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L'Archeofuturismo di Guillaume Faye
Introduzione
Questo libro contiene tre tesi che sono logicamente collegate. La prima afferma che la civiltà attuale, frutto della modernità e dell'egualitarismo vive il suo apogeo finale perché su di essa incombe a breve termine la minaccia di un cataclisma planetario che è il risultato di una convergenza delle catastrofi. Nel passato numerose civiltà sono scomparse, ma erano disastri che interessavano solo determinate aree della Terra e non coinvolgevano tutta l'umanità. Oggi invece, per la prima volta nella Storia, una civiltà mondiale, estensione planetaria della civiltà occidentale, è minacciata da linee convergenti di catastrofi prodotte dell'applicazione dei suoi progetti ideologici. Una serie di concatenamenti drammatici convergono verso un punto fatale che ritengo si possa collocare all'inizio del XXI secolo, tra il 2010 e il 2020, e faranno precipitare nel caos il mondo che oggi conosciamo, provocando un vero e proprio terremoto culturale. Le "linee di catastrofi" riguardano l'ecologia, la demografia, l'economia, la religione, l'epidemiologia e la geopolitica.
L'attuale civiltà non può durare. Le sue fondamenta sono in contrasto con la realtà. Essa urta non solo con delle contraddizioni ideologiche - sempre superabili - ma, per la prima volta, contro un muro fisico. La vecchia credenza nei miracoli dell'egualitarismo e della filosofia, secondo la quale era possibile un progresso illimitato esteso progressivamente a tutta l'umanità, ormai è giunta alla fine. Questa ideologia angelica è sfociata in un mondo sempre meno vitale.
Seconda tesi: in un numero crescente di settori le mentalità e l'ideologia del mondo moderno, individualista ed egualitario, non sono più adeguate. Per affrontare il futuro bisognerà ricorrere sempre più di frequente a uno spirito arcaico, cioè premoderno, inegualitario e non umanista, che restauri valori ancestrali, quelli delle "società di ordine". I progressi della tecnoscienza, soprattutto nel campo della biologia e dell'informatica, non si possono più gestire con i valori e le mentalità umaniste moderne. Gli eventi geopolitici e sociali rivelano l'emergere, in maniera tumultuosa e violenta, di problemi religiosi etnici, alimentari e sanitari. Bisogna allora ritornare alle questioni primarie.
Per questo propongo un nuovo concetto: 1'archeofuturismo che consente di rompere con la filosofia obsoleta del progresso e con i dogmi egualitari, umanisti e individualisti della modernità, ormai inadeguati e che non ci consentono di pensare al futuro e di sopravvivere nel secolo di ferro e di fuoco che si annuncia.
Terza tesi centrale: va prefigurato e immaginato fin da ora il dopo-caos, il mondo del dopo-catastrofe, secondo i principi dell'archeofuturismo, seguendo criteri radicalmente diversi da quelli della modernità egualitaria. Io ne abbozzo in queste pagine la trama. E’ inutile pensare riforme che si ispirino alla saggezza e a una razionalità previsionale, l'uomo non ne è capace. Solo quando è con le spalle al muro, sollecitato dall'urgenza egli reagisce. Io quindi propongo una sorta di addestramento mentale al mondo del dopo-caos. Il termine di "Rivoluzione conservatrice", spesso utilizzato per indicare la nostra corrente di pensiero, non è sufficiente, perché "conserva", ha una connotazione smobilitante, antidinamica, un po' ammuffita. Oggi non si tratta di "conservare" il presente o di ritornare a un passato recente che ha dimostrato il suo fallimento, ma di riappropriarsi delle radici più arcaiche, cioè quelle più adatte alla vita vittoriosa. Un esempio, tra gli altri, di questa logica inclusiva: pensare insieme la tecno-scienza e l’arcaismo. Riconciliare Evola e Marinetti, il dottor Faust e gli Aratori. La querelle tra "tradizionalisti" e "modernisti" è diventata sterile. Non bisogna essere né l'uno, né l'altro, ma archeofuturisti. Le tradizioni esistono per essere spurgate, scremate, selezionate, molte di esse contengono dei virus che oggi esplodono. Per quanto riguarda la modernità essa probabilmente non ha più un avvenire.
