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  1. #1
    SMF
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    Predefinito "CONTRO TUTTE LE CASTE" di Gianni Alemanno

    "CONTRO TUTTE LE CASTE": costi, trasparenza e partecipazione nella nostra democrazia


    Troppe scosse attraversano le nostre istituzioni politiche per non prendere atto di una crisi di sistema, che non si esaurisce nella paralisi strutturale dell'attuale governo di centrosinistra.
    La polemica sui costi della politica e sui privilegi della "casta", alimentata da una comunicazione spesso rozza e unilaterale, tocca periodicamente la coscienza dei cittadini "normali" colpiti dalla pressione fiscale e in difficoltà con il proprio reddito.
    La pubblicazione continua di intercettazioni telefoniche e di atti processuali riservati, anche quando non configurano illeciti penali, rende evidente un problema di trasparenza e di correttezza nei rapporti tra politica ed economia.
    Gli effetti negativi di una legge elettorale troppo oligarchica, le contraddizioni del bipolarismo italiano e la difficoltà di produrre decisioni rapide e di alto profilo, completano il quadro di una "seconda Repubblica" ancora immersa nella lunga e tormentata transizione cominciata da tangentopoli.
    Come in tutti i momenti di crisi del nostro sistema, torna ad emergere una "ideologia dell'antipolitica" che si nutre di pulsioni qualunquistiche e di suggestioni tecnocratiche e "mercatiste".
    L'obiettivo di questa ideologia è quello di un ridimensionamento radicale della sfera politica, della sua legittimazione ad incidere nei processi sociali ed economici e a selezionare la classe dirigente attraverso i partiti politici.
    La presenza di questi rischi, però, non autorizza nessuno - tanto meno chi fa parte dell'attuale classe politica - ad ignorare la realtà della crisi e l'inadeguatezza strutturale che impedisce al nostro sistema di auto-riformarsi.
    Come ai tempi di "mani pulite", infatti, non esistono complotti ma diversi poteri che intendono riempire il vuoto lasciato da una politica incapace di decidere e di guidare la modernizzazione dell'Italia.
    Società politica e società civile, piuttosto che delegittimarsi reciprocamente, devono lavorare insieme per costruire un grande progetto-paese in cui il cambiamento delle regole deve essere la premessa indispensabile; un cambiamento dove i principi di sussidiarietà, partecipazione, efficienza e trasparenza devono indicare la strada di una nuova democrazia per scongiurare il pericolo di una deriva tecnocratica.
    La crisi di sistema investe, del resto, non solo la politica ma ogni forma di rappresentanza sociale e di interessi.
    Occorre, dunque, stimolare la discussione intorno alla creazione di un nuovo impianto istituzionale, i cui fondamenti, peraltro, sono già rinvenibili nella attuale Carta costituzionale.
    La seconda Repubblica, da un lato ha avuto certamente il merito di far rinascere nei cittadini una voglia di partecipazione - generando anche forme di democrazia diretta e producendo un elemento qualificante delle democrazie moderne quale "l'alternanza di governo" - ma dall'altro lato ha anche limitato alla sola scelta dei governanti il ruolo dei cittadini, riducendo drasticamente la partecipazione popolare alla vita dei partiti.
    Conseguentemente, per quanto riguarda l'individuazione delle priorità dell'agenda politica e dell'articolazione delle domande sociali, i partiti, privati dello strumento della comunicazione e della mobilitazione diretta dei cittadini, soffrono la pressione sempre più stringente dei media, delle organizzazioni sindacali e di categoria che, in vari campi, perseguono il sostegno di singole istanze. Si è prodotta, così, una duplice distorsione: da un lato, la soggezione dei partiti al potere di condizionamento delle lobbies, dall'altro, un deficit di rappresentanza dei cittadini.
    Sarebbe un grave errore, infatti, pensare che in una moderna democrazia la dimensione della cittadinanza si esaurisca solo al momento delle elezioni: il cittadino non è tale solo quando vota o consuma, ma è soggetto di diritto anche quando fa valere i suoi interessi professionali, economici, ideali e manifesta, altresì, il suo diritto a partecipare ai processi decisionali. Sarebbe altrettanto sbagliato pensare che i cittadini, almeno quelli più dinamici, o gli interessi organizzati non suppliscano alla carenza dei partiti per incidere sui citati processi decisionali.
    Le rappresentanze di interessi particolari non sono un pericolo quando dichiarano, in maniera trasparente, la loro posizione; anzi, in tale evenienza, esse sono vitali alla democrazia purché venga garantita l'uguaglianza nelle opportunità d'accesso alle relazioni istituzionali.
