ROMA - La Fininvest perde una causa con la quale chiedeva un risarcimento miliardario contro il settimanale Diario. La querela è stata rigettata e l'azienda costretta a pagare le spese legali. La sentenza della prima sezione civile del Tribunale di Milano stabilisce che il giornale ha lavorato nel rispetto del diritto di cronaca e di critica. Ma leggendo la sentenza, quello che colpisce non è tanto l'ennesima inchiesta giornalistica su Silvio Berlusconi che finisce a carte bollate. E' piuttosto il modo in cui il giudice entra nel merito delle questioni sollevate da Diario ampliando e ricostruendo a sua volta il contesto su cui si sono mossi i cronisti.

La causa è stata intentata da Fininvest nel 2001 quando alla vigilia delle scorse elezioni politiche, poi vinte dalla Casa delle Libertà, uscì in edicola lo speciale del settimanale diretto da Enrico Deaglio intitolato Berlusconeide con il sottotitolo che lo stesso magistrato giudicante definisce "significativo": Tutto quello che dovreste sapere su Silvio Berlusconi prima di affidargli le chiavi di casa.



In particolare la Fininvest, che dovrà pagare 32.666 euro di spese legali, querelò Diario per il contenuto di tre articoli che racchiudono in sé le questioni fondamentali che da anni accompagnano la figura di Berlusconi: i suoi rapporti da imprenditore con la politica, le concessioni delle licenze televisive, il suo legame con Marcello Dell'Utri e con uomini legati a cosa nostra e - domanda ossessiva del film di Nanni Moretti Il Caimano - la ricostruzione delle origini patrimoniali del gruppo, cioè: "Da dove vengono i soldi?"

Tutte domande note e oggetto di inchieste, articoli, libri, sentenze giudiziarie, dibattiti pubblici e televisivi. Ma ovviamente questioni che Fininvest ha ritenuto lesive del proprio onore e reputazione al punto da chiedere, oltre al risarcimento, l'eventuale pubblicazione in caso di vittoria in tribunale della sentenza sui maggiori quotidiani italiani.

II legale di Fininvest, Fabio Roscioli, annuncia l'impugnazione della sentenza e si dice convinto che in corte d'Appello "confidiamo di dimostrare le ragioni della società".

Ma per ora la sentenza si rivela pesante per la holding del Biscione perché il magistrato non si limita a sottolineare che i diritti di cronaca e di critica sono stati "esercitati in termini legittimi per il rispetto della verità, reale o putativa, dei fatti narrati e posti a base delle valutazioni e dei giudizi espressi". Ma fa considerazioni come queste.

Riguardo all'articolo sui rapporti tra Berlusconi e la politica prima della discesa in campo, uno dei passaggi contestati da Fininvest era: "Il Cavaliere ha sempre trattato affari che con la politica c'entravano, eccome: prima l'edilizia, poi la televisione". Chiosa il magistrato, ricordando che fare attività di lobbying è legale: sono "settori nei quali interventi come quelli operati da Fininvest risulterebbero inimmaginabili senza adeguato sostegno politico".

Sulle concessioni poi il giudice ricorda la storia degli ultimi trent'anni. Fatti, scrive, che possono essere "assunti come notori": dalla liberalizzazione dell'etere in ambito locale agli interventi dei pretori per oscurare le reti di Berlusconi che aveva bypassato il limite locale e trasmettevano sul territorio nazionale, i decreti del governo Craxi che sancirono "il duopolio televisivo Rai-Fininvest (tra l'altro in condizioni di assoluto favore per quest'ultima)".

E ancora di più colpiscono i passi che riguardano le origini del patrimonio del gruppo, la cui ricostruzione, il tribunale definisce di "interesse pubblico rilevante". Oltre a citare i passaggi finanziari per i più esoterici e incomprensibili, il magistrato ricorda come il presidente del Consiglio decise di avvalersi della facoltà di non rispondere quando gli fu chiesto in qualità di indagato di spiegare il tema in esame. "Il che - dice la sentenza - non può restare senza significato nell'apprezzamento di un'ipotesi di diffamazione delicata come quella in esame".

21 aprile 2006

http://www.repubblica.it/2006/04/sez...st-diario.html