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  1. #1
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    Predefinito Prodi ha fallito, lo dicono i suoi amici

    Prodi ha fallito, lo dicono i suoi amici
    di Egidio Sterpa

    Sì, è vero, in democrazia basta un voto in più, uno solo, a fare maggioranza. Ma quando questo voto non è il risultato della volontà provata degli elettori, qualche problema c’è. Con tutto il rispetto per i senatori a vita, che conosciamo e stimiamo, non è un’infamia porsi il problema, che soprattutto l’onorevole Prodi non dovrebbe sottovalutare. È proprio convinto che il suo governo poggi su una vera maggioranza? Lo stesso Eugenio Scalfari, che pure su Repubblica gli ha fornito quattro motivi per non mollare, parla di «governo in affanno».
    Insomma, dove può arrivare un governo in queste condizioni? Noi siamo all’opposizione e non ci illudiamo che a Palazzo Chigi trovino udienza le nostre opinioni, ma ci permettiamo di segnalarne di osservatori che non sono di certo antiprodiani. Giorni fa, su Il Sole24Ore, Franco Benedetti iniziava così un suo scritto: «Che cosa ci si può attendere da questo governo che non sia il proprio e litigioso sopravvivere?». Sul Corriere Piero Ostellino addirittura vedeva «nell’agonia del governo Prodi le stesse patologie che uccisero la Repubblica di Weimar» poco più di settant’anni fa.
    «Piove sul governo balneare di Prodi», sempre sabato, titolava in prima pagina il Riformista alla luce del dibattito al Senato, dei dubbi che esprime Rutelli e di un giudizio di Fassino (è «fallito» avrebbe detto facendo un bilancio di un anno e due mesi del governo di centrosinistra). Sempre il Riformista rivela che Prodi avrebbe «sibilato» (il verbo non è nostro): «Se non mi vogliono più, lo devono dire».
    Ma, presidente, come glielo devono dire, in sanscrito? Ha letto quel che ha detto il suo ministro dell’Economia, Padoa-Schioppa? «L’Italia è un’impresa che perde posizioni nel mondo, indebitata e soprattutto sottocapitalizzata... Ha bisogno di uno sforzo eccezionale e prolungato». Aggiungiamoci un dato sempre fornito dal ministro: il debito dello Stato costa 70 miliardi di euro l’anno solo di interessi. Una situazione simile non giustifica le preoccupazioni degli alleati, oltre che degli oppositori?
    Che cosa fa il governo in queste condizioni? Riduce la sua politica (lo dice il mio amico, non certo berlusconiano, Emanuele Macaluso) a discutere di scalini per le pensioni. Ignorando, cioè fingendo, che il Portogallo socialista ha portato di botto da 60 a 65 anni lo scalone. Che - ce lo dice un serissimo economista come Francesco Giavazzi - in Spagna, Olanda, Svezia, Svizzera, il limite d’età per la pensione è di 65 anni, 63 in Germania, e in Francia si è stabilito che dal prossimo anno saranno necessari 40 anni di contributi (come già in vigore in Svezia e Svizzera).
    Siamo il Paese di Bengodi dove conservatori sono diventati i vertici della sinistra radicale. Ma il paradosso è che a tener loro bordone (diciamo pure: a sopportarli fino al suicidio politico) sia un presidente del Consiglio che dovrebbe saperne di numeri per essere stato in cattedra e anche per tanto tempo alla presidenza dell’Iri. Possibile che non si renda conto che con la sua ostinazione sta dilapidando quel poco o tanto di patrimonio di credibilità che aveva?
    Signor presidente chi scrive non è un ortodosso né un fazioso politico - sono da questa parte della barricata per convinzione, fedele a ideali liberali e a regole del gioco leale -, ma non può fare a meno di chiedersi e di chiederle se tutto questo è edificante e serve a un Paese che è in declino e rischia lo sfascio. Non le basta che anche un suo vice, l’onorevole Rutelli, il «bello guaglione», si sia ridotto a presentare un manifesto che, oltre a scimmiottare le idee della Destra (come ha già fatto Veltroni, del resto), fa l’ipotesi di una «alleanza di nuovo conio»?
    Ma finiamolo qui per oggi. Non senza esprimere, però, un’ultima nostra opinione, seriamente maturata: che così come siamo combinati non occorra solo un cambio di governo ma un cambio di sistema politico, profondo, autentico e non solo formale.