Il modo futuro sarà come avevano presagito presagivano Nietzsche [alias, alias] e il grande filosofo Raymond Ruyer, ingiustamente - o giustamente - ignorato.
In questo libro mi propongo anche di definire positivamente i concetti elastici e abbastanza neutri di "post-modernità" e di "anti-egualitarismo", creando un nuovo termine che designa una ideologia da edificare, il costruttivismo vitalista. "Convergenza delle catastrofi", "archeofuturismo", “costruttivismo vitalista”: ho sempre cercato di forgiare nuovi concetti, perché solo con l'innovazione ideologica si evitano le dottrine irrigidite e obsolete in un mondo che cambia a gran velocità e dove si precisano i pericoli; solo così un pensiero dotato di armi costantemente rinnovate può vincere la "guerra delle parole", mordere la realtà e mobilitare le coscienze.
Indico delle piste, non affermo dogmi; non ho lo scopo di imporre le mie tesi (che appartengono alla doxa socratica, all’”opinione” discutibile), ma di dare vita a un dibattito che ruoti intorno ai problemi cruciali, per infrangere la cappa di insignificanza, di cecità e di miseria ideologica voluta dal sistema per distogliere l'attenzione e nascondere il suo fallimento totale. In una società che dichiara sovversiva ogni vera idea, che cerca di scoraggiare l'immaginazione ideologica, che mira ad abolire il pensiero a vantaggio dello spettacolo, il principale obbiettivo deve essere quello di risvegliare le coscienze, porre i problemi traumatizzanti, creare degli elettroshock ideologici, degli idee-shock. Non ho voluto scrivere un saggio tradizionale, diviso in capitoli, dal tono greve, ma ho proceduto per accostamenti, per pennellate, per illuminazioni di diversa intensità, allo scopo di facilitare la lettura. Non mi limito peraltro strettamente al tema centrale, ma cerco di affrontare i problemi affini come quello cruciale della colonizzazione di popolamento che sta avvenendo in Europa da parte dei popoli afro-asiatici e che viene pudicamente definita "immigrazione". Alla fine scoprirete un racconto di fantapolitica che vi immergerà nel mondo archeofuturista del dopo caos, nel 2073 nel cuore della Federazione Eurosiberiana.
Bisogna farla finita con il pensiero debole quando stanno tornando con prepotenza sulla scena i veri problemi fondamentali. Per alcuni, molte delle mie proposte possono sembrare ideologicamente criminali, in rapporto all'ideologia egemone e al coro pseudo-virginale dei benpensanti. E infatti lo sono.
Come mai, vi chiederete, per ben tredici anni nessun testo ideologico, e solo ora il mio ritorno alla battaglia delle idee? Soprattutto perché dopo un lungo passaggio tra le file del nemico ho compreso molte cose e ho potuto rinnovare e aggiustare le mie posizioni. Quando ci si oppone radicalmente ad un modello di società è necessario conoscerlo fino in fondo, penetrarlo dall'interno. E sempre molto interessante stare nel cuore del dispositivo militare avversario, essere nel mondo senza essere del mondo, tattica del cobra. Inoltre le poste in gioco sempre più elevate e la gravità dei segnali che annunciano le catastrofi imminenti mi hanno indotto a ritornare sul campo di battaglia e rivedere molte posizioni che furono le mie, quando mi impegnai nella Nouvelle droite, per affrontare strade più conformi alla "caso d'eccezione" (l'Ernstfall di Carl Schmitt) che viviamo attualmente. Le nuove piste che vi propongo sono certamente più radicali di quelle che sostenevo tredici anni fa. "Radicale" non 'è sinonimo di "estremista", ma di "fondamentale". Per la nostra corrente di pensiero si presenta un'occasione storica dovuta a tre fattori: 1) gli avvenimenti ci danno ragione; 2) il sistema globale costruito dall'avversario ideologico si scontra con il muro della realtà e porta sull'orlo dell'abisso non solo la Francia, ma il mondo intero; 3) l'ideologia egemonica non ha più nulla da proporre, nessuna soluzione, se non quella di negare se stessa. La sua sola risposta sono i simulacri, il gioco dell'apparenza per far dimenticare e distogliere l'attenzione, la strategia dello "spettacolo" descritta da Guy Débord quando funzionava a pieno regime, mentre oggi malgrado sia cento volte più sofisticata, si ingrippa e sussulta come un motore con il serbatoio quasi vuoto. Abbiamo di fronte un assordante silenzio ideologico, valori logorati e rammolliti, una impotenza di senso. Gli intellettuali di regime non possiedono il viagra mentale per stimolarli. È una congiuntura che bisogna afferrare per i capelli.
