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Discussione: L'Archeofuturismo

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    fonte: http://www.uomo-libero.com/index.php...Fid%3D12&hash=


    L'Archeofuturismo di Guillaume Faye

    Introduzione





    Questo libro contiene tre tesi che sono logicamente collegate. La prima afferma che la civiltà attuale, frutto della modernità e dell'egualitarismo vive il suo apogeo finale perché su di essa incombe a breve termine la minaccia di un cataclisma planetario che è il risultato di una convergenza delle catastrofi. Nel passato numerose civiltà sono scomparse, ma erano disastri che interessavano solo determinate aree della Terra e non coinvolgevano tutta l'umanità. Oggi invece, per la prima volta nella Storia, una civiltà mondiale, estensione planetaria della civiltà occidentale, è minacciata da linee convergenti di catastrofi prodotte dell'applicazione dei suoi progetti ideologici. Una serie di concatenamenti drammatici convergono verso un punto fatale che ritengo si possa collocare all'inizio del XXI secolo, tra il 2010 e il 2020, e faranno precipitare nel caos il mondo che oggi conosciamo, provocando un vero e proprio terremoto culturale. Le "linee di catastrofi" riguardano l'ecologia, la demografia, l'economia, la religione, l'epidemiologia e la geopolitica.

    L'attuale civiltà non può durare. Le sue fondamenta sono in contrasto con la realtà. Essa urta non solo con delle contraddizioni ideologiche - sempre superabili - ma, per la prima volta, contro un muro fisico. La vecchia credenza nei miracoli dell'egualitarismo e della filosofia, secondo la quale era possibile un progresso illimitato esteso progressivamente a tutta l'umanità, ormai è giunta alla fine. Questa ideologia angelica è sfociata in un mondo sempre meno vitale.

    Seconda tesi: in un numero crescente di settori le mentalità e l'ideologia del mondo moderno, individualista ed egualitario, non sono più adeguate. Per affrontare il futuro bisognerà ricorrere sempre più di frequente a uno spirito arcaico, cioè premoderno, inegualitario e non umanista, che restauri valori ancestrali, quelli delle "società di ordine". I progressi della tecnoscienza, soprattutto nel campo della biologia e dell'informatica, non si possono più gestire con i valori e le mentalità umaniste moderne. Gli eventi geopolitici e sociali rivelano l'emergere, in maniera tumultuosa e violenta, di problemi religiosi etnici, alimentari e sanitari. Bisogna allora ritornare alle questioni primarie.

    Per questo propongo un nuovo concetto: 1'archeofuturismo che consente di rompere con la filosofia obsoleta del progresso e con i dogmi egualitari, umanisti e individualisti della modernità, ormai inadeguati e che non ci consentono di pensare al futuro e di sopravvivere nel secolo di ferro e di fuoco che si annuncia.

    Terza tesi centrale: va prefigurato e immaginato fin da ora il dopo-caos, il mondo del dopo-catastrofe, secondo i principi dell'archeofuturismo, seguendo criteri radicalmente diversi da quelli della modernità egualitaria. Io ne abbozzo in queste pagine la trama. E’ inutile pensare riforme che si ispirino alla saggezza e a una razionalità previsionale, l'uomo non ne è capace. Solo quando è con le spalle al muro, sollecitato dall'urgenza egli reagisce. Io quindi propongo una sorta di addestramento mentale al mondo del dopo-caos. Il termine di "Rivoluzione conservatrice", spesso utilizzato per indicare la nostra corrente di pensiero, non è sufficiente, perché "conserva", ha una connotazione smobilitante, antidinamica, un po' ammuffita. Oggi non si tratta di "conservare" il presente o di ritornare a un passato recente che ha dimostrato il suo fallimento, ma di riappropriarsi delle radici più arcaiche, cioè quelle più adatte alla vita vittoriosa. Un esempio, tra gli altri, di questa logica inclusiva: pensare insieme la tecno-scienza e l’arcaismo. Riconciliare Evola e Marinetti, il dottor Faust e gli Aratori. La querelle tra "tradizionalisti" e "modernisti" è diventata sterile. Non bisogna essere né l'uno, né l'altro, ma archeofuturisti. Le tradizioni esistono per essere spurgate, scremate, selezionate, molte di esse contengono dei virus che oggi esplodono. Per quanto riguarda la modernità essa probabilmente non ha più un avvenire.

    Il modo futuro sarà come avevano presagito presagivano Nietzsche [alias, alias] e il grande filosofo Raymond Ruyer, ingiustamente - o giustamente - ignorato.

    In questo libro mi propongo anche di definire positivamente i concetti elastici e abbastanza neutri di "post-modernità" e di "anti-egualitarismo", creando un nuovo termine che designa una ideologia da edificare, il costruttivismo vitalista. "Convergenza delle catastrofi", "archeofuturismo", “costruttivismo vitalista”: ho sempre cercato di forgiare nuovi concetti, perché solo con l'innovazione ideologica si evitano le dottrine irrigidite e obsolete in un mondo che cambia a gran velocità e dove si precisano i pericoli; solo così un pensiero dotato di armi costantemente rinnovate può vincere la "guerra delle parole", mordere la realtà e mobilitare le coscienze.

    Indico delle piste, non affermo dogmi; non ho lo scopo di imporre le mie tesi (che appartengono alla doxa socratica, all’”opinione” discutibile), ma di dare vita a un dibattito che ruoti intorno ai problemi cruciali, per infrangere la cappa di insignificanza, di cecità e di miseria ideologica voluta dal sistema per distogliere l'attenzione e nascondere il suo fallimento totale. In una società che dichiara sovversiva ogni vera idea, che cerca di scoraggiare l'immaginazione ideologica, che mira ad abolire il pensiero a vantaggio dello spettacolo, il principale obbiettivo deve essere quello di risvegliare le coscienze, porre i problemi traumatizzanti, creare degli elettroshock ideologici, degli idee-shock. Non ho voluto scrivere un saggio tradizionale, diviso in capitoli, dal tono greve, ma ho proceduto per accostamenti, per pennellate, per illuminazioni di diversa intensità, allo scopo di facilitare la lettura. Non mi limito peraltro strettamente al tema centrale, ma cerco di affrontare i problemi affini come quello cruciale della colonizzazione di popolamento che sta avvenendo in Europa da parte dei popoli afro-asiatici e che viene pudicamente definita "immigrazione". Alla fine scoprirete un racconto di fantapolitica che vi immergerà nel mondo archeofuturista del dopo caos, nel 2073 nel cuore della Federazione Eurosiberiana.

    Bisogna farla finita con il pensiero debole quando stanno tornando con prepotenza sulla scena i veri problemi fondamentali. Per alcuni, molte delle mie proposte possono sembrare ideologicamente criminali, in rapporto all'ideologia egemone e al coro pseudo-virginale dei benpensanti. E infatti lo sono.

    Come mai, vi chiederete, per ben tredici anni nessun testo ideologico, e solo ora il mio ritorno alla battaglia delle idee? Soprattutto perché dopo un lungo passaggio tra le file del nemico ho compreso molte cose e ho potuto rinnovare e aggiustare le mie posizioni. Quando ci si oppone radicalmente ad un modello di società è necessario conoscerlo fino in fondo, penetrarlo dall'interno. E sempre molto interessante stare nel cuore del dispositivo militare avversario, essere nel mondo senza essere del mondo, tattica del cobra. Inoltre le poste in gioco sempre più elevate e la gravità dei segnali che annunciano le catastrofi imminenti mi hanno indotto a ritornare sul campo di battaglia e rivedere molte posizioni che furono le mie, quando mi impegnai nella Nouvelle droite, per affrontare strade più conformi alla "caso d'eccezione" (l'Ernstfall di Carl Schmitt) che viviamo attualmente. Le nuove piste che vi propongo sono certamente più radicali di quelle che sostenevo tredici anni fa. "Radicale" non 'è sinonimo di "estremista", ma di "fondamentale". Per la nostra corrente di pensiero si presenta un'occasione storica dovuta a tre fattori: 1) gli avvenimenti ci danno ragione; 2) il sistema globale costruito dall'avversario ideologico si scontra con il muro della realtà e porta sull'orlo dell'abisso non solo la Francia, ma il mondo intero; 3) l'ideologia egemonica non ha più nulla da proporre, nessuna soluzione, se non quella di negare se stessa. La sua sola risposta sono i simulacri, il gioco dell'apparenza per far dimenticare e distogliere l'attenzione, la strategia dello "spettacolo" descritta da Guy Débord quando funzionava a pieno regime, mentre oggi malgrado sia cento volte più sofisticata, si ingrippa e sussulta come un motore con il serbatoio quasi vuoto. Abbiamo di fronte un assordante silenzio ideologico, valori logorati e rammolliti, una impotenza di senso. Gli intellettuali di regime non possiedono il viagra mentale per stimolarli. È una congiuntura che bisogna afferrare per i capelli.

    ***

    Dobbiamo riappropriarci dell'idea di Rivoluzione, concetto sviato e tradito dagli imbroglioni della sinistra per oltre due secoli. Una volta il quotidiano Combat aveva un bello slogan "dalla Resistenza alla Rivoluzione", infatti non si tratta solo di resistere alle devastazioni che si dispiegano sotto i nostri occhi e si allargano con una potenza che fatichiamo ad immaginare, ma di intravedere il "post sistema": secondo una concezione-del-mondo (delle ideologie e dottrine che ne derivano o che è necessario descrivere) realmente rivoluzionaria, cioè in rottura radicale con i valori e le morali attuali per abituare gli spiriti al mondo futuro, per preparare minoranze attive a vivere la rottura e adottare, senza emotività, un'etica archeofuturista. La nostra corrente di pensiero, intesa in senso molto ampio, deve imperativamente raccogliersi su scala europea dimenticando dispute di parrocchietta e dottrine ristrette, per togliere l'opportunità che si presenta, cioè quella di conquistare il monopolio del pensiero alternativo, il monopolio del pensiero ribelle. Approfittiamo dell'attuale crisi globale per avanzare proposte che risveglino le giovani coscienze. Non bisogna essere passatisti, restauratori o reazionari, perché il passato degli ultimi secoli ha generato la sifilide che ci divora. Si tratta di ridiventare arcaici e ancestrali e, nello stesso tempo immaginare un futuro che non sia più il prolungamento del presente. Contro il modernismo, il futurismo. Contro il passatismo, l'arcaismo. La modernità ha fallito, essa sta crollando, i suoi seguaci sono i veri reazionari.

    ***

    Siamo di fronte ai barbari. Il nemico non è più all'esterno ma all'interno della Città e l'ideologia egemone, paralizzata; non è capace di individuarlo. Essa balbetta, travolta dal proprio disarmo morale, e sta passando la mano, si tratta di prendere il testimone. Questa società è complice del male che la divora. Per tale motivo se le idee della nostra corrente di pensiero si dimostrano efficaci e alternative saranno accusate dal corifeo delle false vergini, con due anatemi demonizzanti: sovversione e sedizione. Perché no? Bisogna aspettarselo. La battaglia va accettata, senza lamentarsi delle censure e delle persecuzioni e neppure stupirsi che l'ideologia egemone infranga i propri principi conclamati per combattere il suo nemico assoluto. Di fronte al sistema, e più precisamente alla sinistra intellettuale, il suo più fedele e rabbioso cane da guardia, la nostra corrente di pensiero e le nostre forze politiche sono nella stessa situazione in cui si trovavano i goscisti e gli anarchici di fronte al potere nel maggio '68. Con differenze notevoli però: da un lato i goscisti e gli anarchici dell'epoca conducevano un battaglia operaista, passatista, simbolica, senza posta in gioco; d'altra parte i goscisti e il potere di destra dell'epoca condividevano in fondo la stessa ideologia ugualitaria, differenziandosi solo per i livelli di formulazione ed intensità. L'estrema sinistra attuale svolge, come vedremo, il ruolo di acceleratore dell'ideologia e della prassi ufficiale, nascosto sotto una pseudo-contestazione ma in realtà non contestando affatto il modello globale di civiltà o di economia dominante.

    ***

    Per contro, tra le nostre forze e il sistema esiste una configurazione simile a quella degli anni trenta: non c'è alcun punto di possibile accordo (salvo che da parte dei potenziali traditori della destra parlamentare, d'altronde molto numerosi nella classe politica), l'unica strategia è la guerra a oltranza. Dal momento in cui adottiamo una posizione rivoluzionaria, dandoci come obiettivo il rovesciamento di una civiltà, dobbiamo prepararci alla guerra totale, senza quartiere. Il nemico cercherà logicamente di eliminarci con ogni mezzo, così come noi dovremo far si che il suo ritorno sulla scena pubblica sia reso definitivamente impossibile.

    Secondo il celebre verso di Hölderlin "noi siamo alla mezzanotte del mondo" e quando il sole si alzerà, il mattino dovrà appartenerci. Giorgio Locchi diceva la stessa cosa: viviamo l'interregno, tra il crollo di un sistema e la costruzione del nuovo universo che sarà metamorfico. E’ quindi urgente costruire una concezione del mondo che costituisca il denominatore comune della nostra corrente di pensiero, su scala europea, e che, di fronte all'emergenza, superi le dispute secondarie di dottrine o di sensibilità. La nozione di archeofuturismo può senz'altro aiutarci. Come già profetizzava Nietzsche «l’uomo del futuro sarà colui che avrà la memoria più lunga».

    ***

    Io resto sempre fedele al concetto globale "di nazionalismo", ma questa volta inteso nella sua dimensione continentale, europea e non più esagonale, ereditata dalla discutibile filosofia della Rivoluzione francese. Oggi essere nazionalista significa ridare a questo concetto il suo significato etimologico originario: "difendere i nativi di uno stesso popolo". Ciò presuppone la rottura con la nozione tradizionale, ereditata dalla filosofia egualitaria dei Lumi, di nazione e cittadinanza. Essere nazionalista oggi significa aprirsi alla dimensione di un "popolo europeo" che esiste, è minacciato ma non è ancora politicamente organizzato per difendersi. Si può essere "patriota", legato alla propria patria subcontinentale, senza però dimenticare che essa è parte organica e vitale del popolo comune il cui territorio naturale e storico, o la cui fortezza direi, si estende da Brest allo stretto di Bering. E’ vero che l'Europa attuale, questa "cosa", deve essere combattuta nella sua forma, ma la tendenza storica dei popoli europei a riunirsi di fronte all'avversità deve essere difesa fino in fondo. Alcune delle mie posizioni in questo libro, a favore degli Stati Uniti d'Europa o della Federazione Eurosiberiana, potranno forse scioccare qualcuno. Ma sia chiaro: io non sono un partigiano dell'Europa invertebrata del Trattato di Amsterdam, né un nemico della Francia. Ancora una volta suggerisco delle piste, colloco degli ordigni, per creare una discussione, mi sforzo di indicare "linee di valore", ma in nessun caso propongo una dottrina chiusa. La gioventù europea, quella vera, esige idee nuove all'altezza dei pericoli imminenti, non fantasticherie videomorfe o piagnucolii umanitari in un clima di censura e repressione sofisticate. La "generazione Mitterrand" è morta, sommersa dal ridicolo e paralizzata dal fallimento. Ora bisogna che sorga la generazione dissidente. Spetta ad essa immaginare l'inimmaginabile.

    ***

    Per non scomparire il nostro popolo, che viva a Tolosa, a Rennes, a Milano, a Praga, a Monaco, ad Anversa o a Mosca, ha bisogno di tornare e di ricorrere alla virilità ancestrale. In caso contrario saremo - come già cominciamo ad essere - sommersi da altri popoli più vivaci, più giovani e meno angelici, grazie alla, complicità di una borghesia delinquenziale che sarà anch'essa, qualunque cosa faccia, travolta dall'onda di marea che ha incautamente provocato. Osiamo pensare l'impensabile. Osiamo proseguire ed esplorare le piste aperte da un visionario mattiniero, un certo Friedrich Nietzsche. Dalla Resistenza alla Rivoluzione, dalla Rivoluzione alla Rinascita.

  2. #2
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    Il bilancio della Nouvelle droite





    Perché ho abbandonato bruscamente la Nouvelle droite e il suo gioiello più prezioso, il GRECE, nel 1986? La risposta è molto semplice. No, non sono stato assoldato dalla CIA, e neppure sono impazzito per la puntura di una zanzara che cantava il rock'n'roll. In primo luogo alcuni progetti professionali mi impedivano di animare come militante le attività del GRECE, in secondo luogo rilevavo che il tono e l'orientamento generale del movimento, perdevano dinamismo diventando una parrocchietta, una specie di sodalizio. In terzo luogo, infine, la Nouvelle droite seguiva percorsi ideologici che mi trovavano in crescente disaccordo e rischiavano di marginalizzarla, nonostante la qualità - sempre verificabile - delle personalità impegnate, senza che io potessi modificare questo orientamento. Dodici anni dopo la mia diagnosi è stata confermata: l'influenza della Nouvelle droite è declinata. Perché?





    La diagnosi: una considerevole perdita di influenza





    Un tempo ogni numero della rivista Eléments apriva un fuoco di sbarramento ideologico che provocava recensioni scandalizzate sulla grande stampa, oggi essa è diventata quasi confidenziale, ignorata dal grande pubblico colto e dai decisori. Anche i "Colloques parisiens" non sono più mediatizzati come avveniva negli anni ottanta, benché il numero dei partecipanti sia rimasto pressoché costante, e rischiano di apparire gli incontri nostalgici di una associazione di ex combattenti. Peraltro dubito che il GRECE possa, come una volta, organizzare ogni settimana nelle grandi città di Francia e del Belgio, conferenze e seminari che gremiscono le sale. Il solo caso recente in cui la Nouvelle droite ha avuto rilievo, è stato in occasione del dibattito aperto dalla rivista teorica Krisis sulle imposture dell'arte contemporanea, un problema centrale e che ha scandalizzato gli artistucoli sovvenzionati, i gigolò della non-arte ufficiale. Ma questa visibilità mediatica fu breve e insufficiente, sostanzialmente poco notata dal grande pubblico, contrariamente alle accese polemiche che suscitavamo su temi centrali, fino alla metà degli anni ottanta e che venivano riprese dovunque, dagli Stati Uniti all'URSS.

    Oggi anche i testi più interessanti della Nouvelle droite sono diffusi solo nell'ambiente ristretto di chi è già convinto, mentre le ovvietà, le banalità virtuose e verbose, le elucubrazioni benpensanti dei Ferry, Serres e Conte-Sponville o i cretinismi di un Bordieu, le melanconie senza talento di un Bernard-Henri Levy - mediocri intellettuali mediatizzati e sponsorizzati dal soft-totalitarismo diffuso - si esibiscono con l'insolente sufficienza degli imbecilli. E’ una sconfitta. Ma aver perso una battaglia non significa necessariamente aver perso la guerra.

    In breve la Nouvelle droite è stata relegata alla periferia del dibattito, diventando purtroppo un ghetto ideologico. Non pensa più se stessa come una centrale di diffusione di energie che ha l'obiettivo di acquisire un potere, ma come un'impresa editoriale che organizza conferenze, dalle ambizioni limitate. Questa marginalizzazione ha con evidenza cause esogene (dovute all'ambiente ostile o indifferente) e endogene (dovute al movimento stesso), queste ultime sono state determinanti. Ci si può risollevare da una momentanea sconfitta solo riconoscendola e assumendosene la responsabilità. L'ambizione si nutre di modestia. Chi non si critica non progredisce. Chi accusa gli altri, i nemici, il clima politico, per i propri fallimenti, non merita di vincere. Perché è nella logica delle cose che il nemico ci opprima e che le circostanze siano ostili. L'errore consiste nell'esorcizzare la realtà, ricorrendo alla morale dell'intenzione e non a quella delle conseguenze, con argomentazioni placebo.

    Le formule rassicuranti e consolatorie servono solo a nascondere la realtà. Bisogna accettare in pieno, senza sterili polemiche, l'autocritica positiva. Dobbiamo chiederci perché la Nouvelle droite, ricca di un impressionante arsenale ideologico, è obiettivamente scomparsa. Si tratta di un tramonto definitivo o di un semplice giro a vuoto che prelude a un rilancio?

    Cercherò di rispondere, ma lasciatemi fare due osservazioni preliminari. La prima è che nessuno, in quella che si potrebbe vagamente definire in Europa "destra ideologica" è ancora riuscito a riacquistare l'influenza intellettuale che ebbe la Nouvelle droite a cavallo degli anni settanta e ottanta. Il solo candidato alla successione è il movimento di pensiero paneuropeo "Synergies" animato tra gli altri da Robert Steuckers, che mi sembra sulla buona strada perché si pone obiettivi ambiziosi. Seconda osservazione: nel 1998 la sola influenza veramente tangibile della Nouvelle droite sulla publica societas è quella esercitata dai transfughi della sua area in seno al Front national dove hanno orientato il discorso in senso anti-americano, il che rappresenta per questo ambiente una vera rivoluzione mentale. D'altra parte l'influenza della Nouvelle droite può essere rilevata nella formulazione di una diffusa ostilità culturale ed economica nei confronti dell'americanizzazione ("1'exception française"), ostilità ancora poco efficace, tenuto conto dell'ignavia dei decisori politici. Quindi complessivamente l'impatto ideologico concreto della Nouvelle droite è stato magro.

    A partire dal 1986 avvertivo che non c'era più la passione, e che lo spirito di parrocchia e il romanticismo letterario pagano prevalevano sulla volontà storica. Presagivo che lo scopo principale non era più la scuola di pensiero, l'influenza ideologica concreta, l'elaborazione di un pensiero radicale di rottura sotto forma di "idee-shock", ma un certo intellettualismo elegante e l'arroccamento di una "comunità", realtà nobile se si basa su una forza organizzata, ma smobilitatrice se si riassume nella tautologia di una parrocchietta.

    Bisogna analizzare le cause di questo declino, molto più rapido e folgorante - neanche dieci anni - di quello della vecchia Action française... Come e perché il principale movimento ideologico alternativo europeo del dopoguerra è stato solo una cometa? Quali lezioni trarne? Che fare oggi? Si può rimettere in moto il meccanismo?

    Certo nessuno può sapere cosa resterà nella storia a venire della massa di testi prodotti dalla Nouvelle droite e dal suo ambiente. Ci saranno certamente un seguito, delle ricadute, delle riletture. Forse una rivoluzione nel 2050? Ma ora limitiamoci a parlare del presente, prima di passare alle soluzioni per una rifondazione.





    Le cause della perdita di influenza





    E’ indubbio che le società di pensiero, le riviste teoriche, i sistemi intellettuali nuovi, devono misurarsi con grandi ostacoli, il che non accadeva venti anni fa: la fine della diffusione piramidale dei saperi, la potenza di fuoco delle industrie culturali di svago che emarginano e occultano ogni pensiero nuovo o ribelle, la moltiplicazione in reti di tutti i tipi di media, ecc. Queste cause esogene però non spiegano tutto. La Nouvelle droite avrebbe potuto trasformare gli ostacoli in opportunità, modificando la sua strategia di comunicazione in funzione del nuovo ambiente. Non l'ha fatto - noi non l'abbiamo fatto. Non abbiamo visto arrivare la bufera.

    A mio avviso le cause principali dell'arretramento sono:

    1 - L'emergenza competitiva del Front national e del pensiero di Antonio Gramsci, mal compresa dalla Nouvelle droite.

    2 - Un inasprimento della censura tramite il black-out o il divieto d'accesso ai grandi media, che ha seguito l'aggravarsi delle interdizioni ideologiche contro ogni pensiero alternativo, la Nouvelle droite si è piegata a questi diktat senza osare combatterli con una risposta creativa, disorientante e provocatrice.

    3 - La profonda inadeguatezza delle pubblicazioni della Nouvelle droite alle attuali strategie di comunicazione dei media, unita a una tattica editoriale poco efficace.

    4 - La conservazione di una "logica di apparato" ormai superata, di stile partitocratico, incompatibile con un movimento o una scuola di pensiero, e con una politica giornalistica o editoriale, la fuga di quadri per "problemi d'apparato".

    5 - Una certa sclerosi del corpus ideologico, unita alla persistenza di un "passatismo culturale destrorso" e alla rinuncia, in molti campi, a un "pensiero radicale" il solo capace di produrre un elettroshock che spezzi il black-out mediatico. A questo si aggiunga una contraddizione tra riferimenti imperiali-europei impliciti e un discorso esplicito "etnopluralista" o addirittura immigrazionista.

    6 - Un ammorbidimento dottrinale sulle questioni economiche e scientifiche - che prima non c'era - e una ipertrofia del discorso letterario.

    7 - Una precessione della critica sulla positività, della reazione sull'azione. Prendiamo in esame alcuni di questi punti.





    1 - Il Front national e la strategia "gramsciana"





    A prima vista il Front national non poteva essere un concorrente della Nouvelle droite che mai si è definita come nazionalista francese. Ma esistono molteplici "camere di compensazione" nella famiglia delle destra. Il pubblico ideologicamente poco raffinato va sempre verso il polo più forte. Agli inizi degli anni ottanta il GRECE era la prima organizzazione dell'area, il Front national veniva considerato allora un micro-gruppo di buoni a nulla, che giudicavamo bigotti, papisti, reazionari, americanolatri, patriottardi e anti-europei. A Le Pen, soldataccio neo-boulangista dalla testa di pirata che creava disordine, era proibito partecipare ai colloqui.

    Poi, sorpresa della Storia, tutto è cambiato, il Front ha conosciuto una irresistibile ascesa, il GRECE non era più il polo di attrazione che monopolizzava l'area. Come un rubinetto che perde, militanti di base e dirigenti, anche al costo (è umano) di revisioni ideologiche, si mossero là dove qualcosa accadeva: il Front National, Bardet, Blot, Le Gallou, Martinez, Mégret, Millau, Vial e una ventina d'altri, tutti uomini di qualità, strettamente coinvolti nel GRECE o che vi gravitavano intorno, apportarono le loro competenze al Front National. Se non fosse apparso è probabile che un importante "materiale umano" sarebbe rimasto nell'orbita della Nouvelle droite. Fuga di cervelli...

    Un altro motivo per cui il Front ha provocato il declino del GRECE è stato l'effetto mediatico, fenomeno ben conosciuto dai pubblicitari. I media, affascinati dalla scandalosa scorrettezza politica del Front. National e del suo Presidente, dimenticarono rapidamente la Nouvelle droite che produceva testi e manifestazioni meno attraenti e provocanti. Dalla fine degli anni ottanta il Front ha fatto da schermo mediatico alla Nouvelle droite che, come vedremo, non ha saputo reagire e accendere dei contro-fuochi. Va altresì detto che uno dei suoi handicap è stata una cattiva interpretazione del gramscismo tradotta nella strategia del tutto-culturale e tutto-intellettuale.

    La nostra strategia metapolitica "gramsciana" aveva semplicemente dimenticato che la battaglia culturale raccomandata da Gramsci si articolava con quella politica e economica del Partito comunista italiano e non agiva " nel vuoto". Ma la ragione era che non avevamo mai letto Gramsci... Si trattava di una sbruffonata, di uno pseudo-gramscismo. Per essere efficace un'azione ideologico-culturale deve appoggiarsi su forze concrete politiche di cui e il prolungamento complementare. L'ex CERES di Chevènement per esempio, antenna del PS, o SOS-Racisme, altra antenna, furono esempi efficaci di successi propagandistici. Nella concezione fondatrice della Nouvelle droite degli anni settanta, abbiamo semplicemente sottovalutato il politico.

    Sopravvalutando il polo culturale e intellettuale, attraverso un'analisi distorta delle opere di Augustin Cochin e che si ispirava ai circoli culturali precedenti la Rivoluzione francese, seppellimmo troppo rapidamente quella che invece era ed è la logica politica vincente, senza cogliere l'articolazione contemporanea "propaganda intellettual-culturale mobilitazione elettorale e politica". Avevamo dimenticato che non vivevamo più nel XVIII secolo, consultazioni elettorali le più diverse si svolgono ogni sei mesi e i politici sono gli araldi mediatici di un sistema di partiti. Il "tutto culturale" funzionava nei regimi non elettivi del passato... Avevamo proclamato troppo in fretta la morte della politica. A riprova: la mediatizzazione dell'associazione di Pierre Vial, Terre et Peuple, movimento culturale e intellettuale coordinato all'attività di un partito, il Front National, preoccupa Libération molto più dei circoli amicali di Madelin o di Juppé. Questo perché in un movimento di pensiero che raccoglie attenzione, i problemi provocatori vengono posti insieme a una minaccia politica.

    La Nouvelle droite si è quindi trovata sempre più in una situazione precaria, privata di ogni retroterra politico e separata dal suo pubblico naturale che, in maggioranza, si riconosceva affettivamente nella sensibilità Front National. Il "pubblico Nouvelle droite" fu disorientato dalle nostre posizioni terzo-mondiste e filoislamiche, ideologicamente incomprensibili, che sembravano l'espressione di un "pensiero borghese" indifferente ai problemi dell'immigrazione, e addirittura la prova di un flirt con la sinistra non giacobina. Da quel momento, senza poter mordere su un nuovo pubblico, essa venne progressivamente fagocitata dal Front, la qualità culturale delle sue pubblicazioni non poteva compensare le derive ideologiche. È vero, come vedremo, che la crescente ostilità del mondo mediatico rendeva sempre più difficile la diffusione delle idee della Nouvelle droite. Al pari di Ruyer e Freud (ma non di Débord, para-marxista recuperato), Alain de Benoist ha visto l'influenza dei suoi lavori confinata dal sistema in ambiti limitati.

    Attenzione però, non si tratta di una scusante. La forte pressione esercitata sui decisori da circoli e lobby minoritarie ben inserite, come SOS-Racisme, MRAP, LICRA, DAL, Ras 1’Front, LDH, ACT-UP, Greenpeace e dai diversi ideologi che le ispirano, non si spiega solo con la loro ultra correttezza politica e totale complicità con il sistema, ma anche perché hanno saputo adattare una formulazione forte al proprio messaggio, utilizzando tutti i trucchi del nuovo circo mediatico. La Nouvelle droite non è stata capace di fare lo stesso, restando ancorata a una visione ormai obsoleta del meccanismo di diffusione delle idee.

    Tuttavia l'emergere nella popolazione europea di una consistente frazione destabilizzata dalla "crisi" e in rivolta contro i risultati concreti del sistema, avrebbe procurato un vivaio alternativo alla Nouvelle droite.





    2 - L'inasprimento della censura mal gestito dalla Nouvelle droite





    All’inizio degli anni novanta si è rafforzato il soft-totalitarismo contro ogni espressione "scorretta". Giunta al potere la generazione del '68 che allora urlava "vietato vietare", si è distinta per il suo conformismo, il suo gusto del divieto e l'esigenza di un ordine ideologico.

    La censura si esercita sia attraverso una erosione legislativa della libertà di pensare e scrivere (con tanto di processi), sia, nella maggior parte dei casi, organizzando il silenzio mediatico su chi o ciò che può disturbare. Demonizzazione e black-out. La Nouvelle droite è stata certamente vittima di questa censura alla quale peraltro il GRECE ha dedicato un colloquio. Però non esageriamo. Io temo che questo venga addotto come un pretesto che serve a giustificare una mancanza di volontà e di assunzione di rischi.

    La censura è stimolante, ogni oppressione rappresenta una sfida: bisogna risollevarsi e raccoglierla, non lamentarsi: forse che la Nouvelle droite è stata minacciata di interdizione? Di persecuzioni e violenze? In realtà non è stata capace di gestire e volgere a suo vantaggio questo clima di "pensiero unico" (la paternità di questo concetto pertinente spetta d'altronde a Alain de Benoist e la sua mediatizzazione a Jean-François Kahn che è paradossalmente un lacchè del politicamente corretto e del pensiero unico).

    D'altronde nella fase del suo apogeo, a partire dal 1979, la Nouvelle droite fu oggetto di numerose aggressioni mediatiche e fisiche molto pesanti, ma proprio questo clima di battaglia le aveva dato la carica suscitando reazioni creative.

    In realtà non bisogna cercare cattive scusanti, esagerando la perfidia e 1'efficacia della censura. Il silenzio dei media si spiega anche con l'indifferenza verso la Nouvelle droite, un movimento che non sorprende, non sciocca, non provoca, non inventa più nulla, malgrado l'evidente qualità dei suoi testi. C'è da scommettere - e ci ritorneremo - che se la Nouvelle droite fosse ritornata alla combattività di una volta, se avesse cercato di aprire dei dibattiti provocatori, sviluppando un pensiero radicale, il black-out dei media non sarebbe durato un secondo, i media devono necessariamente attaccare - quindi pubblicizzare - tutto ciò che si oppone al loro sistema.

    Le aggressioni sono un'occasione, mediatizzano e permettono al pensiero di affilarsi e di rispondere. Con abilità, ma con coraggio bisogna creare lo scandalo per farsi ascoltare e soprattutto evitare l'imborghesimento del pensiero.





    3 - Una politica editoriale sbagliata





    La Nouvelle droite ha tre riviste, che sono boe di segnalazione piuttosto che fari: Nouvelle Ecole, Krisis ed Eléments, le prime due, teoriche, hanno la funzione di porre le basi intellettuali, Eléments, principale innervatura mediatica, diversamente da loro soffre per un cattivo posizionamento, dovrebbe essere la punta di diamante editoriale rivolta al grande pubblico colto e destinata a convincere gli ambienti esterni, così non è. Manca il dinamismo, contiene troppi argomenti letterari e intellettuali inadatti allo scopo, pochi temi sociali, articoli lunghi e compassati, a volte ripetitivi, una iconografia insufficiente con cattive didascalie, tutti difetti che ne riducono la seduzione mediatica. L'impaginazione, soprattutto quella nuova, esteticamente inappuntabile, è troppo austera e poco si presta ad un magazine ambizioso.

    Tuttavia il talento c'è, sottotraccia. Si affiancano stranamente infortuni editoriali e inchieste pregevoli, ma in numero insufficiente, come quelle sulla nocività delle automobili e l'impasse del "progresso" (n. 86, ottobre 1996, "La société folle") questa inchiesta è l'esempio di ciò che Eléments dovrebbe dare sistematicamente, affrontare un argomento di bruciante attualità che riguarda tutti e attira l'interesse del lettore, una sorta di disintossicazione intellettuale e un rilancio ideologico. A fianco di "analisi" spesso molto acute, mancano le tesi, concrete e pratiche, le proposte che vadano oltre la pura critica: “apriamo il dibattito: che fare?”.

    Un altro errore è la dispersione editoriale. Fin dagli anni ottanta avevo avvertito questo difetto. Non bisogna moltiplicare le pubblicazioni, ma concentrare le forze. Charles Champetier mi ha fatto scoprire una piccola rivista, Cartouches, ricca di inventiva, dinamica, stimolante. Si, ma... Un qualunque professionista della comunicazione direbbe che la logica di questa rivista dovrebbe essere inglobata (e fusa con) da Eléments. Testi brevi, informazioni shock, tono non compassato, ecc. Anche Krisis, considerata una rivista "presentabile" - ma perché? - si sovrappone a Nouvelle Ecole e cede troppo spesso al fascino del gergo parigino, il che non fa necessariamente progredire il dibattito...

    Riassumendo, ritengo che una parte dei testi può avere solo una diffusione "interna", ma molti altri possono essere proposti e diffusi "all'esterno", nel cuore del sistema. Non bisogna mai sottovalutare le proprie capacità, il talento prevale sempre sulla censura, quando c'è anche il sale del coraggio e dell'intelligenza.





    Gli errori ideologici





    L'ambigua linea ideologica della Nouvelle droite, accentuata durante gli anni ottanta, costituisce la causa principale del suo cedimento. A ciò bisogna aggiungere, nonostante testi analitici di alta scuola - penso per esempio all'opera Homo Consumans di Champetier o all'articolo di Alain de Benoist sui "colori" nel n. 50 di Nouvelle Ecole - un riflusso di inventività dottrinale e un certo "barocchismo" intellettuale.

    Facciamo ora una diagnosi di questi errori.

    1 - Fin dai suoi inizi, la Nouvelle droite e il GRECE hanno praticato, me compreso, la goffaggine semantica e il lapsus permanente. Il duplice discorso di numerosi articoli, delle riviste e dei libri oscillava tra riferimenti obliqui a temi, autori o iconografie classiche dell'ultradestra - in particolare germanica - e filippiche antirazziste, filo-islamiche, pseudo-gosciste o terzomondiste che non traevano in inganno l'avversario, ma riuscivano a disorientare il nostro pubblico. Non ho problemi a sottolineare questi difetti di cui sono stato anch'io responsabile, prima di rendermi conto della loro nocività. Oggi la Nouvelle droite non li ha corretti, ma semmai aggravati.

    2 - Secondo pesante errore: la strumentalizzazione e la politicizzazione del paganesimo. Partendo da una giusta constatazione di natura nietzschiana - la nocività egualitaria, omogeneizzante ed etnomasochista dell'evangelismo cristiano - la Nouvelle droite ha costruito un corpus neo-pagano marchiato da numerosi handicap. Paradossalmente questo neo-paganesimo partiva da un inconscio punto di vista cristiano: opporre a un dogma una contro-dottrina. "Il" paganesimo non esiste, ci sono "dei" paganesimi potenzialmente innumerevoli. La Nouvelle droite si è presentata come una "Chiesa pagana", per di più senza divinità. La natura stessa della concezione pagana impedisce che la si possa innalzare come bandiera metapolitica, cosa che può avvenire per il Cristianesimo, l'Islam o il Giudaismo.

    Secondo handicap: un anti-cattolicesimo virulento (laddove sarebbe convenuta l'indifferenza) che sfiorava talvolta l'anticlericalismo, unito ad un'aperta simpatia verso l'Islam, atteggiamento rischioso quando esiste una reale minaccia islamica che grava sull'Europa, e posizione ideologicamente tanto più assurda in quanto l'Islam è un monoteismo teocratico rigido, una "religione del deserto" allo stato grezzo, molto più di quanto non lo sia 1'enoteismo cattolico classico, fortemente incrociato con il politeismo pagano. Inoltre l'essenza della posizione pagana non è quella di definirsi "contro", ma "dopo" o "a fianco", il che mi sembra molto più creativo e innovatore. Anch'io ho assunto questo atteggiamento sbagliato che purtroppo la Nouvelle droite non ha corretto.

    Terzo handicap: questo paganesimo era, e sembra essere ancora, connotato da un folklorismo che non trova spazio nella cultura concreta degli europei (diversamente da quanto accade negli Stati Uniti!) e contro il quale mi sono sempre vanamente battuto in modo amichevole.

    Risultato: un pubblico potenziale non si e mai orientato verso la Nouvelle droite, un altro l'ha fuggita. In primo luogo perché molte persone non capivano questa preferenza assegnata al paganesimo, un privilegio ideologico, che faceva aggio su questioni molto più importanti, di carattere concreto e politico, come la distruzione dell'etnosfera europea, o il masochismo anti-natalità dei governi. Un'altra conseguenza: la valorizzazione del paganesimo come immagine di marca ha provocato, soprattutto in Francia, un effetto mediatico di repulsione. Richiamarsi esplicitamente al paganesimo "fa un po' setta" come mi disse un giorno una grande attrice francese, che peraltro in privato era vicina alle idee della Nouvelle droite, ma restia, come molti altri, a mescolare l'ideologia politica con il para-religioso. Si può deplorare un tale atteggiamento, ma è così, esistono regole della propaganda che non si possono eludere.

    Quanto agli attacchi contro la Chiesa cattolica essi sarebbero stati e sarebbero più mirati se rivolti contro il para-trotzkismo, l'immigrazionismo e l'auto-etnofobia dell'alto clero, fautore del ritorno alle fonti monoteistiche evangeliche dure, quelle del "bolscevismo dell'Antichità". Un alto clero masochista e stupido che incoraggia in modo compunto la costruzione di moschee sul suolo europeo.

    Due libri mi hanno segnato per sempre. L'Anticristo [alias] di Nietzsche e Gli Dèi della Grecia di Walter Otto. Così come l'iniziatico "giuramento di Delfi" di Pierre Vial dei primi anni Ottanta. Presso il santuario di Apollo, al sorgere del sole, adepti di Grecia e di Borgogna, di Toscana e di Baviera, di Bretagna e di Wallonia, delle Fiandre e di Catalogna hanno giurato di mantenere in vita l'anima pagana. Molto bene, ma tutti questi atti pagani devono restare nell'ordine della mobilitazione interna. L'anima pagana è una forza interiore che deve permeare ogni espressione ideologica e culturale. È come il cuore di un reattore nucleare, non viene manifestato in modo esplicito sotto forma di slogan strumentali. Non si va dicendo in giro «io sono pagano». Lo si è.

    Più prosaicamente credo che l'insistenza sul paganesimo assunto come bandiera para-politica ha creato confusione nel pubblico naturale della Nouvelle droite, quasi si volesse deviare l'attenzione su questioni secondarie, innescando per di più un conflitto artificioso con i "cattolici tradizionalisti", poi non così cristiani... La strumentalizzazione del paganesimo è stato un gigantesco errore di comunicazione e di propaganda, che ha allontanato dalla Nouvelle droite molti ambienti cattolici che la guardavano con favore, condividevano le sue idee, ma erano affettivamente legati alla tradizioni del campanile. Fin dall'inizio abbiamo commesso questo grave sbaglio che attende ancora di essere corretto.

    3 - Terzo errore: il folklorismo troppo marcato e il culto eccessivo del radicamento. L'anima della cultura artistica europea non sono i piccoli oggettini piramidali in terra cotta, né i mobili dipinti dello Schleswig-Holstein, né le cuffie bretoni o le ingenue sculture contadine in legno della Scandinavia, ma piuttosto la cattedrale di Reims, la scala italiana a duplice rotazione del castello di Chambord, i disegni di Leonardo da Vinci, i fumetti di Liberatore e della scuola di Bruxelles, il design delle Ferrari o i reattori germano-franco-svedesi di Ariane. Folklorizzando la cultura europea la si svaluta, riducendola al livello del’”arte primitiva” cara a Jacques Chirac. Si doveva invece affermare, in una logica anti-egualitaria nietzschiana e di "buon senso" cartesiano la superiorità - si, proprio la superiorità - delle forme artistico-culturali europee su tutte le altre. Ma il dogma etnopluralista - contraddittorio con l’anti-egualitarismo - lo ha impedito. Avendo creduto troppo al relativismo etno-culturale, intrisi dal diffuso masochismo colpevolizzante, non osavamo affermare la superiorità della nostra civiltà. Se lo avessimo fatto con accortezza avremmo attirato un grande pubblico sorpreso di tanta audacia.

    Troppi scritti dedicati alle "tradizioni" europee, spesso legati a manifestazioni folkloriche scomparse o mitiche, hanno fatto dimenticare l'oggetto principale del dibattito: l'auto-affermazione della cultura europea contemporanea e in prospettiva le minacce geo-demografiche che la insidiano e la necessità di una reconquista. Il folklorismo, agendo come un meccanismo egualitario, ha collocato la cultura europea allo stesso livello delle altre, mentre si doveva affermare - implicitamente e con abilità - il suo primato creativo. D'altra parte questo tradizionalismo, spesso folklorizzante, serve lo spirito di conquista dei "prodotti culturali" americani: museifica, neutralizza la cultura europea. Il folklorismo non ha funzionato come cemento identitario per una battagliera cultura contemporanea, ma ha provocato un effetto disarmante.

    In molti campi l'odierna cultura europea resiste con creatività: nella musica, in architettura, nel design e nelle tecnologie di punta, nelle arti plastiche... La Nouvelle droite non vi ha prestato la dovuta attenzione.

    4 - Il quarto errore deriva dallo scarso spazio dedicato ai problemi concreti. La Nouvelle droite, oggi più di ieri, è troppo attenta a quello che potremmo chiamare il culturalismo e lo storicismo. Mentre alla fine degli anni settanta la sua mediatizzazione e la sua influenza si erano affermate grazie alle incursioni ideologiche e ai nuovi dibattiti aperti sull'eugenismo, la rivoluzione biologica, la diseguaglianza dei Q.I. nelle diverse popolazioni, l'etologia, le nuove prospettive economiche, il posto della sessualità nella società dello spettacolo, ecc. Secondo me la Nouvelle droite e le sue pubblicazioni tendono troppo alla commemorazione, alla cultura letteraria, all'intellettualismo; passatista e nostalgico. È un vero peccato, perché le rarissime trattazioni di cruciali tematiche attuali sono di alto livello come si può rilevare dalle pagine di Krisis.

    Non vorrei essere frainteso: critico la Nouvelle droite non tanto per quello che fa, ma per quello che non fa o non fa più, o meglio, per essere obiettivi, non fa abbastanza.

    Bisogna parlare della crisi finanziaria asiatica, della rivoluzione delle biotecnologie, lanciare forum e dibattiti che affrontino temi come il federalismo europeo (pro o contro gli Stati Uniti d'Europa?), gli effetti di Internet, la politica spaziale europea, lo star-system, il degrado ambientale, le conseguenze dell'invecchiamento della popolazione sui fondi pensione, il boom delle musiche latinoamericane, l'esplosione dell'omosessualità femminile, il pianeta della pornografia, lo sport, la colonizzazione di popolamento dell'Europa, le politiche energetiche e il nucleare, i trasporti, la criminalità, ecc.

    La Nouvelle droite ritornerà ad essere creativa e credibile se affermerà delle dottrine disorientanti su tutte le grandi questioni di attualità, se forgerà un corpus ideologico rinnovato - presentato sotto la forma di "dibattito" e non di dogma - nelle materie economiche, scientifiche, geopolitiche e sociologiche.

