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Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
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    Predefinito Pensioni:ecco la proposta del Governo

    Pensioni: domani proposta governo
    Verso scalino 58 anni nel 2008 e quota 96 dal 2010
    (ANSA) - ROMA, 18 LUG - Il governo conferma: domani pomeriggio il governo presentera' ai sindacati l'impianto della riforma delle pensioni. E' quanto viene sottolineato da fonti di Palazzo Chigi. La proposta del governo sarebbe questa: scalino a 58 anni nel 2008 e quota 96 tra eta' anagrafica e contributi a partire dal 2010. Ma non e' escluso che si trovi una mediazione a quota 95 viste le resistenze di sindacati e sinistra radicale a una quota considerata ancora troppo alta.

    A 58 anni fino al 2010...POI dovrebbe partire la quota 96 o 95...Declino,arriviamo dopo questo Sprint Finale!!!

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  2. #2
    Amico di Oniria..wooff...
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    MA credete ancora che siano capaci di far tornare i conti?

    ingarbuglieranno la legge così tanto che per sapere se si ha diritto di andare in pensione passa come minimo un'anno......e senza contare le "finestre"......che abbiano paura di qualche ex o prox pensionato li prenda e li faccia volare dalle finestre per davvero.

    una pagliacciata e dopo....tutti in FERIE per non sentire le urla.

  3. #3
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    CHI DIGERISCE QUESTO PASTICCIO

    di Lodovico Festa

    Quatto quatto, Romano Prodi sembrava avere ormai il sorcio in bocca: un complicato pasticcio tra Rifondazione e Cgil aveva consentito all’estrema della coalizione e allo storico sindacato della sinistra di dare il via libera alla schifezzuola sulle pensioni.
    Nei piani prodiani, concordati punto per punto con cigiellini e rifondaroli, si abbassava l’andata in pensione di anzianità da 60 a 58 anni: unico caso in Europa. Si inventavano centinaia di migliaia di lavori usuranti preparando una grave crisi nei sindacati, dove «usurati» per meriti politici avrebbero dovuto convivere nel futuro con non usurati non protetti dalla politica. Un saggio sindacalista come Luigi Angeletti ha colto al volo l’enorme pericolo di una simile scelta e ha deciso di rispondervi in modo surreale insistendo sul lavoro usurante delle maestre di asilo. Si prevedevano, poi, quote fumose da far scattare nel 2010 o 2011. Si diceva che tutto era coperto finanziariamente dalla fusione o dalla razionalizzazione degli enti previdenziali e dall’aumento dei contributi dei parasubordinati: due imbrogli per prendere in giro Bruxelles. C’era poi, naturalmente, il «taglio dei costi della politica», oggi molto di moda. Ecco l’immondo pasticcio pronto ad andare in forno, condito con la paura che il ceto politico del centrosinistra anche riformista ha per una crisi di governo.
    Forse, però, il pasticcio andrà di traverso a Prodi. L’ostacolo principale è stato posto dal limpido, ineludibile ragionamento di Mario Draghi che ha chiesto all’esecutivo di fare esattamente il contrario di quello che si stava apprestando a fare. Sulla base di questo ragionamento si è messa in movimento anche una riformista a lungo in sonno (profondo) come Emma Bonino che ha annunciato che non starà in un governo che gioca sull’avvenire dell’Italia. Forse lo stesso Francesco Rutelli sarà costretto a smentire il mariniano Giuseppe Fioroni che ha definito le posizioni «riformiste» del vicepremier «ruggiti di carta». Forse la vuota retorica veltroniana sui patti generazionali impedirà al futuro leader del partito democratico di sfilarsi come al solito dal merito dei problemi. Forse persino la Confindustria farà il suo mestiere, difenderà gli interessi generali delle imprese e butterà all’aria un tavolo di trattative cigiellinocentrico con Palazzo Chigi che la umilia giorno dopo giorno.
    Prodi, per salvarsi ancora per qualche mese, ha un’unica carta: cacciare l’Italia in una palude di compromessi deteriori e di intrighi. Sperando che una generale disperazione stemperi la protesta sempre più diffusa della società italiana. Così a occhio, però, i giorni del suo governo sono contati. E il pasticcio delle pensioni potrebbe spingere chi anche nella maggioranza ha più attenzione ai problemi del Paese che a quelli suoi propri, a spegnere la luce di un’avventura ormai priva di prospettive.

