GARIBALDI IL NAZIONALPOPOLARE
Luca Leonello Rimbotti
da "LINEA" (venerdì 13/07/07)
Ognuno ha il suo Garibaldi. I vecchi socialisti lo arruolarono subito tra le loro file, per via di quel suo dichiarato populismo che era semplice passione per le masse emarginate. I “democratici” lo dissero uno di loro, forzando di brutto certi aspetti del suo anti-clericalesimo e della sua ideologia massonico-azionista. Il Fascismo ne fece apertamente un antesignano: volontarismo, insurrezione di popolo, combattentismo, idea di Nazione… ce n’era abbastanza perché le camicie nere vedessero nelle camicie rosse i padri della nuova Italia e i loro diretti anticipatori: una continuità che venne sancita dalla figura di Ezio Garibaldi, un discendente dell’eroe che fu squadrista e console della Milizia, e dalla solenne commemorazione garibaldina che fece Mussolini sul Gianicolo nel 1932, nel cinquantenario della morte del Generale. Poi toccò un po’ a tutti gli altri: a cominciare dai repubblicani, che ebbero (ed hanno) negli studi di Spadolini e nell’ambiente della “Nuova Antologia” un epicentro, quasi un monopolio, della conservazione della memoria garibaldina. Per continuare con Craxi, che nel tentativo di dar vita a un “socialismo tricolore”, provò a rilanciare Garibaldi come figura di integrazione nazionale. E per finire con la grossa sparata dei comunisti, che non esitarono a rivestire il personaggio di panni proletari, costituendo ad esempio la “Brigata Garibaldi” che raccoglieva gli antifascisti italiani alla guerra di Spagna. E continuando per un pezzo a immaginare - non disponendo d’altro in casa propria - un improbabile Garibaldi comunista. Idee poco chiare? Furba appropriazione di un monumento nazionale? O davvero Garibaldi fu eroe di tutti, quindi “nazionale” in senso proprio? Forse è così. Ma di sicuro Garibaldi non è maneggiabile dal comunismo internazionalista: fu un campione delle idee di Nazione e di Patria, sì o no? E non fu lui a consegnare senza batter ciglio il frutto della sua vittoria militare a uno Stato monarchico e conservatore? E non ripudiò senza tanti complimenti il nascente marxismo, da lui associato a Bakunin e all’insurrezione terroristica, che disapprovò sempre?
Al di là di una vecchia propaganda terra terra, ad uso per lo più delle sezioni del PCI di periferia, Garibaldi e il comunismo sono due mondi opposti.
Garibaldi va fatto scendere dal monumento e anche dal cavallo. Altrimenti, rimane un’icona inespressiva. Guardiamolo per bene in faccia, con le sue decisioni audaci e i suoi sbagli; con il suo coraggio fisico e con la sua improvvisa arrendevolezza; con le sue idee di riscatto sociale degli umili e di risveglio nazionale; con il suo amore sincero per il popolo e con certe sue brutali iniziative repressive (quella di Bixio a Bronte non fu l’unica). Tra l’altro, vogliamo ricordare che nell’ideologia garibaldina trovava posto un preciso europeismo, basato sul riconoscimento delle patrie e sul diritto di ogni popolo a costituirsi in entità nazionali basate su storia, geografia, lingua e stirpe. Era questo un vero diritto all’autodeterminazione dei popoli. Ma in maniera non genericamente libertaria, bensì precisamente antiegualitaria ed anti-pacifista. Veniva da lui riconosciuto il dato di fatto che, ai suoi tempi, esisteva un’oggettiva gerarchia tra le potenze europee, e che alle maggiori di esse, Francia e Gran Bretagna, occorresse fare appello per raccogliere intorno a un centro propulsore tutte le altre nazionalità. Ad esempio, il Memorandum alle potenze d’Europa che Garibaldi vergò a Sant’Angelo d’Alife vicino a Caserta nell’ottobre 1860, dopo la spedizione dei Mille, è un documento di realismo politico e di promozione dell’unità europea a carattere nazionalpopolare: «Dunque la base di una Confederazione europea è naturalmente tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, per così dire, istintivamente, ad aggrapparsi intorno a loro». Ma in questo progetto non si vede soltanto in azione l’idea nazionale, legata al ruolo di uno Stato centrale, ma anche quella etnica e popolare. Difatti, lo scritto di Garibaldi continuava affermando che l’Europa come la vedeva lui avrebbe dovuto esser tale che «insomma tutte le nazionalità, divise ed oppresse, le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restar fuori di questa rigenerazione politica, alla quale le chiama il genio del secolo». E tutto questo veniva incernierato dall’auspicio che mai più guerre civili avessero a insanguinare l’Europa, dando vita a un sistema che evidentemente fosse soltanto nazionale e popolare, in grado di eliminare ogni altra opzione da qualunque parte venisse: «Ma quello che non sarebbe inutile è di mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose, per mezzo di milizie nazionali, le quali sarebbero pronte a reprimere i disordini e qualunque ambizione tentasse infrangere il patto europeo». Parole chiare.
Al di là dell’immaginetta risorgimentale che il patriottismo borghese e “democratico” ha costruito sulla figura di Garibaldi, opprimendo tutti fino alla noia con la retorica dell’Eroe dei Due Mondi puro e invitto, noi cogliamo un Garibaldi più vero e reale, comprensivo di bene e di male. Non solo il Cincinnato generoso, ma l’idealista. Talenti politici pochi, ma una visione d’insieme: Europa delle patrie «sovrana del mondo», Stato popolare, riscatto sociale, rivendicazione di Roma repubblicana, grandi opere pubbliche: «miglioramento delle strade, costruzione di ponti, scavamento di canali, fondazione di stabilimenti pubblici, erezione di scuole che salverebbero dalla miseria e dalla ignoranza tante povere creature…».
