Fino a quando è stato in vita Giorgio Almirante iniziava ogni suo comizio appellandosi direttamente agli italiani. In qualunque città e sperduto villaggio visitasse si rivolgeva agli abitanti del luogo anteponendo la fatidica parola: "Italiani". La destra missina nasce infatti con l'Italia nel proprio dna e questo sentimento patriottico, la volontà di una riappacificazione del nostro popolo e di una storia senza "buchi" imbarazzanti l'ha accompagnata sino a ieri. Ma oggi, per il PDL, l'Italia è ancora il valore di primaria importanza?
La risposta parrebbe scontata, eppure a guardare da vicino la politica e soprattutto le componenti culturali che sorreggono il berlusconismo non ne sarei così sicuro. Prima del partito unitario esisteva una coalizione di centrodestra a tre gambe: Forza Italia, Alleanza Nazionale e l'UDC, alla quale si associava al nord la Lega di Bossi. L'intento allora era quello di unire le culture liberali, nazionali e cattoliche della storia italiana in un grande partito di centrodestra collegato al Partito Popolare Europeo. Quando si era già stilato pantheon e programma, ad un certo punto salta tutto e si sostituisce quel progetto accarezzato per anni con un piano B, ovvero un piano costruito su misura di Berlusconi, che prevedesse una sorta di coalizione dei volenterosi associata alla Lega. Fuori l'UDC, AN sulla corda fino all'ultimo e fagocitata senza avere particolare voce in capitolo. E soprattutto un rapporto preferenziale con Bossi, che del PPE com'è noto non fa parte. A questo punto si inserisce Fini che porta avanti una "sua" politica raccogliendo adesioni fra tutti gli scontenti della monarchia berlusconiana. Una monarchia sostenuta a destra da tre filoni culturali: il tradizionalismo cattolico, il leghismo nordista e il radicalismo neofascista, nessuno dei quali ha mai avuto al centro dei suoi pensieri l'interesse nazionale.
I tradizionalisti cattolici negano lo Stato unitario così come è sorto nel nostro paese e si rifanno ad una storia alternativa della nostra nazione rispetto a quella che ha accompagnato il Risorgimento, il fascismo e poi la repubblica. Il loro obiettivo è la Cristianità, non l'Italia.
I leghisti sono antitaliani per definizione e negli ultimi anni si sono appoggiati al revisionismo antirisorgimentale per disgregare ancor più il sentimento nazionale. Sono fedeli alla Padania, non all'Italia.
La destra radicale, che appoggia Berlusconi in odio a Fini, si fonda sull'idea sovranazionale di Tradizione e sul sogno di uno Stato europeo sovrano. Anch'essa dunque è piuttosto sorda alla questione nazionale.
Restano segmenti di centrodestra sinceramente nazionalisti (Storace, Santanchè), ma la loro voce è coperta dalle componenti culturali maggioritarie che guardano come si è visto altrove. Poi c'è Fini che dal canto suo ha rilanciato una politica dell'interesse nazionale fuori dagli schemi tradizionali, sulla quale si può concordare o meno, in toto o in parte, ma che rimane a conti fatti l'unico tentativo, da parte di un politico di destra, di mettere al centro della politica il rilancio del nostro Stato-nazione.
A questo punto vorrei che rispondessimo anche noi alla questione: "Ma l'Italia, per la destra, è ancora un valore?"