    5 - Quinto errore ideologico: il terzomondismo. Vi ho contribuito in pieno e faccio autocritica. Il saggio di Alain de Benoist, Europe-Tiers-monde, même combat, testo fondamentale sull'argomento e gli articoli che ho scritto su questo tema negli anni ottanta, motivati da un anti-americanismo mal posizionato, sono state impasse ideologiche e strategiche che da allora mi hanno tormentato. Nella Storia nessun popolo conduce una "stessa battaglia" con altri popoli, ogni alleanza è provvisoria. Peraltro lo stesso concetto di "terzo mondo" si è sfaldato. Ci sono la Cina, l'India, il pre-impero musulmano, ecc. Il "terzo mondo" non esiste. Inoltre questo terzomondismo (che nella nostra area assolveva la funzione di un goffo certificato di antirazzismo) ignora la storia concreta: la pressione migratoria e geopolitica del Sud contro il Nord. Questo terzomondismo fuori luogo si è accompagnato, circostanza aggravante, ad un filo-islamismo sconcertante e ingenuo cui abbiamo noi tutti ceduto, proprio mentre si profilava una minaccia oggettiva, offensiva - revanscista e comprensibile - del mondo arabo-musulmano contro l'Europa, vista come "terra di conquista". È proprio vero che i dogmi accecano, in questo caso sono anche pericolosi: è chiaro che in maggioranza il pubblico della Nouvelle droite, e non solo esso, era sconcertato da queste posizioni.

    6 - Sesto errore ideologico: un anti-americanismo da colonizzato. Agli inizi degli anni settanta, il GRECE, in linea con l'anticomunismo dominante nella destra, era filo-americano e partigiano dell’”Occidente”. In un vecchio numero di Nouvelle Ecole si può leggere, sotto una foto del Rockefeller Center di New York, la seguente didascalia: "L’energia nel cuore della potenza". Ma nel 1975, grazie al buon Giorgio Locchi, cambiammo spalla al nostro fucile, quando apparve un numero eccezionale di Nouvelle Ecole, realizzato da Alain de Benoist e Locchi, che spezzava l'unità di civiltà tra gli Stati Uniti e l'Europa matriciale. Più tardi sullo slancio sviluppai l'asse ideologico complementare di una dissociazione Europa-Occidente, concetto rivoluzionario in un ambiente dove l’”Occidente” era la bandiera. Si trattava di far capire che la nozione di "civiltà occidentale", l’”ideologia occidentale” non erano necessariamente compatibili con il destino dell'Europa pensato come spazio di popoli-fratelli. Occidente vuole dire "Ovest", astratto concetto geografico, mentre la vera rottura è quella Nord-Sud, perché lo spazio vitale geopolitico europeo si estende fino all'Estremo Oriente russo. Questo era l'asse ideologico che però venne falsato dal postulato erroneo di una solidarietà strutturale tra i popoli europei, quelli d'Africa, d'Asia e d'America latina contro gli yankee. Infatti, come vedremo più, avanti, gli Stati Uniti andrebbero definiti come competitori e avversari ("inimicus") piuttosto che come nemici ("hostis").

    7 - Settimo errore, il peggiore: l'ambiguità della parola d'ordine dell'etnopluralismo, oggi aggravata dal predicato di multiculturalismo e di comunitarismo interetnico rivendicati dalla Nouvelle droite e che ritengo delle assolute impasse ideologiche.

    L’etnopluralismo aveva un primo significato implicito "esterno": tutti i popoli sono differenti e rispettabili, ma ciascuno è fatto per vivere a casa propria in uno spazio etno-culturale definito, pur cooperando con gli altri. Significava la condanna dei flussi migratori verso l'Europa e il rifiuto di un pastone etnoculturale planetario (in realtà solo l'Europa è la meta di queste migrazioni). Fin qui nulla da ridire: è coerente. Ma la Nouvelle droite - vedi al riguardo l'istruttivo n. 91 di Eléments del marzo 1998 che pubblica in prima pagina la "sfida multiculturale" - ha cercato di dare ai concetti di etnopluralismo e di culturalismo un significato "interno" che è in contraddizione con il primo, per esempio difendendo accanitamente l'uso del foulard islamico a scuola. Ammettendo l'esistenza di comunità etniche separate in terra europea, essa trasforma 1'etnopluralismo nel vettore di una visione tribale e ghettizzata della nostra società - perfettamente americanomorfa - in contrasto con il significato stesso del concetto "ogni popolo nella sua terra". L'etnopluralismo è stato quindi stravolto a vantaggio di una negazione del concetto di popolo europeo e di "popolo" toutcort. Anche in questo caso il pubblico non si ritrova più, queste posizioni disorientano i nostri lettori naturali, senza riuscire a convincere l'avversario che siamo politicamente corretti.

    Le mie critiche verso 1'etnopluralismo e il multiculturalismo della Nouvelle droite [alias] si possono così riassumere. In primo luogo viene minimizzata, per angelismo o per ignoranza delle vicende etniche e socio-economiche, la catastrofe costituita dall'immigrazione di popolamento in Europa, terra che, diversamente dagli Stati Uniti, era abituata solo ai flussi intra-europei. La catastrofe ha tre aspetti: rapida alterazione etno-antropologica; destrutturazione delle radici culturali europee (l'americanismo ha minori responsabilità); potente freno economico-sociale, fonte di pauperismo e criminalità endemica. L'attuale discorso comunitarista e multi culturalista della Nouvelle droite si può interpretare come una sorta di fatalismo: il caleidoscopio etnico dell'Europa, la società multirazziale, l'immigrazione sarebbero eventi ineluttabili che dovremmo accettare, cui piegarci cercando di gestirli al meglio, convivendoci. Questa è una posizione smobilitante, incompatibile con un pensiero che si vuole rivoluzionario, e in fondo si rivela "politicamente corretta".

    Le giustificazioni del multiculturalismo con la globalizzazione del pianeta e il declino dello Stato-nazione - fatti evidenti - sono manifestazioni di debolezza. Solo l'Europa e gli Stati Uniti sono vittime di una colonizzazione di popolamento proveniente dal Sud, ma gli Stati Uniti possono sopportarla, l'Europa no. Dovunque nel mondo cresce 1'autoaffermazione di grandi blocchi etnici omogenei, non certo il "comunitarismo" multirazziale. La visione proiettiva di un pianeta "multiculturale" e un sogno da Disneyland, un errore irenico. Il futuro appartiene ai popoli, non alle tribù. Il XXI secolo vedrà uno scontro etnico globale e le legioni immigrate in Europa potranno diventare le "quinte colonne" di un Sud aggressivo. Non si tratta di paranoia, ma di geopolitica. Seguire le orme, anche trascinando i piedi, dell'accecamento e del pacifismo immigrofilo degli intellettuali di sinistra europei è un gravissimo equivoco che rischia, tra breve, di portare alla-rovina la Nouvelle droite.

    Ritenere che siano afflitti da "retorica paranoica" coloro che temono l'invasione" migratoria, 1’"islamizzazione", il pericolo integralista e la "guerra etnica", credere che le ripetute rivolte nelle banlieue siano opera solo di giovani déracinés emarginati e americanizzati (e in fondo perfettamente assimilabili se ci si dimostra gentili nei loro confronti) deriva da un pericolosissimo errore di valutazione, risultato di un pensiero astratto che ignora gli eventi sociali. La guerra etnica in Francia è già iniziata. L'imbarbarimento della società, l'aggressività rancorosa e latente di una grossa fetta di giovani provenienti dall'immigrazione verso la cultura europea costituiscono una minaccia a medio termine, attestata dall'occhio imparziale di molti sociologi americani. Perché non ammetterlo?

    D'altra parte la Nouvelle droite costruisce un modello di armonia sociale in seno a una società multiculturale pacificata, il che è utopico. Ogni società multirazziale - e multiculturale - e multirazzista e "infra-xenofoba", dal Brasile alla ex-Jugoslavia, passando per l'Algeria, l'Africa nera, il Caucaso. Il pluri-etnismo in Francia sarà esplosivo e non avrà nulla a che vedere con il pacioso tribalismo delineato dai miei amici Alain de Benoist e Charles Champetier (vedi il n. 50 di Eléments) in un discorso che si potrebbe qualificare di "sociologia onirica". Nessun tribalismo è pacifico. Sono pronto ad accettare la sfida che entro dieci anni la Storia avrà, per esperienza dolorosa, reso inoperante ogni tesi multiculturalista anche a sinistra. L'auspicio di Alain de Benoist: «facilitare una comunicazione dialogica e dunque feconda tra gruppi chiaramente collocati, gli uni in rapporto agli altri» (Eléments, cit., p. 3) e questo in terra europea, mi sembra irrealizzabile e deriva dalla stessa illusione ideologica che muoveva i fautori dell’”armonia etnica” americana degli anni cinquanta, ostili al "melting-pot" assimilatore. In realtà credo che sbaglino sia gli assimilatori - giacobini e fautori del melting-pot riuscito - che i comunitaristi. Una società di coesistenza etno-territoriale fu, è e sarà impossibile. La natura umana lo esige: una terra, un popolo.

    Io condivido completamente l’antigiacobinismo, l'organicismo e la visione sociale policentrica degli amici che ho ricordato, ma a loro rimprovero di non ammettere che questa armoniosa diversità socioculturale si può realizzare soltanto tra popolazioni europee, diverse, ma parenti. Essi tuttavia sono europeisti convinti, perché allora credono o fingono di credere che potrà nascere in Francia una società armoniosa grazie alla coabitazione "multiculturale" con comunità di origine asiatica, africana e arabo-musulmana, estremamente lontane dalle strutture mentali europee? Se fossero coerenti fino in fondo difenderebbero la visione repubblicana dura e astratta dell'integrazione forzata, cara a Madame Badinter. Su questo punto 1’”armonicismo” della Nouvelle droite è contraddittorio. Si intestardiscono a proporre un paradigma fisicamente impossibile da realizzare, abbandonandosi alla credenza nei miracoli delle ideologie egualitarie.

    Gli amici della Nouvelle droite hanno la visione di un Islam immaginario, pensando che sia integrabile in un modello di armonia laica europea e di generale tolleranza, non tengono conto che questa religione iper-monoteista è per essenza conquistatrice, teocratica, antidemocratica e si propone in Francia, come aveva previsto il generale De Gaulle, di sostituire ogni chiesa con una moschea. L'Islam è per natura intollerante, unicista, anti-organico. Gli attuali pensatori della Nouvelle droite si lasciano sedurre dai discorsi insensati su un "Islam alla francese", e non si accorgono che devono misurarsi con la strategia della volpe ben descritta dal Machiavelli, pur essendo adepti di Carl Schmitt non traducono nella pratica, né il concetto di "caso d'eccezione" (Ernstfall), né quello di nemico oggettivo, colui che ti individua come nemico in quanto esisti, qualunque cosa tu faccia.

    Il multiculturalismo e il filo-islamismo della Nouvelle droite sono oggettivamente vicini alle posizioni incaute dell'episcopato cattolico francese che crede, anch'esso, per angelismo, in una futura armoniosa società etno-pluralista in terra europea. Ma ancora più strano è come la Nouvelle droite non sembra accorgersi che un "pagano" agli occhi dell'Islam è un nemico assoluto, il demonio, diversamente da un ebreo o da un cristiano che vengono tollerati pur considerandoli a un livello inferiore. Quando recentemente mi sono recato in Arabia Saudita, per poter scendere dall'aereo ho dovuto scrivere "cattolico" sulla scheda segnaletica distribuita a bordo: se avessi scritto "pagano" o seguace di un'altra religione non monoteista, avrei avuto dei problemi. Prevedere un'intesa tra il paganesimo e l'Islam equivale a credere all'unione tra il diavolo e l'acquasanta.

    Nel dossier dedicato alla società multiculturale Eléments non affronta il problema della impossibilità di espellere i clandestini (per l'agitazione delle reti associative para-trotzkiste e dei cristiani di sinistra), né quello del costo sociale ed economico dell'immigrazione, né quello dell’arrivo costante in Europa di migranti dal Sud: bisogna chiudere la falla e, se si, come? Questi interrogativi cruciali non vengono posti: eppure la gente aspetta. C'è un altro problema: mentre la Francia assiste ogni anno all'esodo verso gli Stati Uniti di decine di migliaia di giovani laureati, accoglie - cosa avendone in cambio? - decine di migliaia di migranti privi di ogni qualifica provenienti dal Sud. Perché non parlarne? Si tratta certamente di un tabù.

    Rimprovero alla Nouvelle droite di aderire a una visione del mondo minata da un concetto devastatore: il "realismo", ma il realismo spesso è un fatalismo scoraggiato. Io sono nietzscheano e non amo il termine "realistico". La Storia non è realistica. Il comunismo è crollato nel giro di tre anni. Chi mai realisticamente avrebbe potuto prevederlo? Nel n. 5 della rivista Terre et Peuple di Pierre Vial, lo storico Philippe Conrad spiega la reconquista spagnola contro gli invasori afro-musulmani, sottolineando che nella Storia non ci sono "fatti compiuti". La reconquista fu un'impresa irrealistica ma molto concreta ed ebbe successo. L’essenza della storia è reale e irrealistica, perché il suo motore è composto da un carburante, la volontà di potenza, e da un comburente, la potenza della volontà. A coloro che per stanchezza accettano di piegarsi agli eventi storici spiacevoli e coattivi, bisogna rispondere con le parole di Guglielmo d'Orange: «Là dove c’è una volontà, c’è anche una vita».

    La missione della Nouvelle droite avrebbe dovuto essere quella di prevedere questo cammino, di tracciarlo. Bisogna che corregga i suoi errori, alleandosi in Europa con altri gruppi che condividono queste analisi.

    La linea ideologica più efficace sarebbe quella di rifiutare ad un tempo la società multiculturale e multirazziale e il nazionalismo repubblicano giacobino francese che la incoraggia. Per la grande Europa federale, sì. Per la Francia e l'Europa multiculturali (in realtà multirazziali) aperte a comunità afro-asiatiche e musulmane sempre più numerose, no.

    8 - Ottava e ultima lacuna ideologica: l’assenza di una dottrina economica. Una volta avevo iniziato a proporre alla Nouvelle droite tale dottrina, centrata sui concetti di "economia organica" e di "autarchia dei grandi spazi" e su una concezione "politica", non più economica e fiscaie, dell'autorità pubblica. Questa dottrina auspicava per i grandi blocchi mondiali, tra cui l'Europa e poi 1'Eurosiberia, la nozione di autosufficienza nel quadro di una economia di libero scambio interno. Si doveva e si deve proseguire questo genere di riflessione attualmente compatibile con la costruzione europea. Perché una corrente di pensiero, come aveva afferrato Henning Eichberg - durante una conversazione che ebbi con lui a Nizza (nel 1973!) - per mordere l'opinione pubblica, per influire sul treno della Storia, bisogna che "parli di cose" che coinvolgono le persone e non solo di "idee astratte". Lo spiritualismo è necessario per dare un'anima, ma è insufficiente. Bisogna misurarsi con l'eterno materialismo degli uomini. Penso, come Marx, che la cucina economica fa parte dell'infrastruttura delle preoccupazioni umane. Per ricostituire un corpus ideologico efficace è indispensabile avere una dottrina economica alternativa. Questo significa ritornare ai problemi concreti, alle questioni sociali che toccano la vita delle persone: urbanesimo, trasporti, fiscalità, ecologia, politica energetica, sanità, natalità, immigrazione, criminalità, tecnologia, televisione ecc.

    Per riacquistare credito con una certa facilità la Nouvelle droite dovrebbe aprire dei dibattiti. Il numero di Elements sul multiculturalismo - problema centrale - avrebbe avuto maggior peso se fosse stato aperto a opinioni contrastanti. Le riviste e le manifestazioni della Nouvelle droite se vogliono riprendere forza dovrebbero porre i problemi centrali e scorretti, suscitando un dibattito a più voci.

    A mio parere la Nouvelle droite ha visto ridursi la sua influenza con la costruzione di assi ideologici ambigui e difficilmente comprensibili. Troppo para-accademici, troppo sofisticati, troppo sedotti dalle problematiche semi-gosciste, irenistiche, utopiche, armoniciste. Bisogna, senza esitazioni, rompere con il sistema ed elaborare tranquillamente un pensiero radicale e rivoluzionario. Diffidare delle false saggezze e dei falsi amici, dei falsi riconoscimenti, dei falsi successi e soprattutto delle false buone idee. Le idee sbagliate hanno la seducente eleganza della decadenza, non certo "la modesta e semplice asprezza della verità" (Nietzsche). Un pensiero vittorioso può prevalere solo ponendosi in opposizione a un ordine già declinante. La Nouvelle droite - la esorto con grande amicizia - deve attingere nuove energie nella "filosofia del martello" di Nietzsche. Essa o coloro che le succederanno nella tavolozza. ideologica europea, avranno successo solo con la virtù del coraggio, se sapranno teorizzare senza dogmi, con l'arte della discussione, un pensiero radicale e scorretto, anche usando le attuali forme di espressione e di comunicazione.

    La Nouvelle droite non è stata "vittima del sistema" o della "censura", ma di se stessa. Nulla è perduto per chi sa risorgere. Perché oggi, come presentiva l'amico Giorgio Locchi, stiamo entrando nella età oscura delle tempeste, nell'interregnum, in un secolo di ferro e di fuoco, decisivo per il futuro dei popoli europei e della loro discendenza: l'epoca esige un pensiero tragico e combattivo.

    Bisogna riformulare all'interno di organizzazioni efficienti e dinamiche idee-forza, innovatrici, audaci, adeguate, come tante armi, alle minacce che si profilano. La nostra corrente di pensiero europeo deve federarsi e adottare un ottimismo del pessimismo: offrire una volontà, un asse, a questa grande patria che si va edificando nelle brume e nel dolore. Come spinto dalla certezza di un sonnambulo, semi-cosciente delle minacce che lo insidiano, in un freddo tumulto, sorge un impero che non osa ancora pronunciare il proprio nome. Questa realtà tempestosa epocale che nasce nelle doglie del parto: la Grande Europa. La nostra sola possibilità di sopravvivenza.

    Una idea è ben fondata solo se aderisce a una prospettiva storica concreta, se è l’espressione di una speranza sincera.





    Le nuove piste ideologiche





    A mio avviso gli assi, le piste di una rigenerazione ideologica sono le seguenti, e avrò occasione di definirle altrove in maniera molto più completa. Ma ecco alcune indicazioni:

    1 - In primo luogo quello che definirei il costruttivismo vitalista, un quadro di pensiero globale che unisce la concezione organica e audace della vita con le visioni del mondo complementari della volontà di potenza nietzscheana, dell'ordine romano e della realistica saggezza ellenica. Leitmotiv: "un pensiero volontarista concreto, creatore d'ordine".

    2 - Il secondo asse si potrebbe definire archeofuturismo. Pensare, per le società del futuro, i progressi della tecno-scienza e, insieme, il ritorno alle soluzioni tradizionali che risalgono alla notte dei tempi. Questo è forse il vero nome della post-modernità, altrettanto lontana dal passatismo come dal culto idiota dell’”attuale”. Unire secondo la logica dell'e, e non secondo quella dell'o, la memoria più antica con l'anima faustiana, perché si accordano. Il tradizionalismo intelligente è il più forte dei futurismi e viceversa. Riconciliare Evola e Marinetti. Bisogna svuotare il concetto di "modernità" nato dall'ideologia dei Lumi. Non si devono associare gli Antichi con i Moderni, ma gli Antichi con i Futuristi. D'altronde oggi, come ha rilevato la Nouvelle droite, mentre le forme politiche e sociali della modernità si stanno sgretolando, quelle arcaiche riemergono in ogni campo, un aspetto non secondario di questo fenomeno e proprio la diffusione dell'Islam. Infine i futuri sconvolgimenti della tecno-scienza, soprattutto nella genetica, come il tragico ritorno alla realtà che si prepara per il XXI secolo esigeranno il ritorno a una mentalità arcaica. È il modernismo che si rivela sempre più come passatismo. Ma attenzione non si tratta di cedere al "tradizionalismo" classico, venato di folklore, che sogna un ritorno al passato. La modernità è diventata obsoleta. Il futuro deve essere "arcaico", cioè né moderno, né passatista.

    3 - Terzo asse: pensare l’agonia dello Stato-nazione europeo e la rivoluzione europea come le configurazioni politiche centrali del XXI secolo; ciò presuppone che si deve salire sul treno dell'unificazione non fosse che per correggerne i difetti, anche se, usando le parole di Lenin, gli utili idioti costruiscono l'Europa. Le grandi rivoluzioni non si fanno in modo lineare e trionfalistico, come vorrebbero gli intellettuali dogmatici e romantici. La dolorosa gestazione dell'unificazione dei popoli europei sulla loro terra comune, da Brest all'Oder in un primo tempo e poi da Brest a Bering, è un movimento di fondo il cui motore sotterraneo e imperiale. È il contraccolpo della decolonizzazione, della crisi demografica e dell'immigrazione, forse la soluzione a molti problemi attuali apparentemente irrisolvibili. Bisogna fin da ora guardare all'Eurosiberia. Ciò presuppone di pensare che la Terra, città globale, habitat comune interdipendente, non può essere gestita - soprattutto per ragioni ecologiche - da una moltitudine di attori nazionali, ma da pochi "blocchi imperiali": Grande Europa, India, Cina, America del Nord, America latina, Mondo musulmano, Africa nera, Asia peninsulare.

    Certo siamo ancora lontani. Ma il ruolo dei "pensatori" è quello di prevedere il futuro. Oggi dobbiamo lanciare l'idea degli Stati Uniti d’Europa.

    4 - Quarto asse: riflettere sul fatto che il XXI secolo presenterà all'umanità una convergenza delle catastrofi. Svilupperò questo aspetto fondamentale in testi successivi. Sempre, quando sono con le spalle al muro, le società umane reagiscono. Una serie di macro-linee catastrofi che convergono verso un punto di rottura collocato all'inizio del XXI secolo: apocalisse ecologica, economica e militare, originata dalla "fiducia nei miracoli", tra cui quello di una possibile continuazione dello "sviluppo" senza il rischio di un crollo generale. La civiltà egualitaria nata dalla modernità vede i suoi ultimi bei giorni. Bisogna pensare il dopo-catastrofe. Costruire fin da ora una visione del mondo archeofuturista per il dopo-caos.

    5 - Quinto asse: riflettere sul conflitto Nord-Sud che si va delineando in quanto possibile terza guerra mondiale e sul ruolo che vi potrebbe svolgere l'Islam assunto a simbolo di una rivincita. Ciò presuppone una ridefinizione della nozione di nemico e di minaccia obiettiva, diffidando di tutti i discorsi eruditi sulla innocuità di una "fronte islamico globale" e l'avvio di una riflessione sulla problematica etnica che può aggiungersi alle questioni ecologiche e economiche nel nuovo secolo di ferro che si prepara...

    In questa prospettiva bisogna smetterla di presentare sempre i paesi del Sud e soprattutto l'Africa, come le "vittime" eterne dei malvagi disegni dei paesi del Nord. Farla finita con il mito martirologico neocolonialista. Ogni popolo è attore del suo destino. Bisogna avere il coraggio di responsabilizzare - e non vittimizzare - i paesi poveri: le sciagure dell'Africa hanno come causa principale gli africani stessi: non possiamo ogni volta batterci il petto e sostituirci a loro. La Nouvelle droite deve rompere con questo masochismo paternalista post-coloniale di tutta 1'intelligencija europea, sia di destra che di sinistra.

    6 - Sesto asse collegato al primo: gli Stati Uniti sono un nemico, cioè un potenziale invasore distruttivo, o un avversario, cioè un concorrente-debilitante sul piano culturale ed economico? Gli Stati Uniti “unica superpotenza persolo venti anni” secondo Zbignew Brezinski, rappresentano veramente il nemico principale? Sono più pericolosi del Sud? Credo che ormai siamo più vicini ai Russi - ex-nemici assoluti - che agli Americani - ex amici assoluti - ma, pensando noi stessi già come Eurosiberiani, dobbiamo prevedere con l'America una logica di patto e di conflitto-cooperazione contro una minaccia principale che giunge da altre parti. Bisogna rompere con il mito degli "Stati Uniti superpotenza invincibile", essi sono forti perché l'Europa è debole. Non ci impongono nulla con la forza, contrariamente a quanto faceva l'ex-URSS nei confronti dei paesi dell'Europa centrale. La repubblica imperiale americana ha ragione, dal suo punto di vista, di praticare un imperialismo morbido. Noi dobbiamo responsabilizzarci e ritrovare il gusto della potenza. I deboli sono rancorosi, i forti imperiosi. Ogni popolo è artefice di se stesso e si merita quello che gli capita. Contro l’americanizzazione dell’Europa non bisogna giocare la carta dell anti-americanismo da colonizzato, ma quella dell europeismo responsabile. Dobbiamo riprendere in mano il nostro destino, saper discernere il nemico mortale, dall'avversario concorrente e, in ogni caso, proporre una politica di auto-affermazione.

    7 - Bisogna concentrarsi sull'epistemologia della tecnica. Problema: l'informatica e l'ingegneria genetica non stanno forse per far deflagrare i quadri dell'ideologia egualitaria egemonica, scavando un abisso tra il reale e l'auspicabile, la natura e l'iper-natura? Sono interrogativi cruciali che toccano la biologia e l'informatica. Bisogna riprendere la riflessione abbandonata sulla biologia, perché le tecniche transgeniche consentono già oggi di intervenire nei processi di trasmissione genetica, fino a ieri fenomeni naturali. Siamo ormai in grado di produrre animali da allevamento, senza gravidanza, in incubatrici, tra breve riusciremo a farlo sull'uomo e potremo programmare, associando sistemi informatici esperti e tecniche transgeniche, i patrimoni genetici e quindi le capacità di questi "umani di seconda generazione".

    Altro problema: gli ordinatori di terza generazione non solo consentiranno di creare un universo virtuale, o anti-mondo simulato, più verosimile di quello reale, con autentici personaggi iper-virtuali autonomi in tre dimensioni, perché l’”intelligenza informatica” è vicina. Coloro che sprezzantemente affermano "solo sono delle macchine" commettono un grave errore. Questi nuovi colpi di maglio contro l'antropocentrismo, portati dall'uomo stesso, ci ricordano che la tecno-scienza non è altro che faustismo in azione. Pericolo mortale per l'uomo, "animale malato" e insuccesso dell'evoluzione? O destino che si può governare? Ecco le questioni filosofiche che movimenti di pensiero degni di questo nome devono affrontare.

    8 - Bisogna avviare una riflessione di fondo sull'immigrazione che rappresenta una colonizzazione di popolamento dell'Europa da parte delle popolazioni in eccesso afroasiatiche. Gli autoctoni europei sono storicamente e oggettivamente in una situazione non simile, ma molto vicina a quella degli Indiani d'America e dei popoli nord-africani durante il XIX secolo, quando arrivarono i coloni europei che abbandonavano un continente sovrappopolato. Questa colonizzazione dell'Europa è la rivincita, dopo tre generazioni, contro quella compiuta dagli europei in quegli stessi paesi. Nell'organizzare la risposta bisogna spostare la problematica. Non è soltanto, come fingono di credere coloro che discutono questo argomento, un problema culturale e socioeconomico, ma antropo-etnico globale. Si dovrà individuare chiaramente questa dislocazione metodologica nella risposta (pro o contro) al vero problema: dobbiamo accettare o respingere una sostanziale alterazione del sostrato etno-culturale europeo? La base dell'onestà intellettuale e la chiave del successo ideologico sta nella capacità di porre con coraggio i veri problemi, non cercare di eluderli.

    9 - Riflettere su un'organizzazione mondiale a due velocità, data l'impossibilità tecno-socio-ecologica di estendere a tutto il pianeta la logica del "progresso-sviluppo". È possibile immaginare e prevedere che la maggior parte dell'umanità ritorni a vivere in società tradizionali, consumatrici di poca energia, socialmente più stabili e più felici, mentre nel quadro della globalizzazione planetaria una minoranza potrebbe continuare a vivere secondo il modello tecno-industriale? In futuro ci potrebbero essere due mondi paralleli, quello di un nuovo Medioevo e quello dell'Iperscienza? Chi e quanti vivrebbero nei due mondi? Ogni pensiero audace e fecondo deve pensare l'impensabile. Sono convinto che 1'archeo-futurismo, associazione esplosiva degli opposti, è la chiave del futuro, molto semplicemente perché il paradigma della modernità non è più vitale su scala planetaria.

    10 - In questa prospettiva bisogna riprendere una riflessione economica sull’autarchia dei grandi spazi (l'Eurosiberia potrebbe essere uno di questi) e il superamento insieme del socialismo e del liberalismo, ridando vigore all'idea di un'economia organica di terzo tipo che potrebbe ispirarsi congiuntamente al vero liberalismo e al vero socialismo comunitario. Riflettere sull'attuale trasformazione delle economie in reti neo-feudali, ridefinire radicalmente il ruolo dell'istanza politica superiore che deve dirigere politicamente l'economia, ma non amministrarla. Prefigurare grandi blocchi semi-autarchici che non abbiano necessariamente lo stesso tipo di produzione e di consumo, al cui all'interno convivano tipi di società e di economie in rapporto tra loro ma eterogenee. Zone iper-tecnologiche, collegate alla rete globale e planetaria di comunicazione potrebbero essere confinanti con zone neo-arcaiche dove sarebbero restaurati i modi di vita e di produzione delle società tradizionali. Un corrente di pensiero e forte se pone questioni essenziali e inattese, se anticipa. Soprattutto se il suo linguaggio non è dogmatico.

    Affinché in questa epoca di sfide grandiose, in cui sono in gioco poste vitali e si profilano catastrofi, risorga un pensiero della. rivoluzione e della rifondazione, bisogna riformulare il vecchio concetto di rivoluzione conservatrice perché lo ritengo superato. Tutte le giovani energie, così rare in questi tempi videofonici, devono unirsi su scala europea, dimenticando le dispute da parrocchietta e gerarchizzando - nella logica non esclusiva e politeista dell'e - la concezione-del-mondo che unisce e le dottrine che aprono il dibattito. L'ideologia verrà più tardi. Infine sarebbe necessario riequilibrare il discorso critico su questo tempo di interregno con un discorso anticipatore e affermativo, ottimista all'interno stesso del pessimismo, valido per il dopo-caos.

    La chiave di volta della nostra corrente di pensiero è un accordo, di natura storica, sul concetto di Europa. Tutti noi - ciascuno secondo i suoi sogni, le sue analisi, il suo temperamento - vogliamo superare i nazionalismi ottusi dell'egualitarismo illuminista, e contribuire alla costruzione di questo insieme macrocontinentale di popoli-fratelli, preparandone l'idea per i tempi del dopo-catastrofe. Senza per questo e in conformità alla logica imperiale organica e democratica, omogeneizzarci, distruggendo le eredità storiche delle nostre diverse lingue, delle nostre molteplici sensibilità etno-culturali che formano il tesoro dell'Europa, unico al mondo. Ecco cosa scrive Pierre Vial, che pure è un dirigente del FN, partito nazionalista francese, fondatore dell'associazione culturale Terre et Peuple. «Questo è il vero senso della nostra lotta: si tratta di battersi per una identità culturale radicata che è una identità francese e europea dove si coniugano armoniosamente le eredità greco-latine, celtiche e germaniche. Ciascuna di queste eredità ci è cara, perché è il volto di una sola e stessa civiltà. Tutti coloro che combattono per l'eternità di questa civiltà sono nostri fratelli darmi».

    Bisogna ridiventare i soldati dell'Idea e federare su scala europea, in modo elastico, ma articolato, tutte le correnti di pensiero, i periodici, i libri, le associazioni che seguono lo stesso cammino.

    Ciò che mi ha sorpreso dopo la lettura (recente, perché da tempo non mi occupavo del fenomeno) di pubblicazioni dell’"area" è l'esistenza in Italia, Germania, Belgio, Francia, Croazia, Spagna, Gran Bretagna, Russia, Portogallo, ecc. di uomini, riviste, movimenti, associazioni, che convergono tutti, chi più chi meno, verso una visione del mondo molto simile. Ma sono anche rimasto colpito dalla dispersione, dai contrasti personali, dagli accesi spiriti di parrocchia.

    Un tale movimento sinergico che attraversa le correnti e le tendenze, convergente sulle idee assiali che prima ho delineato, potrà incidere col suo stiletto sulle tavole della Storia soltanto se e mosso da un idealismo provocatore e non da un neutro intellettualismo.

    Possano i miei amici della Nouvelle droite utilizzare con il loro talento questi pochi consigli per ritrovare le strade della Storia. Magari cominciando col cambiare il loro nome...

  3. #3
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    II

    Un concetto sovversivo:

    l’archeofuturismo come risposta alla catastrofe

    della modernità e alternativa al tradizionalismo





    A Giorgio Locchi e Olivier Carré. In memoriam





    1 - Il metodo: Il "pensiero radicale"





    Soltanto il pensiero radicale è fecondo, perché è l'unico in grado di creare concetti audaci che spezzano l'ordine ideologico egemonico e consentono di svincolarsi dal circolo vizioso di un sistema di civiltà che fallisce. Per riprendere la formula del matematico René Thom, autore della Teoria delle catastrofi, soltanto i "concetti radicali" possono far precipitare un sistema nel caos - la "catastrofe" o cambiamento traumatico di stato - per dar vita a un altro ordine. Il pensiero radicale non è "estremista", né utopico, perché non avrebbe alcuna presa sulla realtà, ma deve anticipare il futuro rompendo con un presente irrimediabilmente corroso.

    È un pensiero rivoluzionario? Oggi deve esserlo, perché la nostra civiltà è alla fine di un ciclo, non all'inizio di un nuovo sviluppo, e perché nessuna scuola di pensiero osa essere rivoluzionaria dopo il crollo finale del tentativo comunista. Soltanto delineando nuovi concetti di civiltà si potrà essere portatori di storicità e di autenticità.

    Perché un pensiero "radicale"? Perché esso va alla radice delle cose, cioè "fino all'osso", rimette in discussione la concezione-del-mondo che sta alla base di questa civiltà, l'egualitarismo, principio utopico e ostinato che per le sue contraddizioni interne sta precipitando l'umanità nella barbarie e nell'orrore economico-ambientale.

    Per agire sulla Storia bisogna scatenare delle tempeste ideologiche, aggredendo, come aveva ben visto Nietzsche, i valori, fondamento e ossatura dei sistemi. Oggi nessuno lo fa più, assistiamo quindi per la prima volta al fenomeno per cui la sfera economica (TV, media, video, cinema, industria dello spettacolo e dello svago) ha il monopolio della riproduzione dei valori. Ciò porta evidentemente a una ideologia egemonica senza idee, né progetti creativi di rottura, ma fondata su dogmi e anatemi.

    Solo un pensiero radicale potrebbe oggi consentire a minoranze intellettuali di creare un movimento, dare uno scossone al mammut, smuovere con elettroshock (o ideeshock) la società e l'ordine del mondo. Ma questo pensiero deve essere necessariamente non dogmatico e coltivare invece il riposizionamento permanente ("la rivoluzione nella rivoluzione" la sola giusta intuizione maoista), preservando la sua radicalità dalla tentazione nevrotica delle idee fisse, dei fantasmi onirici, delle utopie ipnotiche, delle nostalgie estremiste o delle ossessioni deliranti, rischi presenti in ogni prospettiva ideologica.

    Per agire sul mondo un pensiero radicale deve articolare un corpus ideologico coerente e pragmatico, con distacco e flessibilità adattiva. Un pensiero radicale è prima di tutto un'interrogazione, non certo una dottrina. Ciò che propone deve essere declinato sul modo dell’”e se?” e non del "si deve". Aborre i compromessi, le false saggezze "prudenti", la dittatura degli "esperti" ignoranti e il paradossale conservatorismo degli adoratori della "modernità" che credono sia eterna. Ultima caratteristica di un pensiero radicale efficace: accettare l'eterotelia, il fatto cioè che non necessariamente le idee producono i risultati attesi. Un pensiero efficace riconosce il suo carattere approssimativo.

    Si naviga a vista, virando di bordo in funzione del vento, ma sono noti la rotta e l'approdo. Il pensiero radicale integra il rischio e l'errore propri di ogni attività umana. La sua modestia si ispira al dubbio cartesiano, è il motore della sua potenza che mette in movimento gli spiriti. Niente dogmi, l'immaginazione al potere, con un tocco di amoralismo, cioè di tensione creatrice verso una nuova morale.

    Oggi alla vigilia del XXI secolo che sarà di ferro e di fuoco, con poste in gioco colossali, gravido di autentiche minacce mortali per l'entità europea, ma anche per l'umanità, mentre i nostri contemporanei sono decerebrati dall'ideologia morbida e dalla società dello spettacolo, di fronte a un vuoto ideologico assordante, finalmente è possibile un pensiero radicale che può vincere e trovare nuove soluzioni, una volta impensabili.

    Le intuizioni di Nietzsche, di Evola, di Heidegger, di Carl Schmitt, di Guy Debord o di Alain Lefèbvre, sul rovesciamento dei valori, diventano realizzabili, come la nietzscheana filosofia col martello. Il nostro "livello di civiltà" ora è pronto, diversamente da quanto accadeva in un recente passato quando la coppia moderna XIX-XX secolo incubava il virus ma non pativa ancora 1'infezíone.

    D’altra parte bisogna liquidare il pretesto secondo cui un pensiero radicale sarebbe "perseguitato" dal sistema. Il sistema è stupido, le sue censure sono permeabili e malaccorte, colpisce solo le provocazioni folkloristiche e le inavvertenze ideologiche. Nell'intelligencjia europea ufficiale e riconosciuta il pensiero è stato ridotto al livello di mondanità mediatica e alla tiritera di dogmi egualitari, nel timore di violare le leggi del "politicamente corretto", per mancanza di immaginazione concettuale o per ignoranza delle reali poste in gioco oggi nel mondo. Le società europee in crisi sono ormai pronte a essere penetrate da pensieri radicali, determinati, con un progetto di valori rivoluzionari e portatori di una contestazione totale, ma pragmatica e non utopica dell'attuale civiltà mondiale.

    Un pensiero radicale e ideologicamente efficace nel mondo tragico che si va preparando, potrebbe unire le qualità del classicismo cartesiano (principi di ragione e di possibilità effettiva, di esame permanente e di volontarismo critico) e del romanticismo (pensiero folgorante che fa appello all'emozione e all'estetica; audacia di prospettive), al fine di coniugare in una coincidentia oppositorum le qualità della filosofia idealista del "si" e della filosofia critica del "no", come seppero fare Marx e Nietzsche nel loro metodo dell’”ermeneutica del sospetto” (messa sotto accusa dei concetti dominanti) e di "rovesciamento positivo dei valori".

    Un tale pensiero che unisca audacia e pragmatismo, intuizione prospettica e realismo osservatore, creazionismo estetico e volontà di potenza storica, deve essere "un pensiero volontarista concreto creatore d'ordine".





    2 - Il quadro concettuale: la nozione di costruttivismo vitalista





    Il mio maestro Giorgio Locchi aveva individuato l'egualitarismo come nodo centrale, asse motore, ad un tempo etico e pratico della modernità occidentale in pieno fallimento. Stimolati dai suoi lavori ne avevamo dato una ampia descrizione critica e storica nel GRECE. Proponevamo per il futuro il concetto di anti-egualitarismo, ma si trattava di un termine ancora insufficiente. Non ci si può mai definire solo "contro", un'idea-forza deve essere affermativa e portare un senso. Quale sarebbe il contenuto, il principio attivo di questo anti-egualitarismo virtuale? L‘anti-egualitarismo cosa sarebbe in concreto? Una domanda che all'epoca rimase senza risposta, eppure proprio da una risposta chiara potrebbe scaturire una mobilitazione.

    Influenzato anche dai lavori di Lefèbvre, Lyotard, Debord, Derrida e Foucault e dai libri di architetti come Portzamprac, Nouvel o Paul Virilio, avevo cercato di mostrare l'esigenza di una post-modernità. Ma anche in questo caso, il prefisso latino "post", come quello greco "anti" non definiscono un contenuto. Affermare che l'egualitarismo e la modernità (una teoria e una pratica) sono irragionevoli non basta, bisogna immaginare, nominare e proporre ciò che va bene. La critica di un concetto ha valore solo con l'apposizione di un nuovo concetto affermativo.

    Sì, ma quale(i) idea(e)-forza far sorgere?

    Consentimi un breve ricordo esplicativo. Con il rimpianto pittore di genio Olivier Carré avevamo inventato durante una trasmissione radiofonica sovversiva (Avant-Guerre!) una storia di fantascienza e di humour noir che metteva in scena un immaginario Impero eurosiberiano (la "Federazione"), il cui vessillo a scacchi bianchi e rossi ricordava la bandiera dell'Angoumois, minuscola provincia dove sono nato io (e Mitterrand), ma anche quella della Croazia. Soprattutto il termine costruttivismo vitalista serviva a definire la titanica dottrina di una delle società giganti di quel bizzarro Impero, la Typhoone che voleva nientemeno spostare la Terra su un'altra orbita... Ma in seguito, pensandoci bene, mi sono detto che quella gag radiofonica, ripresa poi da un fumetto, era il forse il risultato di un atto ideologico mancato, di un lapsus linguae ac scripti. Dopo tutto il surrealismo e il situazionismo avevano sempre insegnato che «i concetti sovversivi devono nascere solo dal principio del piacere» (Raoul Vaneighem), e che sulla folgorazione irridente ed "eccentrica" si gettano le fondamenta. Alain de Benoist ci ha spiegato che lo stile condiziona le idee e già André Breton aveva affermato: "In ciò che apparentemente non è serio si cela la gravità”.

    Così approfondendo questo concetto intuitivo ho scoperto quattro verità:

    1 - Le parole hanno una importanza fondamentale come sostiene Foucault (in Les mots et le choses), costituiscono il fondamento dei concetti che a loro volta sono l'impulso semantico delle idee, motore delle azioni. Nominare e descrivere è già costruire.

    2 - Non bisogna riprendere le denominazioni o i simboli estetici di vecchie ideologie storicamente fallite, come hanno capito i comunisti italiani. Anche l'etichetta di rivoluzione conservatrice mi sembra troppo neutra, troppo datata, troppo storicizzata, legata agli anni venti. Un tale fideismo non mobilita ed è inadeguato alle nuove sfide. In conformità alla tradizione movimentista della civiltà europea serve lanciare nuove parole d'ordine sulla scacchiera della Storia. L'essenza dello stile rimane, cambia la forma. Ogni idea-forza deve essere rabbiosa e metaforica.

    3 - Il termine di "costruttivismo vitalista" definisce globalmente una concezione-del-mondo e un disegno concreto sinergico che associa due strutture mentali. Sul versante del "costruttivismo" si legge: volontà storico-politica di potenza, progetto estetico di costruzione-di-civiltà, spirito faustiano. Sul versante del "vitalismo" si legge: realismo, mentalità organica e non meccanicista, rispetto della vita e autodisciplina verso un'etica autonoma, umanità (l'opposto dell’”umanitarismo”), assunzione dei problemi bio-antropologici tra cui le realtà etniche.

    4 - Il costruttivismo vitalista e la denominazione che propongo per definire positivamente quello che chiamavamo, in mancanza di meglio, anti-egualitarismo che peraltro definiva il suo progetto nel quadro concettuale vago e puramente descrittivo della post-modernità. Propongo di chiamare così il disegno ideologico centrale del costruttivismo vitalista: archeofuturismo.





    3 - La diagnosi: la modernità dà avvio alla convergenza delle catastrofi





    Per definire il contenuto di un eventuale archeofuturismo bisogna riepilogare la critica fondamentale rivolta alla modernità. Sorta dall'evangelismo laicizzato, dal mercantilismo anglosassone e dalla filosofia individualista dei Lumi, la modernità è riuscita a realizzare il suo progetto planetario, basato sull'individualismo economico, l'allegoria del Progresso, il culto dello sviluppo quantitativo, l'affermazione di astratti "diritti dell'uomo". Ma è stata una vittoria di Pirro perché il progetto compiuto di questa concezione-del-mondo che vuole arrogarsi il Regno della Terra, entra in crisi prima di crollare probabilmente agli inizi del prossimo secolo. La rupe Tarpea è vicina al Campidoglio.

    Per la prima volta nella sua storia l'umanità e minacciata da una convergenza delle catastrofi. Una serie di "linee di crisi" si avvicinano e convergono come gli affluenti di un fiume, in perfetta sintonia (tra il 2010 e il 2020) verso un punto di rottura e di sprofondamento nel caos: da questo caos - che sarà estremamente doloroso su scala mondiale - può emergere un nuovo ordine basato su una visione-del-mondo, 1'archeofuturismo, considerato la concezione-del-mondo del dopo-catastrofe.

    In sintesi questa è la natura delle linee di catastrofe:

    1 - La prima è la metastasi diffusa nel tessuto sociale europeo.

    La colonizzazione di popolamento dell'emisfero Nord da parte dei popoli del Sud assume dimensioni sempre più consistenti, nonostante le affermazioni rassicuranti dei media, ed è gravida di situazioni esplosive, soprattutto perché associate alla disgregazione delle Chiese in Europa, divenuta terra di conquista per l'Islam; il fallimento della società multirazziale, sempre più razzista e neo-tribale; la progressiva metamorfosi etno-antropologica dell'Europa, vero e proprio cataclisma storico; il ritorno del pauperismo a Est e a Ovest, l'aumento lento, ma costante della criminalità e del consumo di stupefacenti; la costante disgregazione delle strutture familiari; il declino del sistema educativo e della qualità dei programmi scolastici; l'incepparsi della trasmissione dei saperi culturali e delle discipline sociali (imbarbarimento e incompetenza); la scomparsa della cultura popolare a tutto vantaggio dell'abbrutimento delle masse passivizzate dall'elettro-audiovisivo (Guy Débord si e tolto la vita perché aveva previsto tutto fin dal 1967 nella sua Société du Spectacle); il degrado progressivo dei tessuti urbani e comunitari e l'estendersi delle zone peri-urbane a macchia d'olio, prive di leggibilità e di coerenza, senza legalità, né sicurezza; una situazione endemica di rivolte urbane - sorta di Maggio rampante ma più grave -, la scomparsa di ogni autorità civile nei paesi dell'ex URSS travolti dalla crisi economica. Mentre gli Stati-nazione vedono declinare la loro autorità sovrana, e si rivelano impotenti a fronteggiare pauperismo, disoccupazione, criminalità, immigrazione clandestina, forza crescente delle mafie e corruzione delle classi politiche, le élite creative e produttive preda del fiscalismo e sottoposte a un crescente controllo economico, sono tentate dal grande viaggio americano. Una società sempre più egoista e selvaggia, sulla strada del primitivismo, che paradossalmente il discorso della "morale unica" riesce ad occultare e compensare, angelica e pseudo-umanista, ecco cosa emerge progressivamente, anno dopo anno, fino al punto di rottura.

