Valutazione dell’accordo sulle pensioni
di i compagni e le compagne della Direzione Nazionale del Prc di Essere comunisti *
su Prc del 20/07/2007
Diamo un giudizio negativo sul complesso dell’accordo siglato da governo e sindacati sulla riforma del sistema previdenziale e sullo scalone Maroni. Il dato essenziale è che nella sostanza lo scalone rimane, venendo soltanto diluito nell’arco dei prossimi tre-quattro anni. Non è questa la posizione del Partito. Non erano questi gli impegni assunti dall’Unione e solennemente sanciti nel programma politico-elettorale del centrosinistra.
Questo nostro giudizio non comporta non riconoscere il lavoro svolto con tenacia e determinazione dal Partito e in specie dai compagni che hanno condotto in prima persona le trattative. Così come non implica trascurare le responsabilità dei sindacati confederali – eccezion fatta per la Fiom – che hanno avallato un accordo al ribasso e che, soprattutto, hanno mancato di promuovere quella grande mobilitazione dei lavoratori che, sola, avrebbe potuto sostenere una efficace resistenza contro l’offensiva messa in campo dalla Confindustria e dai poteri forti di questo Paese.
Ma siamo del parere che il Partito debba a questo punto esprimere un giudizio netto, non equivocabile, che individui il segno complessivo dell’accordo raggiunto e fornisca così chiari elementi di orientamento.
Vediamo anche noi taluni aspetti positivi, frutto dell’impegno di Rifondazione comunista, che in questo frangente si è battuta, solitaria, a difesa dei diritti e delle conquiste dei lavoratori posti sotto un attacco di straordinaria violenza.
Ferma restando l’esigenza di verificare con la massima attenzione e in tutti i dettagli la lettera dell’intero accordo, consideriamo importanti l’ampliamento della platea dei lavori usuranti, esclusi dall’innalzamento dell’età pensionabile, e il fatto che per i giovani (sinora destinati ad ottenere pensioni pari al 30-40% del salario) sia stata fissata una soglia minima di copertura pensionistica pari al 60% della retribuzione.
Ma quel che conta in questo momento è – lo ripetiamo – il segno complessivo di un accordo che a nostro giudizio si colloca in continuità con la «riforma» attuata dalla destra e rende pertanto evidente l’orientamento prevalentemente moderato di questo governo.
A questo proposito rileviamo differenti valutazioni sull’accordo da parte di altre forze della sinistra dell’Unione. Tali divergenze dimostrano come la costruzione di un soggetto politico unitario della sinistra, basato sui contenuti e non su astrazioni politicistiche, sia assai più complesso di come lo si voglia rappresentare.
La partita delle pensioni – Rifondazione comunista l’ha sempre ribadito – era e resta cruciale. Lo è per motivi materiali, perché una grande massa di lavoratori in questo Paese sono costretti a vivere in condizioni di indigenza al termine di una vita lavorativa pesante e rischiosa per la salute e non di rado per la loro stessa vita. Ma questa partita è decisiva anche per aspetti simbolici, poiché la difesa delle pensioni, a cominciare dalla cancellazione dello scalone Maroni, è un argine, rotto il quale l’attacco a tutti i diritti del lavoro (orari, salari, struttura contrattuale, sicurezza, precarietà) si farà ancor più dirompente.
Sono queste le ragioni per cui diciamo che va pronunciata oggi una parola chiara e univoca.
Non commettiamo anche sulle pensioni l’errore già compiuto l’anno scorso a proposito della Finanziaria, quando cercammo di presentarla sotto una luce favorevole ponendo in ombra i suoi risvolti socialmente negativi. Non è nostro compito “coprire” il governo e tanto meno nascondere il fatto che gli impegni scritti nel programma non vengono onorati. Il nostro compito è un altro: è dire la verità e continuare una battaglia nel Paese, nei luoghi di lavoro, in Parlamento e nel governo affinché questo accordo cambi in punti decisivi, a cominciare dagli scalini che di fatto mantengono lo scalone Maroni.
*Claudio Grassi, Bianca Bracci Torsi, Alberto Burgio, Maria Campese, Bruno Casati




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