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Discussione: I ricordi di Consorti

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    Predefinito I ricordi di Consorti

    di Oscar Giannino

    «Perché il dottor Paolo Mieli ha detto ad Alberto Nagel, direttore generale di Mediobanca, che Giovanni Consorte doveva pagare perché si era prestato a operazioni di bassa lega per conto di D'Alema?». «Perché in un'altra occasione la stessa accusa venne fatta a Consorte da Giuliano Amato, presenti Mieli, Andrea Manzella e Cesare Romiti, che lo riferì a Francesco Cossiga?».
    Sono interrogativi di Giovanni Consorte.
    Che vi terranno compagnia, cari lettori, per un po' di settimane.
    Da due anni, Consorte combatte con la stessa determinazione con cui nei venticinque precedenti ha portato la "sua" Unipol a essere il terzo gruppo assicurativo italiano: dacché perdeva quasi un miliardo di lire l'anno quando ne divenne amministratore delegato, nel 1996. (...) e la sua controllante, Unipol Finanziaria, versava in stato prefallimentare.
    Consorte però da due anni combatte su un altro fronte.
    Ai pm di Milano e Roma, che lo indagano per le vicende della scalata tentata da Unipol a Bnl nell'estate rovente del 2005 e che sondano tutte le piste per ricondurre la vicende di Bnl, Rcs e Antonveneta a un'unica regia, oppone una determinazione ferrea.
    Centinaia e centinaia di pagine di memorie e controdeduzioni, indagini di parte avviate e realizzate dai propri legali per smontare una per una tutte le accuse che gli vengono rivolte.
    Chi qui scrive - ne informo il lettore perché lo sappia - per molti anni ha seguito i tentativi di Consorte di far crescere la Unipol nel panorama finanziario, assicurativo e bancario italiano.
    Certo, Unipol è controllata dalla cooperative "rosse" di Legacoop. Ma l'amor di verità dovrebbe indurre a evitare di farsi condizionare da questo aspetto: quando si è accusato di reati come l'aggiotaggio, il riciclaggio e l'appropriazione indebita, ciò che deve valere è solo se i reati abbiano un fondamento o meno, e nient'altro. In ogni caso, poiché a distanza di due anni la virulenza sulla grande stampa delle intercettazioni telefoniche e della pubblicazione di brani di interrogatori degli indagati non accenna a diminuire, caso unico nel dopoguerra, abbiamo chiesto a Giovanni Consorte se fosse disponibile a fare insieme a noi un punto generale delle vicende che lo hanno investito.
    Ha accettato. Risponderà a ogni domanda.
    Di conseguenza, da oggi inizia la pubblicazione a puntate dell'intera ricostruzione della vicenda Bnl, nonché di tutto ciò che i magistrati hanno ritenuto di vedervi collegato.

