E' tutta un’altra storia
Chi ha paura degli alberi?
di Gilberto Oneto
Per celebrare l’abbattimento dei boschi e, con esso, la vittoria della civiltà sulla barbarie della natura, i Romani antichi si erano inventati una festività, i Lucaria, che si svolgevano all’inizio della seconda quindicina di luglio. Inizialmente erano celebrati in un grande bosco tra la Salaria e il Tevere da dove erano sbucati i Celti nella disastrosa battaglia sull’Allia, il 18 luglio del 397 a.C. . Dumezil sostiene che si trattasse di cerimonie propiziatorie preliminari alle operazioni di disboscamento finalizzate a rendere possibile la coltivazione dei campi. Il fatto che i Lucaria si svolgessero in due giorni non consecutivi (il 19 e il 21 luglio) si spiegherebbe con la necessità di sviluppare il lavoro di abbattimento su due fasi: il taglio raso terra degli alberi e arbusti, e l’estirpazione delle radici. È però estremamente significativo sottolineare come ci fosse anche una evidente associazione fra il taglio degli alberi e il terrore provocato dalla sconfitta subita da parte dei Celti: la connessione è resa ancora più evidente dalla sovrapposizione dei giorni del calendario, ricordando che per secoli il 18 luglio, il Dies Alliensis, è stato “celebrato” dai Romani come il giorno più infausto dell’anno.
Il rito metteva assieme due delle più terribili paure romane: la natura selvaggia e i popoli barbari, in particolare i Celti. Le due cose erano strettamente associate anche in termini fisici. I Celti (ma anche i Germani) erano infatti i popoli dei boschi e delle montagne. La paura per l’associazione alberi-barbari ha, in particolare, trovato origine e conferma in tre episodi. Il primo, già citato, è quello della disastrosa sconfitta sull’Allia, in seguito alla quale i Galli sono entrati a Roma e l’hanno saccheggiata.
Il secondo è la battaglia della Selva Litana. Nel 215 a.C. i Romani sono appena stati disastrosamente battuti a Canne e cercano una rivalsa attaccando la Cisalpina, vera retrovia logistica di Annibale. Il console Lucio Postumio Albino si spinge con due legioni lungo la strada che costeggia l’Appennino tosco-emiliano e si addentra in una foresta che i Galli chiamavano Litana. Ha circa 25.000 uomini compresi i socii: un esercito contro cui le locali tribù di Boi non possono schierare grandi forze perchè i loro guerrieri più abili hanno seguito Annibale a sud.
Così preparano una gigantesca imboscata tagliando parzialmente i tronchi degli alberi che costeggiano la strada: al passaggio dei Romani li precipitano loro addosso in un terrificante effetto domino che scompiglia le legioni su cui si buttano con il solito vigore. Secondo Livio i legionari superstiti sono solo dieci; la testa di Postumio diventa un macabro trofeo conservato in un tempio. La catastrofe è enorme e i Romani cercano di correre ai ripari. Fra le altre cose, organizzano un sacrificio rituale, seppellendo vive una coppia di Galli e una di Greci nel Foro Boario, riprendendo una cerimonia già effettuata anni prima in occasione della guerra contro gli Insubri. L’ignobile trovata testimonia il terrore che i due popoli - pur per motivi diversi - esercitano sulla città.
La terza significativa vicenda è molto posteriore: nel 9 d.C. tre legioni al comando di Publio Quintilio Varo vengono sterminate nella Selva Hercina (oggi di Teutoburgo) dai Germani comandati da Arminio, re dei Cheruschi. La tecnica dell’agguato è molto simile a quella della Litana.
Ce n’è per alimentare il terrore romano per i boschi. Dopo la Litana i Romani si sono inventati la storia degli alberi che combattono a fianco dei loro nemici: una leggenda che si è protratta fino a Tolkien con le stesse connotazioni morali.
La vicenda ha avuto pesanti risvolti sulla gestione del territorio: ovunque possibile i Romani abbattevano i boschi. In pianura padana il risultato di tale politica (gabbata come bonifica) è stato il disboscamento di oltre il 60% del territorio, in pratica di quasi tutte le aree asciutte. L’armonica compenetrazione degli insediamenti dei popoli locali con la natura è sostituita da una concezione diversa, importata dal mondo mediterraneo e orientale: secondo i Romani il solo “buon paesaggio” è quello regolamentato, centuriato e militarizzato, del tutto umanizzato, che perde ogni connotazione naturalistica. Questo principio si è affermato fisicamente nel radicale cambiamento di tanti paesaggi e si perpetua in distinzioni lessicali che la forza culturale del latino ha tramandato alle lingue che ne sono derivate. “Silvano” diventa “silvatico”, “selvatico”, sinonimo di “incivile”.
“Civile”, per contro, deriva da civitas, che darà origine a “città”. “Foresto” (e poi “forestiero”) passa a indicare tutto ciò che è diverso, straniero e in qualche modo poco affidabile. Urbs, “città”, dà origine a “urbano”, inteso come civile, ben educato, in contrapposizione con gli “altri”, che sono “pagani” (vivono in pagus, borghi agricoli, fuori città) e “villani”. Quest’ultimo termine inizialmente indica chi abita le “ville” agricole (i baile celtici) e poi prende a significare “maleducato” in italiano, “brutto” (vilain) in francese, “meschino, taccagno” in spagnolo (villano) e addirittura “malvagio” e “scellerato” (villain) in inglese. Gli abitanti delle “brighe”, le montagne, diventano “briganti” e malfattori. Gli stessi Bagaudi che tanto filo da torcere hanno dato agli occupanti romani nelle regioni alpine derivano il loro nome da bacaudae, una parola celtica che vuole dire legno, erano cioè “coloro che si rifugiavano nelle foreste”. Che certi odierni atteggiamenti poco rispettosi della natura abbiano origini imperiali?
18-07-2007 L'opinione delle liberta'.
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vista la forte urbanizzazione, la selva di cementificatori e l'assenza di "atteggiamenti rispettosi della natura", non e' che l'attuale Padania sia popolata in gran parte da discendenti del popolo romano?![]()
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