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Dobbiamo riappropriarci dell'idea di Rivoluzione, concetto sviato e tradito dagli imbroglioni della sinistra per oltre due secoli. Una volta il quotidiano Combat aveva un bello slogan "dalla Resistenza alla Rivoluzione", infatti non si tratta solo di resistere alle devastazioni che si dispiegano sotto i nostri occhi e si allargano con una potenza che fatichiamo ad immaginare, ma di intravedere il "post sistema": secondo una concezione-del-mondo (delle ideologie e dottrine che ne derivano o che è necessario descrivere) realmente rivoluzionaria, cioè in rottura radicale con i valori e le morali attuali per abituare gli spiriti al mondo futuro, per preparare minoranze attive a vivere la rottura e adottare, senza emotività, un'etica archeofuturista. La nostra corrente di pensiero, intesa in senso molto ampio, deve imperativamente raccogliersi su scala europea dimenticando dispute di parrocchietta e dottrine ristrette, per togliere l'opportunità che si presenta, cioè quella di conquistare il monopolio del pensiero alternativo, il monopolio del pensiero ribelle. Approfittiamo dell'attuale crisi globale per avanzare proposte che risveglino le giovani coscienze. Non bisogna essere passatisti, restauratori o reazionari, perché il passato degli ultimi secoli ha generato la sifilide che ci divora. Si tratta di ridiventare arcaici e ancestrali e, nello stesso tempo immaginare un futuro che non sia più il prolungamento del presente. Contro il modernismo, il futurismo. Contro il passatismo, l'arcaismo. La modernità ha fallito, essa sta crollando, i suoi seguaci sono i veri reazionari.
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Siamo di fronte ai barbari. Il nemico non è più all'esterno ma all'interno della Città e l'ideologia egemone, paralizzata; non è capace di individuarlo. Essa balbetta, travolta dal proprio disarmo morale, e sta passando la mano, si tratta di prendere il testimone. Questa società è complice del male che la divora. Per tale motivo se le idee della nostra corrente di pensiero si dimostrano efficaci e alternative saranno accusate dal corifeo delle false vergini, con due anatemi demonizzanti: sovversione e sedizione. Perché no? Bisogna aspettarselo. La battaglia va accettata, senza lamentarsi delle censure e delle persecuzioni e neppure stupirsi che l'ideologia egemone infranga i propri principi conclamati per combattere il suo nemico assoluto. Di fronte al sistema, e più precisamente alla sinistra intellettuale, il suo più fedele e rabbioso cane da guardia, la nostra corrente di pensiero e le nostre forze politiche sono nella stessa situazione in cui si trovavano i goscisti e gli anarchici di fronte al potere nel maggio '68. Con differenze notevoli però: da un lato i goscisti e gli anarchici dell'epoca conducevano un battaglia operaista, passatista, simbolica, senza posta in gioco; d'altra parte i goscisti e il potere di destra dell'epoca condividevano in fondo la stessa ideologia ugualitaria, differenziandosi solo per i livelli di formulazione ed intensità. L'estrema sinistra attuale svolge, come vedremo, il ruolo di acceleratore dell'ideologia e della prassi ufficiale, nascosto sotto una pseudo-contestazione ma in realtà non contestando affatto il modello globale di civiltà o di economia dominante.