    Gli inquirenti e molti grandi giornali pensano ancor oggi che la scalata ad Antonveneta di Fiorani, quella a Rcs di Ricucci, e quella su Bnl di Unipol siano stati il frutto di un'unica regia, violando il codice penale.
    E Consorte è diventato il sospetto numero uno.
    Persino più di Fiorani, il disinvolto ex capo della Banca di Lodi. Perché i lodigiani con quei metodi volevano continuare a crescere contro le maggiori banche italiane. Mentre Consorte non solo ha la colpa di aver mirato al primo grande gruppo banco-assicurativo italiano.
    Il sospetto, nel suo caso, è più grave. Unipol significa infatti la Lega delle cooperative, 400mila dipendenti, 7,3 milioni di iscritti. Ma Legacoop non è solo supermercati, costruzioni o finanza.
    Pesa il legame con l'asse storico Pci-Pds-Ds. Ed ecco perché molti hanno identificato Consorte come il nuovo "Compagno G", quel Primo Greganti che ai tempi di Tangentopoli divise l'Italia in due, alcuni convinti che il Pci sulle tangenti era eguale a tutti gli altri ma veniva risparmiato, altri che nessun paragone era possibile e che in ogni caso Greganti era il simbolo di come i comunisti potessero finanziare il partito, ma senza mai arricchirsi e restando in silenzio.
    Senonché, del compagno G nessuno sapeva niente. Consorte invece ha guidato Unipol per 15 anni, l'ha risanata, condotta a produrre utili, fino a renderla un protagonista della finanza italiana.
    Con un obiettivo: crescere. Per anni, Consorte le ha tentate tutte. Cercando il consenso del vecchio pilastro storico della finanza rossa, il Montepaschi di Siena.
    E la preda era anche allora Bnl. Oppure un ancor maggiore gruppo centroitaliano, che passasse anche per Capitalia: con l'accordo di Gilberto Gabrielli, capo degli olandesi di Abn Amro in Italia, e buon amico di Consorte perché entrambi cresciuti negli anni '70 alla Montedison.
    Se ne parlò dal 99 - quando Consorte debutta alle considerazioni annuali di Bankitalia, alla fine di ogni maggio - al 2002. Poi le grandi banche italiane fecero pesare che Siena era anche nel patto di controllo di Generali, e il Monte si decise a restar solo. Unipol scoprì allora che per crescere sarebbe stata dura.
    I suoi tentativi sono andati a vuoto su Meliorbanca, sulla Toro, e sulla grande distribuzione di Esselunga. Per l'acquisizione andata a segno della Winthertur assicurazioni, nel 2003, Consorte e Sacchetti dovettero pagar caro, un miliardo e 150 milioni di euro, anche se col senno di poi si rivelò un'ottima operazione. Questa è la premessa generale da tener presente, prima di iniziare a sentire da Consorte la sua ricostruzione dei fatti.
    Chi scrive, la filtrerà alla luce di quanto conosce e sa delle carte, dei numeri e delle vicende finanziarie di cui si parlerà.
    Diciamolo chiaro sin dall'inizio: il sospetto di alcuni è che la presenza di Unipol nella Hopa di Chicco Gnutti, sin dai tempi dell'opa Colaninno in Telecom, abbia mascherato da anni provviste finanziarie illecite, comuni magari ai bresciani e a Unipol, su mega operazioni come poi quella attraverso la quale Tronchetti Provera nel 2001 assunse il controllo del grande gruppo telefonico italiano.
    Il problema è di vedere se tutto ciò sia un luogo comune alimentato ad arte da veleni politico-editoriali, o magari se non sia anche la rinvincita delle grandi banche italiane che guardavano ai bolognesi di via Stalingrado come un pericolo.
    O se sia invece vero. Anche a Torino ricordano bene quando nel dicembre 2002, dimessosi Paolo Fresco, Chicco Gnutti sondò Consorte per vedere se insieme si poteva rilevare la Fiat. Un altro segno che via Stalingrado andava fermata.
    Consorte, l'ingegnere chimico con master in finanza che in tanti anni di attività non è riuscito a dismettere una calata chietina e una schiettezza di parole che a volte diventa torrentizia, è assunto a materia di scandalo e divisione per elettori e dirigenti della sinistra.
    Ma è stato davvero per anni alla testa di una rete di malaffare? Oppure, oltre a far grande Unipol, ha salvato decine e decine di coop, con migliaia di posti di lavoro a rischio e creandone altrettanti?
    È questo che insieme a lui tenteremo di capire.
    Per tutte le puntate che sarà necessario, per dipanare davanti ai vostri occhi uno dei mosaici più intricati e velenosi della storia finanziaria italiana dell'intero dopoguerra.
    Un'ultima premessa.
    Oggi, leggerete qui tutte le domande che Consorte fa a se stesso, dopo due anni di battaglie giudiziarie. Dalla prossima puntata, inizieremo a entrare nel merito di ogni singolo passaggio della vicenda Bnl e delle indagini aperte a Milano e Roma.
    Ma, per oggi, mi accontento di farvi capire i tanti perché che si agitano nella mente dell'irriducibile assicuratore rosso.
    E gli lascio la parola, in questo primo incontro.

