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Discussione: Qui non è l'irpinia

  1. #1
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    Thumbs up Qui non è l'irpinia

    Dall'edizione on-line del Bresciaoggi del 18/07/07
    salucc


    Il presidente della Regione, insieme ai commissari Guido Bertolaso e Massimo Buscemi, dichiara chiusa dopo due anni e mezzo la fase dell’emergenza
    Brescia, un esempio Così ha vinto il sisma
    Formigoni: «Grazie alla solidarietà e maturità della gente» E gli ex terremotati applaudono istituzioni, volontari e tecnici


    Pino Murgioni
    Ieri pomeriggio, nella sala dei Provveditori del Municipio di Salò, il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni ed il capo dipartimento nazionale della Protezione Civile, Guido Bertolaso, hanno tessuto le lodi del «modello Brescia», per la gestione esemplare dell’emergenza dopo il terremoto che il 24 novembre 2004 colpì la città del Golfo ed i paesi della bassa Valsabbia.
    Una gestione esemplare che in due anni e mezzo ha permesso, lo scorso 30 giugno, di dichiarare chiusa la prima fase dell’emergenza, con una buona notizia da parte del governatore della Lombardia. «Ormai quasi la totalità dei 2200 sfollati - ha ricordato Formigoni - sono ritornati nelle loro case ristrutturate, ad eccezione di una novantina di cittadini, che hanno preferito ricostruire dalle fondamenta, per cui ci vorrà un po’ più di tempo. Stiamo terminando di utilizzare i 130 milioni di euro destinati alla ricostruzione. Possiamo dire di averli utilizzati bene. Tutti abbiamo fatto il nostro dovere, dalle istituzioni, che hanno collaborato tra loro al di là delle ideologie, all’ultimo dei volontari e dei tecnici, che ringraziamo in modo particolare perchè hanno fatto anche più del loro dovere, lavorando in modo straordinario senza chiedere compensi per le ore in più, prodigandosi per il bene dei cittadini colpiti dalla sventura. E inoltre, e questa e un’altra bella notizia, abbiamo anche risparmiato. Valuteremo come utilizzare questi risparmi, ma potremo pensare di portare dall’80 al 90% la copertura del finanziamento per la prima casa e di aumentare del 15-20% i contributi per gli edifici ecclesiastici: lo valuteremo insieme alla diocesi».
    In sala era presente il vescovo di Brescia Giulio Sanguineti con l’ausiliare mons. Francesco Beschi, prefetto, questore e tutti i sindaci dei Comuni colpiti. Oltre a Formigoni sono intervenuti il presidente della Provincia Alberto Cavalli, Massimo Buscemi, commissario delegato dalla Regione per l’emergenza, Guido Bertolaso, responsabile nazionale della Protezione civile, in sindaco di Salò Giampiero Cipani, in sindaco di Vobarno Carlo Panzera, presidente dell’Associazione comuni bresciani, e Daniela Manenti, rappresentante del Comitato dei cittadini terremotati. Quest’ultima ha ringraziato tutti i rappresentanti delle istituzioni e i volontari che hanno aiutato nei momenti più duri. «In particolare - ha detto la Manenti - desidero ricordare la disponibilità ad ascoltarci dei tecnici delegati dalla Regione, il dott. Silvio Lauro e l’ing. Giacomelli, che hanno fatto di tutto per venire incontro alle nostre difficoltà». L’ applauso scrosciante dei presenti è stato il ringraziamento per i tecnici.
    Buscemi ha ricordato le «scelte strategiche» che hanno permesso il miracolo: la nomina di un soggetto attuativo unico, un Gruppo operativo per il sisma, la gestione della prima emergenza senza utilizzo di tende o container, la costituzione di un Comitato di esperti apposito, il rapporto privilegiato attraverso i Comuni per fare da tramite con i cittadini. E tra i criteri attuativi la priorità per le prime case ma anche l’attenzione alle strutture turistiche.
    Bertolaso ha parlato di «condotta esemplare» nella gestione del dopo terremoto. «E la Regione Lombardia - ha riconosciuto il funzionario - è stata favorita dalla laboriosità dei bresciani, che non hanno perso tempo a piangersi addosso. Tra noi c’è stata una collaborazione costante».
    Il sindaco Cipani ha ricordato «la maturità civica» dei cittadini, con 1092 sfollati, che hanno gestito l’emergenza grazie alla solidarietà.