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Per contro, tra le nostre forze e il sistema esiste una configurazione simile a quella degli anni trenta: non c'è alcun punto di possibile accordo (salvo che da parte dei potenziali traditori della destra parlamentare, d'altronde molto numerosi nella classe politica), l'unica strategia è la guerra a oltranza. Dal momento in cui adottiamo una posizione rivoluzionaria, dandoci come obiettivo il rovesciamento di una civiltà, dobbiamo prepararci alla guerra totale, senza quartiere. Il nemico cercherà logicamente di eliminarci con ogni mezzo, così come noi dovremo far si che il suo ritorno sulla scena pubblica sia reso definitivamente impossibile.
Secondo il celebre verso di Hölderlin "noi siamo alla mezzanotte del mondo" e quando il sole si alzerà, il mattino dovrà appartenerci. Giorgio Locchi diceva la stessa cosa: viviamo l'interregno, tra il crollo di un sistema e la costruzione del nuovo universo che sarà metamorfico. E’ quindi urgente costruire una concezione del mondo che costituisca il denominatore comune della nostra corrente di pensiero, su scala europea, e che, di fronte all'emergenza, superi le dispute secondarie di dottrine o di sensibilità. La nozione di archeofuturismo può senz'altro aiutarci. Come già profetizzava Nietzsche «l’uomo del futuro sarà colui che avrà la memoria più lunga».
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Io resto sempre fedele al concetto globale "di nazionalismo", ma questa volta inteso nella sua dimensione continentale, europea e non più esagonale, ereditata dalla discutibile filosofia della Rivoluzione francese. Oggi essere nazionalista significa ridare a questo concetto il suo significato etimologico originario: "difendere i nativi di uno stesso popolo". Ciò presuppone la rottura con la nozione tradizionale, ereditata dalla filosofia egualitaria dei Lumi, di nazione e cittadinanza. Essere nazionalista oggi significa aprirsi alla dimensione di un "popolo europeo" che esiste, è minacciato ma non è ancora politicamente organizzato per difendersi. Si può essere "patriota", legato alla propria patria subcontinentale, senza però dimenticare che essa è parte organica e vitale del popolo comune il cui territorio naturale e storico, o la cui fortezza direi, si estende da Brest allo stretto di Bering. E’ vero che l'Europa attuale, questa "cosa", deve essere combattuta nella sua forma, ma la tendenza storica dei popoli europei a riunirsi di fronte all'avversità deve essere difesa fino in fondo. Alcune delle mie posizioni in questo libro, a favore degli Stati Uniti d'Europa o della Federazione Eurosiberiana, potranno forse scioccare qualcuno. Ma sia chiaro: io non sono un partigiano dell'Europa invertebrata del Trattato di Amsterdam, né un nemico della Francia. Ancora una volta suggerisco delle piste, colloco degli ordigni, per creare una discussione, mi sforzo di indicare "linee di valore", ma in nessun caso propongo una dottrina chiusa. La gioventù europea, quella vera, esige idee nuove all'altezza dei pericoli imminenti, non fantasticherie videomorfe o piagnucolii umanitari in un clima di censura e repressione sofisticate. La "generazione Mitterrand" è morta, sommersa dal ridicolo e paralizzata dal fallimento. Ora bisogna che sorga la generazione dissidente. Spetta ad essa immaginare l'inimmaginabile.
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Per non scomparire il nostro popolo, che viva a Tolosa, a Rennes, a Milano, a Praga, a Monaco, ad Anversa o a Mosca, ha bisogno di tornare e di ricorrere alla virilità ancestrale. In caso contrario saremo - come già cominciamo ad essere - sommersi da altri popoli più vivaci, più giovani e meno angelici, grazie alla, complicità di una borghesia delinquenziale che sarà anch'essa, qualunque cosa faccia, travolta dall'onda di marea che ha incautamente provocato. Osiamo pensare l'impensabile. Osiamo proseguire ed esplorare le piste aperte da un visionario mattiniero, un certo Friedrich Nietzsche. Dalla Resistenza alla Rivoluzione, dalla Rivoluzione alla Rinascita.




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