    2 - Questi fattori di collasso sociale saranno aggravati da una crisi economico-demografica sempre più forte.

    Dal 2010 il numero delle persone attive sarà insufficiente a finanziare i pensionati del "papy-boom". L'Europa crollerà sotto il peso degli anziani, l'invecchiamento della popolazione ha come effetto un rallentamento dell'economia, perché risorse crescenti vengono destinate per coprire la spesa sanitaria e garantire le pensioni dei cittadini improduttivi, inoltre l'invecchiamento frena il dinamismo tecno-economico. L'ideologia egualitaria della (vecchia) modernità ha impedito di affrontare seriamente questi problemi perché paralizzata da due dogmi: 1'antinatalismo (sorta di etno-masochismo) che censurò i tentativi di aumentare in modo volontarista la natalità; il rifiuto egualitario di passare dal sistema di sicurezza sociale basato sulla redistribuzione, al sistema della capitalizzazione (fondi pensione). Il peggio deve ancora venire. Aumenteranno disoccupazione e pauperismo, mentre una classe ristretta inserita nei mercati mondiali, appoggiata da un ceto di funzionari e di salariati garantiti, vivrà agiatamente. L'orrore economico si profila davanti a noi. L'egualitarismo, per un effetto perverso, produce una società di oppressione socio-economica, dimostrando in tal modo di essere il contrario della giustizia nel senso platonico. Anche lo Stato-Assistenziale social-democratico fondato sul mito del Progresso, crollerà, ma con maggior fragore del sistema comunista. L'Europa sta diventando Terzo mondo. Davanti a noi c'è la crisi, o meglio, la rottura dei cardini dell'edificio socio-economico che ha preso il nome di civiltà.

    L’America, immenso continente destinato alle migrazioni dei pionieri, aduso a una cultura brutale e al sistema conflittuale dei ghetti etnici e economici, appare meno vulnerabile dell'Europa e può assorbire una rottura d'equilibrio, almeno sul piano della stabilità sociale, ma anch'essa non potrà sfuggire a un eventuale maelstrom generale.

    3 - Terza linea di frattura della modernità: il caos del Sud.

    Avviando un processo di industrializzazione che ne minava le culture tradizionali i paesi del Sud, abbagliati da una crescita economica ingannevole e fragile, hanno creato nei propri territori un caos sociale che sta diventando sempre più grave. I recenti fatti dell'Indonesia sono un segnale di avvertimento. L'uomo d'affari franco-inglese Jimmy Goldsmith, rinnegando con perspicacia la sua famiglia di pensiero, l'aveva perfettamente analizzato: esplosione di agglomerati urbani giganteschi (Lagos, Mexico, Rio de Janeiro, Calcutta, Kuala-Lumpur...) che diventano giungle infernali, compresenza di un pauperismo che sfiora la schiavitù con ricche e insolenti borghesie autoritarie e minoritarie protette da "forze armate" per la repressione interna, accelerata distruzione dell'ambiente; sviluppo dei fanatismi socio-religiosi, eccetera. I paesi del Sud sono delle polveriere. I recenti genocidi nell'Africa centrale, il moltiplicarsi di sanguinosi conflitti civili in India, Malaysia, Indonesia, Messico ecc. (alimentati o non dall'estremismo religioso e spesso attizzati dagli Stati Uniti) costituiscono l'anticipazione di un avvenire oscuro. L'ideologia egualitaria dissimula questa realtà rallegrandosi per il "progresso della democrazia" nei paesi del Sud, ma è un discorso ingannevole perché si tratta di simulacri di democrazia. D'altronde la "democrazia" del modello elleno-europeo, per un effetto perverso (1'eterotelia di Monnerot), per incompatibilità mentale, non è forse gravida di tragedie se viene imposta con la forza alle culture del Sud? In sostanza il trapianto del modello socio-economico occidentale in questi paesi ha conseguenze devastanti.

    4 - Quarta linea di frattura recentemente descritta da Jacques Attali: la minaccia di una crisi finanziaria mondiale, molto più grave di quella degli anni ‘30 che scatenerebbe una recessione generale.

    Il crollo delle borse e delle valute dell'Estremo Oriente, la recessione che colpisce questa regione ne sarebbe il segno premonitore: la crisi finanziaria ha due cause: a) troppi paesi, e non solo quelli poveri, sono indebitati rispetto alle disponibilità creditizie bancarie mondiali, anche il servizio del debito delle nazioni europee ha raggiunto livelli preoccupanti; b) l'economia mondiale si basa in misura crescente sulla speculazione e la logica dei flussi di investimenti redditizi (borse, società fiduciarie, fondi pensione internazionali ecc.); questa prevalenza del monetarismo speculativo sulla produzione presenta il rischio che un crollo delle quotazioni in un determinato settore provochi un'ondata di "panico generale": gli speculatori internazionali ritirerebbero i loro capitali provocando una "disidratazione" dell'economia mondiale con il precipitare degli investimenti per il crollo del mercato dei capitali cui attingono le imprese e gli Stati. La conseguenza: una recessione globale e brutale, che avrebbe esiti funesti per una civiltà che si basa totalmente sulla dimensione economica.

    5 - Quinta linea di frattura: il dilagare dei fanatismi integralisti religiosi.

    Riguardano soprattutto l'Islam, ma anche i politeisti indiani sono in azione... Il sorgere dell'Islam radicale e provocato dal contraccolpo degli eccessi del cosmopolitismo della modernità che ha voluto imporre a tutto il mondo il modello dell'individualismo ateo, il culto della merce, la despiritualizazione dei valori e la dittatura dello spettacolo. Per reazione a questa aggressione l'Islam si radicalizzava ritornando ad essere dominatore e conquistatore, così come vuole la sua storica tradizione. Il numero dei praticanti musulmani continua a crescere mentre il cristianesimo che ha perso ogni traccia di proselitismo militante è in declino - anche nell'America del Sud e nell'Africa nera - dopo il suicidio compiuto con il Concilio Vaticano II, la più grande gaffe teologica nella storia delle religioni. Nonostante le smentite rassicuranti dei media occidentali l'Islam radicale si propaga dovunque come un incendio minacciando nuovi paesi: Marocco, Tunisia, Egitto, Turchia, Pakistan, Indonesia ecc. Le conseguenze di questo fenomeno saranno le future guerre civili nei paesi bi-religiosi come l'India, scontri violenti in Europa - soprattutto in Francia e Gran Bretagna - dove l'Islam rischia di diventare nei prossimi venti anni la religione più praticata; moltiplicazione delle crisi internazionali che coinvolgeranno Stati islamici, alcuni dei quali potrebbero possedere armi nucleari "sporche". Al riguardo bisogna denunciare la stoltezza di tutti coloro che credono nella possibilità di un "islam occidentalizzato e rispettoso della laicità repubblicana". Questo è impensabile perché l'Islam e consustanzialmente teocratico e respinge l'idea stessa di laicità. Il conflitto appare quindi inevitabile, fuori d'Europa e in Europa.

    6 - Sesta linea di frattura: il profilarsi di uno scontro Nord-Sud con motivazioni teologico-etniche.

    Esso sostituisce con crescente probabilità, il rischio attualmente scongiurato di un conflitto Est-Ovest. Nessuno può ora prevedere le forme che assumerà, ma sarà certamente grave, perché attingerà la sua forza da poste in gioco e sentimenti collettivi ben più forti di quelli che alimentavano il vecchio antagonismo Stati Uniti-URSS, capitalismo-comunismo, la cui natura era di fatto artificiosa. L'attuale minaccia si nutre soprattutto del sordo risentimento, rimosso e dissimulato dei paesi del Sud verso gli antichi colonizzatori. La connotazione razziale che assumono certi discorsi e impressionante. Di recente un Primo ministro asiatico ha definito "razzista" il Governo francese perché dopo una banale controversia economica un investitore italiano era stato preferito a un impresa del suo paese. Questa razzializzazione dei rapporti umani, risultato concreto (eterotelico) del cosmopolitismo "antirazzista" della modernità è evidente anche in Occidente: il leader musulmano nero americano Farrakhan così come i gruppi rap negli Stati Uniti e in Francia istigano di continuo in modo surrettizio alla "vendetta contro i bianchi" e alla disobbedienza civile. Il cosmopolitismo egualitario ha suscitato paradossalmente il razzismo globalizzato, per ora sotterraneo e implicito ma che tra breve si manifesterà apertamente.

    I popoli messi uno di fronte all'altro, a stretto contatto nella "città globale" che è diventata la Terra si stanno preparando allo scontro e l'Europa, vittima di una colonizzazione di popolamento, rischia di diventare il principale campo di battaglia. Coloro secondo i quali è già scritto nel futuro dell'umanità il meticciato generalizzato si sbagliano, perché esso dilaga solo in Europa. Gli altri continenti, soprattutto l'Africa e l'Asia costituiscono sempre più dei blocchi etnici impermeabili, che esportano i surplus di popolazione, ma non ne importano.

    Punto fondamentale: l'Islam diventa il vessillo simbolico di questa rivolta contro il Nord, rivincita freudiana contro l’”imperialismo occidentale”. Nell'inconscio collettivo dei popoli del Sud si afferma questa idea-forza: "vengono costruite moschee in terra cristiana". Vecchia rivincita delle Crociate, ritorno dell’arcaico, ritorno della storia come un boomerang. Si ingannano profondamente gli intellettuali, occidentali o musulmani, quando affermano che il fondamentalismo conquistatore e intollerante non è l'essenza stessa dell'Islam. Invece la sua essenza, come quella del cristianesimo medievale, è proprio il totalitarismo teocratico imperiale. Coloro che offrono rassicurazioni argomentando dottamente sull'attuale "disunione" dei paesi musulmani dovrebbero sapere che essi sono pronti a unirsi contro un avversario comune, soprattutto quando si verificheranno situazioni di emergenza.

    La colonizzazione del Nord da parte del Sud si presenta come un colonialismo morbido, non dichiarato, che si nasconde dietro gli appelli alla solidarietà, al diritto di asilo, all'eguaglianza. È la "strategia della volpe" di cui parla Machiavelli. In realtà il colonizzatore che si giustifica, ammantandosi con l'ideologia occidentale e "moderna" della sua vittima, non condivide affatto quei valori che finge di adottare. E’ anti-egualitario, dominatore (ma si atteggia a dominato e perseguitato), revanscista e conquistatore, con l'abile astuzia di una mentalità rimasta arcaica. Per contrastarlo non dobbiamo forse ritornare mentalmente arcaici sbarazzandoci dell'umanismo "moderno" che costituisce un handicap?

    L’altra causa di un conflitto Nord-Sud: il contenzioso politico-economico globale. La guerra per i mercati e per il controllo delle risorse rare in via di esaurimento (acqua potabile, riserve ittiche ecc.), il rifiuto di accettare misure di anti-inquinamento da parte dei paesi del Sud di nuova industrializzazione che hanno l'esigenza di scaricare i surplus di popolazione verso il Nord. Nella storia prevalgono gli schemi semplici. Un Sud complessato, povero, giovane, con una eccedenza demografica preme su un Nord moralmente disarmato e in progressivo invecchiamento. Non dimenticando che il Sud si dota di armi nucleari mentre il Nord parla continuamente di "disarmo" e "denuclearizzazione".

    7 - Settima linea di frattura: lo sviluppo di un inquinamento incontrollato del pianeta che non minaccia la Terra (ha ancora quattro miliardi di anni davanti a sé e può riprendere da zero tutto il ciclo dell'evoluzione) ma la sopravvivenza fisica dell'umanità.

    Questa devastazione dell'ambiente è il risultato del mito liberal-egualitario (una volta anche di quello sovietico) di uno sviluppo industriale universale e di una economia dissipatrice di energia estesa a tutti. Fidel Castro, una volta tanto ben ispirato, nel discorso tenuto alla OMS di Ginevra il 14 maggio 1997 dichiarava:

    «Il clima sta cambiando, i mari e l’atmosfera si riscaldano, l’aria e le acque sono inquinate, aumenta l'erosione dei suoli e i deserti avanzano. Chi salverà la nostra specie? Le leggi cieche e incontrollabili del mercato? La mondializzazione neo-liberale? Un economia che cresce su se stessa e come un cancro divora l'uomo e distrugge la natura? No. Questa non può essere la strada, o meglio potrà esserlo solo per un periodo molto breve della Storia». Non si potrebbe essere più chiari ...

    Fidel Castro pronunciando queste parole profetiche aveva certo in mente l'irresponsabile arroganza con cui gli Stati Uniti hanno rifiutato di ridurre (alle conferenze sull'ambiente di Rio de Janeiro e di Tokyo) le loro emissioni di biossido di carbonio. Ma questo "marxista paradossale" pensava anche all'adesione di tutti i popoli al modello del profitto mercantile puro e a breve termine che spinge a inquinare, a deforestare, a devastare le riserve ittiche oceaniche, a saccheggiare le risorse fossili o vegetali senza alcuna pianificazione globale. Fidel Castro si e richiamato, senza saperlo, non al marxismo, devastatore quanto il capitalismo, ma all’antica saggezza giustizialista platonica.

    8 - Va aggiunto che il "fondale" di queste sette linee di frattura convergenti è saturato da fattori aggravanti che sono in grado di accelerare il processo.

    Eccone alcuni: la fragilità dei sistemi tecno-economici provocata dall'informatica (il famoso bug dell'anno 2000); la proliferazione nucleare in Paesi asiatici (Cina, India, Pakistan, Iraq, Iran, Israele, Corea, Giappone ecc.) in forte contrasto con propri vicini e che possono avere reazioni imprevedibili; l'indebolimento degli Stati di fronte al potere delle mafie che controllano e allargano il commercio delle droghe (da quelle naturali a, in misura crescente, quelle di sintesi) ma penetrano anche in nuovi settori economici, dalle industrie belliche all'immobiliare passando per l'agro-alimentare. Queste mafie planetarie, secondo un recente rapporto dell'ONU dispongono di mezzi che sono superiori a quelli delle organizzazioni internazionali di repressione. Non dimentichiamo il riapparire di malattie virali e microbiche arcaiche, che va sgretolando il mito dell'immunità sanitaria, l'AIDS è stata la prima breccia. Siamo minacciati soprattutto a causa dell'indebolimento mutageno degli antibiotici, dagli spostamenti massicci di popolazione e dal ritorno di un disordine sanitario mondiale: di recente in Madagascar non si è riusciti a curare quattordici casi di peste polmonare.

    Ci sono allora tutti i motivi per ritenere che la modernità vada a schiantarsi contro un muro e che la catastrofe planetaria sia inevitabile? Forse no. Ma forse ...

    L'essenza della Storia, il suo motore, non è il carburante della catastrofe? In questo caso però, per la prima volta, la catastrofe rischia di essere globale in un mondo globalizzato. Robert Ardrey, brillante etologo e drammaturgo americano, già nel 1973 profetizzava: «Il mondo moderno è simile a un treno carico di munizioni che corre nella nebbia in una notte senza luna con i fari spenti».

    ***

    Queste catastrofi annunciate sono la diretta conseguenza della incorreggibile fiducia nei miracoli propria della modernità: pensiamo al mito secondo cui un elevato livello di vita sarebbe possibile per tutti su scala planetaria o alla generalizzadi sistemi economici con forte consumo energetico. Il paradigma dell'egualitarismo materialista dominante, una "democratica" società dei consumi per dieci miliardi di uomini nel XXI secolo, che non provochi il saccheggio indiscriminato dell'ambiente, è una utopia insensata. Questa fede assurda si scontra con dei limiti fisici. Pertanto la civiltà che essa ha prodotto non potrà durare ancora a lungo. Paradosso del materialismo egualitario: è idealista e materialmente irrealizzabile, per ragioni sociali, in quanto destruttura ogni società, e soprattutto ecologiche, il pianeta non può fisicamente sopportare lo sviluppo di economie ad alto consumo energetico accessibili a tutti. I "progressi della scienza" sono mancati all'appuntamento. Questo però non significa il rifiuto della tecno-scienza, ma il suo ricentramento in una prospettiva inegualitaria, come vedremo più avanti...

    Non si tratta più quindi di sapere se la civiltà mondiale edificata dalla modernità egualitaria sta per crollare, ma quando ciò avverrà. Viviamo una situazione d'emergenza (1'Ernstfall di cui parlava Carl Schmitt spiegando che l'egualitarismo liberale non aveva mai compreso e fatto proprio questo concetto fondamentale, perchè pensa il mondo secondo una logica provvidenziale e miracolosa, dominata dalla linea ascendente del progresso-sviluppo). La modernità e l'egualitarismo si sono sempre rifiutati di credere che poteva giungere anche per loro la fine, non hanno mai riconosciuto i propri errori, fingendo di ignorare che tutte le civiltà erano, e sono, mortali. Per la prima volta esiste una certezza: l'ordine globale della civiltà minaccia di crollare perché è fondato su un paradossale e bastardo materialismo idealista. Ci vuole una nuova visione del mondo per la civiltà del dopo-catastrofe.





    4 - Il contenuto: 1'Archeofuturismo.





    Probabilmente solo dopo la catastrofe che distruggerà la modernità, la sua epopea e le sua ideologia planetarie, una visione del mondo alternativa si imporrà per necessità. Nessuno avrà la preveggenza e il coraggio di tradurla in pratica prima che il caos faccia irruzione. Spetta quindi a noi che viviamo nell'interregnum, secondo la formula di Giorgio Locchi, preparare fin da ora la concezione-del-mondo del dopo-catastrofe. Essa potrebbe essere centrata sull'archeofuturismo, ma questo concetto va riempito di contenuti.





    1) Essenza dell arcaismo

    Bisogna ridare alla parola "arcaico" il suo vero senso che è positivo come rivela il significato del sostantivo greco archè che indica, a un tempo, "fondamento" e "inizio", in altri termini "impulso fondatore", ma ha anche il senso di "ciò che è creatore e immutabile" e si riferisce alla nozione centrale di "ordine". Attenzione "arcaico" non e "passatista", perché il passato storico ha prodotto la modernità egualitaria che sta andando in rovina e quindi ogni regressione storica sarebbe assurda. E’ la modernità che appartiene già a un passato ormai chiuso. L'arcaismo è un tradizionalismo? Si e no. Il tradizionalismo preconizza la trasmissione dei valori e combatte giustamente le dottrine che vogliono fare "tabula rasa". Ma tutto dipende da quali tradizioni si vogliono trasmettere, non sono accettabili quelle delle ideologie universaliste e egualitarie oppure quelle sclerotizzate, museografiche, smobilitanti. E’ opportuno distinguere le tradizioni (i valori trasmessi) positive da quelle nocive. La nostra corrente di pensiero è sempre stata lacerata e indebolita da una separazione artificiosa che opponeva i "tradizionalisti" a coloro che erano "rivolti all'avvenire". L'archeofuturismo può riconciliare queste due famiglie con un superamento dialettico. Le poste in gioco che agitano il mondo e minacciano la distruzione della modernità egualitaria sono già di ordine arcaico: la sfida religiosa dell'Islam; le battaglie geopolitiche e talassocratiche per le risorse rare, agricole, petrolifere, ittiche; il conflitto Nord-Sud e l'immigrazione di popolamento verso l'emisfero settentrionale; l'inquinamento del pianeta e lo scontro fisico tra l'ideologia dello sviluppo e la realtà.

    Tutte queste sfide ci riportano a problematiche millenarie e gettano, nel dimenticatoio le discussioni politiche quasi teologiche del XIX e XX secolo che erano discorsi sul sesso degli angeli.

    Il ritorno delle "questioni arcaiche", quindi fondamentali, lascia sconcertati gli intellettuali "moderni" che dissertano sul diritto a sposarsi degli omosessuali e altre amenità del genere. E’ propria della modernità agonizzante la propensione all'insignificanza e alla commemorazione. La modernità è passatista, mentre l’arcaismo è futurista.

    D'altronde, come presentiva il filosofo Raymond Ruyer, detestato dall'intelligencjia della "rive gauche", nelle sue opere-chiave Les nuisances idéologiques e Les cents prochains siècles, quando si chiuderà la parentesi del XIX e XX secolo, e le allucinazioni dell'egualitarismo si saranno dissolte nella catastrofe, l'umanità tornerà ai valori arcaici, cioè semplicemente biologici e umani (antropologici): separazione sessuale dei ruoli, trasmissione delle tradizioni etniche e popolari, spiritualità e organizzazione sacerdotale, gerarchie sociali visibili e strutturanti, culto degli antenati, riti e prove iniziatiche, ricostruzione delle comunità organiche dalla sfera familiare al popolo, deindividualizzazione del matrimonio (le unioni devono coinvolgere la comunità non solo gli sposi), fine della confusione tra erotismo e coniugalità, prestigio della casta guerriera; diseguaglianza degli statuti sociali, non implicita, perché iniqua e frustrante, come accade oggi nelle utopie egualitarie, ma esplicita e ideologicamente legittimata; proporzionalità dei doveri ai diritti, quindi una giustizia rigorosa che responsabilizza gli uomini; definizione del popolo - e di ogni gruppo o corpo costituito - come comunità diacronica di destino e non come massa sincronica di atomi individuali.

    In breve i secoli futuri, nel grande movimento di oscillazione della storia che Nietzsche chiamava "l’eterno ritorno dell'identico" vedranno, in un modo o nell'altro, il ritorno a questi valori arcaici. Il problema per noi Europei è di non subire, per la nostra pavidità, la loro imposizione da parte dell'Islam - come sta avvenendo in modo surrettizio - ma di saperli imporre a noi stessi attingendo alla nostra memoria storica.

    Di recente un grande patron della stampa francese, di cui non posso fare il nome, noto per le sue simpatie social-liberali mi faceva in sostanza questa osservazione disincantata: «I valori dell’economia di mercato sono perdenti a lungo termine rispetto a quelli dell'Islam, perché si basano esclusivamente sulla redditività economica individuale, ciò è disumano ed effimero». Tocca a noi fare in modo che non sia l'Islam ad imporci l'inevitabile ritorno alla realtà.

    È evidente che l'ideologia oggi egemonica - ma non per molto ancora - considera diabolici questi valori, cosi come un pazzo paranoico vede nello psichiatra che lo cura i tratti del demonio. In realtà sono valori di giustizia. In conformità alla natura umana da sempre, questi valori respingono l’errore dell’emancipazione dell'individuo, compiuto dalla filosofia illuminista, che conduce al suo isolamento e alla barbarie sociale. Questi valori arcaici sono giusti nel senso degli antichi Greci, perché considerano l'uomo per quello che è, un zòon politikòn ("animale sociale e organico inserito nella città comunitaria") e non per ciò che non è, un atomo asessuato e solitario, munito di pseudo-"diritti" universali e imprescrittibili.

    In concreto questi valori anti-individualisti consentono la realizzazione di sé, la solidarietà attiva, la pace sociale, là dove l'individualismo pseudo-emancipatore delle dottrine egualitarie crea la legge della giungla.





    2) Essenza del futurismo

    Una costante della mentalità europea è il rifiuto dell'immutabile, il carattere faustiano, tentatore (nei due sensi del termine "che fa dei tentativi" e "che fa subire delle tentazioni"), sperimentatore di nuove forme di civiltà. Il fondo culturale europeo che l'America ha ereditato, è avventuroso e soprattutto volontarista. Mira a trasformare il mondo con la creazione di Imperi o con la tecno-scienza e attraverso grandi progetti che sono la rappresentazione anticipata di un futuro costruito. Il "futuro", non il ciclo storico ripetitivo, è al centro della visione europea del mondo. Parafrasando Heidegger la Storia e un sentiero che serpeggia nella foresta (Holzweg) , o meglio il corso di un fiume lungo il quale bisogna affrontare sempre nuovi pericoli e fare nuove scoperte. Peraltro in questa visione futurista, le invenzioni della tecno-scienza, o i progetti politici o geopolitici, pensati come altrettante sfide, sono considerati non solo dal punto di vista utilitario, ma anche estetico. L'aviazione, i vettori spaziali, i sottomarini, l'industria nucleare sono nati da fantasticherie razionalizzate in cui lo spirito scientifico ha realizzato il progetto dello spirito estetico.

    L'anima europea è segnata da una appetenza per il futuro, segno di giovanilità. In breve è istoriale e imaginifica (immagina continuamente la storia futura secondo un progetto). Anche nell'arte la civiltà europea è stata la sola a conoscere un costante rinnovamento delle forme, proscrivendo ogni ripetizione ciclica dei modelli. Lo spirito dell'opera resta immutabile (polo arcaico), ma la forma deve cambiare continuamente (polo futurista). L'anima europea è posta sotto il segno della creazione e dell'invenzione permanente, cioè la poiesis greca, pur sapendo che l'asse direzionale, i valori devono rimanere conformi alla tradizione.

    L'essenza del futurismo è architettare l’avvenire (non fare "tabula rasa del passato"); pensare la civiltà - nel caso europea - come un'opera in movimento, secondo la concezione musicale di Wagner; considerare la politica non solo come la restrittiva "designazione del nemico" di Carl Schmitt, ma come designazione dell’amico (chi appartiene alla comunità del popolo?) e soprattutcome trasformazione del popolo nel futuro, mossi sempre dall'ambizione, dallo spirito di indipendenza, dalla creatività e dalla volontà di potenza ...

    Tuttavia questa forza dinamica, questa proiezione nel futuro, urta contro molti ostacoli. Il primo è la modernità egualitaria con la sua morale, che colpevolizza la forza, e il suo fatalismo storico. Il secondo ostacolo, o meglio pericolo, in campo sociale è rappresentato da un futurismo deviato che può provocare aberrazioni utopiche, per il semplice gusto del "cambiamento per il cambiamento". In terzo luogo la mentalità futurista lasciata a se stessa - soprattutto nell'ambito della tecno-scienza - può rivelarsi suicida, in particolare per quanto riguarda le ricadute sull'ambiente, dato il rischio di deificare la tecnica che può "risolvere tutto".

    Perciò il futurismo deve essere temperato dall'arcaismo o per usare una formula azzardata: l’arcaismo deve epurare il futurismo.

    Inoltre mentalità futurista ha incontrato delle "barriere": limitazione delle imprese spaziali per i costi troppo elevati, banalizzazione e perdita di senso della tecno-scienza, disincanto verso tutti suoi valori positivi e "poietici" di mobilitazione, spoetizzazione e de-estetizzazione mercantilista generalizzata ecc.

    Ne deriva che il futurismo può ridiventare propulsivo soltanto se si lancia su nuove piste. Il mondo neo-arcaico che si sta profilando è l'unico che può disincagliare lo spirito futurista dalle impasse della modernità





    3) La sintesi archeofuturista come alleanza filosofica apollineo-dionisiaca

    Il futurismo e l'arcaismo sono entrambi embricazioni di principi apollinei e dionisiaci, che furono sempre apparentemente opposti, mentre in realtà sono complementari. Il polo futurista è apollineo per il suo progetto sovrano e razionale di modellare il mondo ed è dionisiaco per la sua mobilitazione estetica e romantica dell'energia pura. L'arcaismo è tellurico perché si richiama alle forze senza tempo e alla fedeltà dell'archè, ma è anche apollineo perché si fonda sulla saggezza e la permanenza dell'ordine umano.

    Si tratta, per le società future, di pensare, secondo la logica inclusiva dell'e, non più secondo quella esclusiva dell'o, l'iperscienza e contemporaneamente il ritorno alle soluzioni tradizionali che risalgono alla notte dei tempi. In realtà il futurismo è il più vigoroso degli arcaismi: per semplice realismo, un progetto futurista può realizzarsi solo facendo ricorso all’arcaismo.

    Da qui il paradosso che 1'archeofuturismo respinge ogni idea di progresso, perché tutto ciò che attiene alla concezione del mondo di un popolo deve fondarsi su basi immutabili (pur variando le forme e le espressioni), perché negli ultimi 50.000 anni l'homo sapiens è cambiato ben poco e i modelli arcaici e premoderni di organizzazione sociale hanno dimostrato la loro validità. Bisogna sostituire alla falsa idea di progresso quella di movimento.

    Esiste una stupefacente compatibilità tra i valori arcaici e le rivoluzioni che consente la tecno-scienza. La mentalità egualitaria e umanitarista moderna non permette di gestire le possibilità esplosive dell'ingegneria genetica o quelle delle nuove armi (in progettazione) elettromagnetiche. L'incompatibilità tra l'ideologia egualitaria moderna e il futurismo si rivela ad esempio nell'inconcepibile limitazione dell'industria nucleare civile in Occidente voluta da una opinione pubblica manipolata, o negli ostacoli pseudo-etici posti alla tecniche transgeniche, alla creazione di "manipolati" umani o all'eugenismo positivo.

    Il futurismo sarà tanto più radicale quanto più ridiventerà arcaico e l'arcaismo sarà tanto più radicale quanto più diventerà futurista.

    Beninteso l'archeofuturismo si basa sul concetto nietzscheano di Umwertung, il rovesciamento radicale dei valori moderni, e su una concezione sferica della storia. La modernità egualitaria che poggia sulla fede nel progresso e nello sviluppo illimitato ha adottato, laicizzandola, una visione lineare, ascendente, escatologica e soteriologica della Storia, che risale al tempo delle religioni della salvezza, condivisa dai socialismi e dal democraticismo liberale. Le società tradizionali (soprattutto non europee) hanno sviluppato una visione ciclica, ripetitiva e quindi fatalista della Storia. La visione nietzscheana e poi locchiana della Storia, che Locchi chiamava sferica, è diversa sia dalla concezione lineare del progresso, che da quella ciclica.

    Immaginiamo una sfera, una palla di biliardo che si muove in modo disordinato su un piano, oppure mossa dalla volontà (necessariamente imperfetta) del giocatore: fatalmente dopo molte rotazioni, lo stesso punto della palla entrerà in contatto con il tappeto. È l’"eterno ritorno dell'identico", ma non dello "stesso". Perché la sfera non è immobile e anche se quello "stesso" punto è tangente al tappeto, la posizione non è più la stessa. È il ritorno di una situazione "paragonabile", ma in un luogo diverso. La stessa immagine vale per il succedersi delle stagioni e per la visione storica dell'archeofuturismo: il ritorno dei valori arcaici va inteso come un ritorno ciclico al passato (un passato che è fallito perché ci ha dato la catastrofica modernità), ma come un riemergere di configurazioni sociali arcaiche in un nuovo contesto. In altri termini l'applicazione di soluzioni antichissime a problemi del tutto nuovi, o il riapparire di un ordine dimenticato, ma trasfigurato, in un diverso contesto storico.

    Ancora tre precisazioni di natura filosofica. La prima: 1'archeofuturismo si differenzia dal consueto "tradizionalismo" per la sua posizione verso la tecno-scienza che non va demonizzata, perché nella sua essenza non e legata alla modernità egualitaria, anzi, affonda le proprie radici nel patrimonio etno-culturale culturale europeo, in particolare nell'eredità ellenica. Ricordiamo che la Rivoluzione francese "non aveva bisogno di scienziati", tanto è vero che ne ghigliottinò diversi.

    Seconda precisazione: l'archeofuturismo è una visione metamorfica del mondo. Proiettati nel futuro i valori dell'archè sono riattualizzati e trasfigurati. Il futuro non è quindi la negazione della tradizione e della memoria storica del popolo, ma la loro metamorfosi e dunque alla fine le rafforza e le rigenera. Se vogliamo usare una metafora: cosa vi è di paragonabile tra un sottomarino nucleare d'attacco e una triremi ateniese? Nulla e tutto: il primo è la metamorfosi della seconda, ma entrambi, in epoche diverse, servono esattamente allo stesso scopo e rispondono agli stessi valori, anche estetici.

    Terza precisazione: 1'archeofuturismo è un pensiero d’ordine, parola che turba i cervelli moderni dominati dalla fallace etica individualista dell'emancipazione e dell'anti-disciplina che ha prodotto la truffa dell’”arte contemporanea”, gli sconquassi del sistema educativo e di quello economico-sociale.

    Secondo la visione platonica espressa ne La Repubblica l'ordine non è ingiustizia. Ogni pensiero d'ordine è rivoluzionario e ogni rivoluzione è un ritorno all'autenticità dell'ordine.





    4) Le applicazioni concrete dell archeofuturismo

    Un concetto che non sa proporre degli esempi non è efficace. Il marxismo ha fallito, in parte perché Marx e Engels, invischiati nella "filosofia del no" e nell'ipercriticismo, non hanno saputo fornire descrizioni concrete, sia pure in modo sommario, della loro "società comunista". Risultato: se la critica del capitalismo era talvolta pertinente, l'attuazione del paradigma comunista si è compiuta nell'improvvisazione, sotto il bastone di autocrati e tiranni. Il comunismo è crollato perché, quantunque fosse un pensiero radicale verso l'ordine borghese, è rimasto una logica astratta del risentimento che ha cercato di realizzarsi tramite dogmi politici frettolosamente schematizzati.

    Oggi si tratta di aprire nuove piste





    La risposta allo scontro Nord-Sud che si va preparando e all’ascesa dell'Islam.

    In questo processo di arcaizzazione del mondo iniziato negli anni ‘80, la geopolitica moderna viene sconvolta: l'Islam riprende la sua marcia conquistatrice interrotta alcuni secoli fa dal colonialismo europeo; grandi movimenti di migrazioni colonizzatrici si riversano sull'emisfero settentrionale come contraccolpo del colonialismo dell'invecchiamento demografico del Nord; tutta la problematica del XIX e XX secolo che opponeva da una parte l'Europa all'America del Nord, e, nel continente euroasiatico gli "occidentali" (di cui non sempre fecero parte i Tedeschi) agli Slavi, sta per tramontare. La tensione - e domani lo scontro - e ormai tra Nord e Sud. Dobbiamo già adesso misurarci con sfide archeofuturiste.

    È aberrante piegarsi al mito angelico dell`integrazione multirazziale" o del "comunitarismo" etno-pluralista. La mentalità dei musulmani e degli immigrati dal Sud, quella dei giovani figli di immigrati che popolano in masse crescenti e aggressive le conurbazioni europee, ma anche quella dei dirigenti delle emergenti potenze musulmane e estremo-orientali, nascosta sotto una ipocrita vernice di occidentalismo e modernità è rimasta arcaica: primato della forza, legittimità della conquista, etnicismo esacerbato, religiosità aggressiva, tribalismo, machismo, culto del capo e degli ordini gerarchici - anche se camuffata da repubblicanesimo democratico.

    Noi stiamo vivendo, sotto altra forma, il ritorno delle grandi invasioni, ma oggi il fenomeno e molto più grave perché gli "invasori" hanno conservato un formidabile "retroterra", i paesi da cui sono partiti, le madrepatrie con le quali sono sempre solidali e che possono difenderli - aspirando segretamente a farlo, anche con la forza in futuro. Ecco perché parliamo di colonizzazione piuttosto che di invasione.

    Per resistere la moderna mentalità egualitaria è del tutto impotente. Non ci converrebbe allora riadottare quei valori arcaici che ispirano i nostri avversari oggettivi e che sono, pur con notevoli varianti, gli stessi per tutti i popoli, prima e dopo la parentesi della modernità?





    La risposta al declino degli Stati-nazione e alla sfida dell unificazione europea.

    In questa prospettiva è fondamentale prepararsi a un possibile scontro, liquidando il moderno angelismo della concordia universale.

    Si tratta di ripensare la guerra, non più nella sua, forma moderna di guerre nazionali, ma, al pari di quanto avveniva nell'antichità o nel medioevo, come scontri di grandi insiemi etnici o etno-religiosi. Sarebbe interessante riconsiderare, sotto forme future in gestazione, le macro-solidarietà che furono l'Impero romano o la Cristianità europea, e definire con pragmatismo l'idea di Eurosiberia, da Brest allo stretto di Bering, dall'Atlantico al Pacifico, distesa lungo quattordici fusi orari, dove non tramonta mai il sole, il più vasto insieme geopolitico della terra, sul quale i dirigenti russi hanno avviato la riflessione, sia pure, in modo incerto, tra i fumi della vodka. Bisognerebbe anche chiedersi se il nazionalismo francese non sia ormai del tutto superato, se lo Stato-nazione in Europa non sia altrettanto anacronistico quanto lo era nel 1920 il movimento monarchico di Maurras e se invece la costruzione balbettante e a tentoni di uno Stato federale europeo, nonostante gli inconvenienti a breve termine, non sia alla lunga, il solo mezzo, replica metamorfica del modello imperiale romano e germanico, per preservare dalla scomparsa i popoli-fratelli del nostro Grande-Continente.

    Bisogna poi chiedersi se in questo nuovo contesto gli Stati Uniti sono ancora un nemico, cioè una potenza che fa gravare una minaccia mortale, o più semplicemente un avversario e un concorrente economico, politico e culturale? Porsi questo interrogativo significa individuare il problema neo-arcaico della solidarietà globale - fondamentalmente di natura etnica - del Nord di fronte alla minaccia del Sud. Comunque sia il concetto di Occidente scompare lasciando il posto a quello di Mondo del Nord o Settentrione.

    Come durante il Medioevo e l'Antichità, il futuro impone di pensare la Terra organizzata in grandi insiemi quasi imperiali, con rapporti di conflitto-cooperazione. L'avvenire non appartiene forse a una Europa neo-federale fondata su regioni autonome, versione attuale dell'organizzazione antica e medioevale del continente? Questo perché semplicemente un'Europa tecno-bruxellese allargata, composta da una ventina di nazioni indecise, divise, di grandezze molto diverse, sarebbe un magma apolitico sottoposto agli Stati Uniti e alla NATO, aperto alla colonizzazione migratoria e alla concorrenza selvaggia dei nuovi paesi industriali. Dopo l'euro, il ritorno a una moneta continentale per la prima volta dalla fine del mondo antico, è possibile progettare gli Stati Uniti d’Europa, grande potenza federale, disposta ad allearsi con la Russia.





    La risposta alla crisi della democrazia.

    Peter Mandelson, artefice del New Labour britannico di Tony Blair e Wolfgang Schauble, cristiano-democratico concorrente di Kohl, ebbero degli incontri nell'aprile 1998 sul "futuro della democrazia", che furono riportati dal quotidiano londinese The Guardian. Schauble ne rimase stordito e non sempre fu d'accordo con il brillante teorico politico britannico "di sinistra".

    Citazioni di Mandelson: «Si può ritenere che il regno della democrazia rappresentativa pura giungerà ben presto alla fine. (...). La democrazia e la legittimità esigono un costante rinnovamento. Hanno bisogno di essere ridefinite a ogni nuova generazione. La rappresentatività trova un complemento nelle forme di impegno più diretto - da Internet ai referendum. Questo richiede un cambiamento di stile della politica per rispondere a questi mutamenti. Le persone non sanno che farsene di un metodo di governo che li infantilizza e non tiene più conto di loro».

    Schauble così commenta, impressionato da tanta audacia populista e "antidemocratica": «Penso che in quanto politici dobbiamo prendere delle decisioni. La posizione del signor Mandelson consiste nel dire: la democrazia rappresentativa è finita. Ciò significa in sostanza che bisogna mettere le cose a portata della gente e che i politici sono troppo pavidi per assumere delle decisioni. Mandelson ha affermato anche che se un giorno l'Europa dovrà funzionare, questo avverrà forzatamente attraverso la cooperazione intergovernativa. Ora, poiché non si riesce ad esercitare una leadership politica, né prendere decisioni forti, questo segnerà la fine dell'integrazione europea».

    Non si può immaginare un attacco più preciso al modello "moderno" di democrazia parlamentare occidentale teorizzato da Rousseau nel Contratto Sociale e ormai divenuto obsoleto. Il pragmatismo anglo-sassone consente non di rado delle aperture ideologiche - anche se concettualizzate male - che vengono impedite dal dottrinarismo francese, dall'idealismo tedesco o dal bizantinismo italiano.

    Mister Mandelson, eminente testa d'uovo del New Labour, è archeofuturista senza saperlo. Perché ci dice che la democrazia parlamentare "moderna", ereditata dai paradigmi del XVIII e XIX secolo, non e più adeguata al mondo futuro. Lentezza e debolezza delle decisioni, regno del compromesso, assenza di un'autorità in grado di imporsi nei "casi di emergenza" sempre più frequenti; crescente distacco tra le vere aspirazioni del popolo e la politica dei governi "democratici"; dittatura delle burocrazie e degli affaristi, paralisi dei parlamenti, carrierismo corrotto degli uomini di partito, sviluppo delle mafie ecc.

    La democrazia moderna non difende gli interessi del popolo, ma quelli di minoranze illegittime. Essa diffida del popolo e getta il discredito sul concetto di "populismo" assimilandolo a quello di dittatura, il che è veramente il colmo. Mandelson lascia intendere anche l'esigenza di restaurare un'autorità politica audace e decisionista, senza pregiudizi ideologici o pseudo-morali, ma appoggiata sulla volontà del popolo, grazie soprattutto «agli strumenti elettronici immediati di voto e di consultazione, prolungamenti di Internet e Intranet, che potrebbero consentire di moltiplicare i referendum».

    Queste piste sono molto interessanti, perché puntano a riformare la democrazia unendo due elementi arcaici e un elemento futurista.

    Il primo elemento arcaico: la potenza decisionista sovrana mobilitata dalla volontà diretta del popolo. Questo ricorda il modello dell'auctoritas della prima repubblica romana, simbolizzata dalla sigla SPQR (Senatus Populusque Romanus), intima associazione dell'aspirazione popolare e dell'autorità costituita che impone i suoi decreti, senza subire la censura dei giudici o di una "legge" superiore alla volontà del popolo. Si può evocare anche il modello ateniese del IV e V sec. a.C. o il funzionamento delle tribù germaniche.

    Secondo elemento arcaico: il riavvicinamento tra le istituzioni politiche e la popolazione. Lo Stato-nazione moderno, concettualizzato inizialmente da Hobbes, ha separato il popolo dalla sovranità con l'illusione di una migliore rappresentazione della volontà generale. Il laburista Mandelson implicitamente propone di ritornare ai principi ateniese, romano e medievale, di una prossimità tra il popolo e i decisori. D'altronde il termine démos ("democrazia" uguale "potere dei démoi") significa letteralmente "quartiere" o "distretto rurale". In questa prospettiva si potrebbe prefigurare un'Europa decentrata, dove i "popoli locali" potrebbero darsi le proprie leggi, secondo il modello imperiale romano o germanico medievale.

    Terzo elemento, questa volta futurista: la possibilità di consultazioni referendarie immediate grazie alla posta elettronica e utilizzando codici criptati individuali. L'establishment politico-mediatico, temendo il popolo, rifiuta questa soluzione perché paventa che siano smascherate le sue manovre. Anche in questo caso l'ideologia egemonica della modernità si batte e censura (come fa in biologia) per limitare le possibilità offerte dalla tecno-scienza. La modernità è reazionaria.

    Ma che cos'è il popolo e che cosa sarà?

    È il laios, la "massa" cara ai marxisti o ai liberali, cioè la "popolazione presente" basata sul diritto del suolo, o 1'ethnos, comunità popolare fondata sulla legge del sangue, della cultura e della memoria? La modernità tende a definire il popolo come laios, massa sradicata di individui provenienti da ogni dove. Ma il futuro che avanza, inesorabile, ridà vita all'etnismo e al tribalismo su scala locale e a livello mondiale. Domani il popolo sarà di nuovo e come sempre, prima della breve parentesi moderna, 1'ethnos cioè una comunità che è a un tempo culturale e biologica. Insisto sull'importanza della parentela biologica per definire un popolo, e soprattutto la famiglia dei popoli europei (e di tutti gli altri), non solo perché l'umanità (contrariamente al mito del melting pot) si definisce sempre di più per "blocchi etno-biologici ", ma perché le caratteristiche ereditarie di un popolo fondano la sua cultura e la sua mentalità.





    La risposta alla disgregazione sociale

    Il delinearsi del tracollo lo si vede nel naufragio dei sistemi educativi che non riescono più a contenere l'analfabetismo e la criminalità nelle scuole, perché dominati dall'illusione dei metodi "non autoritari" di insegnamento; lo si vede nel diffondersi della delinquenza urbana, provocata non solo dall'immigrazione incontrollata, ma dal dogma irrealista della "prevenzione " onnipotente e l'oblio dell'antico principio della repressione, che non è per nulla tirannico quando si basa sul diritto; lo si vede nel crollo demografico causato non solo dalla politica contro la natalità dei governi e il masochismo etnico dell'ideologia dominante, ma anche dall'individualismo edonistico esarcebato che provoca l'esplosione delle pratiche anti-naturali: automaticità dei divorzi - in poco tempo semplici formalità amministrative - ridicolizzazione e ostinato rifiuto, fiscale e sociale, del modello della donna di casa, moltiplicarsi dei concubinaggi effimeri e sterili, esaltazione dell'omosessualità e ben presto delle coppie gay legali che potranno adottare dei bambini ecc. Il crollo demografico, conseguenza dell'antinatalismo, scatenerà un disastro economico in Europa dal 2010, per il deficit crescente dei budget sociali provocati dall'invecchiamento della popolazione.

    Dovunque la modernità che appare trionfante in realtà sta per agonizzare, fallendo nella sua opera di regolazione sociale, perché, come aveva visto Arnold Gehlen, si basa su una visione onirica della natura umana, un'antropologia errata.

    È probabile che il mondo del dopo-caos dovrà riorganizzare il tessuto sociale secondo principi arcaici, cioè in fondo umani.

    Quali sono questi principi? La forza della cellula familiare dotata di un'autorità e di una responsabilità verso la sua progenie; la prevalenza penale del principio di punizione su quello della prevenzione; la subordinazione dei diritti ai doveri; l'inserimento - non l'inquadramento - degli individui nelle strutture comunitarie; la forza delle gerarchie sociali rese nuovamente visibili dalla solennità dei riti sociali (funzione estetico-magica); la riabilitazione del principio aristocratico, cioè delle ricompense attribuite ai migliori e ai più meritevoli (in base al coraggio, al servizio e alla capacità), sapendo che a un surplus di diritti corrisponde un surplus di doveri e che un'aristocrazia non deve mai degenerare in plutocrazia guardandosi dalla deriva ereditaria.