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  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da FENRIR Visualizza Messaggio
    «Ormai quasi la totalità dei 2200 sfollati - ha ricordato Formigoni - sono ritornati nelle loro case ristrutturate
    Giusto una precisazione... Irpinia 300.000 sfollati.

  3. #3
    naufrago
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    tanto per non dimenticarsi come stanno le cose...

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    Irpinia, 20 anni dopo: un cantiere aperto da 60 mila miliardi - Il terremoto infinito
    dal nostro inviato ANTONELLO CAPORALE

    AVELLINO - La sera del 23 novembre del 1980 una lunghissima scossa della durata di un minuto e venti secondi, di magnitudo 6,8 della scala Richter, rase al suolo 36 paesi situati al confine tra la Campania e la Basilicata. 2735 furono i morti, 8850 i feriti. Il disastro naturale fu di proporzioni gigantesche: il paesaggio aspro e bellissimo dell'Irpinia venne sfregiato dagli scuotimenti, ripetuti e dolorosi, della terra. Case inghiottite, viadotti spezzati, frane dappertutto. L'Italia si mosse come mai è capitato nella storia della Repubblica. Dall'estero l' aiuto si manifestò attraverso robusti assegni in dollari. Nella lista delle sottoscrizioni figurano, accanto agli Stati Uniti (70 milioni di dollari) e alla Germania (32 milioni), persino paesi come l'Iraq (3 milioni e 100 mila dollari) e l'Algeria (500 mila dollari). Da oltre frontiera giunsero quasi cinquecento miliardi. I morti però restarono sotto le travi spezzate delle misere abitazioni di montagna per giorni e giorni, in una confusione di ruoli e responsabilità che provocò la più dura delle denunce di un presidente della Repubblica sulle inefficienze dello Stato. Le parole di Sandro Pertini causarono la rimozione del prefetto di Avellino e la presentazione delle dimissioni, poi ritirate, del ministro dell'Interno dell'epoca. Nessun dubbio che quel filo che teneva unita l'Italia oggi si è spezzato. Perchè è successo? Cento quintali di documenti raccontano quegli anni. Un fiume di danaro (la commissione d'inchiesta stimò in 50.902 miliardi, ma nel corso del tempo la cifra è lievitata a 58.640 miliardi) si diresse verso un'area delimitata agli estremi dalle città di Napoli, Avellino Potenza e Salerno.

    I comuni effettivamente colpiti erano relativamente pochi: qualche decina i disastrati, un centinaio i danneggiati in modo più o meno grave. Nel maggio dell'81 però un decreto dell'allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani classifica "gravemente danneggiati" (con un grado di distruzione dal 5 al 50 per cento del patrimonio edilizio) oltre 280 comuni: viene ricompresa tutta la provincia di Avellino, Napoli e la popolosissima area metropolitana, 55 comuni del salernitano, 34 del potentino. Risultano "gravemente danneggiati" anche 50 paesi in provincia di Benevento, 8 in provincia di Caserta, 9 in provincia di Matera. Sei mesi dopo, il disastro viene ulteriormente allargato sulla carta: altri 312 comuni sono considerati "danneggiati", 14 dei quali in Puglia, in provincia di Foggia. L'area colpita dal sisma muta ancora una volta: la punta più avanzata a nord diviene Teano, ai confini con il Lazio, la linea si chiude a sud con Sapri, sul golfo di Policastro, e a est con Ferrandina, nella piana che finisce sullo Jonio. Entrare o meno nella lista significa soprattutto essere o no destinatari di sontuosi contributi statali. Due intere regioni, la Campania e la Basilicata, e un pezzetto di una terza, la Puglia, risultano "terremotate": in totale i comuni ammessi alle provvidenze sono 687.