Garibaldi, inoltre, non ebbe le stigmate del “democratico”. Anzi, la sua è la perfetta figura del dittatore popolare, con un’istintiva idea del comando carismatico. Appena sbarcato in Sicilia e poi di nuovo a Napoli, si autoproclamò dittatore e da dittatore si comportò, assumendo anche decisioni decisamente impopolari, comprese le cannonate rifilate ai contadini riottosi. Di parlamenti, poi, non volle mai saperne: quando mise piede in quello subalpino nel 1849, o in quelli unitari nel ’60, nel ’61 e poi a Roma nel 1875, non furono che scontri violenti, accuse contro chi l’aveva utilizzato piantandolo in asso, disprezzo per quei luoghi d’intrigo. Anche se, a onor del vero, lui stesso aveva rinunciato all’ideale repubblicano facendosi alfiere del motto “Italia e Vittorio Emanuele”, nel ’59, accorrendo al richiamo di Cavour, e mettendosi la divisa da generale piemontese… facendo insomma capire che il guerrigliero era rientrato nei ranghi. Onestamente, aveva poco da lamentarsi quando venne messo in un canto, dopo Teano o dopo l’Aspromonte: si era messo al servizio dei Savoia, non tentò mai di forzare gli avvenimenti con un appello insurrezionale al popolo e al momento buono… “obbedisco” diventò il suo motto: non esattamente il massimo per un ribelle professionale…
Sappiamo poi che circolava la voce che le sue vittorie fossero da ascriversi più alla dabbenaggine dei comandanti borbonici e austriaci, che non a una sua genialità militare, spesso tutta da dimostrare. E alle volte correvano anche i quattrini: come nel caso di Milazzo, dove il comandante di piazza borbonico attese invano aiuti da altre piazzeforti, nel frattempo da Cavour addomesticate con altri mezzi. Ma ci sono ombre anche su Calatafimi, dove - come scrisse anche Sciascia - solo il tradimento di diversi generali borbonici permise allo sparuto drappello garibaldino, ormai quasi sopraffatto, di spuntarla. Garibaldi fu molto fortunato, ma questo è un merito. Semmai, c’è da dire che la sua vita ebbe più di un episodio oscuro: da certi maneggi sudamericani, quando faceva il pirata assoldato dai secessionisti brasiliani, a certi fondi non chiari ricevuti per la spedizione dei Mille; fino al matrimonio, durato un giorno nel 1859, con la diciassettenne marchesina Raimondi: pagina non del tutto eroica per il cinquantaduenne Generale, che nel fuoco degli eventi si fece distrarre da un’adolescente che se l’intendeva con un altro... Ma questi sono gli anfratti della storia. Ogni grande ha le sue debolezze… Garibaldi è stato rovinato dalla retorica patriottarda, che lo ha troppo a lungo ingessato nella posa statuaria. Ai nostri occhi, egli è stato un suscitatore del mito popolare e un gestore dello “stato d’eccezione” con pochi paragoni nella storia. Questo basta. E per questo gli possono esser perdonati gli errori e le imbarazzanti cadute di stile.
Montanelli, nel 1982, disse che fu «uomo d’assoluta inintelligenza politica… combinò molti pasticci… avrebbe dovuto rimanere nelle Americhe e partecipare alla creazione del West…». E oggi i leghisti e certi autonomisti rifanno il verso ai reazionari ottocenteschi, considerando Garibaldi un bandito che ha rovinato in un colpo solo il Nord e il Sud: argomento modesto e antistorico. Calderoli, in occasione del recente bicentenario, ha detto che «la Padania e il Meridione stavano bene come stavano», cioè, par di capire, austriaca la prima e borbonico il secondo: e questa è una stupidaggine. Garibaldi fece il suo mestiere di soldato irregolare, alla Pancho Villa. Ma l’utilizzo politico delle sue vittorie non era affar suo. Lo dimostrò ritirandosi a Caprera, mentre gli altri iniziavano a spartirsi il bottino.
Il male stava - e sta - nel prevalere di un’idea di Stato per l’appunto liberale, individualista, affaristica, basata sulla corruzione e la spartizione del potere tra cosche politiche. Ma non fu certo colpa sua. Nessun regime in Italia, ad eccezione del Fascismo, ha mai pensato al sistema politico italiano in termini di mobilitazione e partecipazione di popolo. Ciò che era, invece, proprio la caratteristica di Garibaldi. Che non parlò mai una volta di “diritti” individuali, mai una volta di “libertà” del cittadino, ma sempre di diritti e di libertà del popolo. Il suo pensare in chiave comunitaria era l’opposto del pensare in chiave individualistica e settaria dei liberali, quelli ottocenteschi come quelli di oggi.
Garibaldi aveva un pensiero politico semplice, ma sincero: uomo d’azione, stava con il popolo, e questo gli bastava. Il suo ruolo storico è consistito essenzialmente nell’aver suscitato l’entusiasmo popolare - soprattutto nei giovani e nei giovanissimi - attorno al mito unificante della Nazione: un eroe popolare e carismatico di questo spessore, a guardar bene, non ha eguali in Europa.




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