  4. #4
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    Pensioni, dal Prc no all’intesa

    L’effetto Bonino inguaia Prodi

    di Antonio Signorini da Il Giornale

    Oggi il governo presenta la proposta ai sindacati, ma Rifondazione torna a puntare i piedi: no a "quota 96". Ma il vero ostacolo che potrebbe mandare all'aria i piani del governo è la somma fra età anagrafica e contributiva, che dovrebbe diventare il nuovo requisito per l'anzianità

    Roma - Quota 96 a partire da 2010 non piace a Rifondazione Comunista. Dubbi anche su quanti lavoratori escludere dalla riforma e sul trattamento da riservare a chi ha maturato 40 anni di contributi e su altre tecnicalità. Ma il vero ostacolo che potrebbe mandare all’aria i piani di Romano Prodi - che vuole a tutti i costi presentare oggi la sua proposta a Cgil, Cisl e Uil e chiudere la partita delle pensioni al Consiglio dei ministri di domani - è la somma tra età anagrafica e contributiva che dovrebbe diventare il nuovo requisito per l’anzianità a partire dal 2010 o dal 2011, una volta entrato in vigore l’unico scalino a 58 anni, che da prossimo anno sostituirebbe lo scalone a 60 anni previsto dalla riforma Maroni.

    L’ipotesi che si è rafforzata dopo le dimissioni minacciate di Emma Bonino è quella un po’ più stringente, che farebbe scattare quota 96 dal 2010. In sostanza il ministro Tommaso Padoa-Schioppa e i moderati della maggioranza avrebbero ottenuto che, sempre senza uscire dai limiti proposta stilata dal ministro del Lavoro Cesare Damiano, si scelgano le opzioni meno onerose. Si parla di un risparmio sull’ordine centinaia di milioni di fronte a una riforma che dovrebbe costare solo per i primi tre anni tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro. Copertura che il governo cercherà con con l’unificazione degli enti previdenziali, con i tagli ai costi della politica e soprattutto con l’aumento dei contributi che pagano i lavoratori precari. Una soluzione avversata dal centrodestra, visto che - ha sottolineato Maurizio Sacconi di Forza Italia - «l’effetto sarebbe quello di incoraggiare l’evasione e il lavoro nero con dubbi risultati dal punto di vista delle entrate».

    Appena fiutata una possibile chiusura su quota 96, Rifondazione comunista è tornata a puntare i piedi nelle trattative con Palazzo Chigi e i giochi si sono riaperti. «Stanti le ipotesi l’accordo nella maggioranza è ancora lontano», è stato l’avvertimento di Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del partito. Che ha posto i paletti del Prc: «Chi ha 40 anni di contributi deve andare subito in pensione (senza le limitazioni delle due finestre, ndr), vanno esclusi dal criterio 58 anni di età e 35 anni di contributi tutti i turni avvicendati, i lavori a vincolo e gli usuranti, poi la modifica dei coefficienti deve permettere una pensione pubblica che valga almeno il 65 per cento per i giovani».
    Zipponi ha addirittura ritirato fuori l’idea che dopo lo scalino a 58 anni ci debbano essere solo incentivi. Probabilmente un modo per controbilanciare l’offensiva della Bonino, visto che il governo non intende cedere su questo versante.

    Anche per i sindacati quota 96 è alta, soprattutto nel 2010. Cgil, Cisl e Uil continuano a preferire i due passaggi, cioè quota 95 nel 2010 da fare poi crescere a 96 nel 2011 o addirittura nel 2012.
    Un termometro delle difficoltà ieri lo hanno dato le voci uscite da Palazzo Chigi che hanno confermato per oggi pomeriggio l’incontro con Cgil, Cisl e Uil, precisando però che ai sindacati sarà illustrato «l’impianto della riforma». Non i dettagli, quindi. Saranno comunque - ha precisato un’altra fonte - indicati i nuovi requisiti per l’anzianità. Ieri era circolata anche la voce di un «memorandum» d’intesa sulle linee generali per rinviare i dettagli ai prossimi mesi. Ma lo stesso premier Prodi ha escluso rinvii. Anche per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta sarebbe «profondamente sbagliato andare a settembre».

    Anche i sindacati hanno fretta e adesso nessuno è interessato ai rinvii (tranne forse il ministero dell’Economia preoccupato per la tenuta dei conti). Sicuramente il provvedimento che riformerà la riforma Maroni andrà in Finanziaria. Ma l’accordo con le parti potrebbe essere incluso nella risoluzione che accompagna il Dpef, Il Documento di programmazione economica e finanziaria. In modo che i sindacati possano mettere il risultato al riparo dai chiari di luna della politica.

  5. #5
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    Questa controriforma voluta dai massimalisti di sinistra doveva, almeno come da loro procalamto ai 4 venti, abbattere del tutto l'iniquo "scalone".
    Ovvero si voleva a chiacchiere ripristinare la pensione a 57 anni.

    In realtà quel rissoso CdM di ubriachi rossi sulle gote invece ha approvato un accordo peggiorativo secondo cui - quando a regime - si andrà in pensione a 62 anni.
    Mentre invece la riforma Maroni prevedeva la pensione a soli 60 anni.

    Quindi di fatto Prodi vuole convintamente inasprire di molto la riforma pensionistica di Maroni.

  6. #6
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