    Si tratta allora di "abolire le libertà"? Paradossalmente è stata proprio la modernità "emancipatrice" ad aver distrutto le libertà concrete proclamando una Libertà astratta. In Europa mentre l'immigrato clandestino non può essere praticamente espulso, le mafie si ramificano e le bande criminali godono di una crescente impunità, i cittadini che rispettano il patto sociale, sono sempre più schedati, sorvegliati, controllati sul piano finanziario, sanzionati, spremuti dal fisco. Di fronte a questo fallimento non sarebbe meglio restaurare concrete istituzioni medievali e antiche come franchigie, patti comunitari locali e di solidarietà organica di vicinato?

    Questi sono i principi generali su cui si baseranno probabilmente le società future sorte dalle macerie della modernità. Per prepararli e applicarli concretamente bisogna fare appello a nuovi ideologi della nostra corrente di pensiero. Alcuni interrogativi scottanti vanno comunque posti fin da ora.

    Eccoli rapidamente. Perché mantenere 1'obbligo scolastico fino a sedici anni e non limitarsi invece a una semplice scolarità primaria dove con disciplina ed efficacia verrebbero insegnate le materie di base? Liberi poi i ragazzi di scegliere la via dell'apprendistato o quella del proseguimento degli studi. In tal modo si uscirebbe dalla sclerosi del sistema attuale, che produce insuccessi, incivismo, ignoranza, semianalfabetismo e disoccupazione. Un ciclo primario ben organizzato e rigoroso formesenz'altro giovani di un livello più elevato di quelli che oggi escono, spesso quasi analfabeti, da un ciclo secondario in sfacelo. Ogni disciplina e liberatrice. Perché mai sarebbe ingiusto un ordinamento scolastico a due velocità, basato su una dura selezione e un sistema di borse di studio che impedisca la plutocrazia e la dittatura del denaro, se esso consente la circolazione delle élite e la meritocrazia?

    Nelle nuove società del futuro sarà finalmente abolito l'attuale aberrante meccanismo egualitario dove "tutti aspirano a diventare ufficiali", oppure quadri o diplomati, quando con ogni evidenza, solo una minoranza ne ha le capacità. Questo modello genera frustrazioni, fallimenti e risentimento diffuso. Le società innervate da tecnologie sempre più sofisticate richiederanno invece il ritorno alle arcaiche norme inegualitarie gerarchiche, dove una minoranza competente e meritocratica viene severamente selezionata per svolgere le funzioni dirigenti. Coloro che svolgeranno funzioni "subalterne", in una società inegualitaria non proveranno un sentimento di frustrazione, la loro dignità non verrà ferita perché essi accetteranno la propria condizione, utile in seno alla comunità organica. Finalmente liberati dall'ybris individuale delle modernità che afferma, in modo implicito e ingannevole, che ognuno può diventare scienziato o principe.

    Un altro esempio riguarda il trattamento riservato a chi delinque. Il futuro ci costringerà a ripensare i moderni inefficaci di prevenzione e di reinserimento, avviando una rivoluzione giuridica che ripristini i metodi arcaici di repressione e di rieducazione forzata. Anche in questo caso bisogna cambiare logica mentale.

    breve, i modelli sociali del futuro, con l'introduzione delle "ipertecnologie" non sono orientati verso un maggior egualitarismo (come credono gli stupidi apologeti della pan-comunicazione grazie a Internet), ma verso arcaici modelli sociali gerarchizzati. D'altronde gli imperativi della concorrenza tecnologica mondiale e della guerra economica per il controllo dei mercati e delle risorse rare, spingono in questa direzione: vinceranno i popoli con i "blocchi elitari" più forti e selezionati e le masse più organicamente integrate.





    La risposta all'incapacità, a livello planetario, di prendere decisioni, all'inadeguatezza del “macchinoso dispositivo” delle Nazioni Unite e al rischio di scontri generalizzati.

    Stati-nazione dell'ONU - dagli Stati Uniti alle Isole Figi - non riescono a gestire questa nave spaziale troppo affollata che è diventata la Terra. Lo si è visto al vertice di Tokyo dove si sono dimostrati incapaci di raggiungere l'intesa su una politica comune per evitare le catastrofi ecologiche che si vanno profilando. Andrebbe quindi prefigurata, a medio termine, un'organizzazione del pianeta articolata in pochi grandi insiemi "neo-imperiali" capaci di decidere e di negoziare. Si tornerebbe così, sia pure sotto forma diversa, all'organizzazione antica del mondo che era basata su tali blocchi.

    Questo lo scenario: un blocco sino-confuciano, un insieme euro-siberiano, un altro arabo-musulmano, uno nord-americano, quello africano nero, quello sudamericano e l'ultimo che comprenderebbe il Pacifico e l'Asia peninsulare.





    La risposta al caos economico ed ecologico.

    Come abbiamo visto il paradigma economico moderno basato sulla credenza nei miracoli troverà ostacoli insuperabili di ordine fisico. L'utopia dello "sviluppo" per dieci miliardi di persone è irrealizzabile ecologicamente.

    Il prevedibile collasso dell'economia-mondo induce a delineare e formulare l'ipotesi di un modello rivoluzionario basato su una economia mondiale autocentrata e inegualitaria, che forse ci sarà imposta dagli eventi, ma che in ogni caso è bene prevedere e organizzare. Questa ipotesi si fonda su tre grandi paradigmi che prevede lo scenario archeofuturista.

    In primis, la maggioranza dell'umanità ritorna a una economia rurale e artigianale pre-tecnica di pura sussistenza, con una struttura demografica neo-medievale. La popolazione africana, come tutte le altre popolazioni dei paesi poveri, sarebbe coinvolta interamente da questa rivoluzione. La vita comunitaria e tribale riaffermerebbe i suoi diritti. La "felicità sociale" sarebbe molto probabilmente superiore a quella oggi esistente negli attuali paesi-giungla come la Nigeria o nelle megalopoli-cloaca, come Calcutta e Città di Messico. Anche in paesi industrializzati - India, Russia, Brasile, Cina, Indonesia, Argentina ecc. - una parte consistente della popolazione potrebbe tornare a vivere seguendo questo modello socio-economico arcaico.

    In secondo luogo, una minoranza dell'umanità continuerebbe a vivere secondo il modello economico tecnico-scientifico basato sull'innovazione permanente, formando una "rete di scambi planetari" che coinvolgerebbe circa un miliardo di persone. Un vantaggio notevole sarebbe la forte riduzione dell'inquinamento. Non si vede d'altronde altra soluzione che consenta di salvare l'ecosistema mondiale poiché è impossibile anche nel prossimo futuro utilizzare su vasta scala fonti energetiche pulite.

    Infine i grandi blocchi economici neo-arcaici sarebbero autocentrati su un piano continentale o pluri-continentale non effettuando praticamente scambi tra loro. Solo la parte tecno-scientifica dell'umanità avrebbe accesso agli scambi planetari.

    Questa economia mondiale a due velocità unisce quindi arcaismo e futurismo. La parte tecno-scientifica dell'umanità non avrebbe alcun diritto di ingerenza nelle comunità neo-medievali maggioritarie e neppure, soprattutto, l'obbligo di "aiutarle". Certo, per uno spirito moderno ed egualitario, questa prospettiva è mostruosa, ma ragionando in termini di benessere collettivo reale - quindi di giustizia - un simile scenario rivoluzionario potrebbe rivelarsi pertinente. D'altra parte, sgravata dal peso economico delle zone "da sviluppare" e "da aiutare", la parte minoritaria dell'umanità, vivrebbe in un sistema economico tecno-scientifico seguendo un ritmo di innovazione molto più rapido di quello attuale. In tal modo il ritorno all’arcaismo avvantaggia il futurismo e viceversa..

    Il mio è un abbozzo, una traccia. Spetterebbe agli economisti proseguire la riflessione.





    La rivoluzione delle biotecnologie.

    Nell'ambito della biologia la necessità dell'archeofuturismo sembra manifestarsi con più evidenza. Le mentalità moderne ed egualitarie, impigliate nella trappola colpevolizzante dell’"etica" dei diritti dell'uomo, non sono in grado di misurarsi con i progressi della biologia, inciampano su ostacoli morali che sono in realtà para-religiosi. Così il modernismo finisce per diventare anti-scientifico. Compromette gli sviluppi dell'ingegneria genetica e di quella transgenica. Paradossalmente solo mentalità neo-arcaiche consentiranno di utilizzare le applicazioni delle tecnologie genetiche oggi costantemente frenate. La mentalità moderna sta vivendo in effetti un grosso impedimento: 1'antropocentrismo e la sacralizzazione egualitaria della vita umana, eredità del cristianesimo laicizzato.

    Consideriamo le numerose applicazioni delle biotecnologie già in corso di realizzazione, essendo ormai superato lo stadio della sperimentazione sugli animali.

    Le tecnologie di eugenismo positivo consentirebbero non solo di guarire le malattie genetiche, ma di migliorare, con mezzi transgenici, le prestazioni ereditarie, secondo criteri stabiliti. Ricordiamo poi l'applicazione - che è imminente - sull'uomo di un procedimento già sperimentato con successo sugli animali: la creazione di ibridi inter-specifici, i "manipolati" o "chimere umane" che avrebbero innumerevoli applicazioni.

    Due ricercatori americani hanno già depositato dei brevetti in questo senso, bloccati dai "comitati di etica" politicamente corretti. Ibridi uomini-animali o esseri viventi semi-artificiali avrebbero tuttavia mille usi, così come i cloni umani decerebrati potrebbero essere utilizzati come banche di organi. Questo eviterebbe l'odioso traffico che coinvolge soprattutto le popolazioni povere dell'America andina.

    Ricordiamo anche l'applicazione all'essere umano di una tecnica già sperimentata sugli ovini in Scozia: la "nascita senza gravidanza", sviluppando l'embrione in un ambiente amniotico artificiale, le "incubatrici".

    Evidentemente i sostenitori delle ideologie moderne considerano satanico il solo accenno a queste tecniche. Tuttavia esse diventano possibili ... È meglio allora censurare brutalmente una scoperta scientifica o riflettere con intelligenza sul suo uso sociale?





    L’etica archeofuturista.

    L'archeofuturismo consentirebbe di liquidare lo spirito malaticcio dell'umanitarismo, un simulacro di etica che erige la "dignità umana" a dogma ridicolo e che è invece una piaga del modernismo egualitario incompatibile con il secolo di ferro e di fuoco che ci attende. Per non parlare dell'ipocrisia di tante anime belle che ieri si dimenticavano di denunciare i crimini comunisti e oggi non hanno nulla da dire sul blocco dell'Iraq o di Cuba da parte della superpotenza americana, sugli esperimenti nucleari indiani, sull'oppressione dei palestinesi, ecc. Questo spirito funziona come un dispositivo di disarmo morale, ponendo divieti paralizzanti, tabù che colpevolizzano e impediscono concretamente alle opinioni pubbliche e ai dirigenti europei di far fronte alla minacce.

    In realtà sotto la copertura dei principi morali viene promossa e attuata una politica goscista che mira alla distruzione del substrato europeo e dell'Europa in quanto tale.

    Per esempio la campagna contro le espulsioni (purtuttavia legali) dei "sans-papiers", cioè immigrati clandestini, condotta a colpi di grancassa dall'intelligencjia e dallo show-business francese mira a rendere impossibile l'espulsione dell'immigrato, in nome dei diritti dell'uomo e del pseudo-principio caritativo della commiserazione. L'ideologia che vi è sottesa, il vero obiettivo strategico, è quello - secondo un disegno neo-trotzkista - di sommergere l'Europa con il surplus demografico dei popoli del Sud.

    Altro dramma: le campagne contro l'industria nucleare che portano allo smantellamento delle centrali svedesi e tedesche e alla rinuncia al nucleare da parte degli europei, salvo la Francia, che ancora resiste, ma per quanto tempo ancora? Eppure tutti sanno che, salvo gli incidenti controllabili, l'energia nucleare è la meno inquinante tra quelle oggi disponibili. Anche in questo caso l'operazione mira a indebolire l’Europa sotto il pretesto dell'umanismo, privandola delle tecnologie energetiche di punta e dell'indipendenza economica e, nello stesso tempo, impedendo la costituzione di un sistema europeo di dissuasione nucleare integrata.

    La leva per questa manipolazione, di cui è vittima la credula borghesia intellettuale e artistica europea, è una sorta di ipertrofia mostruosa e irresponsabile della massima "ama il prossimo tuo come te stesso", un'apologia della debolezza, una svirilizzazione e un'auto-colpevolizzazione patologiche. Siamo in presenza di una sub-cultura dell'emozione facile, un culto del declino attraverso cui si opera una decerebrazione delle opinioni pubbliche europee.

    Ma è proprio il disfattismo ad essere totalmente estraneo alle mentalità arcaiche. Bisognerà recuperare il loro stato d'animo per sopravvivere nel futuro.

    Una certa durezza, una franchezza decisa, il gusto dell'orgoglio e dell'onore, il buon senso, il pragmatismo, il rifiuto di qualsiasi organizzazione sociale che non sia selettiva, un'etica che legittima, quando è necessario, l'uso della forza, e che non arretra, per un umanitarismo dogmatico, di fronte alle audacie della tecnoscienza, l'integrazione delle virtù guerriere, dei principi di urgenza e di scontro inevitabile, una concezione della giustizia per cui sono i doveri a legittimare i diritti e non l'inverso, l'accettazione naturale di una organizzazione inegualitaria e plurale del mondo (anche sul piano economico), l'aspirazione alla potenza collettiva, l'ideale comunitario, queste sono alcune delle virtù della mentalità arcaica. Esse saranno indispensabili nel mondo di domani dominato da confronti di estrema asprezza. Un neo-arcaismo mentale - che non è per nulla barbaro in quanto integra il principio di giustizia pre-umanista e inegualitario - sarà il solo compatibile con il carattere del secolo che avanza.





    L'archeofuturismo e la questione del senso. Quale religione?

    Una delle rare ovvietà pertinenti del nostro tempo, su cui concordano tanto i tradizionalisti quanto i modernisti, è che la civiltà occidentale ha despiritualizzato la vita, distruggendo i valori trascendenti.

    I tentativi falliti delle religioni laiche, il vuoto disincantato creato da una civiltà che fonda la sua legittimità ultima sul valore di scambio e sul culto del denaro, l'auto-affondamento del cristianesimo, hanno creato una situazione che non può durare a lungo. Malraux aveva ragione: il XXI secolo ridiventerà spiritualista e religioso. Si, ma sotto quale forma?

    Già l'Islam si getta nella breccia, candidandosi a riempire il vuoto spirituale dell'Europa. Ma questa ipotesi che potrebbe tradursi in realtà, sarebbe pericolosa. L'Islam per il suo estremo dogmatismo rischierebbe di annientare la creatività e 1'inventività dell'anima europea, il suo spirito faustiano e libero. Rientra d'altronde nei calcoli machiavellici di certi strateghi americani incoraggiare la penetrazione islamica e il suo insediamento in Europa per provocarne la paralisi. Tornano allora in mente le parole del generale De Gaulle: “Non è auspicabile che Colombey-les-deux-Eglises divenga un giorno Colombey-les-detíx-Mosquées”.

    Un'altra risposta alla despiritualizzazione si va lentamente affermando. Da un certo tempo assistiamo alla comparsa di "religioni selvagge", la cui natura di fondo è pagana, il che sembra conforme alla vecchia sensibilità europea: si moltiplicano guru, veggenti, astrologi, sette, gruppi carismatici, ma si diffonde anche un buddismo verniciato di colori californiani. Questa soluzione però condurrebbe all'impasse. Una religione, per avere credibilità e svolgere un ruolo sociale, deve essere organizzata e strutturata e possedere un asse spirituale unificato.

    Quanto alle religioni laiche e politiche di cui la modernità è stata avida - il repubblicanesimo francese, il comunismo sovietico, il maoismo, il castrismo, il nazionalsocialismo, il fascismo, ecc. - esse, oltre ad avere conseguenze generalmente tiranniche, sono inadatte a "rilegare", a mobilitare un popolo sul lungo periodo, fornendogli durevolmente un alimento spirituale e una ragione storica per sopravvivere.

    La risposta archeofuturista potrebbe essere la seguente: un cristianesimo neomedievale, quasi politeista, superstizioso, ritualizzato per le masse, e un agnosticismo pagano, una "religione dei filosofi" per le élite. Le cattedrali sono ancora in piedi. Dobbiamo tollerare che vengano definitivamente trasformate in musei? Fino a quando dovremo vedere l'episcopato e il clero europei svolgere un ruolo centrale nel masochismo etnico, incoraggiando l'immigrazione clandestina e trasformando i riti religiosi in litanie parapolitiche?

    Comunque sia ciò che oggi appare come pura fantasia può, anche in questo campo, diventare in futuro una realtà. Perché le catastrofi che ci attendono sono in grado di provocare un terremoto mentale collettivo.

    ***

    Bisogna riconciliare Evola e Marinetti. Il nuovo concetto di archeofuturismo attinge dal pensiero organico, unificante e radicale di Friedrich Nietzsche e di Martin Heidegger: pensare insieme la tecno-scienza e la comunità immemorabile della società tradizionale. Mai l'una senza l'altra. Pensare, come presentivano anche Raymond Abellio e Jean Parvulesco, l'uomo europeo a un tempo come il deinotatos ("il più audace"), il futurista, e l'essere di lunga memoria.il futuro chiede il ritorno dei valori ancestrali, e questo per tutta la Terra.

    Globalmente il futuro chiede il ritorno dei valori ancestrali, e questo per tutta la Terra.

  4. #4
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    III

    Affermazioni ideologicamente dissidenti





    Politicamente corretto o politicamente chic?





    Il "politicamente corretto" non si basa su sentimenti etici sinceri, né sulla paura fisica di una repressione, ma e un riflesso di snobismo intellettuale e di pavidità sociale. Si tratta in realtà di un politicamente chic. Giornalisti e "pensatori" del sistema vigente riproducono in modo "morbido" e borghese il meccanismo di sottomissione dell'epoca staliniana. Esprimendo idee fuori dal sistema il rischio oggi non è quello di finire in un gulag, ma di non essere invitati nel ristorante alla moda, vedersi esclusi dagli ambienti che contano e dai media, non piacere più alle belle ragazze ecc. Questa disavventura è capitata a Jean Baudrillard. Essere politicamente corretto non è una questione ideologica ma di inserimento sociale.





    L’astuzia del politicamente corretto





    Il politicamente corretto funziona sul "simulacro del rovesciamento" che è una astuzia straordinaria: si denuncia il "politicamente corretto", il "pensiero unico" ma in realtà si è assolutamente "corretti", si finge di essere politicamente scorretto - come Jean-François Kahn - mentre si aderisce totalmente all'ideologia egemonica. E si denuncia il politicamente corretto! Ogni pensiero ribelle viene così neutralizzato da simulacri di ribellione. Bisogna stanare i "politicamente corretti" che si nascondono sotto la maschera degli scorretti, da Benamou a Bourdieu, senza dimenticare tutta la redazione di Charlie Hebdo.





    Dalla censura alla distrazione





    Il sistema che usa la censura brutale solo in alcuni settori molto limitati, si serve generalmente del dispositivo della distrazione, focalizzando continuamente la nostra attenzione su questioni minori. Non è solo il classico abbrutimento della popolazione attraverso l'apparato mass-mediatico, sempre più sofisticato, della società dello spettacolo, un vero "prozac audiovisivo", ma un'operazione di occultamento dei problemi politici essenziali (immigrazione, inquinamento, politica dei trasporti, invecchiamento demografico, crisi finanziaria dei budget sociali prevista per il aoio, ecc.) suscitando in continuazione discussioni superficiali su temi secondari: unioni omosessuali, PACS (Patto sociale di solidarietà), parità dei sessi nelle liste elettorali, doping sportivo, depenalizzazione del consumo di cannabis ecc. Tutto il campo della comunicazione mass-mediatica viene così occupato da problemi insignificanti impedendo di affrontare le vere questioni urgenti e cruciali, ciò torna comodo evidentemente a una classe politica solo preoccupata per carrierismo, di "non agitare le acque" e seguace del principio "dopo di me il diluvio". Mentre Costantinopoli è assediata, si discute sul sesso degli angeli.





    La "concertazione" e il "negoziato", piaghe della democrazia moderna





    La classe politica dei "moderati" ha inventato un concetto temibile: la concertazione, considerata una "modernizzazione della democrazia", mentre in realtà è un segno della degenerazione e del suicidio della democrazia liberale occidentale. La concertazione serve da pretesto all'inazione, paralizza ogni decisione, ridotta a compromesso bastardo e minimalista, perché deve essere preceduta da un accordo globale dei gruppi di pressione e dei sindacati minoritari. In questi tempi di emergenza è funesta. Attraverso la concertazione si vuole nascondere la paura di agire, il timore dei rischi e delle responsabilità: non inimicarsi la corporazione mediatica, non scioccare le minoranze attive del politicamente corretto, non suscitare l'ira dei sindacati aggrappati ai loro privilegi. E soprattutto: niente conflitti, niente problemi: non dover affrontare i camionisti, i "giovani", gli insegnanti ecc.: la parola d'ordine è: "non agitare le acque!". Al diavolo l'interesse generale. Lottare contro il fuoco è faticoso e ci si può anche bruciare le dita.

    La concertazione significa il naufragio dello Stato democratico di diritto, perché i governanti rinunciano al loro programma ratificato dalla maggioranza dei cittadini per mercanteggiare con istituzioni non rappresentative. La vera "concertazione" è stata lo scrutinio popolare. Il primato della concertazione produce lo statu quo, il conservatorismo, il lasciar fare, l'arretramento del politico.

    Il versante morbido della concertazione è il negoziato. Quando una decisione politica legale e legittima sciocca o lede una infima minoranza attiva appoggiata dai media, si cede, svuotandola della sua sostanza, per paura, pigrizia, vigliaccheria o scoraggiamento. Ecco allora prevalere l'eccezione e il privilegio in un quadro generale connotato da indecisione e incapacità.

    Alcuni esempi: gli immigrati clandestini non si possono più espellere, diventa impossibile qualsiasi riforma dell'Educazione nazionale ormai sclerotizzata; fallisce ogni piano per risanare la Sicurezza sociale; diventa inattuabile una politica razionale dei trasporti ecc.

    Campionessa in questa materia è la destra parlamentare: essa non ha mai potuto accettare il fatto che la politica è una battaglia in cui è indispensabile e inevitabile dispiacere a una parte dell'elettorato, affrontare le corporazioni, subire le reprimende morali della sinistra. I governi di destra sono sempre stati morbidi. Hanno paura dello scontro, non osano mettere in pratica le idee e i programmi grazie ai quali sono giunti al potere, non si sentono essi stessi legittimati. Un governo di destra preferisce non scontentare coloro che gli hanno votato contro, piuttosto che soddisfare i suoi elettori. Compiacere la sinistra è una delizia per la destra: come quei deputati RPR che non stavano più nella pelle quando la sinistra li applaudiva dando la patente di modernità e di etica repubblicana, avendo dichiarato che avrebbero votato - in contrasto con il loro partito - a favore del PACS!

    La coppia "concertazione-negoziato", sotto un pretesto morale e democratico, traduce nei fatti un vergognoso cedimento della democrazia e dello Stato di Diritto. I sistemi politici occidentali rifiutando, il principio d'autorità e il decisionismo legittimo, si condannano al fallimento e quindi alla distruzione. Forse stanno preparando il ritorno degli autocrati.





    Creare "territori ideologicamente liberati" dando un senso





    Per uscire dalla gabbia ideologica in cui ci ha chiuso il sistema è importante creare dei territori ideologicamente liberati. Il sistema egemonico si sente troppo sicuro di sé e dimostra la sua inefficienza e goffaggine quando vuole esercitare delle censure. Questa è un'occasione che va colta al volo da una corrente di pensiero radicale, soprattutto rivolgendosi ai giovani.

    La grande debolezza del sistema è di ritenere le persone stupide per cui cerca di narcotizzarle o imbonirle con mezzi troppo rozzi, ciò finisce per annoiare e diventare inefficace. Per contenere le "idee pericolose" la soluzione è stata quella di disinnescare ogni idea, qualunque essa sia. E soprattutto sterilizzare il pensiero e la riflessione. Nei media o nelle relazioni sociali, tutto ciò che è abituale, banale, prevedibile, anodino, futile, senza impegno, oppure "morale", "positivo", "simpatico" e anche politicamente corretto. La straordinaria mediatizzazione dello sport fa parte di tale dispositivo. Ma questo vuoto ideologico abissale, l'assenza di valori che non siano quelli triti e ritriti di un umanitarismo ipocrita, la totale assenza di serietà nel chiacchiericcio mediatico, la superficialità di una "cultura zapping", la stucchevole ripetizione di cose prive di contenuto, di prospettive e di profondità, producono alla fine una carenza insostenibile.

    Il futuro e il potere appartengono a coloro che hanno delle cose da dire e dei veri problemi da porre. Semplicemente perché sono più interessanti, come i romanzieri che narrano storie vere e non favole soporifere, perché mettono il dito nella piaga, là dove fa male, perché rispondono ai "veri problemi che si pongono le persone" secondo la formula di Margaret Thatcher. In questa breccia deve farsi largo qualunque progetto radicale in quest'epoca di conservatorismo assoluto. La gioventù aspetta che le si dia del senso da mettere sotto i denti.





    Società dello spettacolo e società del gioco





    La società dello spettacolo, denunciata nel 1967 da Guy Débord come una società dell'alienazione, basata non più soltanto sullo sfruttamento economico, ma anche sulla esibizione permanente di immagini e di oggetti, e sulla moltiplicazione di esperienze simulate dall'industria dello svago, è diventata molto più sofisticata. Non solo per l'esplosione della sfera audiovisiva e di Internet, ma perché al fine di catturare meglio gli spiriti, si è concentrata sullo spettacolo del Gioco. Il gioco - simulacro della guerra - è, dalla notte dei tempi, un comportamento a forte scarica psicologica che affascina e consente al "padrone del Gioco" di controllare sia gli attori che gli spettatori. I giochi del circo a Roma erano uno strumento politico che serviva ad allentare le tensioni. Oggi assistiamo a una crescente influenza del gioco: sport-spettacolo con miliardi di telespettatori, esplosione dei videogiochi, dei giochi televisivi e tra breve dei giochi virtuali, colmo dei simulacri, moltiplicazione dei prodotti offerti dalla "Française des Jeux" e dai "parchi di divertimento" ecc. Ma il gioco è per eccellenza la sfera del vuoto. Nel gioco non c'è una posta, a fortiori per chi ne è spettatore, intrappolato da una pseudo-mobilitazione della sua ybris.

    Una pacchia per il sistema: "pagate e giocate; pagate e guardate giocare". Non a caso gli Stati occidentali incoraggiano questa società del gioco, così come faceva l'antica Roma al tramonto, ma con una ben maggiore forza d'impatto grazie all'audiovisivo e all'informatica. I giochi su CD-rom così diffusi tra i giovani e i giovanissimi distolgono da attività pericolose come leggere e pensare, il gioco elimina quei virus intollerabili che si chiamano idee.

    Questa strategia del sistema sembra però destinata tra non molto al fallimento. È quella del Grande Fratello di Orwell in 1984 o del film Farenheit 451, sia pure in versione soft. Una società non può reggere a lungo senza una legittimazione positiva. Distogliere l'attenzione dai suoi fallimenti infantilizzando, "va' a giocare e lascia tranquillo papà", è una strategia povera e demoralizzante che funziona per breve tempo. Priva di veri discorsi e di risultati concreti, incapace di risolvere i problemi sempre più gravi, senza obiettivi mobilitanti, l'ideologia egemonica non potrà resistere alla distanza, costruendo sul vuoto e la negatività, sulla cultura dell'insignificante, dell'entertainment industry, dello svago, della distrazione permanente.





    Lo stravolgimento dello sport





    Gli "dei dello stadio" della mitologia prebellica sono morti. Su scala mondiale lo sport non solo è diventato un'industria (il fatturato della Fifa e superiore al budget della Francia), un luogo generalizzato di corruzione, di doping, di ingaggi e stipendi astronomici, ma è una parte essenziale dello show-business, per questa ragione, in quanto nuovo oppio dei popoli in un Occidente senza religione, contribuisce pienamente all'impresa generale di decerebrazione.

    Lo spettacolo sportivo infantilizza le coscienze, occulta i problemi sociali e i fallimenti della politica. Il successo della Francia nell'ultima Coppa del mondo di calcio ne è un esempio clamoroso. È stata presentata come la "vittoria della multirazzialità e di una integrazione riuscita", e il "simbolo di una Francia che finalmente vince". Simulacro, menzogna e dissimulazione.

    Far giocare insieme undici atleti di origini etniche diverse, pagati milioni di franchi, è un "caso limite" che non dimostra nessuna "integrazione" nella popolazione, l'integrazione nella squadra non indica affatto l'integrazione etnica di una "Francia plurale", tutt'altro, cela con un falso esempio il totale fallimento del melting pot repubblicano. Mentre si attribuiva ai Beur (9) e ai Neri il merito della vittoria, i loro correligionari non erano autorizzati ad entrare negli stadi, per "ragioni di sicurezza"! Alcuni tifosi "di colore", soprattutto ragazze, con il viso dipinto di rosso bianco e blu sotto l'occhio delle telecamere rappresentavano, per 1'intelligencjia, la prova che "la Francia multirazziale funzionava": che idiozia! Così come in Brasile, dove la società multirazziale è in realtà una società multirazzista, la presenza di campioni calcistici "di colore" consente di nascondere la realtà. Appena spente le luminarie della vittoria sportiva, sono ricominciate le rivolte nella città satellite, le risse sanguinose nelle strade e nelle scuole. In omaggio al calciatore cabilo naturalizzato francese Zinedine Zidane abbiamo visto una sfilza di bandiere algerine sventolare sui Campi Elisi; dopo due vittorie della nazionale francese, bande etniche si sono battute a più riprese con la polizia o con tifosi britannici a Parigi e Marsiglia, durante scontri di piazza: un bel successo dell"'integrazione"!

    Per colmo di stupidità (e di razzismo) il quatidiano Libération, organo ufficiale dell'antirazzismo benpensante, e giunto al punto di criticare la squadra tedesca perché schierava "solo giocatori biondi" e nessun immigrato turco o di altra etnia, per la legge sul diritto del sangue, alludendo in tal modo che la sconfitta della Germania era dovuta alla sua scandalosa "purezza" etnica.

    In breve, la vittoria di una squadra di calcio multirazziale è servita a nascondere il concreto fallimento dell'integrazione e, lungi dal favorire la multirazzialità, ha ulteriormente accentuato il multirazzismo.

    La vittoria della squadra francese ha forse contribuito a ridurre la "frattura sociale" e l`esclusione"? È servita a creare nuovi posti di lavoro o a impedire la fuga dei cervelli verso la California? Ha rafforzato la posizione diplomatica e culturale della Francia nel mondo (McDonald sponsor del Mondiale...)? Si è dimostrata la superiorità di una società pluri-etnica su una società mono-etnica? Per nulla. Lo sport viene prostituito per accreditare le menzogne politiche.

    La religione del calcio, le isterie collettive che provoca, i disturbi psicologici che scatena (tifosi che si rovinano per comprare dai bagarini un biglietto il cui costo equivale a tre mesi del loro salario) chiariscono la funzione deviata che lo sport ha ormai assunto: creare un settore economico lucroso e uno spettacolo di massa il cui risultato è una manipolazione della coscienza politica. Il sistema convoglia la coscienza delle folle sullo scenario di eventi risibili, più precisamente con lo sport trasforma uno spettacolo neutro in avvenimento carico di senso.

    In tal modo lo sport riacquista lo stesso identico ruolo che aveva nella Roma della decadenza, "panem et circenses", "RMI (10) e calcio". Mentire e far dimenticare. Lo sport moderno entra nella stessa logica - in modo più morbido perché abbiamo paura del sangue e della realtà - che ispirava gli impresari dei giochi gladiatori dove si battevano schiavi adulati e superpagati.





    Lo sport come circo





    A giustificazione si afferma che lo sport-spettacolo serve a evitare le guerre creando conflitti simbolici e pacifici e neutralizzando le pulsioni nazionalistiche: Ma la storia del calcio dimostra il contrario con la sequela di scontri tra tifosi e hooligan che accendono le passioni nazionaliste. In Europa nazionalismo e sciovinismo che dovrebbero essere destinati a scomparire, sono invece alimentati dal tifo per le nazionali di calcio...

    Si noterà l'ottundimento mentale e 1'infantilizzazione provocati da questa rabbia dello sport. È scoraggiante vedere la popolazione maschile, e ora anche quella femminile, discutere appassionatamente delle prove di una squadra o di un calciatore che non hanno nessuna incidenza sulla loro vita o su quella del loro paese. Problemi senza contenuto e senza importanza mobilitano l'attenzione generale. Lo sport alimenta anche un fascino deleterio per la forza fisica bruta che è l'opposto del coraggio fisico (quello del soldato) e anche della "forma fisica", perché i grandi atleti hanno spesso il loro organismo danneggiato dal sovra-allenamento e dal doping. Una società priva di coraggio fisico trova compensazione nell'adulare la performance fisica quantitativa e senza interesse. Questo culto della performance quantificata, sotto-prodotto di un materialismo scatenato - il più veloce, il più alto, il più muscoloso, il più resistente ecc. - si esprime nel regno incontrastato del record. Vengono portati in trionfo atleti che hanno battuto un record fisico, in base a una vera e propria animalizzazione dell'uomo, la negazione della sua dimensione cerebrale.

    Si può ribattere che esistono sport in cui si richiede intelligenza, abilità, coraggio, come il tennis, lo sci, la vela. Certo ma due tizi che si scambiano una pallina al di sopra di una rete meritano veramente questa focalizzazione mediatica? Le performace dei trapezisti o dei domatori nel circo non sono altrettanto ammirevoli? Per gli sport estremi, le regate transatlantiche, le traversate del continente antartico a piedi (quando verrà fatto sulle mani?), quelle del Pacifico a remi, tutto ciò ha il sapore dell'inutilità, della noia, della vacuità. Poiché non si sa più che fare, inventiamoci qualcosa, corriamo dei rischi (calcolati) per farci notare dagli sponsor e dai media. Un tempo la gara dei quattro alberi sulla rotta del rhum aveva un senso: portare il prodotto il più velocemente possibile per essere i primi sul mercato. Oggi queste regate sono delle performance insensate, corse senza scopo, un lavoro nel vuoto, puro spettacolo ben pagato, in sostanza una esibizione circense, su scala planetaria, senza neanche le risate dei clown.

    Curiosamente i soli sport interessanti restano quelli etnici, che non vengono mediatizzati a livello mondiale, come la pelota basca.

    Bisogna per questo condannare lo sport? No, se viene inteso come esercizio fisico di dilettanti, se serve a migliorare in modo intelligente le prestazioni del proprio corpo o a preparare dei combattenti. Lo sport allora è finalizzato, serve a qualcosa. I giochi olimpici della Grecia antica, e che oggi hanno perso completamente il loro senso originario, non erano affatto un "evento sportivo", ma un addestramento militare. Nessun professionista, solo dilettanti.

    Oggi lo sport-spettacolo mondializzato assolve a due funzioni: suscitare falsi entusiasmi infantilizzanti, che neutralizzano la coscienza ideologica e politica, per non-eventi; sviluppare un nuovo settore dell'industria dello spettacolo che crea ben pochi posti di lavoro, ma è spesso infiltrata dalle mafie, e mobilita immense risorse finanziarie da cui non pochi traggono vantaggio.

    E la corrida che posto ha in questo scenario Ma non si tratta di uno sport. È la corrida.





    Anatemi religiosi e pensiero inquisitorio





    In un articolo dell'agosto 1998 pubblicato dalla rivista Marianne Pierre-André Taguieff, teorico paludato e ambiguo dell’"antirazzismo", si dedica a un esercizio molto significativo perché rivela tutta l'imbarazzata goffaggine della sua corrente di pensiero che detta legge nei media. Con il pretesto di difendersi contro i "pericoli" del Front national attacca violentemente le tesi di un demografo ed economista, che pare vicino a quel partito, secondo il quale: 1) gli immigrati di recente arrivo costano annualmente alla Francia oltre 200 miliardi di franchi, 2) il flusso di ingressi clandestini ogni anno raggiunge livelli molto elevati. Per Taguieff queste affermazioni sono fantasiose, ma in nessun passo dell'articolo argomenta le sue critiche scientificamente, basandosi su dati e statistiche, mai contraddice con i fatti ciò che pretende di mettere sotto processo. Atteggiamento stupefacente per un pensatore che si considera razionale e scientifico. Invece di ribattere sulla base di dati concreti, che non possiede perché... inesistenti, lancia accuse morali di natura quasi religiosa: denunciare una immigrazione eccessiva significa preparare il terreno per una futura "epurazione etnica", essere colpevoli del peccato mortale di "razzismo" punito dalla religione laica repubblicana ecc.

    Come una volta facevano gli Inquisitori nei confronti di Galilei si risponde ai fatti con anatemi e appelli a una dubbia etica trascendente. Straordinario rovesciamento storico: gli eredi della razionalità illuminista finiscono per ricorrere ad argomenti irrazionali e magici o para-religiosi; gli eredi delle teorie della libertà d'espressione e dell'emancipazione giungono a chiedere il divieto e la punizione delle tesi (e delle constatazioni) che li disorientano; gli eredi della democrazia egualitaria negano al popolo, nel nome di ragioni "etiche" e quasi metafisiche, il diritto di pronunciarsi direttamente sul problema dell'immigrazione e su molti altri!

    A corto di argomenti le élite "illuminate" usano la stessa arma del cui utilizzo accusano i loro avversari: l'oscurantismo della tirannia.





    Sul cinema e l'egemonia culturale americana





    Godard lamenta, come tanti altri, nel suo ultimo libro l'egemonia del cinema d'oltreatlantico. Ho lavorato per il cinema americano (produzione delle "versioni francesi") e ho visto la situazione dall'interno. Ecco alcune verità tangibili.

    1- Il cinema americano domina il mercato mondiale perché si considera un'industria e non solo un fatto "creativo". Un film hollywoodiano è anche il "clip" pubblicitario di tutta una gamma di prodotti (Guerre stellari, Jurassic Park I e II, ecc.). L'aspetto industriale di un'opera non le toglie necessariamente il valore artistico, come si crede in Francia.

    2- Il successo delle superproduzioni hollywoodiane è dovuto al loro carattere immaginativo ed epico, al rigore drammaturgico, all'ultraprofessionalità della produzione e della distribuzione, una capacità tecnica perfetta... ciò compensa largamente la frequente povertà delle sceneggiature o il pullulare di cliché infantili e inielati. Hollywood produce del "Jules Verne filmato", spesso con sceneggiature scritte da europei disgustati dall'assenza di dinamismo della produzione europea.

    I Francesi e gli Europei hanno perso il senso dell'epopea e dell'immaginazione (a parte Luc Besson). Che cosa ci impedisce di ritrovarle? Chi ce lo vieta? Perché nessun europeo ha avuto l'idea di trattare (alla nostra maniera, senz'altro più intelligente e altrettanto drammaturgica) i temi di ET, Jurassic Park, Armageddon o Deep Impact, di Twister o di Titanic? L'alibi dei costi elevati, come vedremo più avanti, non regge. Lo stesso accade per il romanzo, dove le traduzioni di thriller americani sono una valanga. Chi ci impedisce di riprendere la tradizione dei Jules Verne, dei Paul d'Ivois, dei Barjavel? Dove sono i nostri Philip K. Dick, Stephen King, Robert Ludlum o Michael Crichton? Da noi anche la narrativa - così come accade per il cinema - trascura, disprezzandolo, il genere popolare e produce opere snob, noiose, centrate su problematiche limitate e che si vendono male. Ritenere implicitamente che una creazione popolare e di qualità inferiore significa tradire Molière. In breve il dominio culturale americano nel cinema e nella narrativa (e di riflesso in tutte le industrie popolari audiovisive di svago) si spiega, nonostante la loro frequente mediocrità, con il carattere epico e immaginativo dei temi. Il pubblico preferisce un film a tinte forti senza grandi idee, di scarso livello estetico, a un'opera noiosa, ma estetizzante e intellettualmente impegnata. La soluzione per i creatori europei, se vogliono contrastare gli Americani, è quella di realizzare opere a forte drammaturgia popolare con sceneggiature di elevata qualità culturale. I nostri romanzieri dell'8oo lo sapevano fare.

    3 - Per spiegare questo dominio si adduce l'argomento finanziario e quello dell’”enorme mercato monolinguistico americano” che rende già attive le produzioni esportate. È un sofisma. Una superproduzione costa, compresa la promozione, al massimo 100 milioni di dollari. Si tratta di un investimento industriale che gli Europei sono perfettamente in grado di fare, inferiore al costo degli "hotel de région" (11) lautamente pagati dal contribuente o a quello del prolungamento di qualche centinaio di metri di una linea metropolitana. Se pensiamo che Les Amants du Pont-Neuf, una pizza intellettual-soporifera, finanziata dai contribuenti per le pressioni di Jack Lang e che fu un fiasco commerciale, è costata quanto una superproduzione hollywoodiana (nell'occasione era stato ricostruito, in grandezza naturale nei pressi di Mont-pellier, il quartiere del Pont-Neuf). Sembra di sognare ma e proprio così. Allora non si può accusare gli americani (come fa Belmondo) di "schiacciare il nostro cinema".

    Anche l'argomentazione del mercato monolinguistico americano non regge. Le nuove tecnologie hanno ridotto drasticamente i costi del doppiaggio. Si può girare un film in qualsiasi lingua sapendo che in Europa le versioni sotto-titolate sono accettate dal pubblico, diversamente da quanto accade negli Stati Uniti. Un film francese potrebbe tranquillamente coprire le spese con la sua distribuzione sul mercato europeo non-francofono. A condizione che sia popolare... Ma la parola "popolare" non è molto amata, suona male, per i mandarini e i decisori (in genere di sinistra) non è sinonimo di qualità. Perché allora stupirsi se l'industria culturale americana approfitta, a nostre spese, di questo stupido pregiudizio, di questo snobismo paralizzante?

    4 - Gli americani dicono abitualmente che “I francesi hanno un talento straordinario ma non lo sanno sviluppare, sono unprofessional” (praticano il dilettantismo professionale). In effetti in Francia le riprese mancano di rigore; clientele e nepotismi regnano dovunque (la progenie delle star istituzionali, generalmente poco dotata, usurpa il posto dei giovani talenti); i montaggi finanziari sono fragili e poco chiari; la promozione è confezionata male.

    Gli stessi limiti si notano nella narrativa. Risultato: il talento, quando esiste, viene sprecato e gli autori dotati incontrano spesso maggiori difficoltà dei mediocri che godono di buone amicizie o chi fanno parte di qualche giro giusto. È un male francese già denunciato da La Fontaine o da Balzac.

    Sul piano culturale, come su quello politico o geopolitico, gli americani sono forti perché noi siamo deboli, assenti, impacciati, senza dinamismo, privi di volontà. Smettiamola di piagnucolare: l'America ha occupato del tutto naturalmente il terreno che noi abbiamo abbandonato.





    Ordine sociale e principio del piacere





    In una società dai valori consolidati, la "famiglia" e la riproduzione della specie, come la trasmissione dei valori essenziali, sono minacciati dall'emergere del "principio del piacere".

    Una società d'ordine può integrare perfettamente pratiche parallele che hanno una dimensione minoritaria. Non si tratta di essere tolleranti o lassisti, ma organici. Su questo punto la destra come la sinistra hanno sbagliato clamorosamente perché entrambe hanno seguito una logica monista di esclusione, quella del "o, o" e non i valori plurali di inclusione, quella del "e". In una concezione organica possono coesistere due principi opposti: la famiglia feconda e tradizionale e le devianze, la donna-madre e l'etera, il focolare sereno con il lupanare e la dissolutezza, secondo una regola di gerarchia.

    La lobby gay e la sinistra intellettuale attaccano implicitamente il modello familiare e la donna di casa, rivelando spesso un odio e una intolleranza incredibili. Mentre gli ambienti conservatori che hanno una visione sbagliata e sclerotizzata della "tradizione" si attestano sempre su posizioni puritane.

    In realtà bisogna ritornare a una visione arcaica delle cose: integrare la dissolutezza e 1'orgiasmo - di cui parla Michel Maffesoli in L’ombre de Dionysos - nell'ordine sociale, che quanto più è forte, tanto più 1'orgiasmo può dispiegarsi alla sua ombra, in segreto, come sapevano fare le società antiche. È semplice saggezza. Il "principio d'ordine" è conforme a milioni di anni di leggi sulla riproduzione della specie e la trasmissione alla progenie della cultura e dei valori. Il "principio del piacere" deve essere tollerato e gestito ipocritamente perché è umano e inestinguibile, senza però che divenga mai norma dominante e si eriga come ordine. Subalterno, ma presente, secondo la legge della vita, in un certo "silenzio sociale". Apologia della menzogna e dell'ipocrisia? Certo. Avete già visto una società umana fondata sulla trasparenza? Generalmente essa sfocia nel totalitarismo. Bisogna riaprire i bordelli.

    L'orgiasmo è tanto più intenso quanto meno viene mostrato, simulato virtualmente dalla pornografia. L'esplosione dell'industria del sesso non è altro che lo specchio della miseria sessuale del nostro tempo. Per quanto riguarda i film a luci rosse, confesso che sono stato "dall'altra parte della cinepresa" in qualità di attore (perché no?). Mi divertivo molto, ma compiangevo le frustrazioni dei poveri spettatori.

    Difendo i partouze, le feste, i piaceri dionisiaci, ma subordinati all'ordo societatis che li articola. Baccanali e Saturnali del mondo antico... Quanto più è forte l'ordine sociale, tanto più il principio del piacere, 1'orgiasmo possono dispiegarsi sotto la sua ombra senza danneggiare la coesione sociale. Inoltre, meno l'orgiasmo viene banalizzato, mediatizzato, esibito, più diventa intenso. Eros e Dioniso appassiscono quando appaiono tutte le sere in televisione. Una dissolutezza di qualità ha bisogno del silenzio e del segreto, cioè del pudore, il vero motore dell'erotismo e dello scatenamento sessuale. Ma la società dello spettacolo, la modernità - pretese emancipatrici e liberatrici - sono in fondo ostili al libertinaggio e alla sensualità e contro ogni raffinatezza sessuale.