    Ed invero, l'assenza di regolamentazione non impedisce l'esistenza dei gruppi di interesse - allo stato, infatti, vige un sistema misto tra un modello ufficiale neocorporativo, basato sulla concertazione con pochi e determinati soggetti, ed uno sotterraneo espressione di un forte contropotere di informazione - ma è necessario consentire alle organizzazioni portatrici di interessi particolari di esercitare "attività di relazione", rendendo, però, trasparenti i relativi processi.
    La rappresentazione degli interessi settoriali, infatti, rafforza le istituzioni, amplia la democrazia e contribuisce alla diffusione delle informazioni. Occorre abbandonare la logica del sospetto fondata sul binomio concettuale "interessi particolari / interessi non tutelabili" e approdare ad una regolamentazione positiva del "white lobbying".
    Poiché le lobbies non possono però sostituirsi ai partiti va recuperato il ruolo di questi ultimi e, al loro interno, la partecipazione democratica.
    Infatti, l'art. 49 della Costituzione sancisce un diritto di partecipazione cosiddetta "permanente" che, in questo senso, supera e trascende il diritto di partecipazione solo puntuale che si concretizza nell'espressione del voto. La norma costituzionale, interpretata compiutamente, garantisce, dunque, "un esercizio quotidiano di sovranità popolare".
    La possibilità che anche attraverso spinte referendarie ci siano processi aggregativi rende più cogente il problema della regolamentazione dei partiti politici e della selezione delle candidature nelle cariche pubbliche.
    Lo stesso principio dell'alternanza va contemperato con le esigenze di stabilità di politica nazionale.
    La giusta esigenza di rimuovere un Governo che ha male operato non deve tradursi nello scontro di posizioni preconcette o nell'adozione di scelte politiche di sterile contrapposizione, in sintesi, in un "governo contro".
    Nell'interesse dell'Italia, è, invece, necessario rendere stabile un bipolarismo mite (per utilizzare un'espressione lanciata dall'intergruppo parlamentare per la sussidiarietà) che, nell'ottica dell'alternanza ma in un contesto valoriale e giuridico unanimemente condiviso, sappia costruire un clima di sana competizione.
    Luogo istituzionale deputato a dare una cornice "alta" a questa profonda trasformazione dovrebbe essere - è - un'Assemblea Costituente che, dando attuazione a taluni fondamentali principi costituzionali, definisca i contenuti minimi identificativi dell'interesse nazionale.
    I diritti fondamentali del cittadino, delle famiglie e delle imprese, il funzionamento della pubblica amministrazione, la politica estera, la sicurezza nazionale, la politica ambientale, le grandi infrastrutture, l'approvvigionamento alimentare ed energetico, non sono "di destra o di sinistra" e quindi devono essere sottratte dalla logica della "alternanza di governo".
    Non solo, anche l'individuazione dei principi posti a base del sistema elettorale andrebbe affidata a norme di rango costituzionale per impedire che essa sia costantemente esposta ai repentini e contradditori cambiamenti legati ad esigenze contingenti.
    In sintesi, se, da un canto, la selezione dei candidati ad opera dei cittadini non può essere un diritto a corrente alternata, dall'altro, le necessarie riforme del sistema partitico devono estendere gli strumenti di partecipazione e mediazione tra cittadini e Governo. Pertanto, proprio in attuazione del principio costituzionale di democrazia interna ex art. 49 Cost., è necessario che i partiti vengano sottoposti ad un controllo terzo e ad un regime di pubblicità che consenta una costante verifica in termini di rispondenza alla funzione costituzionalmente assegnata loro.
    Ove non fossero ritenuti maturi i tempi per promuovere l'istituzione di un'Assemblea Costituente, sarebbe certamente possibile ridisegnare in chiave democratica e partecipativa l'attuale sistema politico, almeno, attraverso l'attuazione dei canoni costituzionali sanciti dagli artt. 39, 49 e 50 della Costituzione.
    In tal senso, le iniziative legislative che si intendono presentare - alcune delle quali sono, inoltre, di facile attuazione - mirano a garantire una reale selezione della classe dirigente ad opera dei cittadini ed una effettiva riduzione del peso degli apparati e del personale politico.
    In definitiva, la nostra Fondazione, facendo propria l'esigenza di ricostruire, ad ogni livello, il necessario legame fiduciario tra rappresentati e rappresentanti, vuole non solo farsi promotrice del dibattito ma porre le basi per la nascita di una "nuova Italia" seria, austera e realmente partecipativa in un contesto di libertà, trasparenza e democrazia economica.