  2. #2
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    Sterpa Egidio (deputato FI)?

  3. #3
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    emanuele macaluso sul riformista di oggi: un vecchio amico che parla di altri amici...

    Il governo non regge più,
    il Pd non sa che fare

    di Emanuele Macaluso
    Ha ragione Paolo Franchi: i «coraggiosi» non hanno coraggio. Ed è forse questa una delle ragioni per cui il centrosinistra di nuovo conio, coniato da Francesco Rutelli e da altri della Margherita, è destinato a provocare nuove lacerazioni nell’Unione. Non solo per le prevedibili reazioni di Rifondazione comunista identificato come partito di vecchio conio, moneta fuori corso, ma per le contrastanti reazioni che si sono verificate tra i costruttori del Pd. L’Unità, con Padellaro prima e Colombo dopo, l’ha severamente disapprovato anche perché nel manifesto rutelliano si afferma che «è finita la lunga stagione in cui la coesione del centrosinistra è stata garantita dall’antagonismo verso Berlusconi». L’Unità ricorda a Rutelli che il Cavaliere è in campo e con la spada sguainata pronto a tornare a Palazzo Chigi e quindi non è finito nulla: la «coesione» antiberlusconiana deve essere operante. Anche se i fatti dicono che non basta per governare e le contraddizioni sono tali per cui la destra è più forte di prima e alle porte del governo.
    A Veltroni il manifesto sembra, dico sembra, che non dispiaccia, ma chiedere un chiarimento è inutile. A Scalfari piace Veltroni ma non il «nuovo conio» rutelliano. Fassino in un’ampia intervista all’Unità di mercoledì 11 luglio affermava: «Dobbiamo guardare con attenzione al mutamento di posizione dell’Udc e dobbiamo pensare a una legge elettorale che tenga conto di una diversa articolazione del sistema politico». Era una chiara apertura a Casini e si prefigurava il sistema elettorale tedesco. Fassino, però, sapeva che l’Udc ha sempre detto che non è disponibile ad aggregarsi all’attuale maggioranza e tenere in piedi il governo Prodi. In un’intervista ancora più ampia, sempre sull’Unità, il 13 luglio (due giorni dopo), Fassino parlava di convergenze più ampie «con la Lega per il federalismo fiscale». E aggiungeva: «Intorno alla legge elettorale di tipo tedesco sembrano possibili ampie convergenze». L’Udc è sparita e osserva che «non è chiaro che cosa voglia dire l’espressione centrosinistra di nuovo conio, dato che per la governabilità basta guardare oltre gli orizzonti dell’Unione». Cosa significa? Niente, proprio niente.
    La verità è che ci si rende conto - chi più chiaramente, chi confusamente e chi equivocamente - che il governo non regge più e non sanno cosa fare. Non lo sanno quelli del Pd e non lo sanno quelli di Rifondazione che pensano di stare al governo ed essere alternativi al sistema. In un mio articolo sul Riformista indirizzato a Fabio Mussi avevo detto che la situazione che si era creata nel governo imponeva scelte nette e rapide. Lo stesso ragionamento ho fatto a Bertinotti nella conversazione pubblicata su questo giornale. Il tema è questo: l’attuale equilibrio non regge: o si costituisce una consistente area socialista riformista e di governo nell’ambito del Pse per condizionare e competere virtuosamente col Pd, oppure questo partito sarà spinto a convergenze di tipo centrista. Non c’è una “terza via" d’uscita”. Chi si illude che questa scelta lasci più spazio a sinistra puntando sul “tanto peggio, tanto meglio” compie un errore che pagherà non solo la sinistra. L’avvio di una Costituente socialista aperta ha questo senso. Oggi questa appare l’area più debole rispetto al Pd e agli alternativisti. Ma è quella che ha la posizione politica più rispondente all’avvenire della sinistra e agli interessi del Paese. Anche perché le due cose coincidono.



  4. #4
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  5. #5
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    fanno schifo

  6. #6
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    Solo la sete di potere e l'antiberlusconismo li tiene ancora uniti

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da -UDC- Visualizza Messaggio
    Solo la sete di potere e l'antiberlusconismo li tiene ancora uniti
    proprio cosi'

 

 

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