    In questo come in altri campi, il ritorno alla gioia sessuale, alla sensualità autentica, saranno possibili solo con la restaurazione dei principi arcaici di ordine, nel quadro di future società rigorosamente ritualizzate.





    Omosessualità, crisi demografica e etno-masochismo





    Oggi l'omosessualità tende surrettiziamente ad imporsi come modello superiore, più evoluto e più adeguato dell'eterosessualità, implicitamente considerata come "superata", questo è l'aspetto più grave. Si assiste così al rovesciamento della situazione preesistente quando l'omosessualità era abusivamente repressa, perché oggi, invece di restare nella sfera privata, si impone come valore nella sfera pubblica.

    Sembra esistere un'inquietante coincidenza tra la crisi demografica, la svirilizzazione delle società occidentali, il disfattismo di fronte all'immigrazione e ai valori "machi" dell'Islam, e l'apologia latente dell'omosessualità maschile, e ora anche femminile. Come se, in maniera surrettizia, per etno-masochismo, tutto ciò che era europeo fosse colpevole di generare e riprodurre un modello familiare, sessuale e genetico millenario.

    Qualche anno fa i benpensanti hanno condannato una campagna pubblicitaria a favore della natalità che presentava dei bambini biondi. In altri termini il natalismo europeo viene assimilato al razzismo. Essere se stessi significa aggredire gli altri. La famiglia europea feconda è colpevole di imperialismo biologico. Allucinante rovesciamento semantico tipico di una mentalità dispotica e totalitaria. Non si tratta certo di auspicare qualche forma di repressione dell'omosessualità, né di vietare queste coppie o di penalizzarle socialmente, ma prevedere una legalizzazione del "matrimonio" omosessuale avrebbe un significato simbolico devastante.

    Ha ben poca importanza dissertare se le unioni gay sono contro natura oppure no, questo non interessa a nessuno, è una discussione senza fine e pseudo-biologica. Resta però un fatto: il matrimonio o l'unione legalizzata eterosessuale godono delle protezioni e agevolazioni pubbliche accordate a coppie in grado di avere figli, dunque di rinnovare le generazioni, recando un "servizio" obiettivo alla società. Legalizzare ed estendere i benefici fiscali alle unioni gay significa proteggere unioni sterili. Mettere sullo stesso piano una coppia eterosessuale che perpetua le generazioni, e una coppia omosessuale (maschile o femminile) è il segno di una esasperazione patologica dell'individualismo. Significa confondere il desiderio con il diritto. Disprezzare l'interesse collettivo e calpestare il buon senso, con il quale la sinistra francese, la più stupida del mondo, è in conflitto dal 1789 per il suo onirismo ideologico.

    Legalizzando le unioni omosessuali si sprofonda nel confusionismo del "tutto è uguale a tutto" denunciato da Alain de Benoist. Perché no, allora, i matrimoni tra essere umani e scimpanzé? Se contano solo il diritto individuale e il desiderio, cioè la fantasia personale in spregio a realtà biosociali millenarie? Il progressismo è infantilismo.

    Inoltre le coppie gay sono generalmente effimere e funzionano molto male. Questo è logico: non si sfidano impunemente le leggi della natura, ogni anomalia biologica o etologica costa un prezzo molto alto. Vivano come credono, tollerati e rispettati, ma non vogliano imporre, da minoranza tirannica, le loro norme e non rivendichino privilegi. Come hanno osservato molti psicoanalisti, in particolare Tony Anatrella che riformula le tesi di Freud sul problema, l'omosessualità è una nevrosi di immaturità. Un numero crescente di biologi ritiene che si tratti semplicemente di una patologia psichica ereditaria. Fondamentalmente l'omosessuale, uomo o donna, non è affettivamente felice, soffre per la sua malattia sessuo-mentale, si sente frustrato perché non riesce ad integrarsi nella normalità e nell'equilibrio sociobiologici.

    Oggi il problema degli omosessuali è di natura psicoanalitica. Come tutte le minoranze che hanno ricevuto soddisfazione e che vengono riconosciute, sono furibonde di non essere più vittime, sono frustrate perché non vengono più perseguitate. Sentono che si parla di loro e vogliono che se ne parli sempre di più. Un tempo erano penalizzate, ora esigono privilegi infantili. Da qui l'aggressività per compensare il loro disagio interiore.

    Detto questo, che si legalizzi pure l'unione tra omosessuali con i relativi vantaggi fiscali e matrimoniali, sarà, come sempre, la forza della realtà a incaricarsi di demolire questa utopia. Sic transit gloria imbecillorum.





    Il primato del desiderio sulla legge





    I "sans-papiers" (12), immigranti clandestini che hanno violato le leggi democratiche, sono autorizzati grazie alla campagna dei media e dei gruppi di agitazione minoritari, a restare in Francia. Il loro desiderio prevale sula legge votata dal popolo francese. Questo è uno dei paradossi dell'ideologia dei Diritti dell'uomo. L'interesse privato, ben difeso, scavalca la volontà generale. Si apre così la porta a tutte le mafie...

    I camionisti, i pescatori, i piloti, i sindacati dell'Educazione nazionale o gli studenti (minoritari ma attivi), gli agricoltori sovvenzionati, i macchinisti delle ferrovie, sfidano impunemente la legge e costringono il governo a ripiegare per difendere egoismi corporativi. I media intervengono e per ignavia o carrierismo, la classe politica cede e lascia fare.

    Dovunque il desiderio di una minoranza prevale sulla legge: per paradosso i cantori della "Repubblica" sanciscono la disfatta dello Stato di diritto, non si rendono conto che questi disordini avranno fine con una soluzione arcaica, ma molto efficace - la tirannia. Dove la volontà del tiranno si sostituisce alla legge inoperante e alla volontà generale, ma senza cedere ai desideri particolari. Questa idea probabilmente è condivisa da Jean-Pierre Chévènement,. ma è il solo.





    La "rivoluzione biolitica" e la grande crisi etica del XXI secolo





    È inevitabile nel XXI secolo l'accendersi di un conflitto tra le grandi religioni monoteiste (Islam, Cristianesimo, Ebraismo, religione laica dei Diritti dell'uomo) e i progressi della tecno-scienza nell'informatica e nella biologia. Hervé Kempf nel suo libro La révolution biolithique (Albin Michel 1998) spiega che la scienza sta per compiere una "transizione" paragonabile a quella della rivoluzione neolitica quando l'homo sapiens passò dallo stadio di raccoglitore e cacciatore a quello di agricoltore ed allevatore modificando l'ambiente. Noi viviamo una seconda grande mutazione, ad un tempo biologica e informatica, che consiste nella trasformazione artificiale degli essere viventi, nell'umanizzazione delle macchine (i futuri computer quantici e soprattutto biotronici) e nelle conseguenti interazioni uomo-robot.

    L'antropocentrisrno e la definizione unificante. della "vita umana" come valore in sé, che costituiscono i dogmi centrali delle religioni monoteiste e delle ideologie egualitarie della modernità stanno entrando in stridente contraddizione con le possibilità offerte dalla tecno-scienza e soprattutto dall'alleanza "infernale" dell'informatica con la biologia. Ci sarà un duro scontro tra i ricercatori e i dirigenti politici e religiosi decisi a censurare e limitare le applicazioni delle scoperte scientifiche, ma non è detto che ci riusciranno.

    Le nascite artificiali in incubatrici, i robot biotronici intelligenti e "parasensibili", quasi umani, le chimere (sintesi uomo-animale il cui brevetto è stato depositato negli Stati Uniti), le manipolazioni genetiche o "uomini transgenici", i nuovi organi artificiali che moltiplicano le facoltà, la creazione di esseri iperdotati o iperresistenti grazie a un eugenismo biologico positivo, le clonazioni eccetera, tutto questo rischia di mettere in crisi la vecchia concezione egualitaria e sacrale dell'essere umano, molto più di quanto non fecero Darwin e le teorie evoluzioniste. Si sta costruendo la "fabbrica dell'umano": realizzazione di organi artificiali, procreazione assistita, stimolazione delle funzioni ecc., ed è molto vicina la produzione di macchine che realizzano processi biologici (computer neuronali, chip a DNA). Bisogna allora riformulare anche tutte le definizioni dell'uomo, del vivente e della macchina. Esseri umani artificiali e macchine animali.

    Nel XXI secolo l'uomo non sarà mai più quello che era. Ne deriverà uno smarrimento etico i cui effetti saranno devastanti. Rischia di prodursi uno shock mentale, dalle conseguenze imprevedibili, tra due mondi: quello della nuova concezione biotronica o biolitica e quello dell'antica concezione delle grandi religioni e della moderna filosofia egualitaria dei Diritti dell'uomo.

    Solo una mentalità neo-arcaica potrà reggere questo shock, proprio perché una volta, presso gli Incas, i Tibetani, i Greci o gli Egiziani, al centro del mondo non era posto l'uomo ma le divinità che potevano perfettamente incarnarsi in qualunque forma vivente. La tecno-scienza del futuro ci invita non a disumanizzare l'uomo, ma a smetterla di divinizzarlo. Ciò rappresenta la fine dell'umanesimo? Certamente.





    Genetica e inegualitarismo





    Una delle tesi centrali nel concetto di "archeofuturismo" e la seguente: in modo paradossale la tecno-scienza del XXI secolo sta mettendo alle corde la modernità perché "rischia" di riabilitare concezioni del mondo arcaiche e inegualitarie. Un semplice esempio in campo biogenetico: la stesura della "mappa del genoma umano", lo studio delle malattie ereditarie, la messa a punto di terapie genetiche, la ricerca sulla chimica del cervello, sull'Aids e le malattie virali ecc. incominciano a rivelare concretamente la diseguaglianza esistente tra gli uomini. La comunità scientifica è presa in una.morsa: come obbedire alla censura del politicamente corretto, piegarsi al terrorismo intellettuale dell'egualitarismo e nelle stesso tempo sostenere verità scientifiche che possono avere utili ricadute terapeutiche? Si aprirà un conflitto sempre più grave. Già ora genetisti, sessuologi, virologi hanno una crescente difficoltà a nascondere che uno dei mitemi canonici della religione dei Diritti dell'uomo, quello che postula l'eguaglianza genetica tra i gruppi umani e quello dell'individualizzazione genetica degli uomini, non regge dal punto di vista scientifico.

    D'altra parte è chiaro che le biotecnologie (procreazione assistita, innesti biotronici, organi artificiali, clonazioni, terapie geniche, manipolazione del genoma trasmissibile - tutte tecnologie le quali, senza che si osi pronunciare la parola, sono un vero e proprio eugenismo), non saranno accessibili a tutti, né rimborsabili dalla sicurezza sociale, e verranno applicate solo nei grandi paesi industriali. Si tratta di un eugenismo di fatto, proposto a una minoranza che vedrà aumentare la propria speranza di vita: il colmo dell'inegualitarismo è penetrato come un virus nel cuore della moderna civiltà égualitaria. Altro problema imbarazzante: come reagiranno i nostri umanisti antropocentrici quando verranno create le chimere (ibridi uomini-animali) per avere delle banche d'organi o di sangue, migliorare lo sperma, testare delle medicine? Cercheranno di vietarle? Non ci riusciranno. Per affrontare lo shock globale della genetica del futuro ci vorrà una mentalità arcaica.





    Il concetto di "amore": una patologia della civiltà





    La civiltà occidentale si è indebolita notevolmente quando ha iniziato ad assegnare un valore assoluto a un sentimento anomalo: l'amore. Questa patologia ha rinsecchito le risorse demografiche e l'istinto di difesa. Si tratta di un'eredità cristiana laicizzata. Deve allora essere l'odio il motore delle civiltà conquistatrici e creative? No. L`amore", sia personale sia collettivo, è una forma patologica ed enfatica della solidarietà che sfocia nel fallimento e, paradossalmente, nell'odio e nei massacri. Le guerre di religione e gli odierni fanatismi delle religioni monoteiste dell'amore e della misericordia ne sono una dimostrazione. Lo stesso comunismo totalitario era basato sull’”amore del popolo”. Tra le nazioni bisogna avere degli alleati (provvisori), mai degli amici; tra individui è meglio dire "ti voglio bene" piuttosto che "ti amo" e.rapportarsi secondo la logica dell'alleanza e non secondo la gratuità cieca - e incostante- dell'amore.

    L'amore è assoluto, quindi totalitario. I sentimenti e le strategie umane sono mutevoli. In politica, come nei rapporti personali, invece del verbo amare cerchiamo di utilizzare la tavolozza politeista: voler bene, ammirare, allearsi, stringere un patto, proteggere, aiutare, affezionarsi, desiderare, ecc. Non si dovrebbero fare dei figli perché si ama il proprio congiunto, come un dono da offrirgli, ma perché lo si sente degno di procreare e si vuole continuare la propria stirpe. Oggi naufraga la metà di matrimoni proprio perché si fondavano su un sentimento amoroso adolescenziale ed effimero, dissolto al primo colpo di vento. I matrimoni durevoli si basano su calcoli.

    Lo stesso accade per l'educazione dei figli destinata anch'essa al fallimento perché si ispira all'adulazione beata dei rampolli, sottoprodotti dell'amore, che mina la legittimità e l'autorità dei genitori, percepiti come affettuosi pecoroni. Anche i politici sono portati al fallimento perché la loro ideologia e le loro azioni sono inficiate dalle scorie dell'amore - buoni sentimenti, angelismo, umanitarismo, pietà, masochismo, altruismo distorto e ipocrita - invece di basarsi sulla volontà decisa di andare fino in fondo a qualunque costo.

    Questa civiltà, fondata implicitamente da molto tempo sull'artificioso concetto d'amore, dovrà un giorno ritornare all'allegoria di Don Giovanni, 1'antiamore per eccellenza.





    Disfatta e imposture filosofiche





    L'assenza di veri valori filosofici fondatori in questa fine secolo si manifesta nei pensatori mediatici alla moda che coltivano il vuoto delle idee, ovvietà e pensiero unico. I Comte-Sponville, Ferry, Bernard-Henry Lévy, Serres, ecc. Angelismo senza metafisica né spiritualità, materialismo da sartine, ritorno infantile all'Illuminismo, moralismo e altruismo ipocrita, virtuosità etica, etno-masochismo, xenofilia, carità pelosa, umanitarismo irresponsabile: tutti questi atteggiamenti sono del tutto inadatti al nostro tempo, perché indeboliscono, svirilizzano e promuovono il disarmo morale, rivelandosi pericolosi in un mondo che diventa sempre più duro e richiede invece valori combattivi. Mentre abbiamo bisogno di una nuova filosofia dell azione, ci rifilano in questa società di ruminanti, le vecchie muffe della filosofia della compassione del XVIII secolo, facendole passare per geniali novità e progressi dello spirito.

    Una filosofia neo-dogmatica, capace solo di "comunicare" - la propaganda - si ammanta con le vesti dell'anti-dogma, della libertà e dell'emancipazione, mentre non è altro che la stucchevole ripetizione accademica di idee obsolete e l'arma del terrorismo intellettuale. La filosofia dell'intelligencjia egemonica francese del XX secolo sarà ricordata per il plagio (Sartre, Lévy), l'altruismo patologico (Lévinas) e l'impostura (Lacan e gli strutturalisti) distinguendosi per il linguaggio astruso che copre le "non-idee". Ecco perché l'eccellente lavoro critico sulla filosofia francese di Sockal e Briemont, Impostures intellectuelles, ha sollevato tanto scandalo. Solo la verità ferisce.

    Per affrontare il futuro avremo bisogno di una filosofia inegualitaria della volontà di potenza, ritornando sempre a Nietzsche, il visionario contro l'Illuminismo. La rivoluzione che si prepara avrà bisogno di una nuova epistemologia che liquidi l'umanesimo tradizionale: pensare l'uomo non più come essere divino separato dall'animalità, ma ad un tempo, come attore e come materiale. Sperimentatore di se stesso secondo una logica faustiana.





    Processo di svirilizzazione





    La pubblicità segue le tendenze sociali più che avviarle. Si tratta di vendere, non di lanciare delle mode o nuove idee. In questo senso essa rispecchia fedelmente un'epoca poiché è costretta ad essere professionale, efficace, e riflettere esattamente gli stati d'animo creati dall'ideologia dominante. Su un grande "magazine" popolare una pubblicità per calzature di lusso, ambientata in uno spogliatoio sportivo, mostra una donna di fronte a due atleti neri nudi che fanno la doccia e che lei "doma". La pagina a fronte contiene la pubblicità per dei sweet-shirts. Gli indossatori, maschi di razza europea, hanno un "look" effeminato dall'omosessualità evidente, un portamento da checche estetizzanti con lo sguardo languido e stanco. Cercate l'errore.





    Principio di responsabilità





    Non siamo preda di un complotto, ma di peggio. È una "logica". Una diserzione collettiva. I teorici del complotto si sbagliano. Un popolo forte non si lascia catturare, né schiacciare dal sistema che lo domina. Ogni popolo è responsabile del suo destino. Quello che ci sta capitando è colpa nostra, non di altri. Noi siamo gli attori responsabili delle nostre sconfitte. Un popolo non è vittima della sua cancellazione culturale o etnica, ne è autore e complice, per diserzione, quando rinuncia a difendersi. Il dominio culturale degli Stati Uniti, la lenta e sorda colonizzazione della Francia e dell'Europa da parte del Terzo mondo non è solo il risultato di una manipolazione. Noi abbiamo lasciato fare. Il nostro popolo aveva i mezzi per difendersi. Democraticamente. Non abbiamo voluto. Il "direttore d'orchestra occulto" non ha il potere di fare quello che vuole di fronte a un popolo determinato a resistere fino in fondo.





    Proposte archeofuturiste sull'arte





    La rivista Krisis di Alain de Benoist ha osato pubblicare un dibattito per chiedersi se alla fine nell`arte contemporanea" non ci fosse qualche imbroglio. I media si sono subito coalizzati per denunciare questo crimine di lesa maestà commesso dall`estrema destra". In realtà tutti sanno, ma non si azzardano a dirlo, che da quasi cinquanta anni l’”arte contemporanea” sostenuta dalle sovvenzioni statali e dai media, è un accademismo (e uno snobismo) che sta per naufragare lentamente. Siamo di fronte a un paradosso: l'arte contemporanea che voleva essere, per la sua forza e la sua vitalità creativa, una macchina da guerra contro l'accademismo, sprofonda nel peggiore dei conservatorismi, seguendo lo stesso destino del comunismo. È diventata arte ufficiale, arte zero.

    Le cause sono note: imbroglio e incompetenza. All'inizio del secolo si è affermata una ideologia estetica che ora dà i suoi frutti: l'ispirazione dell'artista - il suo messaggio - è più importante della tecnica, dell'abilità professionale, la conoscenza delle regole e dei canoni plastici sono visti come altrettante "oppressioni". Era il mito della "libertà dell'artista", poi, poco a poco, si giunse alla falsa ispirazione: l'artista, privo di ispirazione e di competenza, grazie alle sue relazioni, fa dei colpi mediatici sovvenzionati, come Calder, Saint-Phalle, César e tanti altri. Non cerca più di "choquer le bourgeois" ma vuole sempre essere considerato progressista e si ripete ossessivamente, Ormai è solo un imbrattatele sovvenzionato. Di recente sono stati considerati "capolavori" i graffiti disegnati da bambini minorati. Per 1'Echo des Savanes io stesso ho avuto l'idea di questa burla: realizzare davanti a un ufficiale giudiziario degli scarabocchi che rappresentano vagamente dei falli, un minuto per quadro... Le opere sono state vendute in una galleria prestigiosa di rue de Seine a star del show-business che li ammiravano estasiate. Burle simili erano già state organizzate trattando a prezzi elevati dei quadri "dipinti" dalla coda di un asino (Tramonto del sole sullAdriatico) o da una femmina di orangutan.

    L'arte contemporanea ha rimosso la nozione fondamentale di talento.

    Oggi nella sfera pubblica, convivono l'arte contemporanea fatta di imbrogli, ripetitiva e senza creatività, e l'adorazione museografica del passato. Questo fenomeno è tipico di una società esteticamente bloccata. È interessante constatare che ad ogni critica sull'autenticità e la qualità dell'arte contemporanea il sistema reagisce con l'anatema "allora siete fascista?". Questo significa che è perfettamente consapevole della nullità di una produzione "artistica" che protegge e del cocente fallimento di un modello estetico-politico che gli stava a cuore. Quando si mette il dito sulla piaga, reagisce con gli insulti e le minacce.

    Esistono tuttavia anche oggi artisti ricchi di creatività che sfuggono alla pretenziosa vacuità dell'arte ufficiale: Vivenza e i suoi "bruit", lo scultore Michel de Souzy, i pittori Frédérique Deleuze e Olivier Carré, Tillenon ecc. Sono tanti, ma guardati con sospetto e emarginati perché si rifanno ai principi dell'arte europea: conciliare i canoni estetici con l'audacia creativa, associare il senso alla bellezza, il faticoso lavoro tecnico all'ispirazione.

    L'arte contemporanea ufficiale (da non confondere con gli "artisti d'oggi", spesso di grande valore ma ridotti al silenzio) strettamente legata al sistema, ha l'obiettivo di spezzare il filo, rompere il lignaggio della tradizione ascendente artistica europea. È sempre la stessa volontà di iconoclastia culturale per far perdere agli europei la loro memoria e la loro identità.

    La tattica è abile: da un lato si mediatizzano opere insignificanti, più spesso si tratta di non-opere di un tizio qualunque, ciò che e privo di valore può assurgere ad arte nel generale confusionismo egualitario, più è laido e sporco, più divendegno di ammirazione, dall'altro si focalizzano le sensibilità sull'ammirazione museografica del passato che viene volontariamente fossilizzato e neutralizzato, solleticando abilmente uno sterile tradizionalismo, è fondamentale che questi capolavori non possano più servire a una riattualizzazione del talento né oggi, né domani. Annientare la creatività artistica europea, la sua magnificenza, la sua profondità estetica, il suo talento: decerebrare il gusto facendo passare per geniali le produzioni di ipo-dotati; far scomparire e dimenticare ogni personalità estetica europea separando l'arte dai suoi legami culturali. Questa è da molti decenni la strategia spesso inconscia, sempre implicita, dei "maîtres de 1'art", e si coniuga alla gelosia (sentimento che, con la vendetta e il risentimento, come aveva capito Nietzsche, ha sempre svolto un grande ruolo nella politica e nella Storia): gelosia e risentimento contro il genio innato dell'arte europea.

    A questa impresa partecipa il culto ridicolo per le "arti primitive" di cui l'ingenuo Chirac si è fatto il commesso viaggiatore. Anche in questo caso l'egualitarismo che urta con il buon senso e la realtà, si condanna.

    La vera creazione artistica europea non repressa si è rifugiata nella tecnica secondo il ritorno inconscio alla tradizione greca dell'estetica come technè e come khréma (utilità oggettiva). I designer di automobili, di aerei, di oggetti realizzano oggi le opere d'arte. Preferite una Renault schiacciata sotto una pressa di quell'impostore di César o una Ferrari firmata da Pininfarina? Può anche darsi che ben presto i falsi maestri dell'arte ufficiale finiscano per stancare, è quello che comincia a verificarsi con il declino della FIAC (Fiera internazionale di arte contemporanea).





    Bourdieu ovvero l'impostore





    Bourdieu denuncia il bombardamento televisivo ma ne riflette l'ideologia nel suo pensiero. Si è autoproclamato maître-à-penser della "sinistra della sinistra", cioè i nuovi goscisti, senza mai proporre una soluzione credibile all'ultra-liberalismo che vede un po' dappertutto. Non disdegna di farsi fotografare su tutti i media e di apparire sugli schermi di quella stessa televisione che afferma di detestare. B.H.L. e Mgr Gaillot non nutrono molta simpatia per questo dinosauro mediaticamente invecchiato. È divertente, Bourdieu ...

    Una volta aveva flirtato con la Nouvelle droite, nei primi anni ottanta, quando sembrava che fosse di moda: pranzavamo insieme alla Closerie des Lilas discutendo di Nietzsche e del rovesciamento dei valori, lo attraeva il nostro antiliberalismo, ma come tutti i suoi simili, gli intellettuali burocrati parigini, non è interessato veramente alle idee ma a se stesso. Tragicamente privo di teorie il nuovo guru intellettuale di una estrema sinistra vagamente resuscitata, non trova di meglio da opporre al "pensiero unico" dell'ultraliberalismo che un altro pensiero unico, la riedizione ammuffita del conservatorismo marxista. E’ incapace, come tutta l'estrema sinistra, di compiere un'analisi pertinente della situazione sociale. Bourdieu, come tanti altri, è una figura emblematica del naufragio degli intellettuali di sinistra. Dopo essersi sbagliati con le idee, affondano senza idee.





    Tecnica della dipendenza





    I domatori di tigri e di altre belve per ottenerne la sottomissione non utilizzano metodi brutali come percosse, punizioni, privazioni. Sarebbe troppo pericoloso e complicato. La strategia vincente è quella della carota, non quella del bastone, in tal modo gli animali diventano dipendenti da ricompense inutili ma gradevoli: supplementi di cibi dolci o di proteine, carezze, favori sessuali dopo ogni atto d'obbedienza ecc. con lo scopo di piegare e annientare ogni capacità di ribellione contro il padrone. Il sistema e l'ideologia dominante fanno uso della stessa tecnica più raffinata. I cittadini dissenzienti, non più rinchiusi nei campi di lavoro, metodo obsoleto, vengono narcotizzati ed emarginati, non solo deviando la loro attenzione su temi irrilevanti (la Coppa del mondo di calcio ecc.), ma utilizzando la tecnica della dipendenza. Il sistema rende dipendente la società civile a colpi di ricompense, vantaggi, privilegi, gadget inutili.

    Ma come per le belve in gabbia si tratta di falsi vantaggi. Vi fanno credere di essere liberi mentre siete prigionieri, credete di muovervi più rapidamente con la vostra "granturismo" che vi e costata una fortuna, ma in realtà perdete tempo negli ingorghi del traffico. Siete dipendenti dalle vacanze da organizzare, dalla tele-droga, dal "desiderio sfrenato di oggetti inutili", come ben vide Baudrillard. E’ una dittatura morbida. Per farvi dimenticare la disoccupazione, la precarietà del vostro lavoro, l'insicurezza, il cibo adulterato, la degradazione dell'ambientelenta scomparsa del vostro popolo. Vivete in una gabbia come l'animale dello zoo, ma fisiologicamente siete felici, come l’"ultimo uomo" descritto da Nietzsche che ringrazia il suo padrone saltellando.





    Il regno dell'arnaque: finta trasparenza e falsificazioni





    L'arnaque è in argot una "truffa soft", la linea gialla della truffa vera e propria non viene superata, ma solo sfiorata, non si passa con il rosso, ma con l'arancione intenso. Segno dei tempi, essa è diventata uno dei motori principali della pubblicità e della spinta al consumo, una volta era tipica di officine spesso sanzionate per "pubblicità menzognera", oggi è praticata dai grandi gruppi industriali, da società prestigiose e anche dallo Stato. Ecco alcuni esempi.

    Le ditte concorrenti si mettono d'accordo (metodo dell'oligopolio) per fabbricare prodotti di scarsa durata e che "devono" essere rinnovati dopo poco tempo: le carrozzerie delle auto si arrugginiscono nel giro di tre anni, i componenti degli apparecchi audiovisivi cedono dopo 500 ore di utilizzo, i compressori dei frigoriferi esalano l'ultimo respiro dopo 4 anni, la tela di un jeans si strappa dopo 20 lavaggi in lavatrice ecc.

    Si è affermata una "cultura dell'”arnaque” cui partecipa ampiamente anche lo Stato. Illustrazione più evidente: dopo le solenni dichiarazioni e le dimostrazioni suffragate dagli esperti che nel 1998 le imposte dirette e i prelievi obbligatori sarebbero diminuiti, tutti hanno potuto constatare che invece erano aumentati, aggravando ulteriormente un fiscalismo e una socializzazione catastrofica dell'economia.

    L’altra faccia dell'arnaque e del trucco è la finta trasparenza ampiamente utilizzata non solo dai politici, ma anche dal mondo economico. Ciò consente di creare un clima di falsa fiducia. Un esempio: le industrie alimentari rispettano abbastanza la legge che le obbliga a dichiarare sulla confezione dei prodotti gli emulsionanti, gli esaltatori di sapidità, i coloranti, gli addensanti ecc. che vengono utilizzati nella fabbricazione. Si ignora però che, nonostante la legge autorizzi questi additivi, per la pressione delle lobby agro-alimentari, essi sono, nel 50 per cento dei casi, cancerogeni per gli animali da laboratorio... e probabilmente anche per l'uomo se vengono consumati regolarmente. Ma la finta trasparenza - "io dico tutto" - storna i sospetti. Si afferma una mezza verità: "sì, metto 1'E 211 nella salsa di pomodoro che comprate" e, poiché il produttore lo confessa, voi credete che non sia nocivo mentre lo è.

    I media e la televisione sono i regni dell'inganno e degli effetti speciali: false dirette, scambio organizzato di favori, pubblicità camuffate, promozione di amici e di persone cui si è riconoscenti, scomparsa di ogni critica (cinematografica o letteraria, per esempio) ecc. I "talk-show" spontanei vengono in realtà prodotti come film di fiction che devono far passare un messaggio ufficiale. L'attuale sistema audiovisivo non lascia più alcuno spazio all'immediatezza e alla verità di cui si serve per avere legittimazione. Possiamo affermare, senza forzature, che oggi i telegiornali sono molto più censurati, manipolati, artefatti con un'abilità nettamente superiore, di quanto non lo fossero al tempo della ORTF (la televisione di Stato) con il generale De Gaulle. Inganni e trucchi vengono realizzati non più da piccoli imbroglioni, ma con un temibile cinismo dalle grandi istituzioni pubbliche o private, sotto il segno della conclamata trasparenza.





    Logica dell'ipocrisia: la dialettica della morale enunciata e di quella praticata





    Mai come oggi il discorso morale è stato così esigente e rigoroso. Il sistema e i suoi media predicano da ogni pulpito contro la violenza, il razzismo, il maschilismo, perché tutti abbiano tutti i diritti, esaltano la bontà, la gentilezza, l'indipendenza della giustizia, l'amore generalizzato, l'eguaglianza, la giustizia sociale, la democrazia, la coscienza civica. Un Sermone degno di una dama di san Vincenzo.

    La realtà però è diametralmente opposta: corruzione dei politici, tolleranza verso la violenza urbana e quella propagata dai media, crescenti disparità e ingiustizie economiche (i miliardari di sinistra sono i primi a fare un discorso sociale), scomparsa dei rapporti di solidarietà tra vicini, trionfo degli egoismi personali, impunità per le cosche che violano la legge, privilegi garantiti per le categorie già protette, crescita del settore economico precario sfruttato dal settore pubblico, ecc. Si tratta di quello che gli psichiatri chiamano "effetto di compensazione". Quanto più un sistema sociale è pieno di difetti, tanto più il suo discorso tende a vantare proprio quelle qualità che disprezza. L'immorale fa il moralizzatore. Non è solo una forma di esorcismo, ma un lavoro di rimozione,"Bisogna che il popolo non si renda conto di ciò che accade".

    La menzogna però non può durare a lungo e questo costituisce la debolezza organica del sistema e dell'ideologia egemonica. L'assenza di risultati concreti di un progetto di società globale non può essere indefinitamente nascosta da contromisure prive di contenuto: stordimento intellettuale, sviamento dell'attenzione, istupidimento, dipendenza. I fatti sono testardi e si prendono la loro rivincita. Il popolo alla fine chiede il conto, perché l'abbrutimento ha un limite, imposto dalla dura evidenza della realtà: le menzogne sulla riduzione dei disoccupati, la precarietà e l'angoscia sul piano economico, la pauperizzazione a dispetto della crescita contabile, l'insicurezza che va diffondendosi a macchia d'olio smentendo le statistiche manipolate, la presenza sempre più massiccia e visibile dell'immigrazione. Anche l'efficacissima propaganda televisiva che cerca di dare un quadro lenificante della realtà, demonizzando e criminalizzando chi sostiene opinioni diverse, mostrerà, prima o poi, la corda. Quando il leone non ha più nulla da mangiare divora il domatore. Il leone è il popolo.





    La legittimazione negativa: al lupo! al lupo!





    Le democrazie occidentali non riescono a realizzare la loro utopia, perciò indicano un nemico immaginario. Non si dice più: "votate per noi perché siamo in grado di trovare le giuste soluzioni per migliorare le vostre condizioni di vita". Legittimazione positiva. Ma si dice, implicitamente: «Votate per noi anche se siamo degli incapaci, dei buoni a nulla e dei prevaricatori, perché almeno vi proteggiamo contro il ritorno del Fascismo. Se non ci fossimo noi non avreste più neanche gli occhi per piangere...». Legittimazione negativa. Le tronfie commemorazioni della fine della Seconda Guerra mondiale, i processi, le denunce, le descrizioni voyeuristiche dei "crimini nazisti", che dopo oltre cinquanta anni vengono martellate dai media, fanno parte di questo dispositivo.

    Un sistema che non riesce più a raccogliere consenso si inventa nemici virtuali dai quali afferma di difendere il popolo: "Il Front national è il NSDAP con un abito diverso, se espelliamo troppi immigrati sarà il crollo economico e verrà la dittatura". Ma questo vecchio trucco denuncia ormai tutti i suoi limiti che ben presto saranno evidenti.





    Il "Fronte repubblicano": anticamera del partito unico





    Il "Fronte repubblicano" contro il "Fronte nazionale". Questa è la solfa attuale del mondo politico. Ma il Fronte repubblicano che si erge a guardiano della pura democrazia contro la "minaccia fascista" nasce sotto la spinta di una estrema sinistra minoritaria e para-trotzkista la cui tradizione è da 70 anni il totalitarismo, la lotta contro il Front national ne mette in luce l'insanabile contraddizione, perché il Fronte repubblicano che vuole salvare la democrazia non è repubblicano, né democratico. Come dubitarne, peraltro? Quando in una società i suoi governanti si riempiono continuamente la bocca di termini come democrazia, cittadinanza, ecc. vuol dire che proprio questi valori sono in pericolo. L'enfasi democraticista serve a mimetizzare un regime che è sempre meno democratico. Il discorso del Fronte repubblicano riprende la retorica totalitaria degli uomini della Convenzione del 1793, i padri dei. Terrore.

    Questo sedicente Fronte repubblicano comprende: il PC e l'estrema sinistra, i Verdi e il Ps, una "destra repubblicana" castrata, colpevolizzata e spinta, soprattutto in materia di immigrazione, ad allinearsi sulle posizioni della sinistra per diventare accettabile. Ma negare legittimità politica a qualunque altra forza che non sia il Fronte repubblicano prefigura implicitamente un ritorno al partito unico chiave dei regimi totalitari dopo il 1793. In questo partito unico di fatto, il Fronte repubblicano, sono ammesse solo delle tendenze (come peraltro esistevano nei PC dell'Europa centrale quando erano al potere) che possono alternarsi "democraticamente", ma questa alternanza sinistra-destra, è solo apparente, e non deve mettere in discussione la linea politica generale del partito unico che è orientata "a sinistra".

    Il Fronte repubblicano, così come il partito unico dell'ex URSS, non è certo al servizio di un progetto rivoluzionario, ma è solo funzionale al consolidamento delle tendenze già esistenti nella società. Questa tentazione del "partito unico di fatto" sotto la maschera del pluripartitismo, si è manifestata con prepotenza quando venne proposta l'interdizione pura e semplice del Front national o in occasione dei processi per ineleggibilità contro Le Pen. Ma pensare di sciogliere un partito che ha il 15 per cento dei voti ha ben altro significato che vietare un gruppuscolo qualunque ...

    In realtà il regime, con l'acqua alla gola, cerca di operare una democtomia o "amputazione limitativa della democrazia", questo ormai è il sistema. La stessa logica ispira l'affare dei "sindacati rappresentativi", anche se sono minoritari. Da Robespierre al Fronte repubblicano è sempre lo stesso dispositivo, oggi molto moderato: il popolo vota, è la democrazia, ma ha il diritto di votare solo i candidati accettabili, quelli del partito.

    Per giustificare la sua politica antidemocratica il sistema con qualche imbarazzo ricorre sempre alla sua ossessione favorita: il diavolo hitleriano è alle porte. Si afferma «Attenti! Hitler è giunto al potere democraticamente», sottintendendo in tal modo che bisogna limitare, inquadrare, sorvegliare questa pericolosa democrazia ed escludere i partiti inaccettabili. Ma questa diceria tenacemente sostenuta dalla sinistra non regge: Hitler è arrivato al potere con un colpo di Stato nella buona e dovuta forma (evidentemente mascherato), come d'altronde Mussolini.

    Durante la ricordata manifestazione lionese si urlava: «Il Front national è anticostituzionale», un'affermazione priva di senso ma che risponde pienamente alla logica dispotica del regime. Nei confronti del FN veniva strombettato dappertutto lo slogan "contro l'intolleranza e l'odio". Così il sistema che sovvenzionava il film (di nessun valore) di Matthieu Kassovitz, La haine, una vera e propria apologia dell'odio delle bande etniche verso i francesi, accusava nello stesso tempo di "odio" un partito politico che voleva contenere l'attività di queste bande. Il sistema accusa il Front national di intolleranza... mentre sta pensando di scioglierlo. Forse che il programma del FN contempla l'interdizione dei partiti avversari? Il suo peccato mortale sarebbe quello di "volere l'esclusione" proprio quando si vogliono escludere dalla vita politica milioni di suoi elettori. Sembra un brutto sogno, ma è la realtà. Tutto ciò non deve stupire, è logico che avvenga.

    Un regime totalitario o pre-totalitario non si limita capovolgere il significato delle parole, come aveva descritto Orwell in 1984 o come si vede nel film La Confessione, ma accusa e condanna i nemici addossandogli le proprie colpe. Si tratta di un esorcismo.

    Ultima precisazione: alla fine della manifestazione lionese contro il FN, sabato 3 ottobre 1998, era previsto un concerto "multirazziale" di Cheb Mami, che non si poté svolgere “a causa di incidenti provocati di gruppi di giovani” come scrisse pudicamente la stampa. In realtà si trattava di scontri provocati da bande di immigrati provenienti dalla banlieue di Lione e che avevano attaccato la manifestazione indetta per sostenerli!

    Decisamente le bande etniche sono le migliori propagandiste del Front national. Il sistema è sempre più un serpente che si morde la coda.





    Dal discorso anti-selezione al discorso anti-esclusione: un'assurdità dell'egualitarismo che taglia il ramo su cui è seduto





    Esiste un parallelismo tra il discorso goscista antiselezione lanciato nel Maggio 68 e il discorso attuale della sinistra, centrato sull'antiesclusione. Si tratta in fondo dello stesso dispositivo mentale: volendo portare il principio egualitario alle estreme conseguenze ("sempre di più!"), l'ideologia egemonica si urta alla fine con il buon senso e precipita nell'assurdità sociale. Prepara uno scontro inevitabile, sarà costretta a fare marcia indietro al prezzo di grandi menzogne e destreggiamenti, oppure sarà spazzata via a vantaggio di un inegualitarismo che socialmente dimostra la sua validità.

    Il rifiuto della selezione scolastica e universitaria che mirava a sostituire l'eguaglianza dei risultati all’eguaglianza delle possibilità ha avuto come effetto eterotelico una minore giustizia sociale. Risultato: trent'anni dopo l'introduzione del principio perverso ("l'orientamento che sostituisce la selezione") abbiamo la svalutazione dei diplomi, fattore di disoccupazione, la fuga dei cervelli verso le università anglosassoni, il peggioramento generale dell'insegnamento e un aumento dell'analfabetismo, la fine della scuola come luogo di competizione e di educazione e la sua parziale trasformazione :n una giungla invivibile, la creazione di un sistema scolastico a due velocità: quello privato, qualificato e selettivo per i ricchi, e quello pubblico dequalificato per i poveri. Paradossalmente l'egualitarismo antiselettivo del Maggio 68 è una delle cause dell attuale “esclusione”.

    Con grande ipocrisia sindacati e governi non hanno però osato applicare il loro bel principio antiselettivo per le materie scientifiche, perchè nessuno desidera farsi curare da medici incapaci, nè l'Aérospatiale assume ingegneri che non siano stati duramente selezionati, e così via...

    Per contro si possono distribuire come fossero volantini degli attestati senza valore, diplomi-bidone di "psico-sociologia" o di "estetica" a schiere di buoni a nulla che si ammasseranno all'ANPE per trovare lavori sottopagati di centralinista, pony-express, cameriere da McDonald. Questo è il risultato della demagogia e dell'ideologia egualitaria che rifiuta la realtà e ignora, da lungo tempo, i meccanismi sociali.

    L'odio verso la selezione si fonda su un pregiudizio antropologico: gli esseri umani sarebbero tutti "egualmente dotati", secondo il principio denunciato da Alain de Benoist "tutto vale tutto". Nulla quindi ha più valore, le doti, come l'eccellenza, non esistono, è intollerabile che gli uomini siano diversi per capacità intellettuali e creative, ma anche per carattere. Siamo di fronte al rifiuto della vita, come aveva sottolineato Nietzsche. Ogni dea di gerarchia viene bandita e, invece di organizzare con giustizia la gerarchia e la diseguaglianza che esistono naturalmente, si vogliono affermare con la forza principi egualitari inapplicabili. Ma questo non è possibile e diventa distruttivo. Nascono così delle gerarchie selvagge che liquidano progressivamente le conquiste sociali, mentre un capitalismo, privo di scrupoli, si incarica di operare nel suo esclusivo interesse quella selezione che lo Stato non ha osato organizzare.

    Ogni dottrina dell'antiesclusione poggia sulle stesse regole. All'inizio si tratta di lottare contro il pauperismo, per una lodevole preoccupazione di giustizia. Molto bene. Ma la parola è stata stravolta. In realtà si tratta di impedire ogni discriminazione tra nazionali e stranieri, fossero pure clandestini e fuorilegge. Anche in questo caso riscontriamo la stessa logica dell'assurdo presente nell'antiselezione: l'ideologia egualitaria si scontra con i fatti, che sono, al pari del FN, inaccettabili, come afferma Louis Mermaz.

    Rifiutare l'espulsione legale dei clandestini africani, cinesi, pakistani, dovrebbe tradursi anche nell'implicito riconoscimento che ogni francese può installarsi illegalmente, senza problemi in Africa, in Cina o in Pakistan, secondo la logica della reciprocità. Ma questo non accade, contravvenendo al diritto internazionale basato sul principio di reciprocità delle discriminazioni. Vengono così accordati agli stranieri quei privilegi che sono negati ai nostri connazionali che in vivono in altri paesi. Ma perché allora rispettare la regola per cui gli impiegati pubblici devono essere cittadini francesi? Anche questa è una esclusione e una discriminazione! Diritto di voto per gli stranieri? E perché non anche per i francesi che vivono all'estero? Perché dedicare la prima pagina dei quotidiani e l'apertura dei telegiornali a quattro clandestini che vengono espulsi su un charter, in applicazione della legge - sapendo che ritorneranno alla prima occasione e che decine di migliaia di clandestini entrano impunemente ogni anno - e non parlare quasi mai delle espulsioni massicce e sbrigative che si infliggono reciprocamente i paesi africani e asiatici?

    La non espulsione di fatto degli immigrati clandestini sancisce la violazione ufficiale della legge, perché un governo regolarmente eletto si piega ai voleri di una'archeofuturismo che ha usurpato un magistero morale, e inoltre contravviene al principio delle nazionalità, fondamento del diritto internazionale. Questo è un ulteriore segno del declino dei valori democratici e dello stravolgimento del concetto di "Repubblica" proprio da parte di coloro che pretendono esserne stati gli inventori.

    In realtà l'ideologia egualitaria ha costruito il "principio delle nazionalità" (reciprocità delle discriminazioni e dei vantaggi sui territori di ogni Stato) in modo astratto, quando non esisteva il problema dell'immigrazione. Oggi non è in grado di rispettarlo e confessa la sua vecchia follia dispensatrice di catastrofi: l'universalismo di un pianeta senza frontiere, senza "camere di compensazione", alimentata dal romanticismo infantile dei "cittadini del mondo" e del "governo mondiale". Non si rende conto che la gestione comune del pianeta è possibile solo tra insiemi differenti e impermeabili, non certo guidata da un magma che trasformerà il mondo in una giungla.

    Anti-selezione e anti-esclusione: il loro fallimento provocherà il cataclisma che solleciterà il ritorno a soluzioni arcaiche.





    La rivoluzione imposta





    Solo quando saranno sull'orlo dell'abisso le popolazioni europee troveranno la forza di reagire. Non bisogna attendersi soluzioni efficaci prima della prevedibile catastrofe. Il consumismo, il comfort, le innumerevoli "comodità" che vengono offerte, lo stordimento indotto dalla società dello spettacolo, hanno fiaccato le capacità di resistenza. Siamo di fronte a un indebolimento, provocato da una vita senza vigore, da un individualismo sfrenato, dai sogni diffusi tramite i mass media e la pubblicità e da esperienze oniriche e virtuali. Quelle che Arnold Gehlen definiva le "esperienze di seconda mano". Si tratta di oppio socio-economico. Ma questa società basata sul conspicuous consumption ("consumo ostentatorio"), come aveva notato Thorstein Veblen all'inizio del secolo, ha minato le proprie basi economiche e sociali, ha distrutto le speranze di libertà, di emancipazione, di giustizia e di prosperità che aveva alimentato, estremizzandone le traduzioni concrete fino all'assurdo. Così per un effetto boomerang, non è più capace di resistere alle crisi finanziarie, alle organizzazioni criminali e ai terremoti sociali che essa stessa ha generato. È un fenomeno di rovesciamento dialettico che è stato ben descritto da Marx e da Jules Monnerot.

    Questa società ha provocato un indebolimento antropologico globale, sono venute meno tutte le difese immunitarie. La terapia dovrà quindi essere necessariamente molto forte e dolorosa. Ci stiamo avviando verso una Rivoluzione al cui confronto la Rivoluzione russa sembrerà una chiassata.