    DIECI PUNTI
    PER SUPERARE LA CRISI DELLA POLITICA.

    Premessa. Al fine di restituire credibilità alla rappresentanza politica e di creare le premesse per un "bipolarismo mite" occorre intervenire urgentemente sulla legge elettorale. La raccolta di firme per il referendum appare, perciò, lo strumento più efficace ed immediato per indurre il Parlamento ad approvare tale riforma.

    1. Convocazione della Assemblea Costituente per la revisione organica della Carta costituzionale. In alternativa, si potrebbe procedere, attraverso l'art. 138 Cost., a modifiche costituzionali limitate ad alcuni articoli:
    • dimezzare il numero dei deputati e dei senatori;
    • attribuire al Presidente del Consiglio il potere di nomina e di revoca dei Ministri;
    • differenziare le funzione dei due rami del Parlamento, riservando ad una delle due Camere il potere di accordare o revocare la fiducia al Governo.

    2. Ripristinare il meccanismo delle preferenze o, preferibilmente, introdurre le elezioni primarie, con norme universalmente valide, quale selezione dei candidati, indipendentemente dal sistema elettorale. Questo principio potrebbe essere inserito nella legge di attuazione dell'art. 49 della Costituzione quale presupposto per l'approvazione dello statuto dei partiti al fine di recuperare il rapporto fiduciario elettori-eletti.

    3. Attuare il riconoscimento giuridico dei partiti previsto dall'art. 49 della Costituzione per garantire la partecipazione democratica dei cittadini ed evitare le degenerazioni partitocratiche, come condizione per avere diritto di presentare liste elettorali ed accedere al finanziamento pubblico. In particolare dovranno essere garantiti:
    • l'adozione dello statuto dei partiti politici per atto pubblico e attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale;
    • il diritto all'iscrizione e i diritti e i doveri degli iscritti, la democraticità degli organi, la tutela delle minoranze e la composizione nel rispetto della parità di genere;
    • la pubblicazione e la trasparenza dei bilanci economici, nonché la ripartizione delle risorse alle strutture di base;
    • le modalità democratiche di selezione delle candidature.

    4. Attuare il riconoscimento giuridico dei sindacati e delle altre parti sociali previsto dall'art. 39 della Costituzione, in osservanza dei principi di effettiva rappresentatività, in assenza dei quali le parti sociali non potranno ottenere il riconoscimento presso i tavoli di contrattazione e di concertazione:
    • democraticità dello statuto e dell'organizzazione interna:
    • trasparenza e pubblicazione dei bilanci;
    • nuova definizione, con metodo democratico, della rappresentanza e della rappresentatività per accedere ai diversi livelli di contrattazione e concertazione.

    5. Regolamentazione delle lobbies per dare trasparenza al rapporto tra politica ed economia, attuando i principi dell'art. 50 della Costituzione, prevedendo norme che garantiscano:
    • la registrazione attività di relazione;
    • l'istituzione di registri pubblici delle lobbies, con obblighi di iscrizione;
    • obblighi comportamentali per chi svolge attività di lobbing e relative sanzioni.