    «L'indagine che io chiedo - dice Consorte - è su chi ha fatto fallire l'opa di Unipol su Bnl. Una volta dichiarata la nostra intenzione alle autorità competenti a vigilare sul mercato, presentato il piano industriale , il prospetto finanziario dell'opa come tutte le informative dovute sull'aumento di capitale che Unipol ha sostenuto in vista dell'acquisizione, abbiamo aspettato per sei mesi che i regolatori si pronunziassero. Sei mesi: un'attesa senza precedenti, nella storia finanziaria italiana. Alla fine, dal luglio 2005 la risposta conclusiva di Bankitalia venne solo il 10 gennaio del 2006.
    Quando Vincenzo Desario, il giorno prima di andare in pensione, firmò il rigetto a nome di via Nazionale ai requisiti patrimoniali di Unipol per poter rilevare Bnl. Ma mesi prima il dottor Carosio, alla presenza del governatore Fazio, ci aveva detto il contrario. Perché?
    Perché alla fine si decise di applicare a un'opa lanciata nel 2005 una norma sui requisiti patrimoniali dei cosiddetti conglomerati finanziari banco-assicurativi che ancora non era scritta, e di cui era previsto in teoria l'entrata in vigore solo l'anno successivo?
    Perché, quando nell'estate precedente il dottor Frasca per Bankitalia ci aveva detto il contrario?
    Perché l'Isvap, l'organo di vigilanza sulle assicurazioni che in teoria doveva formulare a Bankitalia un parere solo consultivo per l'autorizzazione dell'opa, invece di 15 giorni come da procedura impiegò per rispondere oltre due mesi? Il nostro prospetto per l'opa su Bnl fu presentato alla Consob nell'agosto 2006. Perché venne discusso e ridiscusso su dettagli infinitesimali per mesi interi? Perché tutto ciò avvenne mentre Unipol metteva in atto il suo aumento di capitale per circa 2,6 miliardi di euro?
    Come mai, visto che le megafusioni bancarie italiane vengono comunicate e approvate dalle autorità politiche di governo nonché dai regolatori di mercato nel giro di pochi giorni se non nel giro di poche ore, e quando nessuno ne conosce neanche minimamente i piani industriali?».

    Consorte va avanti di filato. Ragiona a freddo. Ma ogni tanto la voce gli si incrina. Gli brucia troppo, ancora, e la passione governa a malapena la stizza che a volte gli inumidisce anche l'occhio.
    «I pm sospettano nella vicenda Antonveneta che il governatore Fazio abbia ritardato ad arte l'autorizzazione a crescere nel capitale della banca che gli olandesi di Abn Amro richiedevano, allo scopo di favorire invece la Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani. Ma perché non ci si rende conto che facendo attendere Unipol per oltre sei mesi analoghe autorizzazioni sull'opa per Bnl, siamo stati vittime di un meccanismo forse analogo?».
    Interrompiamo Consorte. Perché contro di lui si sono scagliati il Corriere della sera, il Sole 24 ore e Repubblica. La Margherita, ex socialisti come ex democristiani. Confindustria, il sindacato, persino mezzo partito dei Ds. Mica roba da poco, come lista di nemici per la pelle. Consorte frena a stento l'impeto.
    «È così. Infatti a due anni di distanza, di fronte agli argomenti che io porto ai magistrati e che smontano una dopo l'altra le accuse, di fronte al fatto che non patteggerò mai perché sono certo di non aver violato la legge e di non aver partecipato ad alcuna regia congiunta su operazioni che nulla avevano a che vedere con la nostra su Bnl, di fronte a tutto questo il concerto dei miei accusatori è costretto a montare accuse mediatiche sempre più false e spericolate, come quelle riapparse in queste settimane sul Sole o sul Corriere. A nessuno sembra interessare che Unipol, a differenza degli spagnoli del Bilbao che offrivano di rilevare Bnl con un'operazione carta contro carta, prospettava invece agli azionisti denaro liquido, grazie al proprio free capital e all'aumento di capitale realizzato per 2,6 miliardi, con soli 400 milioni di aggravio di debito su un'operazione di acquisizione che ammontava a circa 6 miliardi».