    Principi d'educazione (1)





    Tutti discutono sul "fallimento scolastico" e sulla "violenza nelle scuole", ma questo è il frutto di un sistema anti-selettivo e anti-disciplinare basato su un florilegio di utopie che si vuole conservare ad ogni costo perché sono dei dogmi... Centinaia di migliaia di giovani non trovano lavoro (da qui disoccupazione e delinquenza) perché il sistema educativo non ha lo scopo di educare (da e-ducere, condurre fuori da una condizione di ignoranza e incultura), ma quello di auto-conservarsi come amministrazione corporativa e protetta, dispensando una pedagogia dogmatica e inefficiente.

    Ecco alcune proposte dettate dal buon senso:

    1- La scuola non deve essere più obbligatoria dopo i 14 anni.

    2-Deve insegnare le "chiavi del sapere" e i comportamenti sociali secondo una pedagogia disciplinare.

    3- Deve funzionare in base a tre principi: selezioni attraverso il merito, ricompense, punizioni. Senza dimenticare una certa solennità.

    4- Dopo i 14 anni la scuola e l'università non devono più essere gratuite, se non per coloro che, privi di risorse, potranno godere di borse di studio se sono capaci e dopo una rigorosa selezione.

    L’ultima proposta non è ingiusta, nel senso platonico, perché uno studente ricco, ma incapace, avrà meno successo in una università selettiva di uno studente povero ma dotato. Per questo motivo la selezione in base al merito e alla competenza dovrà essere durissima. Come ha dimostrato Pareto quanto più rigorosa è la selezione (razionalmente regolata) in un sistema sociale, tanto maggiore sarà la circolazione delle élite, e i ricchi non potranno godere a lungo delle rendite di posizione. Nell'attuale regime anti-selettivo ispirato dalla sinistra ultra-egualitaria, i poveri usufruiscono di un sistema di insegnamento sempre meno qualificato: i poveri dotati non possono riuscire, i ricchi ipodotati si. Questi semplici principi, che non hanno nulla di tirannico non saranno mai applicati dall'attuale sistema che è allo stremo delle forze, ciò avverrà dopo la rivoluzione.

    Selezione e disciplina: principi arcaici ma performanti che fondano una vera libertà individuale, quella della giustizia sociale del futuro.

    Oggi, invece di procedere alla ricostruzione di qualcosa, forse sarebbe meglio lasciare che l'Educazione nazionale sprofondi completamente, vista la totale incapacità di assolvere alla propria missione e l'assoluto disinteresse dello Stato per il suo destino. Il nuovo Stato del dopo-caos potrebbe così ricominciare da capo.





    Principi di educazione (2)





    L'antropologo Arnold Gehlen spiegava che la libertà nasce dalla disciplina. Perché il "dressage" secondo la sua espressione (Zucht) crea nuove capacità. Una educazione efficace, liberatrice deve poggiare in virtù della stessa costituzione antropologica, sullo sforzo, la disciplina, lo stimolo, la sanzione e la ricompensa.

    Georg Steiner da parte sua, commentando i principi ancestrali dell'educazione ebraica che aveva ricevuto e che trasmetteva ai suoi figli, faceva le seguenti affermazioni non-corrette sulle pagine di un grande settimanale: «Quando vedo tutto quello che viene messo in campo per evitare ai bambini l’angoscia e la nevrosi, io rispondo che la nevrosi è la creazione, grazie a lei si diventa esseri umani. Credetemi, facilitando la vita ai bambini li si rende fragili, non solo sul piano educativo, ma anche, cosa più grave, su quello delle emozioni».

    Oggi il bambino, il "giovane", è un piccolo dio. Quando prende brutti voti a scuola i genitori non lo puniscono ma "correggono" l'insegnante rompendogli la faccia. Ogni punizione è illegittima. Ma questa deificazione dell'infanzia e della gioventù sembra accompagnarsi paradossalmente con l'aumento statistico dei bambini martirizzati e della pedofilia. Una società che sta invecchiando vive con l'infanzia e l'adolescenza rapporti molto ambigui e morbosi, fatti di adulazione, di amore eccessivo, di permissivismo esagerato, ma anche di crudeltà perversa e di sadismo sessuale. Una società sana adotta nei confronti della prima gioventù una strategia conforme alla trasmissione dei valori collettivi e al fiorire delle doti: "dressage" e protezione, severità e rispetto.

    Il ritorno a questi principi arcaici, dimenticati dall'ignorante utopia egualitaria, non è per oggi, ma i tempi futuri si incaricheranno di imporli.





    Conservatorismo e tautologia: malattie senili della modernità





    Charles Champetier caporedattore di Eléments mi fece un giorno un'osservazione che meriterebbe, da sola, un libro: «la società mass-mediatica spezza l’architettura tradizionale dei saperi e impedisce l'innovazione intellettuale o culturale a vantaggio della ripetizione».

    Come aveva già visto Walter Benjamin che, osservando gli effetti della televisione nascente negli Stati Uniti, ne colse il carattere totalitario, la sfera audiovisiva e ora info-visiva (Internet, CD-rom) non crea nuovi modelli o valori ma si limita a riprodurre quelli esistenti, secondo una logica orizzontale e strettamente commerciale. Lo stesso accade per la pubblicità: si ripete, segue, non si innova, vengono fotocopiati modelli sociali secondo una logica conservatrice, soprattutto nel campo delle idee e delle soluzioni, o piuttosto finte innovazioni, simulacri della novità. Le idee e le forme artistiche si mordono la coda. girano in tondo. La modernità è ormai solo ripetizione stucchevole, psittacismo, conservatorismo (di forme e valori), accademismo, sotto il trucco dell'innovazione e di questa parola finto-branché (13). Si va aprendo un fossato sempre più largo tra l'ideologia dominante, che ripete i dogmi umanisti, e le realtà tecniche, scientifiche e demografiche che funzionano secondo le modalità dell'urgenza. Questa situazione di precario equilibrio è sempre più instabile e preannuncia imminenti catastrofi.

    Un tempo la "metapolitica"- cioè il passaggio di nuove idee filosofiche nella pratica politica - era organizzata in maniera gerarchica: un'avanguardia imponeva progressivamente le proprie idee. Oggi sotto il regno della modernità agonizzante simili avanguardie non esistono più. Anche le mode, intellettuali o dell'abbigliamento, non sono più leggibili Tutto funziona in modo orizzontale, per reattività, È una monotona ripetizione. Questo si avverte in modo particolare nella musica dove variano la forma, la tecnica, ma il contenuto balbetta. Anche nel campo tecnico l'innovazione non svolge più la sua funzione di "cambiare la vita", Internet trasforma la vita delle persone molto meno di quanto hanno fatto la lampadina elettrica o il telefono. Tutti segni rivelatori di un mondo che fa surplace, preludio forse alla sua fine.





    La gag del PACS, modello del "progressismo in facsimile"





    La destra conservatrice vede nel PACS l'azione della "lobby omosessuale", la famosa "mafia rosa", per ottenere il diritto legale al matrimonio e l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali maschili o femminili, ma così dimostra di non aver capito nulla. Già da tempo gli ambienti gay non hanno più bisogno di simili grimaldelli per imporsi, inoltre queste coppie non durano, sono ben poche quelle che vogliono vivere insieme per lungo tempo e adottare dei bambini. Quindi niente panico.

    Il PACS non è neppure una "macchina da guerra contro la famiglia" o un "mezzo per distruggere l'istituto matrimoniale", coloro che si vogliono sposare non saranno certo dissuasi dal PACS. È tutto molto più semplice. Si tratta di una gag che fa parte di quelle misure gadget, iniziative simboliche prese da un sistema ormai giunto alla fine e che, incapace di risolvere i veri problemi, cerca di stornare l'attenzione su pseudo-riforme progressiste che non cambieranno assolutamente nulla. È una falsa libertà, uno di quei "diritti" da paccottiglia riconosciuti in nome di un individualismo enfatico, un cache-sexe per nascondere la spaventosa mancanza di progetto politico.

    Non va però dimenticato che i1 PACS aggraverà i costi finanziari della nostra società (6 miliardi di franchi l'anno per le esenzioni fiscali, mentre vengono ridotte le allocazioni versate alle famiglie): due gay, maschi o femmine, una "coppia" di qualunque tipo dichiarata come tale potrà con una semplice dichiarazione all'amministrazione pubblica, godere dei benefici fiscali, dei diritti di successione, diritti alla casa pagati dalla società. Così si infliggono agli altri dei doveri ma in cambio non viene dato nulla. Nell'architettura del Codice civile napoleonico, intriso di buon senso, sembrava logico e naturale che solo le coppie sposate potessero beneficiare di vantaggi finanziari, perché avrebbero rinnovato la società con i propri figli. Servizio contro servizio. Lo stesso Napoleone diceva: «i concubini non si curano della legge, la legge si disinteressa di loro».

    Inventando il PACS la sinistra, più che per desiderio di ingraziarsi la lobby omosessuale, ha fatto il seguente ragionamento: il nostro progressismo è ormai moribondo, non siamo in grado di fare una concreta politica di giustizia sociale lottando contro la disoccupazione e il pauperismo, l'unica soluzione è il progressismo ipocrita. Da qui l'idea del PACS che, al pari di misure pseudo-umanitarie, come la regolarizzazione degli immigrati clandestini, non reca il benché minimo vantaggio al popolo, ma aggrava i carichi che pesano su tutti, credendo in tal modo di dare l'impressione che la sinistra, con questo gadget legislativo, resta fedele alla sua vocazione progressista.

    Tutta la vicenda traduce la pavidità e l'impotenza dei governi di questa democrazia al tramonto. Il processo è sempre lo stesso. Incapace di risolvere i problemi concreti, vengono date in pasto all'opinione pubblica riforme astratte, sempre legittimate da un supplemento di umanitarismo e tolleranza. Le vere malattie non vengono affrontate, ci si limita a somministrare al paziente degli analgesici (stordimento audivisivo o elettro-ludico) e si finge di risolvere falsi problemi. Incrementare la natalità? Bloccare la desertificazione del 60 per cento del territorio? Prevenire la catastrofe annunciata a partire dal 2010 a causa del fallimento dei budget sociali? Ridurre drasticamente l'inquinamento urbano? Rifondare le istituzioni europee? Non pensateci! È troppo complicato. Si preferiscono i simboli vuoti: fermare Superphenix o sancire la parità sessuale nei partiti. Uno Stato tentacolare, socializzatore e fiscalista è tanto più obeso, quanto meno dotato di forza, autorità ed efficacia. La classe politica impotente (per mancanza di qualità umane e di determinazione), preoccupata solo di comunicazione elettorale, vive alla giornata, incurante di ciò che potrebbe accadere anche a breve termine, non fa più previsioni e si limita a compiere riforme di facciata, eppure avrebbe di che essere preoccupata per il futuro.





    Il paravento delle false libertà





    Il paradosso di questa società è che sotto la veste umanitaria, tollerante e soft, consente la violenza e l'erosione delle libertà pubbliche. Mentre sono in costante aumento la criminalità, l'insicurezza, la precarietà economica, mentre il fiscalismo diventa sempre più rapace e la libertà d'espressione politica viene limitata, mentre si moltiplicano in un crescendo inquietante gli errori giudiziari e viene avviata una schedatura informatica generalizzata, il sistema non si limita a stornare l'attenzione su temi di nessun interesse, ma adotta la strategia delle false libertà.

    Si tratta di concedere alla società civile pretese "nuove libertà" prive di qualunque interesse concreto, ma che hanno il vantaggio di essere mediatiche. Il PACS, le quote obbligatorie di donne elette, il divieto dei bizutage (14), l'impossibilità di espellere gli immigrati clandestini, la pretesa indipendenza della magistratura, la presenza degli alunni nelle strutture amministrative delle scuole, ecc. tutte queste pseudo-libertà rappresentano un onere supplementare per tutti i cittadini. In tal modo un simulacro di emancipazione serve a nascondere la riduzione delle libertà.

    Alle libertà concrete si sostituiscono libertà astratte e virtuali. Dai tempi della Rivoluzione francese questo dispositivo continua a funzionare.





    La "discriminazione positiva" è razzista e sessista





    Molti Stati americani hanno adottato programmi e leggi di affirmative action che si può tradurre come "discriminazione positiva", termine che rivela grottesche contraddizioni interne, anche in Africa del Sud sta avvenendo la stessa cosa.

    L'affirmative action è una forma di anti-egualitarismo inconsapevole, richiede una definizione delle "razze da aiutare", da qui il suo razzismo. Gli arabi e i coreani vanno aiutati o no? Viene definita implicitamente una "scala razziale" di superiorità-inferiorità che è il prodotto della stessa ideologia anti-razzista. Negli Stati Uniti molti rappresentanti delle minoranze hanno provato umiliazione per essere stati inseriti nella categoria dei beneficiari delle "discriminazioni positive". Di recente in Francia una scrittrice di origine africana ha chiesto una quota obbligatoria di neri alla televisione. In tutti questi casi le donne, i neri ecc. vengono assimilati ad handicappati o subnormali che per pietà vanno aiutati con una spinta (consistente). Quale umiliazione! Bisogna penalizzare il "maschio bianco" perché gli altri abbiano il loro posto al sole, il che significa implicitamente che il "maschio bianco" è per natura superiore, e quindi va sanzionato d'autorità per far posto agli "altri". Sottinteso: le donne e i neri sono eterne vittime che hanno bisogno, per la loro natura, di essere soccorse, creature deboli da proteggere continuamente contro l'oppressione.

    L'ideologia antirazzista, egualitaria e femminista si morde la coda, ribadisce, affermando di combatterla, l'inferiorità razzista o sessista. Se fossi un nero sarei furibondo di essere considerato un incapace virtuale che va continuamente assistito.

    D’altra parte, imponendo per legge una quota del 50 per cento di donne tra i candidati dei partiti politici, l'ideologia egualitaria nega i principi d'eguaglianza e danneggia la santa "causa delle donne". Infatti se la maggioranza dei candidati è maschile questo non è dovuto alla deliberata volontà di escludere le donne, ma perché non c'è un numero sufficiente di candidate. Stabilendo con decreto una quota paritaria di donne si impongono con la forza personaggi che saranno sicuramente mediocri, basti ricordare cosa accadde quando Juppé per far vedere di essere "in" volle nel suo governo ben sei ministri donne che vennero poco dopo allontanate per la loro incompetenza... Visto che in altre professioni di grande valore sociale come la magistratura o l'insegnamento secondario la presenza femminile è dominante, perché non imporre anche qui una quota del 50 per cento di uomini? In medicina e in chirurgia, dove gli uomini sono in maggioranza, perché non stabilire una quota del 50 per cento di donne, indicendo due concorsi separati? Ma forse gli accaniti partigiani dell'egualitarismo a oltranza non sarebbero molto contenti di essere operati da "chirurghe" dalla dubbia competenza.

    Andiamo oltre: perché non applicare, oltre alle quote dei sessi, anche quelle etniche, in proporzione alla presenza dei vari gruppi all'interno della nostra società multirazziale? Così Air France sarebbe tenuta, reclutando il personale in base a "collegi etnici", ad assumere X per cento di piloti di origine africana, Y per cento di piloti di origine maghrebina ecc. Ma questo non avverrà mai, perché anche la follia ha un limite.

    Così la discriminazione positiva i cui fini sono l'antirazzismo e 1'antisessismo... produce una società sempre più sessista e razzista. D'altra parte quando l'egualitarismo cerca di affermare i suoi principi fino in fondo, in base a una logica astratta, li stravolge, rendendoli assurdi e contraddittori. Le pari opportunità non creano pari risultati? Bisogna allora imporre con la forza l'uguaglianza dei risultati, distruggendo così la nozione stessa di pari opportunità che è il fondamento dell'ideologia egualitaria ... Tutto questo accade perché essa rifiuta dogmaticamente di riconoscere l'ineguaglianza delle capacità tra gli individui e tra i gruppi etnici. La "natura" non ha le nostre idee? Allora cambiamo la natura per decreto, come già si fa con la Storia. Programma ambizioso che conduce diritti verso la catastrofe! Ma dopo tutto meglio così, come recita un proverbio indiano: “quando il tuo nemico danza sulla cima di un tetto, lascialo fare e applaudi la sua bravata”.





    Il ritorno della lotta di classe: la sinistra al fianco degli sfruttatori





    Secondo la mitologia classica della sinistra marxista la lotta di classe opponeva i proletari salariati alla borghesia padronale o parassitaria. Oggi la vera lotta di classe oppone i salariati del settore protetto, pressoché garantiti da un impiego a vita, con notevoli privilegi e vantaggi acquisiti, ai disoccupati e a chi fa lavori precari o rischiosi, sempre più numerosi (interinali, CM, ecc). I primi vivono alle spalle dei secondi e possono impugnare l'arma dello sciopero, la sicurezza degli uni è alimentata dalla precarietà degli altri. Il paradosso è che la sinistra e soprattutto i suoi sindacati, in particolare quelli della funzione pubblica, si ergono a difensori della classe economica sfruttatrice e garantita: i “salariati protett.”

    Sempre più privilegi, conservazione blindata di vantaggi esorbitanti, finanziati con le imposte prelevate dal settore privato precario, riduzione delle ore di lavoro a parità di salario per i dipendenti del settore pubblico e para-pubblico e dei grandi gruppi imprenditoriali (l'imbroglio delle 35 ore), ecc.

    Gli scioperi dell'inverno ‘95-'96 non erano un'espressione combattiva di difesa sociale, ma una lotta corporativa di classi. I salariati del settore protetto chiedevano ulteriori finanziamenti e sacrifici alle classi precarie che creano realmente ricchezza.

    Così mentre il Front national raccoglieva un crescente consenso tra i proletari del settore non protetto, tra le nuove classi del precariato e quelle che si assumono i rischi in proprio per produrre ricchezza, i nuovi battaglioni elettorali della sinistra provenivano dalla borghesia del settore protetto, garantito contro la disoccupazione, il pauperismo o la delinquenza ...

    Da parte sua la sinistra trotzkista che si è attestata nella difesa dei "sans papiers" e giunge a teorizzare la non espulsione degli immigrati clandestini, è oggettivamente complice dello sfruttamento dei lavoratori nazionali da parte di quelli illegali, per i gravami finanziari e fiscali imposti agli autoctoni dall'arrivo di schiere di allogeni che hanno sempre bisogno di "aiuti" e godono dell'impunità, quando creano imprese che lavorano in nero danneggiando l'economia legale.

    L'estrema sinistra e la lotta di classe: alcune persone oneste e intelligenti di estrema sinistra si rendono conto di ciò che non funziona e perché, ma non sono in grado di formulare dei modelli alternativi. Constatano che il sistema non offre soluzioni sociali ed economiche credibili e che il liberalismo selvaggio produce l’”orrore economico”, ma non osano più dare delle risposte o proporre modelli di società, sia perché le vecchie soluzioni marxiste hanno dimostrato il loro fallimento, sia perché iniziano a pensare, senza confessarlo, che le vere soluzioni non vanno più cercate a sinistra ma in quella che Zeev Sternhell ha chiamato la "destra rivoluzionaria" e Pierre Vidal il "nazional-populismo".

    In realtà la sinistra ha abbandonato da molto tempo il terreno sociale e oggi trova rifugio nell’"etica" che è una nuova impostura, non le interessa più la "difesa degli oppressi", se non come simulacro: in realtà non le e mai interessata. La tradizione marxo-trotzkista si è sempre infischiata della "classe operaia", dei "proletari" e oggi degli immigrati, che furono e sono masse di manovra manipolate per creare il caos sociale grazie al quale i suoi circoli ambiziosi e cinici, perfettamente "anti-repubblicani", sperano un giorno di prendere definitivamente il potere. Ma purtroppo non basta conquistarlo il potere, bisogna conservarlo. Nella sua strategia pseudo-morale la sinistra e l'estrema sinistra hanno giocato col fuoco e dimenticato il fattore jolly: l'Islam.





    Contraddizione tra l'integrazione e il comunitarismo





    La sinistra e la destra quando considerano la sorte degli immigrati e dei loro discendenti in Francia si mordono sempre la coda. Gli stessi principi "repubblicani" e "umanisti" portano a soluzioni assurdamente contraddittorie: ci ripetono ossessivamente che è necessaria l'integrazione, secondo la logica repubblicana, ma nello stesso tempo affermano che va respinta l'assimilazione, perché sarebbe una coercizione razzista. Secondo un'altra filastrocca, recitata spesso degli stessi personaggi, bisogna preservare le differenze. è la teoria del differenzialismo o del comunitarismo che crede possibile l'armonia tra un "Islam repubblicano", rispettoso dei valori laici, e le virtù del comunitarismo, cioè un mosaico etnico vivibile e senza conflitti. Come non bastasse ci viene propinata anche l'apologia della mescolanza delle razze e del meticciato, il che sembra in contraddizione con l'opzione comunitarista dove ogni etnia afferma la propria identità... In sostanza si vuole la botte piena e la moglie ubriaca: l'integrazione senza l'assimilazione, la preservazione delle differenze etno-comunitarie e il melting pot ecc. Anche in questo caso l'ideologia egemonica cede al suo vizio prediletto: la credenza nei miracoli. Vietare il chador a scuola è repubblicano o razzista? O entrambe le cose? Le acrobazie intellettuali dei media e dei politici su questo argomento sono la riprova che si trovano in una impasse totale. Bisogna allora riconoscere che nella Storia esistono contraddizioni insormontabili, cioè problemi insolubili. Se ne esce soltanto attraverso una rottura, nel quadro doloroso di un altro sistema.





    La vendetta, motore della politica





    Montecristo: ovvero la vendetta è la forma più compiuta della forza politica. Esattamente come in amore. Niente dà più energia del desiderio di vendetta che può durare secoli e non conosce oblio. Oggi noi siamo diventati oggetto del desiderio di vendetta, anche inconsapevole, dei popoli del Sud che abbiamo colonizzato e che si ritengono sfruttati e umiliati. La vendetta è una delle linee di forza della Storia. La Prima Guerra mondiale ebbe come molla principale: "ridateci l'Alsazia-Lorena". Il destino del XX secolo fu segnato quando Bismarck, dopo la disfatta francese del 1870, decise di riannettersi quelle terre che Luigi XIV aveva conquistato.

    Esiste un parallelismo stupefacente tra le relazioni affettive personali, i rapporti politici e quelli tra i popoli.

    La risposta non consiste nel dire: "noi abbiamo torto, voi avete ragione, ci aspettiamo l'assalto, puniteci, invadeteci", come conclama l'ideologia dominante, e neppure può tradursi in una campagna di odio. La soluzione è difendersi seguendo l'affermazione di Demostene "con lucida freddezza".





    Società multirazziale, società multirazzista





    Un recente reportage di Libération faceva una desolante constatazione: in Brasile, paese multirazziale la cui Costituzione è la più antirazzista che si conosca, esiste una impressionante gerarchia etnica in cui i neri (a parte i campioni di calcio, gli odierni gladiatori) sono considerati meno di nulla. Miseria economica e disprezzo sociale: una parte consistente della popolazione viene cosi emarginata nella miseria, l'ignoranza, la delinquenza. Il giornalista alla fine doveva ammettere che la vecchia Africa del Sud dell'apartheid era "meno razzista" del Brasile antirazzista!

    Conosco bene gli Stati Uniti e, salvo qualche differenza, la situazione non è molto diversa da quella brasiliana. Tuttavia l'autore dell'articolo non traeva alcuna conclusione pratica dalla sua constatazione e restava invischiato nel dogma multirazziale. Credendo ancora una volta nei miracoli, si aggrappava alla sua utopia, pensando che la situazione poteva comunque cambiare con l’”educazione", la "tolleranza", la "buona volontà". Sempre questo leitmotiv: "se tutti i ragazzi del mondo si dessero la mano ...", come dice la canzone. È il mito bello della sinistra: educazione e prevenzione.

    L'ideologia egualitaria ha sempre disprezzato la sociologia della realtà, la società umana come fu, come è e come sarà, essa ritiene che lo "spirito delle Leggi" non abbia limiti, che i decreti creino la realtà. Questo atteggiamento pericolosamente ingenuo induce a credere cocciutamente che una società multirazziale, organizzata secondo leggi antirazziste, potrà essere armoniosa.

    La peggiore delle utopie egualitarie è proprio questa. Le società etnicamente eterogenee sono sempre state, nel corso della Storia, vere e proprie polveriere. Il "non- razzismo" e il rispetto etnico si affermano solo quando i popoli vivono in entità politiche e sistemi differenti. La tragedia jugoslava è sotto gli occhi di tutti. Non esiste un solo esempio storico di società pluri-etnica non conflittuale e che non sia stata crudelmente gerarchizzata e oppressiva. Ma la lezione rimane inascoltata, i dogmi prevalgono sempre sull'esperienza. L'egualitarismo (così come il "comunitarismo") pensa che si possa vivere la propria differenza etnica nella sfera privata e comunicare massicciamente insieme nella sfera pubblica, sociale e politica. Questa ipotesi meccanicista non è mai stata verificata.

    Nel 1996 ho incontrato in Texas un razzista dichiarato, grande proprietario di ranch, un tipo alla J. R. che mi diceva candidamente: «Non capisco perché in Europa certi partiti cerchino di limitare l'immigrazione. Tutti questi immigrati costituiranno per voi una nuova classe di schiavi! Basta che abbiate una polizia efficiente come la nostra per reprimere ogni disordine». Nessun commento. Molti razzisti auspicano l’avvento di una società multirazziale.

    Negli Stati Uniti, terra di grandi spazi e di grandi immigrazioni, le conseguenze conflittuali della società multirazziale sono limitate. Lo stesso non accade in Europa dove gli spazi sono più ridotti e, per di più, si va affermando una crescente dell'Islam. Ci stiamo avviando verso un lungo periodo di guerre etniche il cui esito è incerto. D'altronde esse sono già iniziate.





    Necessità di un pensiero rivoluzionario. Come definirlo?





    Il sistema nella sua globalità non funziona. Nessun miglioramento è possibile perché l'ideologia egemonica - ma non l'opinione pubblica - si oppone: c'e ormai un'incompatibilità tra questa ideologia e le soluzioni pratiche che andrebbero adottate per salvare il salvabile. Oggi non basta più una riforma parziale di qualche singolo settore, è il sistema nel suo insieme che bisogna cambiare, come un vecchio motore, di cui è inutile sostituire qualche pezzo.

    Ogni partito politico il cui obiettivo non è la carriera dei suoi dirigenti, ma la salvezza della nazione, non deve più pensare in termini riformisti, ma secondo la logica rivoluzionaria, con una mentalità da stato di guerra. L'opposizione "classica" considera il potere che vuole conquistare come un avversario, i cui corpi costituiti sono composti da colleghi politici: un'opposizione rivoluzionaria considera il potere e i suoi esponenti come dei nemici.

    Esistono tuttavia due concezioni del pensiero rivoluzionario che Lenin, seguendo Machiavelli, aveva ben compreso. La prima è quella che possiamo definire come cultura dell’accerchiato e conduce al fallimento. È la strategia del leone che finisce sempre per soccombere coraggiosamente, trafitto dalle lance. Questa strategia respinge ogni alleanza tattica, ogni compromesso provvisorio in nome di una purezza dottrinale male intesa. Ci si pensa come assediati e non come conquistatori. Si va all'assalto indossando i pantaloni rossi, baffoni al vento, per essere subito falciati dalle mitragliatrici nemiche.

    La seconda concezione è aggressiva, subordina i mezzi ai fini. È la strategia della volpe, che riesce sempre a devastare di notte i pollai. Chi la adotta è capace di stringere alleanze con gli utili idioti e i voltagabbana, sa nascondere il gladio sotto la toga per poi colpire più forte, conosce l'arte dell'agguato. Coniuga pazienza e costanza: mantenendo il segreto sui propri obiettivi radicali. Sa fare delle concessioni provvisorie, senza mai perdere di vista il raggiungimento di tutti i suoi scopi, sostenuto da una volontà ferrea. Pratica l'arte della menzogna lodata da Nietzsche. Come un buon marinaio è capace di bordeggiare e andare contro vento sfruttando la potenza delle raffiche ostili, senza mai dimenticare l'approdo.

    La prima concezione è romantica, affonda le proprie radici nella nostra anima germanica e celtica. La seconda concezione è classica e trova le sue radici mentali nella nostra eredità ellenica e romana. La prima non è adatta per prendere il potere, ma una volta conquistato può affermare tutti i suoi diritti.





    Le vere ragioni della demonizzazione del Front national





    Su molti punti non sono d'accordo con il programma del Front national, soprattutto per quanto riguarda la sua strategia europea, la dottrina economica e il suo latente nazionalismo giacobino. Ma, come già scrisse Baudrillard - e questo gli valse l'immediato ostracismo del ceto intellettual-mediatico - il FN è il solo partito autenticamente rivoluzionario apparso in Francia dopo la guerra. Il suo obiettivo dichiarato è il rovesciamento del sistema. Si possono sempre discutere la tattica, e gli aspetti particolari della dottrina, ma l'essenziale è concordare sulla visione globale del mondo. Il Front national, malgrado i difetti, gli errori tattici, le dispute intestine, le approssimazioni e le contraddizioni ideologiche, è diventato una realtà che non si può ignorare.

    Viene criminalizzato dalla classe intellettual-mediatica e dalla borghesia benpensante forse perché è "razzista", "fascista", di "estrema destra", "anti-repubblicano"? Niente affatto. Queste accuse lanciate da false vergini spaurite sono soltanto pretesti. Invano si cercherebbero nel programma del FN tracce di quelle dottrine, mentre proprio i suoi più accesi accusatori appartengono a correnti di pensiero - compreso Jospin e il 50 per cento dei ministri socialisti - che per decenni hanno mercanteggiato con il comunismo totalitario.

    Le vere ragioni dell'ostracismo anti-FN sono altre. Il Front national impedisce al potere di menare il can per l'aia:

    1- Spezza - smascherandole e rifiutandosi di applicarle - le regole del gioco del ceto politico, cioè il carrierismo, basato sul patto pseudo-repubblicano sinistra-destra, fatto di contrasti fittizi e di autentiche connivenze.

    2- Fa politica, là dove si era convenuto di combinare solo degli affari.

    3- Ha delle idee e sollecita il dibattito, mentre è inteso che le idee sono pericolose (perché creano divisione e scuotono la coscienza del popolo) e non si mette in discussione impunemente un sistema fondato sul rimbecillimento diffuso, prodotto dalle élite della società dello spettacolo.

    4- Esige dal potere soluzioni concrete a problemi reali, mentre sembra evidente che un governo deve "comunicare" e manovrare per essere rieletto e non riuscire per convincere.

    5- Rompe l'omertà e grida che il Re è nudo, osando rivelare una verità sociale e politica catastrofica.

    In sostanza il Front national viene demonizzato, non per ipocrite ragioni morali, ma perchè è troppo democratico e troppo politico, perché minaccia direttamente la carriera di politici influenti dei partiti istituzionali e delle più diverse lobby, rappresenta un pericolo permanente perchè vuole "convincere il popolo".

    Il Front national viene demonizzato e combattuto, con un accanimento spesso illegale, non perché "minaccerebbe la Repubblica", ma perché rappresenta un pericolo per i pseudo-repubblicani È aggredito non perché i suoi valori sono inaccettabili, ma perché ha dei valori e questo è inaccettabile.

    Benché non condivida numerosi punti del suo programma devo riconoscere che rappresenta la prima forza in Europa che incarna implicitamente questa idea letale per il sistema: dalla Resistenza alla Rivoluzione.

    Le false élite che hanno usurpato la Repubblica cercano di imbavagliare e distruggere il Front national perchè vuole ristabilire il contratto morale tra il popolo e i suoi dirigenti. Per questo lo si accusa di immoralità, ma saranno i fatti a decidere, perché sono testardi e la classe politico-mediatica non riesce a piegarli alla sua volontà. La sola strada che le resta, invece di vietare il Front national, è quella di abolire il popolo, lo sta già facendo. L'immigrazione è una delle sue armi. Ma è un'arma a doppio taglio perché ha trascurato, insisto, un fattore essenziale: l'Islam.





    Principi machiavellici della conquista del potere





    Rileggiamo Machiavelli, che Lenin e Napoleone conoscevano molto bene. L'opinione pubblica è mutevole, adesso mal sopporterebbe soluzioni e terapie efficaci per i mali che pure l'attanagliano. Oggi quegli stessi ferrovieri che sono vittime di aggressioni da parte delle bande etniche, sarebbero capaci di manifestare contro le espulsioni dei clandestini! Labilità dei tempi freddi. Ma in una situazione di grave crisi, a caldo, tutto cambia. Con le spalle al muro, di fronte a un dolore lancinante, le opinioni mutano. Ogni partito rivoluzionario deve essere consapevole che potrà giungere al potere solo in seguito a una grave crisi, in una situazione di emergenza che renderà accettabile ciò che prima non lo era, non certo nel clima tiepido di una situazione che lentamente imputridisce, dove la propaganda di regime può ancora neutralizzare le rivolte e impedire che il popolo prenda coscienza.

    Un partito rivoluzionario deve presentarsi come salvatore. Dopo il sisma l'ideologia egemonica sprofonda con tutti i suoi tabù, bisogna approfittarne ed entrare nella breccia. Un partito rivoluzionario deve pensare la propria azione in termini di dopo-crisi, dopo il caos. Essere rivoluzionario significa ragionare da chirurgo, non da riformista che prescrive degli analgesici contro il dolore o rompe il termometro. Un rivoluzionario prepara l'operazione e un trattamento che elimini definitivamente la malattia, non punta a riformare un sistema organico radicalmente malato, cambia il regime o piuttosto ne opera la metamorfosi.

    Un partito rivoluzionario non è una semplice macchina per conquistare il potere e poi gestirlo come avrebbero fatto gli altri. I primi mesi del suo governo trascorreranno sotto il segno della tempesta e dello scontro, per questo deve attrezzarsi mentalmente a resistere, non esitando a infrangere i vecchi principi, peraltro notevolmente indeboliti dalla crisi e dalla situazione di emergenza. Giunto al potere si adopera per creare situazioni irreversibili, che qualunque eventuale crisi successiva non potrà vanificare. Bisogna quindi che colpisca duro e rapidamente. Se lo farà, ciò sarà accettato, perché le regole del gioco sono cambiate, i vecchi valori crollati e i tabù infranti. Gioca sul timore che incute. In terzo luogo, anche in questa epoca mediatica, deve coltivare la precessione dei risultati pratici sulle misure simboliche. L'uomo della strada ha l'esigenza di vedere concretamente e percepire gli effetti del nuovo programma nella stia vita quotidiana. Le qualità richieste sono immaginazione e tenacia.

    È pericoloso per un potere rivoluzionario ritenere che siano ancora in vigore le vecchie regole del gioco, perché in realtà il dopo-caos avrà sconvolto tutto. Si dice spesso che dovrà soffrire l’”isolamento sul piano internazionale”, ma con tutta probabilità allora anche la scena internazionale sarà mutata. Peraltro le precauzioni da prendere, come al tempo del vecchio mondo, non avranno nessuna importanza di fronte all'imperativo cruciale di realizzare il programma rivoluzionario. Per Machiavelli "il nuovo Principe deve essere soprattutto determinato e coraggioso".





    La sinistra non è riformista, né rivoluzionaria e neppure conservatrice, ma “accentuatrice” del sistema





    È una evidenza che non bisogna stancarsi di ripetere. Dalla metà del XX secolo la sinistra alimenta l'inganno della rivoluzione e delle riforme. Si fa passare per 1'anti-sistema. mentre è lei il sistema, si fa passare per vittima, ma è lei che opprime.

    Le riforme della sinistra socialista, poiché tendono a consolidare la situazione esistente, non fanno altro che rafforzare ulteriormente l'influenza della sua ideologia. Il ruolo dell'estrema sinistra (come quello dei Verdi e del PC) che sembra attualmente rinascere, ora che il progetto di una società comunista si rivela grottesco, è simile a quello della sinistra socialista, ma ancora più accentuato: rafforzare l'ideologia e le strutture del meccanismo egualitario, soprattutto nel suo settore prediletto: l'immigrazione. L'estrema sinistra punta ad aggravare, accelerare e assolutizzare le tendenze esistenti nella società per renderle definitive.

    Non si tratta più di "cambiare la società", come nel Maggio 68, ma di portare a compimento, fino alle sue estreme conseguenze la società "egualitarista". L'estrema sinistra ha rinunciato a proporre il programma di un'altra società, ha dimenticato le sue filippiche contro i capitalisti e la borghesia, non ha più neppure la forza e l'immaginazione per creare un neo-comunismo (come cercò di fare la Scuola di Francoforte). Il suo discorso non è altro che una cantilena: "andiamo sempre più lontano sulla strada dell'egualitarismo".

    Nella sua critica all’”esclusione” non presenta nessun modello sociale ed economico alternativo, ha ricentrato in modo ossessivo la sua linea dottrinale su un tema morale: aiutare gli immigrati, considerati a torto i soli esclusi, promuovendo nel contempo, sul piano etnico e culturale, la diseuropeizzazione della società.

    Le riforme della sinistra sono false, nulla viene riformato, nessun problema viene risolto, ma solo aggravato, accelerando la crisi.





    La grande impostura dei Verdi, i re del cache-sexe





    In Francia e in Germania i Verdi, paradosso degli ecologisti politici, fanno solo politica, non si occupano di ecologia. Invano cerchereste nei loro programmi vere proposte ecologiche, come l'organizzazione su scala continentale del trasporto dei camion sui treni liberando le autostrade o la fabbricazione di veicoli non inquinanti (GPL, elettrici, ecc.) oppure la lotta contro l'urbanizzazione selvaggia in zone naturalistiche, contro gli spurghi animali che provocano l'inquinamento delle falde freatiche, contro il saccheggio delle risorse ittiche nelle grandi piattaforme continentali, contro gli additivi chimici nell'industria alimentare, contro l'uso eccessivo di insetticidi e pesticidi, ecc. Ogni volta che ho ricordato questi problemi parlando con un rappresentante dei Verdi ne ho tratto la sconcertante impressione che non lo interessassero veramente e che non li avesse mai studiati.

    Un giorno Brice Lalande mi confessò discretamente che il vero obiettivo dei Verdi era il nucleare, demonizzato come in un rito magico ed assimilato alla "bomba atomica". Ma la chiusura di tutte le centrali nucleari comporta la riattivazione delle centrali a gasolio e a carbone ben più inquinanti e pericolose. La lotta anti-nucleare è quindi una lotta anti-ecologica. I Verdi che si battono fiaccamente contro le maree nere e le emissioni di biossido di carbonio, sono pronti a strepitare quando si verifica il più piccolo incidente privo di conseguenze in una centrale nucleare. Un fatto è certo, i Verdi non osano attaccare la lobby petrolifera mondiale che certamente non lesina quattrini perché sia intensificata la lotta contro il nucleare, mentre per i nostri ecologisti della domenica la lobby nucleare nazionale è un nemico molto più facile.

    Una fonte di energia che non inquini non esiste, quella nucleare è la meno sporca tra tutte le fonti utilizzabili industrialmente. È incredibile pensare che i Verdi giungano al punto, come accade in Svezia, di voler sostituire l'energia nucleare con quelle fossili. Le cinque fonti di energia poco inquinanti e alternative (geotermica, solare, eolica, delle maree, idraulica) non sono tecnicamente in grado di fornire la quantità di megawatt necessaria per un paese industriale.

    Anche i Verdi, come l'estrema sinistra sul terreno economico e sociale, si rivelano capaci soltanto di criticare e demolire. Dalle loro file non è mai giunto nessuno studio e nessuna seria proposta per aumentare il rendimento delle fonti di energia pulita prima ricordate o immaginarne altre. Per esempio decentrare la produzione di elettricità installando sui fiumi delle dinamo, sorta di versione contemporanea dei vecchi mulini ad acqua, o costruire lungo le coste ventose piattaforme eoliche utilizzando il progetto di una società fiammingo-olandese.

    Se guardiamo le misure prese dai Verdi una volta giunti al potere, c'è da sbellicarsi dalle risa, basti pensare che madame Voynet ha ottenuto che venisse annullata la costruzione del canale Reno-Rodano, aumentando così il traffico merci su strada tra il mare del Nord e il Mediterraneo, che diventerà ancora più caotico, più costoso e più inquinante.

    Ai Verdi in realtà l'ecologia non interessa affatto, è un semplice pretesto. La prova: in Germania e in Francia si sbracciano per difendere la naturalizzazione e la regolarizzazione degli immigrati clandestini, per impedire le espulsioni legali, ecc. ma fanno ben poco per difendere la causa ecologica. L'ecologia è il cache-sexe del goscismo.

    L'ecologia politica, come abbiamo visto in occasione delle campagne di Greenpeace, non è altro che un gigantesco inganno. Si tratta di uno degli innumerevoli travestimenti, al pari delle organizzazioni assistenziali, umanitarie o culturali, di cui si serve l'estrema sinistra per muovere le sue pedine e nascondere la totale assenza di ogni progetto socioeconomico alternativo.





    Le vere cause dell'immigrazionismo: xenofilia, etnomasochismo, elettoralismo





    Le sinistre hanno una particolare propensione a favorire l'immigrazione e, quanto più si è a sinistra, tanto più si e disposti ad accogliere un'immigrazione selvaggia, ma le motivazioni addotte sono solo dei sofismi e cadono nel ridicolo.

    La prima argomentazione riguarda l'onore della Francia che, da sempre terra d'asilo, patria dei Diritti dell'uomo, ha il dovere di accogliere tutti coloro che hanno bisogno. Perciò un buon patriota è chi fa ricadere sui propri connazionali il costo degli allogeni che godono di vantaggi pubblici sempre più numerosi di quelli che spettano ai cittadini francesi. Quindi essere un patriota consiste nel trasformare, nello spazio di una generazione, il substrato antropologico, etnico e culturale del proprio paese, fenomeno mai visto nella storia delle Gallie e della Francia.

    La seconda argomentazione è che gli immigrati incentivano l'economia. Questo ragionamento non era valido neppure negli anni ‘60 quando un padronato irresponsabile e miope, complici i sindacati, reclutava all'estero manodopera docile e a buon mercato, invece di investire per ridurre i costi e aumentare la produttività, corrispondendo un salario adeguato ai lavoratori francesi. Oggi il prezzo dell'immigrazione è gigantesco.

    La terza ragione che viene addotta è che il basso incremento demografico non garantisce più il ricambio generazionale per cui gli immigrati sono necessari. Si tratta di un fantastico sofisma: Perché invece non prendere le misure necessarie per aumentare la natalità dei cittadini francesi? Perché il natalismo è un peccato politico e ideologico. Siamo così giunti a individuare i due veri motivi dell'immigrazionismo: il primo è psico-ideologico, il secondo è un puro calcolo politico.

    Il primo motivo: la sinistra pilota l'immigrazionismo trascinando con sé una destra colpevolizzata perché soffre nelle sue fibre ideologiche e morali, un sorta di complesso binario: xenofilia e etnomasochismo, idealizzazione dello straniero afroasiatico e odio per la propria stirpe. Un comportamento che ricorda la sindrome ben nota, diffusa tra i borghesi marxisti anti-borghesi, gli spretati anticlericali o gli ebrei antisemiti. Una psicoanalisi politica degli ideologi di sinistra rivelerebbe che nel loro animo l’”uomo bianco” è intrinsecamente colpevole, marchiato dal peccato incancellabile e imperdonabile di aver sfruttato l'uomo extra-europeo (colonialismo, razzismo ecc.). L'immigrazionismo e le teorie della società multirazziale e meticcia sono quindi il risultato di un lavoro di espiazione. Dobbiamo riparare ai nostri torti e scomparire in quanto popoli omogenei, lasciandoci colonizzare e dominare. Un esempio tra gli altri. Frequento spesso gli ambienti dello show-business e nel corso di una intervista alla bella e brava Béatrice Dalle, look tutto a sinistra, stile pseudo-ribelle, le chiedo: “Perché non hai dei figlia”. Risposta: «Mi farebbero ingrassare, ma io adoro i bambini e se fosse possibile li adotterei volentieri». Domanda: «Quei piccoli romeni e ucraini senza famiglia non ti piacerebbero?». Risposta senza commento: «No. Non voglio adottare degli europei, ma solo bambini di colore, africani o asiatici». Che caso magnifico per uno psicoanalista: l'etno-masochismo e la xenofilia avrebbero come sottinteso un'ossessione razziale?

    Il secondo motivo dell'immigrazionismo risiede in un semplice calcolo elettorale e demografico. Secondo i rilevamenti delle statistiche ufficiali in virtù delle naturalizzazioni, del diritto del suolo e del lassismo in materia di immigrazione, il numero di elettori di origine straniera è in continua crescita. Costoro votano in grande maggioranza per i socialisti e l'estrema sinistra, visti come "protettori", mentre le classi popolari di stirpe francese, serbatoio tradizionale di voti per le sinistre, votano per il Front national. Il calcolo è semplice: aumentare la quota di votanti immigrati; facilitare l'accesso al voto con l'iscrizione automatica (non volontaria e "civica") nelle liste elettorali. Si tratta di un calcolo miope, ma funzionale alla carriera dei politicanti di sinistra e di estrema sinistra: garantirsi una maggioranza durevole per conservare il potere. Così per ragioni demografiche l'elettorato di destra non sarà più maggioritario per molto tempo.

    Il nostro popolo non va bene, allora cambiamo popolo.





    La preferenza nazionale, una nozione contraddittoria





    La discussione sulla "preferenza nazionale" assomiglia per la sua evanescenza a quella sul mostro di Loch-Ness. La sinistra e la destra che si proclama repubblicana ritengono fascistizzante e discriminatorio il concetto di preferenza nazionale. Le municipalità che erogano un sussidio per i figli delle coppie di origine francese sono considerate fuori legge, così come le associazioni assistenziali che si limitano ad aiutare i cittadini francesi. Tuttavia la preferenza nazionale è il criterio dettato dalla Costituzione che regola le assunzioni nelle amministrazioni pubbliche civili e militari. Quindi anche la Costituzione e fascistizzante e discriminatoria e va riveduta con urgenza su questo punto.

    Il diritto internazionale si basa sulla nozione di preferenza nazionale ed è in vigore in tutti gli Stati del mondo che privilegiano sistematicamente i propri cittadini, soprattutto per quanto riguarda il lavoro. Questo allora significa che sono tutti paesi fascisti, così come erano fasciste le leggi sulla preferenza nazionale votate sotto il governo di Léon Blum, dal parlamento del Fronte popolare!