    6. Sopprimere tutti i consigli di amministrazione degli enti pubblici e delle società a capitale interamente pubblico, sostituendoli con un amministratore unico e restituendo il potere di indirizzo politico alle assemblee elettive, anche attraverso un processo di revisione delle leggi "Bassanini" finalizzato a ridurre i costi e migliorare l'efficienza degli apparati, aumentando la trasparenza e la responsabilità dell'indirizzo politico.

    7. Introdurre un tetto percentuale massimo del 10% per i componenti di tutti gli organi esecutivi (Ministri e Sottosegretari, Assessori regionali, comunali e provinciali) rispetto al numero degli eletti delle rispettive assemblee.

    8. Imporre per legge un tetto massimo di spesa per il funzionamento degli organi istituzionali (Presidenza della Repubblica, Parlamento, Ministeri...) sotto la media dei paesi europei in rapporto ai rispettivi Pil.

    9. Applicazione rigorosa e sancita per legge del principio di sussidiarietà previsto nell'art. 118 della Costituzione nello svolgimento di ogni attività della Pubblica Amministrazione, per evitare che la "mano pubblica" continui a sottrarre al mercato ed alla società civile, attività economiche ed interventi sociali che possono essere gestiti dal privato o dal terzo settore.

    10. Creazione di una specifica autorità indipendente per regolare l'attività politica, vigilando sulla vita interna, sulla trasparenza e sui costi della rappresentanza politica nel suo complesso, nonché verificando l'eleggibilità, l'incompatibilità e i conflitti di interesse dei singoli eletti e degli amministratori pubblici.


    Gianni Alemanno

    fonte: http://www.destrasociale.org/

  2. #2
    A Destra...per il Sociale!
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    pezzo molto interessante, ottima analisi.
    ciao a tutti

  3. #3
    Cuore Nero
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    queste sono le cose urgenti da fare.
    Bravo Gianni.

  4. #4
    email non funzionante
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    Citazione Originariamente Scritto da Cuore Nero Visualizza Messaggio
    queste sono le cose urgenti da fare.
    Bravo Gianni.
    già... peccato che faccia anche queste...


    Articolo tratto da La Stampa del 12 - 07 - 2007
    QUEST’ESTATE VADO IN UN KIBBUTZ

