Sarkozy chiede tempo, e un euro debole, per «spezzare le reni» al lavoro
Joseph Halevi
Il neo-presidente francese Sarkozy ha deciso di rinviare fino al 2012, cioè sine die, il rientro del deficit pubblico nell'ambito dei valori dello scellerato patto di stabilità. Ciò comporta la morte definitiva dei parametri di Maastricht nonchè una notevole esautorazione della Banca centrale europea, con cui Sarkozy non potrà che scontrarsi, vista la sua richiesta di svalutazione dell'euro.
L'attuale governo francese intende modificare radicalmente i rapporti tra capitale e lavoro puntando, attraverso la trasformazione delle leggi sul lavoro e sui contratti, a creare una crisi strutturale nei sindacati con la finalità di «rifondarli». Il sindacalismo di massa è limitatissimo in Francia e la forza delle confederazioni si basa principalmente sul settore pubblico e sul loro ruolo istituzionalmente definito. Parallelamente, il governo intende rilanciare la politica industriale, come mostra il tentativo di stabilire un controllo prevalentemente francese sull'Eads, la società militar-industriale madre dell'Airbus; tentativo che sta portando ad uno scontro tra la Francia e la Germania.
Sia per la politica riguardo il rapporto capitale-lavoro che per quella industriale, Parigi abbisogna di molti soldi. Nel primo caso bisogna spendere per organizzare e comprare le clientele, nonchè mettere in cantiere schemi di welfare alternativi a quelli acquisiti socialmente di diritto. Proprio questa è una delle principali lezioni che provengono dal mondo britannico (ma anche olandese) post-thatcheriano. Se si vuole eliminare la capacità contrattuale del lavoro organizzato mantenendo la pace sociale, è necessario abbinare alla precarizzazione spese welfaristiche mirate, erogate per concessione, non come un diritto. La politica industriale richiede invece misure di sussidi diretti al capitale. Di spazi per manovre di
rientro nei famigerati parametri non ce ne sono. In un lontano futuro forse, ma campa cavallo.
La nuova politica francese non piace alla Germania; e non solo in rapporto all'Eads, nel cui ambito le relazioni tra i due paesi non sono state mai molto calde fin dalla nascita del progetto A380. Berlino ha ristabilito con notevole sucesso il modello di accumulazione basato sulle esportazioni e sugli investimenti all'estero, volte anche a rafforzare le esportazioni nel campo dei beni di capitale. Da questo fa dipendere la dinamica della domanda interna. Ne consegue che la Germania è tornata a considerare il rigore nella politica di bilancio come un elemento di disciplina da far gravare sugli altri paesi dell'eurozona. I leader economici tedeschi sanno benissimo che l'egemonia tedesca si basa sia sull'aspetto strutturale
dato dalla priorità conferita ai settori che producono macchinari e ai rami ad essi collegati, sia sull'aver imposto all'Europa un tasso di cambio favorevole al marco al momento dell'entrata nell'euro.
Gli stessi leader sono anche perfettamente consapevoli che, ad esclusione di Gran Bretagna e Spagna, gli altri paesi europei - in particolare la Francia e, in parte, l'Italia - sarebbero in grado di limitare il dominio tedesco se potessero intraprendere delle politiche industriali dinamiche, le quali richiedono però sostegni pubblici diretti ed indiretti. Del resto così è successo in molti länder tedeschi senza che la Bce o Bruxelles potessero farci nulla. Le direttive europee si applicano solo ai governi nazionali, mentre la legislazione federale tedesca permette in molti casi ai länder di uscire dalla giurisdizione del governo centrale. E' così che le aziende automobilistiche hanno ottenuto vagoni di quattrini pubblici
in barba alla BCE, Maastricht etc.
Con il rigore nel bilancio pubblico non si ristruttura in senso dinamico: si taglia e si creano nuove disfunzionalità, vedi Trenitalia. Con il rigore di bilancio non si «compete» nei confronti della Germania, oppure lo si fa producendo in Polonia auto povere che dovrebbero far risorgere Torino. La politica industriale e di bilancio di Sarkozy non piace quindi a Berlino. Inoltre, se con la disarticolazione dei contratti di lavoro, Parigi vi aggiunge una forte dose di deflazione salariale - la cura praticata da anni proprio dalla Germania - la Francia entra in un contrasto neomercantilistico con la Germania.
In questo contesto si inserisce la posizione di Sarkozy: indebolire l'euro nei confronti del dollaro, dello yen e dello yuan. Nell'ambito dell'eurozona la deflazione competitiva dei salari sostuisce la politica delle svalutazioni competitive. Questo stato di cose va benissimo al capitale finanziario francese, che non ha mai apprezzato le svalutazioni del franco rispetto al marco. Con la moneta unica si può scaricare la pressione direttamente sui salari. Comunque la gigantesca accumulazione di eccedenze nel commercio intraeuropeo, da parte della Germania, non permette di sperare in una rapida ripresa dell'export netto francese nell'ambito dell'Ue.
Migliori aspettative vengono riposte nell'espansione dell'export extraeuropeo. Qui la deflazione salariale funziona molto meno, data la grande diversità tra Europa, Cina, Giappone, Corea, Usa. La svalutazione dell'euro avrebbe, si crede, un impatto più immediato. Ma, se si prende l'esempio del Giappone, il ragionamento non funziona. La rivalutazione dello yen non ha mai ridotto il surplus nipponico, e non si vede perchè la svalutazione dell'euro aiuterebbe l'export extraeuropeo della Francia; semmai saranno le repubbliche distrettuali italiane, oltre alla Germania, a beneficiarne maggiormente.
Se portata avanti, l'idea di svalutare l'euro condurrà ad un duro scontro con la Bce, su cui ricade la responsabilità di sostenere la funzione - non il valore, si badi - internazionale del dollaro. Cina e Giappone sembrano accontentarsi di riciclare i propri surplus verso il sistema finanziario Usa, con Pechino che usa le riserve per investire in Africa o per acquisire società varie. In ogni caso i due governi non hanno alcuna intenzione di sganciarsi dal dollaro e lasciano che gli Usa continuino ad accumulare passivi sull'estero.
Per la Bce il rifinanziamento del deficit Usa è invece prevalentemente un costo, anche perchè l'economia statunitense non «chiude» il circuito dell'accumulazione europea, come invece accade per Cina e Giappone. Sebbene preoccupata per il deficit estero Usa, la Bce non vuole una svalutazione rovinosa del dollaro - sempre perno delle relazioni monetarie e finanziarie mondiali - e preferisce piuttosto una rivalutazione dello yuan e dello yen (che non avverrà). La politica di Sarkozy è riassumibile in un detto inglese «mettere il gatto tra i piccioni»: scontro con la Germania, con Bruxelles e con la Bce, ma è il portato della stessa politica europea fondata sul neomercantilismo sul piano internazionale e sulla regressione
nei rapporti tra lavoro e capitale.




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