    In realtà in questa vicenda avversari e difensori della preferenza nazionale sono vittime della sindrome del concetto politico contraddittorio. L'ideologia egualitaria che afferma ad un tempo l'idea di nazione e di non-discriminazione, di appartenenza e di non-esclusione, per realizzare fino in fondo la sua visione del mondo individualista e universalista è costretta a sacrificare i concetti di nazione e di cittadinanza che pure le sono tanto cari. Infatti criminalizzare l'idea di preferenza nazionale significa svuotare anche quella di cittadinanza. Siamo tutti "cittadini del mondo", l'obiettivo è precisato, ma di nessun paese in particolare, in tal modo lo stesso concetto di nazione così come quello di cittadinanza nazionale non hanno più alcun senso, e neppure, al limite, lo stesso concetto di "Stato".

    La sinistra e l'estrema sinistra, strenue avversarie della preferenza nazionale forse non si rendono conto di minare in tal modo il proprio legame con lo Stato-nazione e di mettere in pericolo le loro dottrine di guida statale dell'economia, schierandosi così implicitamente con l'ultra-liberalismo per il quale non esistono cittadini, ma atomi individuali, soggetti economici disincarnati e senza appartenenza. Ma la sinistra più stupida del mondo, che non ha mai letto Milton Friedman, ignora evidentemente che il rifiuto della preferenza nazionale è il dogma centrale dell’ultraliberalismo.

    In realtà questa demonizzazione della preferenza nazionale è solo un prodotto dei cascami dell'internazionalismo proletario marxista, che venne rapidamente sepolto, per il suo carattere utopico, dai costruttori del comunismo.

    Tutta la polemica sulla preferenza nazionale attiene al fenomeno chiamato emergenza del concetto rimosso, si tratta di psicoanalisi politica. Il Front national ha sollevato il coperchio portando il dibattito sul suo terreno semantico, rendendo esplicito un concetto implicito dell'ideologia repubblicana e costretto i "repubblicani" a riconoscere che esso era incompatibile con il dogma egualitario e individualista. A questo punto le anime belle, politicamente corrette, sono in trappola: combattere la preferenza nazionale e ad un tempo difendere con enfasi la "cittadinanza" (o riappropriarsi del patriottismo "francese" e dell'idea della Francia) si rivelerà un esercizio sempre più acrobatico. D'altra parte la sinistra viene costretta a confessare il suo pensiero recondito: un senegalese gode di tutti i diritti in Francia, ma ciò non è possibile in Senegal per un francese. Questo stravolgimento del senso comune non può reggere a lungo.

    Il Front national portando allo scoperto la questione della preferenza nazionale non sfugge peraltro alle sue contraddizioni, perché grazie alle leggi sulla naturalizzazione, all'evoluzione demografica e migratoria, quelli che designa come "stranieri" sono giuridicamente a tutti gli effetti francesi, soprattutto la maggioranza dei beurs-black.





    La preferenza etnica: nozione archeofuturista.





    In modo spontaneo i beurs-blacks, giuridicamente "francesi", non ragionano più in termini di nazionalità, sono archeofuturisti senza saperlo, rispondono in termini etnici, parlano di "Gaulois" o di "formaggi bianchi" o di "figli di Clodoveo" quando si riferiscono ai francesi etnici. C'è una grande sfasatura tra l'ideologia ufficiale dell'egualitarismo integratore e la realtà sociale ...

    Il dilemma del Fronte è che il suo imperativo di "preferenza nazionale" si applica anche alla maggioranza dei "giovani" che provengono dall'immigrazione e che pongono un serio problema. È molto difficile affermare che la nozione di "nazionalità francese" stia scomparendo.

    Quale soluzione? L'ideologia egemonica ufficiale e il suo sistema sono stretti nelle loro contraddizioni che rappresentano altrettante bombe a orologeria. Solo il conflitto risolverà il problema al posto degli ideologi. Dopo bisognerà fare chiarezza e scegliere: o abbandonare ogni idea nazionale per far posto a una concezione individualista e cosmopolita globale che costituisce il logico esito finale di tutta l'ideologia egualitaria, giudaico-cristiana e della Rivoluzione francese, oppure affermare decisamente il principio della preferenza etnica, basata non più sull'appartenenza formale e giuridica a uno Stato-Nazione, ma a una comunità antropo-culturale. Per ora si naviga nella nebbia attraverso compromessi e imbrogli, ma ho la certezza che eventi non troppo lontani si incaricheranno di fare chiarezza.

    Ultimo punto: l'etimologia della parola "nazione" è stata completamente cancellata dalla sinistra. In latino essa significa "insieme di uomini nati dalla stessa stirpe", in greco ethnos.





    Principi rivoluzionari dell'inimicizia e dell'amicizia. Critica di Carl Schmitt (1)





    Carl Schmitt e la sua idea-forza: l'essenza del politico è la designazione del nemico, piuttosto che la nozione liberale di gestione arbitrale e pacifica della Città. Ma egli aveva ragione solo a metà. Come hanno fatto osservare alcuni suoi detrattori, anti-liberali come lui, l'essenza del politico è anche la designazione dell’amico, del "compagno" di lotta, cosa che avevano compreso perfettamente i marxisti, senza potere o senza osare formularlo apertamente, o piuttosto definendo in maniera utopica e sbagliata il concetto di "compagno" limitato al "compagno di classe", Era un concetto-simulacro, astratto, senza basi antropologiche, esattamente come quello di "cittadino" della Rivoluzione francese.

    Naturalmente una forza politica, un partito, un movimento possono avere successo solo se le divergenze interne - sinceramente ideologiche o legate alle ambizioni personali - hanno meno energia di quella che alimenta la spinta a combattere il nemico comune. Ma questa inimicizia esterna non è sufficiente a combattere un partito, devono esistere energie endogene, disinteressate, di amicizia e di condivisione.

    Non basta combattere un nemico comune, bisogna che esista una reale comunanza di valori, basata su sentimenti puramente positivi. Il camerata non è solo il complice nella battaglia, ma è un amico tout-court, se ciò viene a mancare qualunque nemico astuto è in grado di dividere il partito.

    L'amicizia interna deve avere la stessa forza dell'inimicizia esterna, perché si può odiare lo stesso nemico, senza che questa salutare ostilità cancelli le inimicizie interne. Lenin ha scritto «adesso uniamoci, dopo regoleremo i nostri conti», il che voleva dire: dopo la conquista del potere.

    Sottile dialettica dell'amicizia e dell'inimicizia. Un movimento politico è vincitore quando le divergenze interne non giungono mai a esprimersi visibilmente in modo ostile, perché esiste un fondo di amicizia che impedisce la manifestazione pubblica e aperta dei conflitti. Trotzkisti e leninisti solo dopo aver conquistato il potere si sono separati in modo tragico sotto Stalin erede della corrente leninista "russo-bolscevica".

    Le inimicizie interne devono sempre scomparire di fronte alle inimicizie esterne. In altri termini: l'unità di un movimento politico non può essere determinata unicamente dall'inimicizia esterna, come riteneva Carl Schmitt. Questa è una visione meccanicista. Deve basarsi anche sull'amicizia interna, la condivisione di valori comuni che trascendono le divergenze dottrinali o tattiche.

    D'altra parte Carl Schmitt ha ragione quando, in opposizione ai liberali, rifiuta la definizione dell'essenza del politico come semplice "gestione" neutrale della Città, ma limitando l'essenza del politico alla designazione del nemico, egli compie solo metà del cammino e dimentica un aspetto essenziale. La sua definizione del politico manca della dimensione positiva, a un tempo spirituale e antropologica...

    L'essenza del politico è anche designare qual’è il tuo popolo e chi ne fa parte. Significa rispondere alla domanda: per che cosa combattiamo, per quali valori? E’ una visione affermativa del politico, costruttiva, organica, prospettica, non solo critica e meccanicista. La politica non e una partita di calcio, non si riassume nella sconfitta della squadra avversaria, ma è anche la costruzione di un progetto, un'affermazione. Tra i liberali che confondono la politica con la gestione e la scuola schmittiana che la limita alla designazione del nemico, esiste una terza via che vi propongo modestamente nel paragrafo successivo.





    Qual’è l'essenza del politico? Critica di Carl Schmitt (2)





    La "designazione del nemico" di Carl Schmitt e decisiva. Va certo integrata nella definizione globale del politico, ma essa ne costituisce l'essenza, cioè l'asse e il fondamento.

    L'essenza del politico si potrebbe definire come la formulazione e la realizzazione di un destino per un popolo. Ciò presuppone certamente l'ostilità verso un nemico, ma anche, con altrettanta forza, una riflessione volontarista su un progetto di civiltà. Mi pare che il concetto nietzscheano di "volontà di potenza", inteso in una accezione che non è volgare e bellicista, ma istoriale, potrebbe contribuire alla formulazione dell'essenza del politico.

    Oggi stiamo assistendo alla morte del politico. I personaggi che vediamo combattersi sulla scena, lottano per le apparenze del potere, in un deserto di progetti. Le istanze politiche non detengono più alcun potere reale e ciò accade non per la forza dei centri e dei meccanismi finanziari ed economici, ma perchè sono prive di una volontà di destino, di visioni storiche per il loro popolo. In Francia l'ultimo uomo politico è stato il generale Charles de Gaulle.

    L'essenza del politico- che riassume le qualità del vero capo di Stato - è di ordine estetico e architettonico. Significa pensare a lungo termine un avvenire collettivo. Il vero politico è un artista, un realizzatore di progetti, uno scultore della Storia. Egli dà subito una risposta alla prima domanda: chi fa parte del mio popolo e quali sono i suoi valori? E poi si chiede: quali sono i suoi nemici, come combatterli e vincerli? Infine si interroga: quale destino scegliere per acquisire la potenza e la perennità nella Storia?

    L'essenza del politico è istoriale. Consiste nel costruire una civiltà partendo da un popolo. I liberali, confondendo la politica con la gestione la riducono all'economia e alle sue regole anonime di management e di competizione.

    La concezione dell'essenza del politico che pongo alla vostra attenzione è arcaica. Faraone era "l'Architetto dell'Egitto". Questa è la soluzione per domani: archeofuturismo.





    Il ruolo della sessualità nella repressione ideologica e politica.





    È interessante notare che al moltiplicarsi dei tabù e dei divieti che colpiscono le espressioni politiche e ideologiche non corrette, corrisponde la scomparsa dei tabù in campo sessuale. La pornografia (sessualità virtuale e non vissuta) ha la funzione di valvola di sfogo. È una scenografia teatrale, una facciata di cartapesta. Siete liberi di consumare "luci rosse" su tutti i media, ma a condizione di pensare correttamente; "Tette in prima pagina", ma niente idee devianti. La censura abbandona i temi inoffensivi e punta sugli argomenti cruciali. Hai il diritto di rubare la marmellata, non quello di criticare il regime.

    Detto questo, ogni repressione del porno sarebbe stupida, ma un colpo mortale inferto all'industria del sesso, sarebbe la riapertura delle case chiuse, sotto controllo medico, con preservativo obbligatorio. Così il sesso vero sostituirebbe il sesso virtuale. Bordelli di Stato o lupanari privati e convenzionati, non importa. Ecco un'altra idea arcaica e portante: riaprire i bordelli controllati sul piano sanitario.

    La prostituzione organizzata e legalizzata è il miglior mezzo conosciuto per canalizzare le energie sessuali devianti, per stroncare il prossenetismo e le forme di delinquenza legate alla prostituzione selvaggia. Questo era ben noto a tutte le antiche civiltà.

    Le donne che vendono il loro corpo non vanno vilipese e sicuramente sono molto meno disprezzabili dei politici che fanno mercato di un amore simulato verso la bandiera nazionale per intascare prebende. La prostituta è un proletario come un altro. Vende a chi offre di più la sua forza lavoro, ma non vende la sua anima. Non sarebbe intelligente rendere nuovamente legale, regolamentandola, quella che è la più vecchia professione del mondo? Uno Stato divenuto nuovamente prosseneta è meglio di uno Stato "dealer" che tassa 1'alcool, il tabacco e la benzina cause evidenti di morte. In un lupanare organizzato e controllato, non si rischia nulla, neanche le malattie sessualmente trasmissibili.

    Ma per ora la società non può accettare questa soluzione, perché le fibre stesse della sua permissività sono intrise di puritanesimo.





    False teorie sulla droga





    Paragonate all'alcool e al tabacco o ai prodotti adulterati dell'industria alimentare, le droghe hanno un costo molto limitato in termini di sanità pubblica (in Francia i morti per overdose sono solo 600 l'anno contro i 10 mila suicidi e le altre migliaia di vittime causate dagli incidenti stradali). Il problema è un altro: la droga genera a livello mondiale delle mafie che hanno un giro d'affari molto elevato e sono in grado di sfidare, con la forza della corruzione, gli Stati di tutto il mondo o di finanziare i movimenti terroristici. Essa inoltre alimenta all'interno delle società una criminalità incontrollabile. Il problema della droga è politico e sociale, non sanitario.

    La droga pone anche agli ecologisti - noti difensori delle droghe leggere - una questione imbarazzante: in Marocco o in Colombia, per esempio, la cultura della cannabis è responsabile della distruzione di vaste zone forestali.

    La diffusione massiccia della droga tra i giovani a partire dagli anni '60 si può leggere come il ricorso ai paradisi artificiali in un mondo disincantato, creando un simulacro di calore comunitario in un universo privo di comunità autentiche e vive. Si tratta della stessa sindrome descritta da Zola nell'Ammazzatoio quando la classe operaia dell'800 si rifugiava nell'assenzio (15). Smettiamola di impietosirci per il destino dei drogati come per quello di certi paesi del Terzo mondo sprofondati nella guerra civile e nella miseria: i tossici sono responsabili della loro sorte, concediamo loro almeno questo onore. Basta con l'atteggiamento caritatevolmente angelico.

    Mi chiedete se ho consumato droghe? Certo, le ho provate tutte, anche la più terribile, la VDA, decotto di scorza di betulla trattata con l'acido acetilsalicilico (estratto dalla salsapariglia), base della banale "aspirina" utilizzata fin dalla notte dei tempi dalle popolazioni siberiane. Lassù dalle parti di Verkoiansk, nella Siberia orientale oltre il Circolo polare artico, i contadini la chiamano la vodschkaia, la "super-vodka": di fronte a un bicchiere di 10 cl di questa sostanza liquida azzurrognola una pista di coca è come una tazza di latte pastorizzato. E la vodschkaia uccide ...

    Il sistema si adopera per rendere la droga chic, “in”; alla moda. In fondo si consumava dalla fine della Prima guerra mondiale, quando la cocaina era diffusa negli ambienti di un certa borghesia un po' equivoca: questo è il discorso implicito. Vengono tollerati i gruppi musicali "fatti" di droghe prima di ogni esibizione, le star dello show -business, del jet-set e della classe politica (è sempre lo stesso mondo) che si bruciano il setto nasale a forza di sniffare. Si lascia prosperare il traffico in quartieri che costituiscono delle vere e proprie enclave fuori legge, per stare tranquilli, e di tanto in tanto vengono dati degli esempi, lasciando però abilmente intendere che chi non ha mai provato la droga è un poveraccio.

    Con grande astuzia mediatica l'ideologia egemonica da un lato promuove di fatto l'uso degli stupefacenti, ad esempio dimostrando grande tolleranza nei confronti di personalità notoriamente eroinomani, dall'altro esercita una repressione tanto inefficace quanto farisaica.

    La maggior parte di coloro che discutono sulla droga, sia per combatterla sia per difendere ipocritamente le "droghe leggere", in fondo ne sanno ben poco. Hanno sfumacchiato qualche canna di cattiva "erba", sniffato una mezza pista di coca tagliata con saccarina e pagata cinque volte il suo valore reale o inghiottito un cachet placebo di ecstasy in una falsa rave. Ipocrisia e snobismo di ignoranti.

    Si sostiene che legalizzare le droghe leggere presenterebbe un duplice vantaggio per lo Stato: un'entrata fiscale supplementare (come le tasse sull'alcool o sul tabacco) per il pozzo senza fondo del suo budget e l'azzeramento dei dealer di cannabis e di hashish, con in più il presumibile contenimento della criminalità legata a questo traffico. Sì, ma... I cervelloni della destra - da Pasqua a Madelin - che nella loro stupidità sperano di essere moderni e di lusingare i giovani, facendo queste affermazioni, dimenticano che la legalizzazione della cannabis indurrebbe i dealer a concentrare i loro interessi sul commercio delle droghe pesanti, avremmo così un aumento del consumo, sia di cannabis autorizzata che di allucinogeni pesanti vietati, e un ulteriore incanaglimento della criminalità provocato dal moltiplicarsi del volume d'affari (in media un grammo di coca vale 800 franchi, questo significa che un chilo di coca costa quanto un chilo di plutonio).

    Ma dopo tutto è redditizio per le classi dirigenti di alcuni paesi, veder crescere a dismisura il volume del commercio di droghe pesanti e il relativo fatturato. Non costituisce forse un'importante fonte di finanziamento?

    Altro aspetto intrigante di cui nessuno osa parlare, soprattutto i giornalisti, è che le élite, o meglio, le pseudo-élite mediatiche e politiche fanno ricorso massiccio alle droghe, in particolare cannabis e coca, un po' dovunque, dalla Francia agli Stati Uniti. La strategia adottata dal sistema a livello mondiale è il colmo dell'ipocrisia: organizzare una repressione deliberatamente inefficace e non toccare mai i grandi fornitori di droga, strombazzando di quando in quando il sequestro di una consistente partita di stupefacenti, o irrorando ogni tanto dure condanne a qualche piccolo rivenditore gettato in pasto all'opinione pubblica. Oppure ancora organizzando spedizioni militari di grande effetto, con il sostegno dei GI's, in qualche paese del Terzo mondo che coltiva le piante incriminate.

    A livello planetario risulta evidente la volontà di lasciar prosperare e gestire la lucrosa industria dei narcotici. Il sistema non ha nessuna intenzione di interrompere questo traffico mondiale, ma solo di limitarlo e di trarne vantaggio, tanto più che stanno arrivando sul mercato nuove molecole di sintesi, meno care e più potenti, più specifiche delle droghe naturali di origine vegetale. Questo sarà un altro bel problema da affrontare ...





    La teoria dei tre livelli





    Nel Dizionario ideologico che avevo redatto oltre dieci anni fa, descrivevo la differenza fra tre livelli di percezione politica: 1 - la "concezione del mondo" molto ampia che implica un obiettivo di civiltà e valori generali. 2 – l’”ideologia” che è la formulazione esplicita di questa concezione del mondo e la sua applicazione alla società. 3 - la "dottrina" che riguarda la semplice tattica. Tutta l'arte di un movimento rivoluzionario consiste nella capacità di saper articolare questi tre livelli.

    In tale prospettiva le dispute tra "pagani" e "cristiani tradizionalisti" sono questioni secondarie, come lo erano le querelle tra romantici di Francia e romantici d'Europa. Essenziale è il primo livello, quello della concezione del mondo globale, quando si ha un'ambizione rivoluzionaria. Gli altri problemi si regoleranno dopo.





    Immigrazione e democrazia europea





    La presenza sempre più significativa dell'Islam in Europa, il peso crescente delle tradizioni culturali afroasiatiche sul nostro continente, tutte conseguenze dell'immigrazione incontrollata, costituiscono una minaccia per la tradizione democratica.

    Per angelismo "loro" pensano che l'educazione, la ragione, e lo spirito "repubblicano" riusciranno a prevalere sulle tradizioni culturali ancestrali degli immigrati. È l'errore di valutazione di un Régis Debray e si basa sul mito dell'educazione spontanea e della bontà innata, alimentato dal razionalismo ottimistico dei Lumi. Invece le virtù democratiche sono etnoculturali, limitate alla sfera europea e non certo universali e naturali per tutti gli esseri umani. La democrazia è per sua natura estremamente fragile, i fondatori greci l'hanno rapidamente perduta, così come è avvenuto per la Repubblica romana, solo in Islanda, terra preservata dai sismi della Storia, essa dura da 900 anni La democrazia è minacciata dal lassismo sociale, dalle pretese mediatiche dell'opinione pubblica - che non è affatto l'opinione del pubblico, ma quella di minoranze attive - dal governo dei giudici che pretendono di prevalere sulla volontà generale e di correggere le sue leggi (l'arrogante Conseil Constitutionnel) (16) e più semplicemente dal diffondersi di una "cultura dei comportamenti quotidiani" che si traduce di fatto nella sottomissione alle manipolazioni di apparati sofisticati.

    In una società la democrazia incomincia a spegnersi quando non garantisce più la sicurezza, la libertà e il benessere dei propri cittadini, anche se le sue istituzioni rimangono formalmente democratiche; è sufficiente che le pratiche sociali oppressive siano diffuse, accettate, legittimate senza per questo giungere a una loro legalizzazione.

    La cultura dei "giovani provenienti dall'immigrazione", adulati dai media, conquista uno spazio sempre più ampio ed esprime contenuti che sono decisamente antidemocratici. La "cultura dei beurs-black" e i loro comportamenti, amplificati dalla propaganda contenuta in alcuni testi rap, diffondono atteggiamenti e stati d'animo che sono del tutto opposti alle convinzioni dichiarate dalle élite politicamente corrette che li sostengono: machismo, spirito di clan, tribalismo aggressivo, culto del capobanda, valorizzazione della violenza primaria (il contrario della "forza"), rifiuto di ogni responsabilità sociale, apologia della delinquenza di gruppo, disprezzo totale della "Francia" o della "nazione" ecc. La nuova "cultura delle banlieue" veicola nella gioventù, e quindi nelle generazioni future, concezioni sociali e politiche che sono agli antipodi di quelle della famosa "Repubblica". Credere che sia possibile, con l`educazione" e la "persuasione", trasformare in senso "civico e responsabile" mentalità segnate da valori e comportamenti come quelli ricordati, fa parte sempre di quella fiducia nei miracoli che è la malattia senile dell'ideologia occidentale. È paradossale che democrazie patentate appoggino e giustifichino l'emergenza di questo primitivismo sociale, ma si tratta di un genere. di illusione tipico delle ideologie egemoniche che, troppo sicure di sé, non sono più in grado a un certo punto di analizzare la realtà.

    Se prosegue l'attuale tendenza demografica e migratoria con popolazioni afroasiatiche sempre più numerose e il peso crescente dell'Islam - che mira a una posizione maggioritaria, cosa che ben pochi colgono - il futuro della democrazia sarà definitivamente compromesso. Nella società si affermeranno poco a poco valori coercitivi, fanatismi anti-laici e anti-civici, il tutto coronato dal multirazzismo, avremo così una guerra civile strisciante tra le diverse comunità.

    Una parte della sinistra sa bene tutto questo, ma si rifiuta di ammetterlo, perchè ciò significherebbe riconoscere le proprie contraddizioni interne e la sua miseria intellettuale, ma soprattutto contravverrebbe al dogma della società multirazziale. Per una sorta di razzismo inconscio la sinistra assimilazionista considera ogni essere umano come un atomo neutro e malleabile trascurando la sua origine, non comprende che, anche dopo molte generazioni, il passato etnico resiste, come una sorta di atavismo antropologico. Questi individualisti incorreggibili non capiscono che se l'educazione può modellare un individuo isolato, è invece impossibile trasformare i valori di comunità etniche e religiose costituite che si insediano massicciamente sul suolo europeo. I "democratici" avranno un amaro risveglio.

    In realtà nella tradizione europea, la democrazia - cioè il regno dell’ordine consentito, che si potrebbe anche definire nomocrazia o regno della legge comune - regge, solo se esiste una contiguità mentale ereditata, quasi innata tra i cittadini.

    Forse avremo bisogno di un intermezzo autoritario.

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    IV

    Per un'economia mondiale a due velocità





    Due idee in via di estinzione: progresso e sviluppo





    È ormai chiaro che il "progresso" è un'idea moribonda, anche se continua la crescita economica. Nessuno però ne trae le logiche conseguenze. È venuta meno la certezza che "domani sarà meglio di oggi, così come oggi è meglio di ieri" grazie ai successi della tecno-scienza e al preteso miglioramento educativo e morale dell'umanità, secondo il dogma di Auguste Comte e dei positivisti francesi, e ai progressi della "democrazia". Risulta evidente che la "crescita", simulacro contabile, non si traduce in un aumento del benessere diffuso. Il tramonto dell'escatologia laica ereditata dal messianismo cristiano reca un duro colpo alla concezione del mondo egualitaria, perché fa crollare tutta la sua filosofia della storia.

    Alcuni pensano che ciò aprirebbe un'epoca di maggiore lucidità e saggezza. Perché mai la fine del mito del progresso impedirebbe i miglioramenti e un progresso più intelligente? In che cosa metterebbe in discussione la ricerca dell'eguaglianza? Questa obiezione diffusa nell’"estrema sinistra" non regge. Il progressismo, pilastro e sotto-insieme dell'egualitarismo era diventato una fede mondiale e partecipava della sua religione laica. Non si riaggiusta un ideale collettivo come se fosse una pianificazione economica. Privata della sua base quasi religiosa - la fede nel progresso come necessità storica - questa civiltà si avvia al declino. Tuttavia sappiamo che una petroliera a motori spenti impiega del tempo prima di arrestarsi e andare alla deriva verso gli scogli.





    Lo storicismo contro il progressismo





    Dobbiamo allora chiederci: con che cosa sostituiamo il "progressismo"?

    Il fiasco del capitalismo liberale nel raggiungere i suoi obiettivi di giustizia e di prosperità generale ed eguale per tutti e la fine dell'illusione comunista che perseguiva gli stessi scopi, aprono la strada per la ricerca di una terza via. Le diverse forme di regimi autoritari che ci hanno provato, un po' dovunque nel mondo, non hanno avuto successo ed è dubbio che vi riusciranno le teocrazie fondamentaliste.

    Comunque sia l'alternativa al progressismo potrà essere costruita solo sulla base di paradigmi inegualitari, liberati dalla visione riduttiva dell'essere umano come homo oeconomicus. Ma 1'intelligencjia mondiale sente ancora nostalgia per il progressismo e, plagiata dal pensiero unico - l'onirica utopia egualitaria - non è pronta per mettersi alla ricerca di una nuova pista, aggrappata al cadavere imbalsamato di un'idea morta fa finta che non sia successo nulla.

    Avremmo dovuto vivere in un mondo unificato e liberato dalla Storia, risultato lineare e automatico del progresso, invece siamo entrati in un mondo caotico, multipolare, che è in corso di globalizzazione (tramite i mercati e le telecomunicazioni), un mondo esploso, ma agglutinato, disordinato e labirintico, che sarà sempre più denso di Storia e di "storie". Scomparsa la linea ascendente del progresso che doveva condurre all'escatologia salvatrice della fine paradisiaca della Storia, ecco il fiume sinuoso, aleatorio e misterioso della Storia stessa.





    Crollo del paradigma dello "sviluppo economico"





    Ci si sta accorgendo, senza osare dirlo, che è falso il vecchio paradigma secondo cui "la vita dell'umanità, a livello individuale e collettivo, migliora ogni giorno di più, grazie alla scienza, alla democratizzazione e all'emancipazione egualitaria".

    Questa epoca è chiusa, l'illusione dissolta, il miglioramento (peraltro discutibile secondo alcuni, come Ivan Illich) è durato solo un secolo. Oggi si cominciano ad avvertire gli effetti perversi della tecnica diffusa planetariamente: nuovi virus resistenti, adulterazione degli alimenti lavorati industrialmente, esaurimento dei terreni fertili, rallentamento della produzione agricola mondiale, rapido e generale degrado dell'ambiente, minacciose invenzioni di armi di distruzione di massa che vengono ad aggiungersi a quelle nucleari, ecc. Senza tener conto che la tecnica sta entrando nella sua età barocca. Le grandi invenzioni fondamentali sono avvenute alla fine degli anni `50, i successivi perfezionamenti si traducono sempre meno in concreti miglioramenti, diventando invece una sorta di orpelli inutili. Internet avrà effetti meno rivoluzionari di quelli del telegrafo o del telefono, si tratta del perfezionamento apportato a una pan-comunicazione già compiuta. La tecno-scienza segue la legge energetica “80-20”: all'inizio ci vogliono 20 unità di energia per ottenere 80 unità di forza, poi sono necessarie 80 unità di energia per realizzare solo 20 unità di forza.

    Obiezione possibile: non si tratta di una visione pessimista che tende a esagerare le conseguenze negative del progresso e della crescita mondiale? La risposta è no. Contrariamente alle affermazioni, riprese un po' dappertutto, dell'intellettuale francese Jacques Attali, l'umanità nel suo complesso non ci guadagna affatto, per esempio, dal decollo economico dell'Asia, perché il conto da pagare in termini di concorrenza spietata con i vecchi paesi industriali, ecc. sarebbe troppo alto. In ogni caso questa crescita non continuerà, sta diventando ingestibile e provocherà disordini socio-politici, e anche pesanti scontri militari.

    I pochi effetti positivi dello sviluppo economico mondiale sono in realtà effimeri e fragili, gravidi di conseguenze.

    Con l'universalizzazione della tecno-scienza ogni suo progresso è avvenuto al prezzo di un arretramento. La speranza di vita aumenta (in alcuni paesi però questo indicatore dà segni di stagnazione o addirittura di arretramento), ma si vive forse in modo più armonioso e sereno? Si moltiplicano i mezzi di distruzione di massa con armi atomiche, batteriologiche e genetiche. Le tecniche agricole migliorano, ma a breve termine il ritorno delle carestie minaccia un'umanità pletorica, moltiplicatasi per il crollo della mortalità e che deve misurarsi con il depauperamento del suolo, la deforestazione tropicale, la diminuzione delle terre arabili e l'esaurimento delle risorse ittiche oceaniche.

    L'effetto perverso impiega venti o trenta anni ad emergere, ma dopo un'illusoria fase di miglioramento delle condizioni di vita (che oggi sta terminando) finisce sempre per colpire. Il volume crescente delle produzioni e degli scambi accentua le forme di cooperazione, ma provoca anche la moltiplicazione delle cause di conflitto e gli sciovinismi nazionali, accendendo dovunque controfuochi di fanatismi integralisti. La comunicazione si ramifica su tutto il pianeta, ma la solitudine colpisce gli individui e le comunità si disgregano senza speranza.

    Il sistema di vita urbano e tecnico coinvolge circa il 70 per cento dell'umanità e crea, soprattutto nel Sud, i gironi infernali delle grandi metropoli, preda del caos, ricettacoli di violenza e degrado. Pochi sanno che, in proporzione, le persone che sopravvivono in condizioni miserabili e precarie sono più numerose oggi di quanto non lo fossero prima della rivoluzione industriale. La situazione sanitaria in molti paesi è migliorata, ma ha provocato un'esplosione demografica e reso resistenti nuove forme virali favorite dalle migrazioni. Aumenta il consumo di energia, ma l'ambiente si degrada e diventa sempre più concreta la minaccia di catastrofi ecologiche. Il contadino africano o brasiliano dispone oggi di macchine per dissodare il terreno, ma distruggendo le foreste, crea le premesse della desertificazione e di future carestie. Così dopo un periodo di latenza, il progresso, lo sviluppo, la diffusione incontrollata della tecno-scienza hanno prodotto effetti opposti a quelli sperati e sta nascendo un mondo molto più spietato di quello che si voleva trasformare e migliorare.





    La morte annunciata dello sviluppo economico mondiale





    A questo punto si potrebbe obiettare che e impossibile impedire ai paesi poveri o "in via di industrializzazione" di cercare di industrializzarsi e di arricchirsi in tutti i modi, seguendo il cammino dell'Occidente e la "religione mondiale del PNL crescente". Se ciò accadesse sarebbe una terribile ingiustizia...

    Certamente , tuttavia i sogni e le speranze storiche non sono determinate dalle istanze morali, ma dalle soglie di impossibilità fisica. È la logica della catastrofe che porrà un limite alle ambizioni di "sviluppo" dei paesi del Sud, che, soprattutto in Asia, non hanno ancora preso coscienza delle disillusioni del progresso. In ritardo sull'Occidente, sono ancora positivisti, legati all'universalismo egualitario che hanno da poco scoperto. Vogliono fare come il Nord, avere la loro fetta di torta, ma è troppo tardi. La crisi asiatica e stata un segnale premonitore. Il pianeta e quindi l'umanità non potranno mai sostenere uno sviluppo dell'Asia e dell'Africa che sia all'attuale livello dei paesi del Nord. Credere in questo significa essere affetti dall'odierna sindrome della fede nei miracoli, tipica dell'universalismo. L'industrializzazione massiccia dei "paesi emergenti" è, con ogni probabilità, fisicamente impossibile, per esaurimento delle risorse rare e per la distruzione degli ecosistemi. Le Cassandre del Club di Roma stanno dimostrando di avere avuto ragione quando lanciarono l'allarme qualche decina di anni fa.

    Peraltro già intorno al 1960 il sudafricano Kredi Mutwa affermava che le società tribali pre-coloniali, poco numerose, disperse sul territorio e demograficamente stabili, consentivano una vita molto più gradevole delle società africane attuali, che rappresentano un totale fallimento in quanto sono l'imitazione mal riuscita, il cattivo trapianto del modello europeo che è loro totalmente estraneo. In fondo perché tutta l'umanità dovrebbe desiderare di andare su Marte, viaggiare a 500 km/h su treni-proiettile, volare con i supersonici, vivere cento anni a forza di trapianti e imbottita di antibiotici, ciarlare attraverso Internet, guardare le serie televisive ecc.? Questa febbre colpisce solo certi popoli e alcuni gruppi. Non può essere propagata a tutta l'umanità.

    Anche in Europa e negli Stati Uniti, in caso di grandi sconvolgimenti strutturali, il tipo di vita tecno-industriale potrebbe non essere più alla portata di tutta la popolazione. Ma ecco sorgere una nuova obiezione da parte degli ambienti tecnocratici: gli effetti perversi della tecnica possono essere combattuti: si può disinquinare, cercare nuove risorse, basterebbe mettersi d'accordo e volerlo.

    Tutto ciò rivela un encomiabile ottimismo, ma sono soltanto parole e non cambiano nulla. Perché questo sistema è coerente nella sua logica complessiva, non è auto-trasformabile, è incorreggibile nel senso proprio del termine. Va radicalmente mutato.

    D'altronde il nuovo sistema si imporrà di necessità, nel caos. Bisogna essere concreti e smetterla di fantasticare sulle masturbazioni di tanti esperti-impostori. Nessuna delle risoluzioni delle Conferenze sull'ambiente di Rio e di Tokyo, per quanto insufficienti, è stata rispettata. La natura che si voleva domare e governare strettamente nelle sue manifestazioni molecolari e virali, come nelle sue dimensioni geofisiche planetarie, reagisce con violenza, per contraccolpo, dopo un periodo di afasia. Le certezze collettive lasciano il posto ai dubbi e allo smarrimento. Si profila un nuovo nichilismo molto violento perché disperato, il quale ha nulla a che vedere con le filosofie del tramonto e i profeti reazionari della decadenza che rappresentavano il rovesciamento del dogma del progresso, il passatismo. Oggi si stanno imponendo le filosofie della catastrofe. Abbiamo di fronte l'incertezza che proietta la sua ombra inquietante sulla tecno-scienza i cui effetti si ritenevano, a torto, prevedibili e governabili. Ciò dimostra che Heidegger aveva ragione, non Husserl e i razionalisti. L'allegoria giudaica del Golem era nel giusto.





    Verso una "frattura della civiltà"





    Quali nuove ideologie o tipi di organizzazione sociale, politica ed economica potrebbero sostituire quelle ispirate al progresso e all'individualismo? Dovremo ritornare alle teocrazie come ci suggeriscono molti paesi islamici?

    Osserviamo subito che un'ideologia non progressista e che respinge l'egualitarismo non è necessariamente ingiusta, cinica e tirannica. Sono gli egualitaristi che, visto il fallimento dei loro progetti di giustizia e di umanità, dipingono i propri avversari con tratti demoniaci. Una nuova visione inegualitaria del mondo dovrà affermarsi concretamente antropofila, là dove l'egualitarismo era solo idealmente umanitario.

    La fine del progressismo rappresenta anche, evidentemente, la fine dell'idealismo razionalista hegeliano. Ideologie disordinate e irrazionaliste, anti-scientifiche e anti-industriali si stanno già diffondendo in tutto il mondo, provocando la reazione inquieta dei firmatari dell'appello di Heidelberg.

    Attenzione tuttavia a non credere che la scienza e la civiltà industriale stiano per scomparire sostituite dalle culture magiche.

    La tecno-scienza continuerà ad esistere e svilupparsi, ma cambierà senso e non sarà più sostenuta dallo stesso ideale. La crescita economica mondiale non tarderà a scontrarsi contro barriere fisiche. E’ materialmente impossibile realizzare l'ideale del progressismo: una società dei consumi tecno-scientifica per dieci miliardi di persone. Quando il sogno crollerà, sorgerà un altro mondo. Scenari da prendere con cautela (ma certo molto meno irrealisti del programma di uno sviluppo mondiale illimitato nel quadro di uno stato mondiale gestito dall'ONU o di una realtà planetaria frammentata) prevedono la coesistenza di tre fenomeni: la globalizzazione, la fine dello statalismo, la frattura della civiltà planetaria che sarà subita e non scelta. Questo scenario vedrà il mondo non più diviso tra Stati politicamente indipendenti e economicamente interdipendenti, ma tra tipi di civiltà. Coloro che conserveranno il sistema di vita tecno-scientifico e industriale (animato però da valori diversi) vivranno insieme a coloro che saranno ritornati alle società tradizionali, forse magiche e irrazionali, religiose, agresti e neo-arcaiche, con un basso livello energetico di predazione, di inquinamento e di consumi.





    Le economie tradizionali non sono "sottosviluppate"





    I pensatori progressisti ribatteranno che si tratta allora di organizzare un sorta di sottosviluppo "premeditato": i superdotati in alto che consumano e gli ipodotati in basso che vegetano.

    Questa idea di sottosviluppo è ingiusta e stupida, Si tratta di un'invenzione del progressismo per sostenere che il sistema di vita industriale è il solo umano e lecito. Una società rurale tradizionale non-tecnomorfa perché mai dovrebbe essere barbara e "sottosviluppata". Nella visione inegualitaria e organica del mondo ci sono diversi assi di "sviluppo", non più uno solo. Il vero "sottosviluppo", o più esattamente la vera barbarie, appartiene al progressismo le cui vittime sono tutti i disgraziati che attratti dal miraggio del modo di vita delle società industriali, hanno abbandonato le proprie comunità tradizionali, per ammassarsi nelle megalopoli sovrappopolate del sud del mondo divenute veri e propri gironi infernali. D'altra parte i membri di una sòcietà tradizionale dove circola poca moneta non sono necessariamente più "poveri" o più infelici dei cittadini di New York o di Parigi dotati di tutti i comfort, anche se l'assistenza sanitaria è inferiore e la speranza di vita più breve. Inoltre va segnalato che questa probabile scissione socioeconomica dell'umanità nel corso del XXI secolo non sarà il risultato di una programmazione voluta, ma verrà imposta agli uomini dalla catastrofe provocata dal crollo caotico del sistema attuale.

    Ma come far coesistere questi diversi tipi di società? Coloro che vivono a un livello inferiore non vorranno nuovamente imitare quelli del livello superiore e "svilupparsi"? Non necessariamente. Perchè da un lato la mancata universalizzazione del modello di società industriale e della tecno-scienza sarà ricordata come un evento oscuro, simile, nella memoria collettiva, a come oggi appare il comunismo, dall'altro queste comunità neo-tradizionali saranno intrise di forti ideologie irrazionali o religiose che daranno al loro sistema di vita una dimensione sacrale. Le popolazioni che continueranno a vivere nel sistema tecno-scientifico potranno farlo tranquillamente in una economia planetaria globalizzata, dove però il volume degli scambi e della produzione sarà nettamente inferiore a quello attuale, perciò molto meno inquinante, perché interesserà solo una minoranza dell'umanità non più animata dell'escatologia del progresso, ma dalla necessità della volontà.





    L'economia tecno-scientifica é possibile solo in un mondo inegualitario senza universalismo





    Dopo l'inevitabile catastrofe che segnerà l'inizio del XXI secolo, terminati gli stupidi festeggiamenti per l'anno 2000, bisognerà organizzare una nuova economia mondiale, lo spirito libero da ogni utopia, da ogni ideale irrealizzabile, senza alcuna volontà di oppressione o di neo-colonialismo nei confronti di quella parte dell'umanità che sarà tornata a vivere in società neo-tradizionali. La concezione della Storia non si ispirerà più all'idealismo progressista, ma a una visione realista, concreta e aleatoria della società, della natura e dell'uomo. Il volontarismo, pensiero del concreto e del possibile, si oppone all'idealismo dell'odierna civiltà mondiale, basata sull'astrazione di fini irrealizzabili. Le sfere tecno-scientifiche condivideranno con i neo-arcaici una concezione del mondo inegualitaria e naturalista: gli uni nella razionalità, gli altri nell'irrazionalità.

    In molti sorgerà il timore che la morte dell'idea di progresso e la nuova organizzazione del pianeta condurranno alla fine di ogni razionalità, distruggendo la scienza e la produzione industriale, provocando una regressione generale dell'umanità.

    Secondo un pregiudizio diffuso si ritiene che la tecno-scienza poggi su una base progressista e egualitaria senza la quale essa non sarebbe possibile. Questo è falso. La fine del progresso, la fine del sogno di universalizzare la società industriale dei consumi, non significa la scomparsa della tecno-scienza e la condanna dello spirito scientifico. La perversione della tecno-scienza è stata compiuta dall'universalismo egualitario del XIX e XX secolo, che ha voluto estenderne la sfera oltre ogni ragionevole limite.

    Coloro che continueranno a vivere nella civiltà tecno-scientifica globalizzata, ma numericamente ristretta, la fonderanno su basi ben diverse da quelle che hanno promosso la frenesia dei consumi, 1'universalizzazione e l'edonismo generalizzato del progresso-sviluppo.

    Questo passaggio non sarà difficile, perché il vero fondamento della scienza e della tecnica è sostanzialmente inegualitario (scienze della vita), poetica e aleatoria. Il vero scienziato sa bene che il suo pensiero avanza distruggendo precedenti certezze, la sua razionalità è un mezzo, non un fine. Sa bene che non si giunge a miglioramenti qualitativi automatici come conseguenze delle scoperte e che la sperimentazione tecnica è aperta all'imprevisto: maggiori rischi, aumento dell'incertezza e opacità del futuro, mentre nelle società tradizionali il futuro è prevedibile, perché la Storia è vissuta ciclicamente. Quindi il progressismo lineare sarà sostituito nelle zone neo-tradizionali da un visione ciclica della Storia, e nelle zone tecno-scientifiche da una visione aleatoria e “paesaggistica” della storia (la concezione "sferica" e nietzscheana di Locchi cui abbiamo accennato). La Storia si dispiegherà come un paesaggio: successione imprevedibile di pianure, montagne, foreste, privo di una leggibilità razionalmente unitaria.

    Coloro che condividono questa visione della Storia hanno maggiore libertà, più responsabilità e lucidità, analizzano con rigore la vera natura della realtà e del proprio tempo, senza utopiche fantasticherie, coscienti delle incertezze e dei rischi. Dispiegano la loro volontà per realizzare progetti volti a ordinare la società nel modo più conforme possibile alla giustizia, vedendo l'uomo com'è e non come si vorrebbe che fosse.





    L'economia neo-globale nel dopo-catastrofe





    Si pone ora un interrogativo: in base al postulato che la futura economia mondiale a due velocità sarà "globalizzata", come definire il concetto di "globalizzazione" in rapporto all'universalismo? Sono veramente in opposizione?

    L'universalismo è un concetto infantile, basato sull'illusione cosmopolita. Il globalismo è un'idea pratica: esistono reti planetarie di informazione e di scambi che non riguardano affatto tutti gli esseri umani! L'universalizzazione è invece l'ambizione di estendere, in modo meccanico e a livello quantitativo, a tutti gli uomini lo stesso tipo di esistenza, di consumo industriale e di vita urbana. L'universalizzazione è perfettamente compatibile con lo statalismo, l'egualitarismo ne è il motore. I miliardi di atomi umani devono essere convertiti alla stessa regola di vita, quella imposta dal regno della merce. La globalizzazione descrive invece un processo di mondializzazione dei mercati e delle imprese, di internazionalizzazione delle decisioni economiche e degli attori principali, ma non ha l'esigenza di essere universalista e può benissimo tollerare che miliardi di individui ritornino, un po' dovunque, a vivere secondo i modi tradizionali. D'altra parte, questo è un punto fondamentale, la globalizzazione si può associare alla costruzione di blocchi semi-autarchici (autarchia dei grandi spazi) su scala continentale che hanno sistemi economici diversi.

    Dopo il fallimento del progressismo economico e dell'universalismo consumista, potrà esistere benissimo una economia globale planetaria (in grado anche di rafforzarsi) che non avrà alcuna ambizione di attrarre nella sua orbita tutti gli esseri umani, ma coinvolgerà solo una minoranza internazionale. È uno scenario del dopo-catastrofe molto plausibile, perché la tecno-scienza e l'economia industriale dei mercati non potranno essere abbandonate, sono troppo radicate e già in fase di globalizzazione. Ma 1'universalizzazione della società industriale estesa a tutti i singoli esseri umani non potrà più essere tentata, perchè è impossibile sul piano energetico, igienico-sanitario e ecologico. L'economia "neo-globale" del dopo-catastrofe sarà planetaria per le sue reti, ma non universale. Questa disuguaglianza, che le è intrinseca, consentirà, grazie alla riduzione generale dei consumi energetici, di fermare la distruzione dell'ecosistema e migliorare la qualità della vita di tutti i popoli.