    Che cosa unisce il leader della destra sociale Gianni Alemanno a Tony Negri, «cattivo maestro» dell’Autonomia operaia, filosofo marxista, intellettuale radical e provocatorio apprezzato in Francia e negli Stati Uniti? La storia li divide ma li accomuna la passione trasversale per i kibbutzim, le cooperative agricole autogestite che hanno tenuto a battesimo lo Stato d’Israele e oggi rappresentano il tre per cento della popolazione. L’ex ministro dell’agricoltura di Alleanza Nazionale se n’è invaghito due anni fa durante una visita ufficiale in Terra Santa («la ricerca dell’identità, il rapporto con il territorio e il rispetto delle origini erano già patrimonio dei movimenti di destra degli anni Settanta»): a ottobre tornerà con una decina dei suoi ragazzi per uno scambio culturale promosso dalla fondazione Nuova Italia. Per l’autore di «Empire» invece, si tratta di un vecchio amore: «Sono diventato comunista in Israele nel kibbutz Nahshonim, vicino Petah Tikva», ha raccontato Toni Negri la settimana scorsa, ospite dell’Istituto Spinoza di Gerusalemme. Al tempo aveva vent’anni, studiava «Il Capitale», la rivoluzione era la cifra del mondo: molte cose sono cambiate da allora ma non il piacere di trascorrere una settimana in kibbutz. Mentre la gauche israeliana, dall’ex presidente del parlamento Avrahm Burg al fondatore di «Peace Now» Dror Etkes, celebra il requiem del sionismo socialista del secolo scorso, le ali estreme della politica italiana scoprono o riscoprono l’esperienza pionieristica e comunitaria dei padri fondatori d’Israele. Nessuno dei duecentosettanta kibbutzim disseminati nel Paese è più «l’impresa sociale basata sull’economia redistributiva» dell’ideale collettivista che lo animava ieri. La proprietà privata è un tabù ormai superato: l’ultima a capitolare in ordine di tempo è stata la cooperativa di Ha’on, sul lago di Tiberiade, venduta un paio di giorni fa a un esterno per essere trasformata in un residence. Eppure, ogni anno, soprattutto d’estate, dai sei ai diecimila giovani italiani, europei, americani, australiani, sognatori oppure no, vengono a lavorare in kibbutz per qualche mese. Ci sono anche «volontari» più maturi, che di solito si fermano un po’ meno. La tensione della Seconda Intifada aveva ridotto notevolmente la richiesta, ma dal 2005 il flusso è ripreso a pieno ritmo e le prenotazioni superano di gran lunga la disponibilità. Che cosa trovano gli stranieri nel kibbutz che non seduce più come un tempo gli israeliani? L’esperienza della vita in comune non basta a spiegare una lista di ospiti che comprende migliaia di diciottenni adrenalinici, politici di destra e di sinistra orfani d’ideali, ma anche attrici note come Debra Winger e Sigourney Weaver, il cantante Simon Le Bon dei Duran Duran, il comico americano Jerry Seinfeld. Nei kibbutzim di oggi c’è di tutto. Vacanze alternative da otto ore di lavoro al giorno in serra, relax in piscina, sofisticati centri di bellezza, seminari d’utopia. Con 700 schekel, circa 130 euro, si vive una settimana in bed&breakfast a Ha Nasi nel Golan, le alture siriane occupate da Israele dopo la guerra del ‘67: passeggiate tra boschi e antiche rovine, degustazioni di vino Yarden e la vertigine di esplorare una terra che già domani potrebbe essere altra, ridefinita da confini diversi, moneta di scambio per la pace con Damasco.
    Sempre a nord, nella Galilea occidentale, a pochi chilometri dalla frontiera libanese, c’è la comunità agricola di Mitzpe Hilla, dove Noam Shalil e la moglie gestiscono un piccolo agriturismo in attesa che Hamas rilasci il figlio, il soldato Gilad, rapito a Gaza oltre un anno fa. A Mizra invece, una comunità di duecento famiglie tra Nazareth e Afula, una delle prime insediate negli anni Venti, s’incontra una delle mille contraddizioni d’Israele: accanto ai vialetti da campus americano, le biciclette, la spa, la mensa a base dei prodotti coltivati in loco, c’è un’enorme fattoria di maiali e un supermercato specializzato in salami suini, bacon, costarelle e bistecche non kosher, per un totale di 150 tonnellate di carne al mese. Una sfida alla volontà rabbinica? Tutt’altro. Nel pieno rispetto delle regole gastronomiche della Torah il kibbutz Mizra alleva i maiali su una piattaforma di legno in modo che non tocchino il suolo ebraico e non violino la legge nazionale. Lavorativa o rilassante che sia, il boom della vacanza in kibbutz risponde più al desiderio di una parentesi di nostalgia che a un trend modaiolo. Per gli stranieri che arrivano - Gianni Alemanno, Tony Negri, uno studente idealista e spiantato o Debra Winger - come per gli israeliani che li ospitano, fingendo d’essere i pionieri di un secolo fa, lontani dai muri e dai conflitti permanenti. C’è un sito internet in inglese (www.kibbutzreloaded.com) dove chi si è incontrato lì, nella comunità agricola, può ritrovarsi a distanza. Perché tutti in kibbutz condividono l’esperienza e si chiamano per nome quasi che la semplicità fosse naturale. Poi, al termine del soggiorno, una settimana o due anni, svaniscono nella meoria, come qualcosa perduto molto tempo prima.

    FRANCESCA PACI - CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME


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  5. #5
    Cuore Nero
    Ospite

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    le comunità agricola che prendono il nome di kibbutz sono un esempio di autogestione, partecipazione e socializzazione.
    Accame è da decenni che le porta ad esempio. Non vedo il problema.

 

 

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