    La corsa verso la ricostruzione inizia male, il piede inciampa al primo passo. Non è solo questione di rispetto della verità o di soldi. Alcuni sindaci spiegano che sono quasi stati "costretti" a chiedere che il loro municipio venisse incluso nella lista. Il primo cittadino di Castellabate, un paese cilentano che si affaccia sul mare, spiega in quei giorni al Mattino: "Ci accusano di sciacallaggio sostenendo che non abbiamo avuti danni dal sisma. Facciamo conto che ciò sia vero, per comodità di discorso. Mi dica lei però chi ci avrebbe salvato dall'accusa di omissione di atti di ufficio per non aver fatto ottenere al paese quello che la legge gli concede".

    E' stato il governo a riconoscere per primo che il "gonfiamento" del numero dei terremotati è stata la causa di un gonfiamento a dismisura della spesa. L'allora presidente del Consiglio Ciriaco De Mita ammise in Parlamento "il deteriore fenomeno del progressivo allargamento dell'area geografica originaria in cui si è verificata la sciagura". "Accade infatti - spiegò - che le pressioni politiche e sociali, che si appuntano sui governi e sul Parlamento conducano a successivi allargamenti dei comuni beneficiari delle provvidenze disposte dalle leggi di emergenza. In tal modo la ricognizione geografica dei disastri naturali risulta diversa dai reali confini della zona colpita. Sarebbe estremamente facile - concluse De Mita - andare a rileggere in atti parlamentari e in dichiarazioni ufficiali, le posizioni di persone e partiti. I nomi di quelli favorevoli, nel 1980, all'allargamento dell'area di intervento e di quelli che capivano invece che la delimitazione geografica avrebbe reso più efficace l'azione, oltre a rispettare la verità naturale dei fatti". Quella verità non fu dunque rispettata. In effetti il sisma danneggiò in misura più o meno grave 100mila abitazioni. Nove anni fa le case da "riparare" o da "ricostruire", già finanziate dal governo, erano 146mila. Era stata decisa la ricostruzione di 31.542 abitazioni nei comuni classificati disastrati, tremila in più delle case precedentemente dichiarate distrutte o gravemente danneggiate (28.274). E nei centri classificati "gravemente danneggiati" o solamente "danneggiati" il finanziamento statale aveva permesso l'edificazione di 115.121 abitazioni, quasi il doppio di quelle (69.140) dichiarate distrutte, gravemente danneggiate o soltanto lesionate.

    Il groviglio inestricabile di leggi e leggine che a vario titolo hanno regolamentato l'opera di ricostruzione ha oggettivamente favorito una richiesta di investimenti sproporzionata alla realtà dei fatti. Il Parlamento ha sfornato trentadue provvedimenti legislativi. Alcuni hanno finito per stravolgere la prima, organica legge-quadro. E' la legge 219 e risale al 1981: essa è esssenzialmente una legge di "refusione del danno". Chi ha perso la casa ottiene di vedersela ricostruita dallo Stato. Punto. Ma a Montecitorio e a palazzo Madama si fa presto a formare uno schieramento trasversale - parte dalla Dc e arriva al Pci - che un bel libro di Isaia Sales definisce il "partito degli occasionisti". "Esso - si legge - è erede di quella cultura che per secoli ha governato con il teorema: grandi calamità, leggi speciali, ciclo edilizio e controllo politico su tutto. Gli occasionisti a loro volta si dividono in due correnti: quelli che considerano le emergenze naturali o artificiali un canale privilegiato di trasferimento di risorse pubbliche sulla base del principio che il Sud deve essere "risarcito" attraverso forme di integrazioni di reddito; e quelli che ritengono che le tragedie o le emergenze possono rappresentare "occasioni" di sviluppo".

