ltra, quella dei partiti, deserta. In quel momento ha avuto visibilità la contestazione da «sinistra» della sinistra massimalista al governo. Ma più silenziosa, tuttavia non meno insidiosa, è la contestazione da «destra»: la parte più responsabile dell’elettorato radicale, infatti, sembra non condividere la linea dell’emergenza permanente, dei veti continui.
Antonaz ha pestato i calli a Baraldi, sì, proprio lui, tra "sinistra radicale" e "concertazione con i sindacati"...




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