    Perché alla scalata Unipol su Bnl si è data una valenza politica, replichiamo a Consorte.
    «Già - risponde - ma come si fa a dargli una valenza politica, quando dalla pubblicazione delle telefonate intercettate si ha la prova provata che i politici chiamavano loro me, e solo a scopo informativo e mai intromissivo sull'operazione? Perché io mi ritrovo additato al pubblico ludibrio e pluri-indagato dopo due anni a seguito di esposti assolutamente generici come quelli allora presentati dagli spagnoli del Bbva, secondo i quali Unipol non aveva i denari per acquisire la Bnl? Presentino i loro elaborati, in base ai quali hanno sostenuto tale tesi. Perché ci si vuole confondere con soggetti che non avevamo nemmeno mai nemmeno incontrato, come i Ricucci e i Coppola? Lo stesso ingegner Caltagirone - del "contropatto" che si era formato in Bnl avverso a Generali, Della Valle e Bbva che sostenevano Luigi Abete - prima dell'estate 2005 lo avevo visto una sola volta?».
    E Fiorani?
    «Le dimostrerò per filo e per segno che nella vicenda Antonveneta la Unipol non c'è entrata né per diritto né per rovescio. Mai. Come in quella Rcs. La Popolare di Lodi ci offrì di far crescere il suo 1,62% che deteneva di Bnl, senonchè noi rispondemmo che non ne avevamo bisogno e non se ne fece nulla, non intendevamo mischiare i due dossier. E in ogni caso scoprimmo pure che se l'erano venduta a Deutsche Bank, la loro quota in Bnl, e lo abbiamo documentato alla Consob che non ne aveva neanche il sospetto. Le pare l'atteggiamento di chi stava concertando con Fiorani l'assalto congiunto ad Antonveneta e chissà che altro? Ma andiamo, per piacere. Piuttosto, perché non parliamo di uno scandalo che è sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno dei grandi giornali che mi accusa sembra notare?».
    Cioè?
    «Vogliamo parlare di violazioni della privacy, visto che in altre occasioni il Garante si è precipitato a intervenire?»
    Che c'entra?
    «Grazie ai nuovi pervasivi poteri di cui le norme sui reati finanziari hanno dotato i pubblici ministeri, nell'estate 2005 , anzi dal 5 luglio per la precisione, vengo messo sotto intercettazione in teoria per i fatti di Antonveneta, sui quali né io né Unipol hanno nulla a che spartire. Da allora, di giorno in giorno gli inquirenti si mettono in condizione di seguire in tempo reale passo passo, tutti gli avvenimento finanziari di quell'estate. E di adottare le misure interdittive personali e anche patrimoniali che la nuova normativa consente. Eppure una ragione ci deve essere, se gli stessi pm adottano misure patrimoniali che bloccano l'intera operatività della Bpi di Fiorani, mentre nulla di analogo avviene per Unipol, tranne la mia defenestrazione mediatico-giudiziaria. Per la quale ho anche sposto querela a Bologna contro le indebite pressioni esercitate da Unipol nei miei confronti, per indurmi alla fine a dimettermi, anche da dipendente».
    Si pensava che la malabestia del cancro ci avrebbe pensato lui, a mettere Consorte definitivamente fuori combattimento. E a farlo tacere.
    «E invece mi dispiace per i miei accusatori, ma non è andata così. Il cancro l'ho tenuto a bada anche con la forza di volontà. La stessa che mi porta a contrastare con argomenti concreti tutte le accuse rivoltemi. Come è possibile che io sia stato accusato di collusione con il giudice Francesco Castellano, indagato a Perugia per millantato credito e abuso d'ufficio in quanto sospettato di passarmi notizie sulle indagini sostenute da colleghi nei miei confronti, ma quando Perugia archivia l'accusa che cade nel nulla, alla fine sui media che continuano a dedicarmi pagine d'infamia esce solo un risicato trafiletto? Come mai non ha nessun rilievo, che in tutte le operazioni sulle quali sono indagato come ex capo di Unipol, nessuno ci ha rimesso un solo euro e anzi Unipol ci ha guadagnato un pacco di quattrini? Unipol ha guadagnato dalla cessione della sua quota in Bnl ai francesi di Bnp ottanta milioni di euro. Sessanta, dalla cessione delle quote detenute in Antonveneta agli olandesi di Abn Amro. Cinquanta milioni, dalle cessioni di quote detenute in Bell. Altri cinquanta, dai titoli detenuti in Olivetti. Oltre 100 milioni dallo spin off immobiliare per il quale sono indagato a Roma, e su cui torneremo diffusamente più avanti. Unipol ha guadagnato anche 12-13 milioni dalla quota detenuta nella Popolare di Lodi. In totale, sono oltre 350 milioni di euro guadagnati per Unipol. Non da me. Da Unipol, in tutte le operazioni per le quali sono massacrato da due anni. Gli azionisti di Bnl, poi? Senza l'opa di Unipol, il prezzo non sarebbe passato dai 2,5 euro per titolo che offriva il Bilbao, ai 2,70 offerti da noi, che pagavamo in più per cassa e non carta per carta. Venti centesimi per ogni titolo Bnl, a ogni azionista, li abbiamo fatti guadagnare noi. Il bilancio finale qual è? L'Italia ha perso la titolarità di una banca, la Bnl, finita ai francesi che hanno naturalmente spostato a Parigi tutti i vertici e le funzioni operative. Unipol è stata strategicamente paralizzata ed è all'angolo da due anni, per la gioia di tutti i suoi concorrenti. Io, personalmente, sono stato massacrato.
    È inaccettabile. È immondo, che mezza politica italiana e la grande stampa abbiano orchestrato tutto ciò. Perché il dottor Mieli ha detto che dovevo pagare perché operavo per D'Alema?».
    Appunto, ricominciamo di lì, dalla prossima puntata.