    Il partito trasversale, tutto meridionale, è guidato da esponenti di primo piano della classe dirigente nazionale: ci sono i democristiani De Mita, Gava, Scotti, Cirino Pomicino, De Vito e Fantini, i socialisti Conte e Di Donato, il liberale De Lorenzo, tutto (o quasi) il potente gruppo del Pci napoletano. Alberta De Simone, una deputata irpina che ha vissuto quei giorni nel municipio di Atripalda, ricorda: "Ho chiesto ai governanti dell'epoca perchè si mise insieme, nella legge, l'area del disastro con zone dove il danno fu assai più modesto, come Napoli. Mi è stato spiegato che per noi, che non eravamo il Mezzogiorno ma "l'osso" del Mezzogiorno, la parte più interna, più povera, meno popolata, proprio l'aggiunta dei problemi di Napoli fece diventare la questione davvero di interesse politico nazionale. In altri termini, non bastavano i nostri morti per avere tutte le provvidenze necessarie! La più grande ingiustizia è stata poi "targare" le pagine nere con il nome di Irpiniagate". Dopo la legge 219, che pure prevedeva forti investimenti per l'industrializzazione delle zone di montagna, viene approvata nell'84 la legge 80. Padrino politico è il senatore Salverino De Vito, avellinese come De Mita, a quel tempo ministro per il Mezzogiorno. De Vito lavora in tandem con il socialista Carmelo Conte, salernitano. La legge è destinata a sconvolgere il precedente quadro di riferimento. La richiesta per il contributo di ricostruzione diventa proponibile non soltanto dal capofamiglia. Anche i figli, "discendenti in linea retta", sono ammessi al contributo. Fin troppo facile prevedere la moltiplicazione delle domande. E delle case. E' una vera cuccagna che fa la fortuna di una categoria: i tecnici progettisti. I quali, spesso, sono gli stessi chiamati dai sindaci a costituire le commissioni comunali che devono verificare l' ammissibilità del contributo. Ogni domanda che passa l'esame significa l'ottenimento di sontuose parcelle professionali. Per ogni progetto ingegneri, architetti e geometri ottengono una compenso che mediamente si aggira sul venti per cento dell'intero importo. E un contributo, è sempre una media, non è mai inferiore ai 120 milioni.

    Ora è forse più facile capire perchè dopo vent'anni e dopo 150 mila abitazioni ricostruite, ci sia ancora qualche migliaio di persone, le più disgraziate, costrette a vivere nelle baracche (). Oggi il Parlamento nega a questa gente il dovuto (). Il marchio dell'infamia questa volta ha sfregiato gli innocenti ().

    A vent'anni di distanza c'è ancora gente che vive nelle baracche e la colpa sarebbe "dello sdado"... poi però mi sovvengono le immagini dei disastri in Valtellina, in Piemonte ed in Friuli e mi sovviene che il loro sdado non è il mio. Solo che il loro lo paghiamo noi.

  4. #4
    itaglia stato canaglia
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    Citazione Originariamente Scritto da Aymeric Visualizza Messaggio
    Giusto una precisazione... Irpinia 300.000 sfollati.

    Giusto per precisazione... 300.000 che avrebbero avuto un motivo PERSONALE (non solo solidale) per DARSI DA FARE.

    Se vedùm

  5. #5
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    Quando in Friuli nel 1976 ci fu il terremoto partirono i camion immediatamente dalla vicina Trieste per andare a dare una mano. E i Friulani erano già all'opera col badile in mano.
    La stessa cosa si fece per l'Irpinia (distanza dieci volte maggiore) solo che lì, mi raccontano i testimoni tutti concordi, la gente era ancora a far sceneggiate sui TG e più di qualche volontario se n'è andato incazzatissimo perchè si sentiva dare istruzioni dai terremotati, che mani in tasca, gli dicevano dove scavare.

  6. #6
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Complimenti ai Bresciani, ennesimo esempio di autogestione senza piagnistei o attese di venute del messia.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da FENRIR Visualizza Messaggio

    E inoltre, e questa e un’altra bella notizia, abbiamo anche risparmiato.

    Proprio come succede al sud in ogni finanziamento pubblico...stessissima cosa! Bisogna riconoscerlo! Celerità, serietà, abnegazione, risparmio, ONESTA', sono gli stessi obiettivi e principi utilizzati nei lavori PUBBLICI oltre che al nord anche al meridione....

 

 

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