    Certamente ci sarà una forte contrazione del PIL complessivo dell'economia mondiale, fenomeno che, si potrebbe obiettare, prosciugherà le risorse finanziarie bloccando quindi gli investimenti per la drastica "riduzione di scala" in quanto l'economia industriale riguarderà solo una frazione della popolazione, restringendo enormemente i mercati e la domanda. Non va però dimenticato che questa economia sarà sgravata di due grossi pesi: con la forte riduzione dell'inquinamento diminuirà il volume enorme delle diseconomie esterne e dei costi oggi esistenti; scomparirà l'onere dei prestiti ai paesi in "via di sviluppo" perché l'obiettivo dello sviluppo sarà abolito; gli Stati-Assistenziali avranno budget minimi visto che scompariranno gran parte delle spese sociali rese inutili nel quadro di un ritorno a economie di solidarietà e di prossimità, di tipo neo-medievale.

    Ci sarebbe evidentemente anche un'altra soluzione: conservare l'universalismo e fare in modo che i paesi ricchi accettino di abbassare il loro livello di vita e di ridurre i propri consumi energetici per salvaguardare l'ambiente, dividere la loro ricchezza con i poveri e compensare l'industrializzazione dei "paesi emergenti". È la prospettiva avanzata degli ecologisti, secondo i quali la soluzione potrebbe venire da un maggiore egualitarismo...

    Ma questa ipotesi si rivela del tutto idealista e inapplicabile. Nella Storia non prevale mai la razionalità. D'altronde chi può credere veramente che gli americani rinuncino volontariamente alle loro automobili e accettino di pagare il ioo per cento in più di tasse per aiutare i paesi del Sud? Ecco perché nello scenario di scissione economica del pianeta, vaste zone e quote consistenti di popolazione all'interno stesso dei paesi industriali del Nord potrebbero ritornare a modelli di vita economica tradizionale, con limitati consumi di energia, centrati su una economia rurale di sussistenza





    Una economia disugualitaria





    Va ribadito che la tecno-scienza ha provocato effetti devastanti perché era guidata dal progressismo universalista egualitario e non per i suoi difetti intrinseci, come credono i tradizionalisti di destra o gli ecologisti dogmatici. Proprio in quanto il modello tecno-scientifico è stato diffuso a dismisura, attribuendogli il magico potere di produrre una massa di effetti benefici, ora cade sotto i colpi del disincanto. In realtà la tecno-scienza, per sua propria natura, può concernere solo una minoranza dell'umanità. Divora troppa energia per poter essere generalizzabile.

    Certamente per le anime belle queste tesi promuovono l'esclusione generalizzata. Ancora un concetto para-religioso che deriva da mentalità riduzioniste, convinte che l'attuale modello di sviluppo sia il solo moralmente legittimo per tutti.

    In realtà l’”esclusione” delle società neo-tradizionali dalla sfera tecno-scientifica è concomitante all'esclusione di quest'ultima dal mondo neo-tradizionale. Va abbandonato il pregiudizio secondo il quale le società tecno-scientifiche sono "sviluppate" rispetto alle società tradizionali. È ancora il mito del selvaggio che tradisce un implicito razzismo.

    Le comunità neo-tradizionali, nello scenario che abbiamo descritto, non sarebbero affatto inferiori o sotto-sviluppate, ma vivendo secondo il ritmo di un'altra civiltà starebbero certamente meglio di oggi. L'impossibilità di liberarsi dei dogmi e dei paradigmi progressisti e ugualitari, immaginando altre soluzioni socio-economiche, caratterizza tutta l'intelligencija occidentale.

    Per esempio Pascal Bruckner in un articolo su Le Monde, dopo aver riconosciuto il disincantamento e i fallimenti del Progresso e ammesso gli effetti perversi dovuti all'estensione della tecnica su tutta la Terra, scrive: «Contrariamente alle speranze del XVIII secolo il progresso tecnico non è mai sinonimo di progresso morale. Tuttavia disponiamo di una guida per l'azione: i valori democratici ereditati dai Lumi e che sono la traduzione secolarizzata del messianismo dei Vangeli e della Bibbia». Queste affermazioni stereotipate stanno a significare: contro gli effetti perversi del progressismo tecnico ereditato dall'Illuminismo ritorniamo... alla filosofia dell"lluminismo. Che imbecillità ideologica ... L'autore non capisce che è proprio l'universalismo progressista egualitario dei Vangeli, rafforzato dall'etica protestante, e dalla filosofia illuminista, ad aver esteso in modo smisurato e massiccio la tecno-scienza a tutta la Terra in un crescendo insostenibile, come un motore impazzito, invece di limitarla ad alcune zone.





    La tecno-scienza come alchimia esoterica





    Interrogativo: prevedendo e auspicando questo modello socio-economico non si cerca forse di rendere la scienza e la tecnologia confidenziali, come formule al,chemiche, riservate a una minoranza di persone in grado di padroneggiarle?

    Certamente. Si tratta di svincolare la tecno-scienza dalla mentalità razionalista... e liberarla dall'utopia egualitaria che sostiene sia utile a tutta l'umanità.

    Nello scenario del dopo-catastrofe, una volta misurati i pericoli derivanti dall'estensione indefinita della scienza, della tecnica e dell'economia industriale e quando verrà compresa la nocività dello scambio incontrollato di informazioni (il troppo pieno di comunicazione), non ci sarà affatto da stupirsi del ritorno a una visione iniziatica e quasi esoterica della tecno-scienza, per proteggere l'umanità dai pericoli del suo straripamento epidemico, massiccio e incontrollato.

    L'ideale sarebbe che questa civiltà tecno-scientifica, altamente rischiosa, ma intrinsecamente legata allo spirito di alcuni popoli o gruppi umani minoritari dispersi sulla terra, sia appannaggio di pochi e rimanga esoterica. La tecno-scienza può riguardare solo il 20-30 per cento dell'umanità, e non certo essere un fenomeno di massa, un fenomeno "aperto", il pianeta rifiuta questa ipotesi. Per gli uni la saggezza e la certezza naturalista della riproduzione della specie, del tempo ciclico, del benessere agreste o tribale delle società tradizionali stabili. Per gli altri il tentativo e le tentazioni di un mondo globale e storicizzato. Ai primi Guénon, ai secondi Nietzsche.

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    V

    Questione etnica e questione europea

    Considerazioni da un punto di vista archeofuturista





    “Erano schierati rivolti verso il sole abbagliante.

    Le labbre mute ma gli sguardi minacciosi.

    Non urlavano come faceva il nemico per darsi coraggio.

    Lentamente abbassarono le lance da battaglia.

    E i Lacedemoni avanzarono senza paura

    contro le schiere persiane innumerevoli e terrorizzate"





    Ai miei amici greci, a Jason Hadjidinas, in memoriam





    L'antropologia è il fondamento della Storia





    La questione etnica sarà, insieme al problema ecologico, una delle sfide più gravi che l'umanità dovrà affrontare nel prossimo secolo di ferro e di fuoco. Essa investe soprattutto l'Europa e in modo particolare la Francia, alle prese con una massiccia colonizzazione di popolamento proveniente da altri continenti, la cui ampiezza con le relative conseguenze vengono occultate dai padroni dei media e dal ceto politico.

    L'ideologia egemonica si regge su un dogma centrale: "la questione etnica non è importante". Vecchia solfa che in nome di un falso amore per l'umanità, trascura il concetto fondamentale di "popolo".

    Gli storici del futuro studieranno certamente questo fenomeno stupefacente che, come contraccolpo della colonizzazione, investi l'Europa occidentale e la Francia a partire dagli anni '60. In meno di tre generazioni il substrato etnico ha subito uno stravolgimento. Fatto rilevante, ma problema secondario per quei piccoli boss che fanno finta di governarci.

    Andiamo a rileggere il saggio del sociologo nero americano Stanley Thompson, American Communities, pubblicato nel 1982 dalla Boston University Press, in cui l'autore cercava di misurare l'apporto dato alla società statunitense in termini di mentalità da parte delle diverse comunità etniche. Nelle conclusioni del suo libro piuttosto iconoclasta affermava che gli immigrati germanici, per il "dinamismo imprenditoriale" (managing wills), la "onestà negli affari" (business honesty) e la loro "fierezza" (proudness) avevano contribuito, molto più di inglesi, scozzesi, gallesi, irlandesi, ecc. a rendere forte la repubblica imperiale americana. E sottolineava con una certa ferocia che gli Stati Uniti, ispanizzandosi o meglio "messicanizzandosi", stanno mutando le loro basi etno-culturali avviandosi forse al declino come potenza "oggettiva" di fronte alla Cina o all'India. Affermazioni senz'altro parziali ed eccessive da parte di questo intellettuale afro-americano germanofilo, ma ricche di buon senso. Egli aveva compreso che le basi di una civiltà, il destino di una cultura, non sono un fatto meccanico e non dipendono solo dall'organizzazione economica, ma hanno radici umane, organiche, cioè culturali e etniche.

    Shlomo Shoam, titolare della cattedra di filosofia negli anni '80 presso l'Università Ramat-Aviv in Israele, mi confidò un giorno, durante uno dei colloqui di Atene che “la forza economica e militare di Israele e la sua sicurezza di fronte ai paesi arabi si basava sui “Sabra”; gli immigrati askenazi giunti dallEuropa”. Il fondamento della Storia è prima di tutto l'antropologia da cui dipendono i comportamenti culturali.





    Il progetto di un "caos etnico " in Europa





    Oggi la questione etnica è tabù, quindi decisiva. Dopo un lungo periodo di stabilità dei flussi migratori, l'Europa, in particolare la Francia, deve fronteggiare una massiccia immigrazione afro-asiatica che ne modifica la composizione antropologica, contro la volontà dei popoli autoctoni e in spregio delle tradizioni democratiche ereditate dalle polis greche, dalla repubblica romana e dal diritto germanico.

    Secondo l'argomentazione degli immigrazionisti la Francia è sempre stata terra di melting-pot, di grandi invasioni, come testimoniano le ondate che si sono succedute di Celti, Germani, Latini, Scandinavi, Slavi. È vero, ma si trattava di popoli vicini, precisamente "cugini germanici". La Francia è una mescolanza di quasi tutte le componenti etniche del nostro continente, tra le quali i Germani, popolazioni con strutture mentali e tipologie di comportamento simili. Il concetto di prossimità etnica, se a volte è bio-antropologica, riguarda però soprattutto l'affinità di concezioni del mondo e di atteggiamenti istintivi. Il re Clodoveo - Kounig Chlodoveigh per chiamarlo col suo vero appellativo - si era fatto conferire da Costantinopoli la qualità di console romano. Esisteva quindi una continuità mentale nella terra dei Galli, tra romanità e germanità, sul fondo di popoli celti apparentati.

    Sappiamo bene che dal punto di vista etnico la Francia è una sintesi dell'Europa e gli immigrazionisti legittimano i massicci flussi migratori afro-asiatici sostenendo che la Francia è sempre stata una terra di "meticciato". Quindi oggi nulla sarebbe cambiato, la tradizione continua e non c'è ragione di preoccuparsi. Allora però si trattava di un "meticciato" tra popoli europei. I Germani "invasori" che vengono incriminati più di frequente, non erano così invasori come si sarebbe potuto credere e inoltre erano probabilmente già presenti nella terra dei Galli... prima della loro pretesa "invasione", condividendo un cultura molto vicina a quella dei Gallo-romani. Le grandi invasioni non avvennero alla fine del mondo antico, sono quelle che subiamo oggi.

    Un altro sofisma degli immigrazionisti è che la percentuale degli stranieri sul totale della popolazione francese sarebbe rimasto stabile... dal 1930. Una tesi che ignora le massicce naturalizzazioni e soprattutto trascura il fatto che in virtù dell'aberrante diritto del suolo, diversi milioni di "giovani" di origine afro-asiatica i quali non si considerano per niente francesi, lo sono di fatto sul piano giuridico. Essi ragionano etnicamente, contrariamente agli intellettuali parigini.

    Le mescolanze nella terra dei Galli, quale che sia stata la loro ampiezza interessavano popolazioni antropologicamente e culturalmente cugine anche dal punto di vista linguistico. Le popolazioni afro-asiatiche che a partire dal 1960 hanno iniziato a stabilirsi sul nostro continente, alterandone la struttura etnografica e culturale (tra non molto ci saranno cinque milioni di musulmani in Francia e verso il 2005 l'Islam diventerà la prima religione praticata...) non hanno, diversamente dai Germani in rapporto ai Latini, ai Celti o agli Slavi, nessuna affinità antropo-culturale e neppure mentale con gli autoctoni europei. Si tratta quindi della rottura di una tradizione, non della sua continuità. Peraltro le "invasioni germaniche" alla fine del mondo antico, come tutte le altre incursioni militari o flussi migratori che la Francia ha subito negli ultimi mille anni: moresche, inglesi, olandesi, spagnole, tedesche, russe e italiane non hanno mai provocato uno stravolgimento etnico o una dicotomia culturale. I partigiani della immigrazione incorrono in un solecismo culturale quando assimilano i movimenti intra-europei alla pesante colonizzazione di popolamento che oggi stiamo subendo, al fine di occultarne la reale portata.

    Costoro mirano, con un processo mentale perverso e sostanzialmente anti-democratico, a favorire il caos etnico in Europa. Non va dimenticato che le lobby immigrazioniste sono animate dai trotzkisti, la cui affettività irrazionale e inconfessata e sempre stata l'odio verso l'identità etno-culturale europea. Inoltre questi internazionalisti sono appoggiati nei loro disegni dall'ultra-liberismo di ispirazione americanomorfa. L'obiettivo geo-strategico degli Stati Uniti è quello di dominare il continente europeo - non glielo si può rimproverare, giocano le loro carte - liquidare la sua identità etno-culturale, conquistarne i mercati e le sue forze tecno-economiche.

    Certamente agli inizi del XX secolo la Francia ha conosciuto altre migrazioni definitive: spagnole, italiane, portoghesi, polacche... ma, come ho già rilevato, si trattava di popoli che provenivano da territori vicini alla terra di accoglienza, di popolazioni cattoliche che parlavano lingue simili e per di più con uria sorta di memoria comune. Enrico III era anche "re di Polonia", tutta la storia europea è un assemblaggio di "tasselli di memoria" transcontinentali. Non si può capire la Storia della Francia senza riferirsi continuamente alla Germania, all'Italia, alla Russia, all'Inghilterra, alla Spagna, ecc.

    Le migrazioni intraeuropee (del resto molto meno massicce di quelle attuali provenienti dall'Africa e dall'Asia) possono essere paragonate a quelle intramaghrebine o agli spostamenti di popolazione dalle regioni della Cina continentale verso le zone costiere. Esiste evidentemente una "distanza mentale" tra un Fiammingo o un Tedesco e un Greco o un Sardo, ma essa è molto minore di quella che ci separa dai blocchi etnici provenienti da altri continenti.

    Non si possono impunemente mescolare i popoli come fa il cuoco con i legumi quando prepara il minestrone!

    D'altra parte bisogna denunciare senza esitazioni l'ideologia cripto-razzista che anima i partigiani dell'immigrazione massiccia e incontrollata.

    Le lobby immigrazioniste di obbedienza trotzkista, sanno bene che società multirazziale è uguale società multirazzista, come abbiamo già detto molte volte, ma è quanto mai necessario ribadire questo concetto.





    La Francia, l'Europa e la questione germanica





    Vorrei ora affrontare altre due questioni spinose. La prima riguarda 1'antigermanesimo, tipico di un sentimento rimosso. La seconda è un interrogativo: perché arrovellarsi ancora intorno ai problemi etnici e migratori quando viviamo nell'epoca di Internet, della globalizzazione (termine preferibile a quello di "mondializzazione")? Non siamo infine tutti cittadini del mondo?

    Facciamo un po' di psicoanalisi politica, senza perdere il senso dell'umorismo. L'antigermanesimo francese è il frutto di tre guerre civili europee, quelle del 1870, del 1914 e del 1939, che furono in qualche modo la "risposta" germanica differita alle aggressioni francesi di Luigi XIV e di Napoleone, ma fortunatamente questo sentimento e diminuito, grazie alla costruzione europea e alla stretta cooperazione franco-tedesca avviata da Charles de Gaulle. Tuttavia esiste ancora (in Francia e in Gran Bretagna, paesi dalle forti radici germaniche) una forma larvata di antigermanesimo, miscuglio di stupidi cliché, di odi inconfessati, di risentimenti rimossi e di paure fantasmatiche. Eccone alcuni esempi: "la lingua tedesca è veramente orribile!" (e Hölderlin, Rilke, Nina Hagen?), "i tedeschi vogliono dominare l'Europa", "in fondo sono rimasti sempre dei nazisti", "sono rozzi, pesanti, testoni" ecc. Le stupide battute sui Belgi (considerati nell'inconscio collettivo dei "tedeschi francofoni") o sugli Svizzeri tedeschi sono rivelatrici dello stesso fantasma, nato durante le guerre civili europee quando ci si compiaceva di opporre a una "razza" francese celto-latina, raffinata, colta, umanista, una "razza" tedesca stupida, brutale e barbara.

    Giornalisti e intellettuali tedeschi sono anch'essi responsabili di questa svalutazione della propria etno-cultura quando cercano continuamente di spiegare la dittatura hitleriana con le caratteristiche psicologiche tipicamente germaniche. Masochismo e autoflagellazione. Questo sospetto permanente verso tutto ciò che è germanico, di cui gli stessi tedeschi colpevolizzati sono vittime e complici, indebolisce la forza culturale del nostro continente, perché annulla la componente germanica del genio europeo.

    Le mie tradizioni, per cultura, eredità, educazione e mentalità, sono latine ed elleniche, quindi mi sento pienamente libero di esprimere ciò che gli europei si attendono, più o meno coscientemente, dallo spirito germanico e che va ben oltre le frontiere della Germania. Quali sono le "antiche" qualità germaniche che fin dai tempi remoti hanno modellato l'Europa?

    La fibra democratica - nel senso etimologico della parola, cioè la volontà del Popolo sopra i decreti dei Giudici. È la sua volontà che fonda la legge, non il contrario. La solidarietà comunitaria che non conosce gerarchie socioeconomiche. Il rispetto delle donne, la fedeltà alla parola data (la "franchezza"), l'onestà negli affari, la puntualità, il dinamismo nell'azione, l'inventiva creatrice, il genio dell'organizzazione collettiva, il rigore scientifico, sono queste alcune delle qualità.

    Ma l'anima germanica ha anche degli aspetti negativi, per questo deve essere temperata dalle altre disposizioni mentali dei cugini europei: una romantica "determinazione ad andare fino in fondo " che aveva ben individuato Madame de Stael. Questo eccesso può generare fenomeni opposti: un nazionalismo esacerbato o un lassismo organizzato, suicida e masochista (i Grünen ), uno statalismo ferreo come un anarchismo devastante, un militarismo suicida al pari di un pacifismo integralista, l'auto-esaltazione o l'auto-flagellazione, il materialismo assoluto del consumatore individuale - l'homo BMW- come lo spiritualismo disincarnato e inerte.

    Resta comunque il fatto che il blocco delle popolazioni germaniche e insediato nel centro assiale del nostro continente che sta procedendo a una difficile unificazione e innerva vaste regioni, l'anima germanica permea, in tutti paesi, ciò che l'Europa ha più dinamico. Ma “germanico” non vuol dire "tedesco". Il progetto gollista di indipendenza europea, il missile Ariane, il Concorde, Airbus, erano componenti di un progetto politico la cui essenza culturale era romana (la volontà di potenza dell'istanza imperiale) unita all'ardore celtico e al rigore e alla capacità costruttiva germanica.

    Fu la Francia, terra germanica e certo-latina, che trasse il maggior vantaggio da questa complementarietà etnica inter-europea. Paese geograficamente miracoloso, crocevia dei peripli europei, esso è una sintesi dell'Europa. Ma oggi si pone il problema di scegliere un nuovo orizzonte: una Francia come micro-Europa o un'Europa come macro-Francia? Che non vuol dire certo "francese", con tutte le sue calamità come il diritto del suolo, il fiscalismo, la burocrazia e il centralismo giacobino, ma un'Europa diversa dalla caotica costruzione attuale, che si dà, come ha fatto lo Stato francese per mille anni, un progetto politico. È interessante notare che sono stati proprio i Francesi e i Tedeschi - "Franchi dell'ovest" e "Franchi dell'est" come li chiamava il poeta tedesco Stefan George - insieme con gli altri Franchi che sono i Belgi, il motore di questo grande disegno che bisogna realizzare in modo molto più efficace, non può essere certo il dinosauro invertebrato che va sotto il nome di Unione Europea sancita dal Trattato di Amsterdam.





    L'impostura del mondialismo e del cosmopolitismo. Domani ci attende un mondo etnico.





    Partigiani e avversari della "mondializzazione" si battono contro i mulini a vento. La mondializzazione, tramite il commercio e gli scambi, è già avvenuta tra il XVI il XX secolo. È ormai un fatto compiuto. Avviata dall'Europa, con le "grandi scoperte", la conquista dell'America e la colonizzazione, la mondializzazione del commercio però non ha mai significato mescolanza di popoli e liberoscambio selvaggio.

    Oggi noi viviamo la globalizzazione il che significa possibilità di comunicazione pressoché istantanea, e creazione di reti relazionali, strategiche, economiche, scientifiche e finanziarie transnazionali. Ciononostante il sistema economico americano dipende solo per il 12,4 per cento dagli scambi extra-continentali, le esportazioni francesi, italiane o tedesche avvengono in gran parte all'interno dell'Europa, in sostanza, questa globalizzazione interessa solo una quota molto ridotta delle attività economiche.

    La nostra critica va quindi rivolta piuttosto verso gli adepti del mondialismo o, più esattamente, del cosmopolitismo, termine che non serve a descrivere un'archeofuturismo ma costituisce una vera e propria arma ideologica contro l'Europa per sommergere antropologicamente il nostro continente dopo averlo paralizzato politicamente.

    Gli apologeti del cosmopolitismo dicono: “siamo un solo popolo su tutta la Terra, mescoliamocia”. Vogliono farci credere che il futuro del pianeta è il meticciato generale e che le frontiere politiche e economiche stanno scomparendo. Sofismi. Non e questo che sta accadendo. L'omogeneità meticcia dell'umanità non è dietro l'angolo, anzi, i blocchi etnici si vanno rafforzando. Solo l'Europa e l'America del Nord sono vittime dei flussi migratori. Solo l'Europa e l'America del Nord, o piuttosto le loro intelligencjie, credono e fanno credere che il melting-pot planetario sia inevitabile, così come il marxismo voleva far credere che il regno del socialismo internazionalista era scientificamente ineluttabile. Il mondialismo è uno dei capitoli centrali dell'ideologia cosmopolita che vuole spiegarci con supponenza come dobbiamo "storicamente" accogliere massicci flussi migratori afroasiatici e abbandonare definitivamente un'identità antropo-etnica europea plurimillenaria.

    Secondo questi impostori la mondializzazione e i flussi migratori sono un fenomeno planetario che va nel senso della Storia. In realtà solo noi siamo vittime di una massiccia colonizzazione di popolamento. La Cina. l'India, l'Africa, i paesi arabo-musulmani non si mescolano più, esportano il loro sangue e restano dei blocchi chiusi. Ci conquistano ( in parte per spirito di rivincita come abbiamo ricordato ) con un metodo di infiltrazione, più efficace dell'invasione militare perchè non provoca moti di rivolta immediati.

    Esiste tuttavia un'elevata probabilità, a medio termine, che scoppi una guerra civile etnica in Europa quando essa vorrà ricuperare la sua identità e la sua omogeneità. Una rivolta civile degli Europei autoctoni, che potrebbe essere scatenata dalla convergenza delle catastrofi. L'ottuso pacifismo degli immigrazionisti e le loro fantasticherie di armoniose mescolanze etniche sfoceranno nella guerra. Tanto meglio. Le idee stupide vengono sempre sconfitte dai fatti.





    Bisogna liquidare lo "Stato francese" per una Federazione europea?





    Io non credo allo slogan "cittadino del mondo". Ma non sono mai stato aggrappato allo Stato francese, fondamentalmente fiscalista, centralizzatore e sanguisuga dei popoli delle Gallie, inguaribile colberto-socialista, fautore di guerre mondiali, legato all'indifendibile esclusività del diritto del suolo e per questo alla fine distruttore di ciò che voleva difendere: i popoli di Francia. Era facile proclamare il diritto del suolo lanciando lo slogan gratuito e romantico ("ogni uomo ha due patrie, la sua e la Francia") del tempo della Rivoluzione. Per gli ideologi la parola "francese" era un concetto politico, mentre il popolo lo intendeva e lo intende ancora oggi come una nozione etnica. A quell'epoca non c'erano massicci flussi migratori, perciò non si rischiava nulla sostenendo delle utopie.

    E’ un vero peccato che molti di coloro i quali affermano di essere "legati alla Francia", come ad esempio il Front National, non scelgano la via dell'Impero federale europeo, ma si ostinino, per nostalgia e romanticismo, ad esprimere un attaccamento micro-nazionalista verso lo Stato francese, non rendendosi conto che è naturalmente portato a distruggere l'identità etnica dei popoli di Francia e che non è trasformabile nella sua essenza, perché si è dimostrato incapace di proteggerci da una immigrazione "incontrollata". Uno Stato federale europeo potrebbe difenderci meglio? lo penso di si, a condizione che sia completamente diverso da quello che va preparandosi.

    Il Front national e pochi altri hanno evidentemente tutte le ragioni di insorgere contro l'Europa del Trattato di Amsterdam. Questa mostruosità burocratica e apolitica aggrava la disoccupazione con il suo ultra-liberalismo libero-scambista, incoraggia ulteriormente l'immigrazione con la sua ideologia pseudo-umanista e la permeabilità delle frontiere esterne dell'Unione, è responsabile della desertificazione e del saccheggio ecologico delle campagne, confisca la democrazia civica favorendo una deriva tecnocratica pre-totalitaria (le "direttive" comunitarie sono degne del Gosplan), si piega in tutti i campi, strategici e commerciali, ai diktat americani, perché è soltanto un'Amministrazione che non gode di Sovranità.

    Con questo imbroglio la sovranità degli Stati-nazione scompare lasciando il posto al vuoto, al "nulla", a un dinosauro giuridico privo di volontà politica, assolutamente incapace di difenderci. L'alternativa però non consiste nel ritorno agli Stati-nazione "assediati" dell'ante-guerra, o in una Europa delle "intese tra nazioni" alla Talleyrand. La soluzione deve essere radicale: una "buona" Federazione (che a mio parere dovrebbe essere organizzata in regioni autonome) con le prerogative di un vero e proprio Stato, in grado di far sentire tutto il suo peso sulla scena mondiale e di attuare una politica di grande potenza. Ma questa Federazione potrà sorgere solo dopo uno shock, quando l'attuale pseudo-federazione avrà dimostrato fino in fondo la sua impotenza e nocività.

    A mio avviso la strategia giusta ha per obiettivo una rivoluzione all'interno dell'Unione federale europea per trasformarla da cima a fondo, e non il ritorno passatista al sistema delle nazioni che, in ogni caso, non potrebbe difenderci. Nella Storia solo i cambiamenti di struttura possono sconvolgere i dati esistenti e agire come rivoluzioni, non i cambiamenti di congiuntura.

    La Francia - al pari della Germania - è finita in quanto entità politica. L'Europa deve prenderne il posto. Oggi viviamo, come nel basso Medioevo, ma in senso inverso, un difficile periodo di interregno. La Francia sopravviverà, non più come persona morale giuridica, ma come cultura nel significato germanico del termine.

    La sola prospettiva di salvezza in questa epoca oscura è l'edificazione, per tentativi, della Federazione, quella grande, quella vera, prevista dai visionari della fine del secolo scorso: gli Stati Uniti d'Europa capaci di tenere in scacco gli Stati Uniti d'America, creando uno spazio continentale protetto e autocentrato, facendo arretrare l'espansione dell'Islam e la colonizzazione di popolamento che giunge dal mondo afroasiatico e, vista l'accelerazione della Storia, se la Russia ci raggiunge, avviando il gigantesco cantiere dell'Eurosiberia.

    Malgrado tutti i difetti tuttavia l'attuale Unione Europea rappresenta, secondo me, il preludio a una vera Federazione, in base a un processo dialettico: quando si verificherà la catastrofe l'Unione che denuncerà tutta la sua impotenza, sarà il quadro da trasformare in modo rivoluzionario.

    Lo slogan "Una Francia indipendente in un'Europa forte" è un'utopia e una contraddizione in termini: perché:

    - un'Europa forte non può basarsi sull'accordo di una ventina di nazioni indipendenti;

    - nazioni indipendenti che non consentano trasferimenti di sovranità non potrebbero fondare un'Europa forte;

    - un'Europa potente e il risultato della Federazione di regioni autonome, perché le dimensioni molto diverse delle varie nazioni europee, impediscono, quello che oggi si cerca stupidamente di realizzare, un insieme federale e politico che sia vitale.

    Per questo motivo bisogna guardare l'Europa attuale con un cinismo machiavellico puntando a sovvertirla dall'interno. Alain de Benoist ha fatto rigorosamente la mia stessa analisi, esaltando l'idea europea di Impero, rifiutando il modello giacobino francese e denunciando le tare dell'attuale Unione bastarda, ma spiegando anche perché aveva votato “si” a Maastricht (in La ligne de mire, II). Gli europei stanno forse gettando, goffamente, le basi di un nuovo Stato o più esattamente di un nuovo Impero, e come ogni grande rivoluzione, avviene in modo incerto e confuso, non al suono delle fanfare, essa si fa guidare, secondo le parole di Lenin, da utili idioti che sono d'altronde - perché l'inconscio dei popoli esiste - ossessionati come sonnambuli da questa intuizione mal formulata (secondo la logica della rimozione politica descritta da Pareto): attuare verso i popoli esterni sempre più minacciosi una strategia difensiva macro-continentale, quella dell’”istrice gigante”.

    Sappiamo bene che la costruzione attuale dell'Unione europea e imperfetta, come ogni grande disegno storico in fase di realizzazione. Nulla avviene secondo gli scenari chimerici degli intellettuali, perché "ogni arte è sofferenza" diceva Nietzsche. Ma proprio perché questa costruzione è imperfetta bisogna saltare sul treno della Storia per correggerla e preparare la rivoluzione.

    Ancora una volta il passaggio dialettico, dall'impotente e oppressiva Unione Europea alla Federazione di cui stiamo parlando, avverrà per effetto dello shock mentale prodotto da una catastrofe (basti ricordare il radicale mutamento degli spiriti causato dalla disfatta del 1940 e la nascita di forme politiche prima impensabili). Oggi questa detestabile Unione ha il solo, grande merito di far pensare tutti in termini europei, e di dare maggiore spazio alle regioni, future tessere di un Impero federale e luoghi di una identità etnica che gli Stati freddi oggi in crisi hanno definitivamente perso.





    La Francia non va distrutta, ma ridefinita come "Gallia"





    È sotto gli occhi di tutti come l'ideologia repubblicana dello Stato-nazione francese sia incapace di difendere i popoli dell'Esagono. La cultura e la lingua francese non sanno che farsene di un simile Stato, mentre una entità che ha preso la formidabile decisione di darsi una moneta unica e una stessa bandiera, va organizzandosi come Stato nuovo.

    La Francia, con il 0,9 per cento della popolazione mondiale, nel suo superbo isolamento, non in è condizioni di difendersi, né di esprimere un proprio dinamismo. Già oggi 40 mila francesi sono espatriati verso la Silicon Valley, presso San Francisco, sostituiti da altrettanti immigrati clandestini privi di ogni competenza.

    Il modello "Europa delle nazioni" senza trasferimenti di sovranità sarebbe un guscio vuoto dove gli Americani, la "prima potenza europea" come amano definirsi, giocherebbero la carta del "divide et impera". Per affermarci e resistere, nel prossimo secolo, di fronte ai grandi blocchi planetari, abbiamo bisogno di un Impero, non di un'alleanza diplomatica di piccole e medie nazioni pseudo-indipendenti (che non si metteranno mai d'accordo) sul modello ormai superato del Congresso di Vienna del 1815.

    Ritenere che uno Stato imperiale e federale europeo "ucciderà la Francia" significa confondere i due livelli, quello statale e quello etno-culturale, secondo un concezione meccanicista e sclerotizzata delle appartenenze. La scomparsa dello Stato parigino, per chiamarlo con il suo vero nome, non costituirà affatto un pericolo per il vigore e l'identità dei popoli dell'antica Gallia, anzi, li rafforzerà.

    Nella prospettiva di un futuro Stato europeo federale e, ovviamente, imperiale, la nozione statalista francese del "diritto del suolo", ereditato dalla Rivoluzione, dovrà essere abbandonata, per il semplice motivo che le tradizioni britanniche, spagnole, tedesche, slave, ecc. sono molto più vicine al diritto del sangue e quindi lo Stato francese dovrà rinunciare a una parte delle sue pretese universaliste. L'attaccamento ostinato allo Stato francese giacobino, sia da parte della sinistra che della destra, lascia campo libero all'automatismo di massicce naturalizzazioni. I naturalizzati che non riescono a integrarsi non si sentono affatto "francesi", ma sempre arabi o africani, perché ragionano in termini etnici.

    Già adesso in Germania si discute sull'adozione del diritto del suolo, per l'influenza della sinistra francese e per un senso di colpa cronicizzato. Ma nella prospettiva di una Federazione basata su regioni autonome con radici tradizionali (che non sono più dipendenti mentalmente dall'ideologia giacobina disincarnata e dal cosmopolitismo della Rivoluzione francese), la Baviera, il Palatinato, la Borgogna o l'Occitania, ridiventate entità etniche, potranno più facilmente liberarsi di questo tabù contro il diritto del sangue e inserirlo nelle loro legislazioni.

    Il passaggio a uno Stato federale non distruggerà affatto la sostanza carnale della Francia, anzi la rafforzerà, dando vita a regioni autonome come la Bretagna, la Normandia, la Provenza... che ritroveranno cosi la loro personalità nella Casa comune europea: in un'Europa federale la Francia diventerà nuovamente ciò che è nella sua essenza: la Gallia.





    Per un nazionalismo europeo, democratico e federale





    Bisogna abbandonare il nazionalismo francese e non darla vinta al pseudoeuropeismo equivoco della Commissione di Bruxelles, ma giocare la carta della terza via, quella del nazionalismo europeo, lavorando all'interno delle istituzioni dell'Unione, con intelligenza e senza estremismi. Coloro che hanno sempre sognato la grande Europa ora che l'aereo sta decollando non possono essere recalcitranti, e anche se non hanno molta simpatia per i piloti, potrebbero sempre dimostrare il loro coraggio magari diventando pirati dell'aria.

    Vorrei aggiungere altri punti importanti che riguardano il contenuto che dovrebbe avere una visione nazionalista dei futuri Stati Uniti d'Europa. Beninteso sono soltanto delle tracce, delle suggestioni. Nella Storia però ogni pensiero rivoluzionario deve avere un programma pronto - come sapevano bene Cesare, Napoleone o Lenin - in attesa dello shock collettivo che consentirà la sua applicazione grazie allo sconvolgimento e al naufragio degli spiriti. La gestazione e la nascita di nuove figure storiche si basano sull'alleanza tra questi due concetti che funzionano un po' come gli spermatozoi e l'ovulo della Storia.

    1- Bisogna schierarsi per un vero governo democratico europeo - non più burocratico - espressione di un autentico Parlamento e dotato di un potere centrale decisionista e forte.

    2- Si dovrà abolire la dimensione nazionale che non ha più futuro (è semplicemente... ridicolo che il Lussemburgo presieda l'Unione europea dopo la Germania), tanto più in previsione dell'allargamento ai paesi dell'Europa centrale, e passare alla creazione di regioni autonome o länder sul modello tedesco rinforzato (Bretagna, Baviera, Scozia ecc.) il cui concerto generale formerà la volontà politica del potere federale, con il Presidente dell'Unione eletto dai cittadini. L'autonomia delle regioni darà vigore al carattere etnico dell'Unione, attualmente dissolto in Francia dall'ideologia di Stato. Già dovunque in Europa - dal Regno Unito all'Italia, dal Belgio alla Francia - aumenta la coscienza etnoregionale. È una "tendenza storica pesante", per usare l'espressione di Fernand Braudel. Questa regionalizzazione va proposta senza romanticismo, dimostrando tecnicamente i vantaggi istituzionali che ne derivano. L'Unione così com'è, composta da oltre quindici Stati dalle dimensioni tanto diverse, non potrà essere governabile. Meglio allora settanta Under, ciascuno con la propria autonomia, la sua rappresentanza democratica vicina alle popolazioni, mentre Bruxelles, diventata capitale e "distretto federale", sarà la sede di un vero Governo centrale sburocratizzato e Strasburgo ospiterà qualcosa di ben diverso dall'attuale "parlamento-lungo" (17).

    3- Gli Stati Uniti d'Europa, assemblea organica di grandi regioni dotate di forte autonomia (alcune delle quali corrisponderanno agli Stati attuali come la Repubblica Ceca o l'Irlanda), saranno una nuova realtà geopolitica mondiale provocando un'accelerazione della Storia. Essi costituiranno il solo quadro che ci consentirà di competere col dollaro, di emanciparci dalla NATO e di negoziare alla pari con gli Stati Uniti. Sono convinto, tenuto conto della pavidità umana, che questo evento, questa rivoluzione di velluto (preparata in segreto dal 1945 dopo la fine delle guerre civili europee), questo parto col forcipe di una nuova figura storica con proiezione planetaria, trasformerà profondamente le mentalità dei nostri contemporanei francesi, oggi destrutturate dal vezzo cosmopolita dello Stato parigino. Bisogna avere fiducia nella Storia che è movimento, divenire, assalto.

    4- Nello stesso tempo va pensata una revisione radicale dello "spazio Schengen" di libera circolazione interna e prevedere per l'Unione una logica da fortezza.

    5- Le future regioni dovranno avere grandi poteri sul piano interno: culturale, linguistico, educativo ecc. per favorire la rinascita di una reidentificazione regionale europea, garanzia della nostra forza comune. Siamo diversi, ma uniti. L'unione fa la forza.

    6- È imperativo definire il concetto di uno spazio economico europeo semi-autarchico. Il libero scambio mondiale non può durare. L'Europa unita del futuro deve denunciare gli accordi del Gatt ed elaborare un protezionismo continentale moderato ma efficace. Siamo abbastanza numerosi per poter fare a meno di grandi mercati d'esportazione che spesso si traducono in pericolosi trasferimenti di tecnologie.

    7- Sul lungo periodo dobbiamo pensare in termini eurostrategici. Gorbacev aveva capito tutto quando disse «noi siamo una Casa comune». Dalla Bretagna alla Kamcatka, 25 mila km separano i marinai di Groix da quelli di Kérinask, ma sono gli stessi uomini, virtualmente cittadini di uno stesso Impero, in fondo parte di uno stesso popolo: il popolo europeo. Noi possiamo accogliere degli ospiti, ma non degli invasori. Gorbacev voleva esprimere questa semplice intuizione: siamo uno stesso gruppo di popoli, bisogna smetterla di farci la guerra, dobbiamo riunificarci. Le nostre differenze linguistiche costituiscono dei dettagli, se paragonate alle convergenze etnografiche. Quella che si va imponendo è l'interpretazione germanica della Storia come logica etnica contro la logica utopica della Rivoluzione francese che non aveva nulla di particolarmente "democratico", nel senso greco della parola, ma anticipava i futuri totalitarismi.

    Un bel giorno bisognerà integrare anche la Russia e delineare il futuro sotto il profilo dell'Eurosiberia. Le attuali gravi difficoltà russe hanno un carattere transitorio e congiunturale. Si tratta semplicemente di contrastare la volontà degli Stati Uniti di controllare 1'Eurosiberia e di porre la Russia sotto un protettorato e un'assistenza finanziaria, preludio al suo vassallaggio strategico e economico.





    L'Eurosiberia





    Celti, Germani, Elleni, Slavi, Scandinavi, Latini, Iberi, o meglio noi che siamo i loro discendenti, dobbiamo ormai pensarci come un solo popolo, erede di una stessa terra, una immensa patria dalle ricchezze gigantesche, in materie prime e in risorse umane, modellata da una Storia comune. Nell'ipotesi minima, dall'Atlantico alle marche della Russia. Nell'ipotesi massima (cui dobbiamo sempre mirare), quella eurosiberiana, che si può anche definire paradigma della "Grande Europa": da Brest allo stretto di Bering, ventiquattro volte la superficie della Francia, il più grande territorio politicamente unificato di tutta la Storia, dispiegato su quattordici meridiani. «La politica è solo per coloro che hanno idee grandiose» diceva Nietzsche.

    Le nostre frontiere sono sull'Amur, di fronte alla Cina. Sull'Atlantico e sul Pacifico: di fronte alla repubblica imperiale americana, unica superpotenza, ma il cui declino geostrategico e culturale è già "geneticamente" programmato nei primi del XXI secolo, come ha previsto Zbignew Brzezinski. Sul Mediterraneo e lungo il Caucaso: di fronte al blocco musulmano (meno diviso di quanto si pensa) che non ci farà mai dei favori e può costituire la principale fonte di minacce, ma che, se saremo forti, può anche essere un partner eccellente.

    Noi, discendenti di popoli apparentati, abbiamo l'occasione di condividere uno spazio potenziale che potrebbe diventare per i nostri figli ciò che Carlo V sognava, ma non seppe conservare: "L'Impero su cui non tramonta mai il sole". Quando è mezzogiorno a Brest, sono le due del mattino sullo stretto di Bering. È un ideale, forse uno dei pochi che ancora ci restano in quest'epoca di pessimismo e di oscurità: costruire il nostro Impero e il sogno che ci assilla.

    La creazione di un insieme eurosiberiano sarebbe, per la Storia umana, una rivoluzione ben più importante di quelle che diedero vita all'effimera Unione sovietica e agli Stati Uniti d'America. Questo evento di portata mondiale potrà essere paragonato solo all'edificazione dell'Impero cinese o dell'Impero romano.

    Quali che siano i motivi espliciti, e poco importa, la famiglia si riunisce in seno alla propria Casa comune. Come una volta, 2400 anni, fa gli Elleni si coalizzarono contro i Persiani, uniamo le nostre città per affrontare la minaccia diffusa e già percepibile. La Grande Europa deve essere pacifica e democratica, ma autonoma, intransigente e invincibile, anche, beninteso, nella sfera tecnoeconomica; perché infatti essere imperialista quando si ha già un Impero? La logica imperiale si imporrà a tutti i popoli. Ciascuno nella sua terra per difendersi dalle passioni degli altri, per gestire in pochi, efficacemente, il destino della nave spaziale Terra.

    L'evento caotico che stiamo vivendo con il raggruppamento disordinato degli Europei, chiede solo di essere organizzato, sarà forse la ricostituzione sotto altre forme e su scala maggiore, non dell'Impero romano, centrato sul Mediterraneo, ma dell'Impero romano-germanico centrato nella grande pianura eurosiberiana oggi ancora aperta su quattro mari: Leviatano e Behemoth nello stesso tempo.

    Domani: dalla rada di Brest a quella di Port-Arthur, dalle nostre isole coperte di ghiacci dell'Artico al sole trionfante di Creta, dalla landa alla steppa e dai fiordi alla macchia mediterranea, cento nazioni libere e unite, federate in un Impero, potranno concedersi quello che Tacito chiamava il Regno della Terra, Orbis Terrae Regnum.

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    ho iniziato a leggerlo, interessante, e scrive in un modo che prende molto...

  8. #8
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    L'archeofuturismo, invece, è il parto di Guillaume Faye, avventuriero francese, ex-gauchiste ed ex-attore pornografico (per evidenti motivi di orgoglio virile, ci tiene a sottolineare di essere stato attore e non semplice regista). La sua invenzione, che gode di un certo seguito anche in Italia tra le destre radicali in crisi, si presta a interpretazioni ambigue già dal nome, che semplicemente non vuol dire nulla. Ma se i sedicenti archeofuturisti italiani hanno idee spesso contraddittorie, quelle originarie di Faye sono chiarissime. Egli sostiene la creazione di un’Europa fisicamente depurata dai musulmani, forte e armata, alleata a Israele e in amichevole concorrenza con gli Stati Uniti per lo sfruttamento di un Terzo Mondo ridotto deliberatamente nella più totale miseria. Questa è una posizione coerente, sensata e – ci mancherebbe – nemica. Posizioni di questo tipo si affiancano spesso a forme estreme di narcisismo: la scuola di Faye sostiene che loro, l’autoproclamata élite, avrebbero il diritto a ogni forma di pratica strana, dal consumo di sostanze stupefacenti alla pedofilia, mentre le masse dovrebbero essere assoggettate a un rigoroso moralismo cristiano. A modo suo, l'archeofuturismo è quindi un autentico nazismo per il Terzo Millennio. Per fortuna, la personalità disturbata del suo fondatore squalifica in partenza questo movimento.



    ma è vero questo?

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Rasputin! Visualizza Messaggio
    L'archeofuturismo, invece, è il parto di Guillaume Faye, avventuriero francese, ex-gauchiste ed ex-attore pornografico (per evidenti motivi di orgoglio virile, ci tiene a sottolineare di essere stato attore e non semplice regista). La sua invenzione, che gode di un certo seguito anche in Italia tra le destre radicali in crisi, si presta a interpretazioni ambigue già dal nome, che semplicemente non vuol dire nulla. Ma se i sedicenti archeofuturisti italiani hanno idee spesso contraddittorie, quelle originarie di Faye sono chiarissime. Egli sostiene la creazione di un’Europa fisicamente depurata dai musulmani, forte e armata, alleata a Israele e in amichevole concorrenza con gli Stati Uniti per lo sfruttamento di un Terzo Mondo ridotto deliberatamente nella più totale miseria. Questa è una posizione coerente, sensata e – ci mancherebbe – nemica. Posizioni di questo tipo si affiancano spesso a forme estreme di narcisismo: la scuola di Faye sostiene che loro, l’autoproclamata élite, avrebbero il diritto a ogni forma di pratica strana, dal consumo di sostanze stupefacenti alla pedofilia, mentre le masse dovrebbero essere assoggettate a un rigoroso moralismo cristiano. A modo suo, l'archeofuturismo è quindi un autentico nazismo per il Terzo Millennio. Per fortuna, la personalità disturbata del suo fondatore squalifica in partenza questo movimento.



    ma è vero questo?


    questa è porcheria propagandistica e per giunta di basso livello.

  10. #10
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    però è vero che era un attore porno...bè buon per lui...

 

 
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