La prima roulette russa, il visto
Recarsi nella Russia dei Soviet non era facilissimo, lo sanno tutti quelli che ci hanno provato: ottenere un visto d’ingresso per turismo (e non parliamo di altri motivi - lavoro, studio) richiedeva una procedura complicata e strettamente sorvegliata dalle autorità moscovite. E’ la diffidenza dei comunisti verso il libero movimento delle persone, dicevano allora i liberali e gli anticomunisti. Quel che molti oggi non sanno è che più o meno tutto è rimasto tale e quale, anche nella nuova Russia “democratica” e liberista; la differenza principale è che oggi si spende molto di più. Per poter girare liberamente per il paese, fare interviste e fotografie senza violare nessuna legge (in teoria i turisti possono stare solo nei luoghi indicati prima di partire, e fotografare solo poche cose) è necessario un visto giornalistico, accompagnato da una tessera di accreditamento. “Nessun problema, vi prepariamo tutto in cinque giorni”, ci dicono per telefono dall’ufficio competente (il Dipartimento informazione e stampa) del Ministero degli esteri russo. Peccato che vogliano avere lì a Mosca,
in originale, i documenti richiesti (foto, lettera del giornale, fotocopie autentiche dei passaporti, ecc.). Dunque bisogna spedire il plico a Mosca con un corriere internazionale. E se il corriere non trova il destinatario (come succede al nostro)? Il plico torna indietro. E si ricomincia con un nuovo corriere. Intanto i giorni passano, arrivano le feste (12 giugno, tre giorni di “festa dell’indipendenza”) in cui si blocca tutto, i giorni di lavoro del corriere non coincidono con quelli del Ministero, l’ansia comincia a crescere: noi abbiamo avviato le pratiche con molto anticipo perché non ci fidavamo dei “cinque giorni” promessi, ma l’ok da Mosca arriva, alla fine, quando mancano solo tre giorni alla partenza.

Una corsa al consolato di Roma coi passaporti e i biglietti in mano: la coda è lunghissima, il primo giorno, arrivati un po’ tardi, non si riesce nemmeno a entrare; il secondo, ammaestrati, le cose vanno meglio, ma si scopre che manca una cosa; il terzo, col cuore in gola, si riesce fra preghiere e raccomandazioni a tornare a casa col sospirato visto sul passaporto. Si può partire.