    ( 1. continua )

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    saluti

  2. #2
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    Dunque, indagato Consorte Giovanni, nella nostra prima puntata eravamo arrivati alla fine della sua lunga lista di perché irrisolti, dopo due anni di massacro mediaticogiudiziario come lei l'ha definito. Ed eravamo tornati all'interrogativo iniziale: perché Paolo Mieli ha sostenuto che Consorte doveva pagare perché operava per conto di D'Alema? Forse è il caso di raccontare la storia del suo rapporto con la guida di Unipol e la sinistra dall'inizio, non crede? Non è che Fassino e D'Alema spuntino fuori dal nulla, con le telefonate intercettate e spiattellate alla stampa dell'estate 2005.
    «Benissimo, cominciamo dall'inizio», è la prima risposta di Consorte.
    Con lui, oggi ricostruiremo tutte le premesse per le quali Unipol si decise, nel 2005, a lanciare un'opa su Bnl. Come vedrete, sono premesse che affondano le radici in anni e anni di vicende finanziarie precedenti, e non c'entrano nulla con l'ipotesi sulla quale indagano gli inquirenti milanesi, per la quale c'era un'unica regia delittuosa che accomunò la scalata a Rcs di Ricucci, quella di Fiorani ad Antonveneta, e quella dei bolognesi di via Stalingrado alla banca romana guidata da Luigi Abete. Ma lasciamo la parola a Consorte.

    «Tutto cominciò il 4 novembre del 1991», inizia Consorte. «Cinzio Zimbelli, che insieme ad Enea Mazzoli per anni era stato il deus ex machina finanziario delle coop, era in fin di vita. Al terzo infarto, due ore prima di morire, mi fece giurare che sarei stato io, a occuparmi di rimettere in sesto Unipol Finanziaria, allora la società controllante di Unipol. Accettai. Unipol Finanziaria era gravata da 815,7 miliardi di lire di debiti nei confronti del sistema bancario, e registrava purtroppo oltre 500 miliardi di lire di perdita. Questa è stata l'eredità che ho trovato sulle mie spalle. Alla fine io e Sacchetti riuscimmo a restituire alle banche oltre millecento miliardi di lire. Eppure, sin da allora avrei dovuto capire una cosa che forse avrebbe potuto tornarmi utile, col senno del poi, nelle vicende di cui parliamo oggi».
    Cioè?
    «Enea Mazzoli e gli altri componenti del cda, espressi dal mondo coop e vicini al mondo politico socialista e comunista, assistevano al risanamento che stavamo conducendo e al contempo restavano sulle loro. Era come se sottendessero che "Consorte non poteva non sapere", per effetto di quali scelte avventate operate negli anni precedenti si erano determinati quei debiti e quelle perdite, e per questo lo stesso Consorte si doveva adoperare per risolverle».
    Non era così?
    «Neanche per idea, naturalmente. Erano loro, non io, ad aver deliberato negli anni decisioni e strategie che avevano portato Unipol sulla soglia del tracollo. In più, bisogna tener conto che eravamo nei mesi caldissimi in cui si preannunciava l'esplosione del tornado che sarebbe avvenuto di lì a poco». Tangentopoli, Mani Pulite, l'era del pool di Milano castigamatti e affossa Prima Repubblica e tutto il suo malaffare collegato ai partiti. Se è questo che intende, la sinistra comunista restò fuori dall'autodafè sacrificale, però.
    «Un momento. Non è affatto così. La crisi di Unipol Finanziaria era così profonda che determinò uno stallo strategico di Unipol durato 8-9 anni, nei quali la compagnia assicurativa non aveva risorse per cogliere al volo le occasioni di crescita sul mercato. I mezzi che riuscimmo a procurarci attraverso una strategia di efficienza servirono a rimettere in sesto Unipol Finanziaria, non a far crescere la compagnia. Proprio in quella prima fase scoppiò Tangentopoli. E per me il lavoro raddoppiò. Perché fui chiamato a prestare una pressante opera per farci carico della ristrutturazione di molte grandi cooperative, nel settore della costruzionelavoro, che erano state seriamente colpite dagli effetti delle indagini a tappeto del pool milanese, nel settore delle opere pubbliche. Coop dalla tradizione storica e dal fatturato molto importante, come la Cmc di Ravenna e la Edilterra, stavano affrontando per via dei contraccolpi di Tangentopoli un momento nerissimo».
    E lei?
    «Non mi tirai certo indietro. Lavorando notte e giorno, rimettemmo in sesto tutto. Salvammo migliaia e migliaia di posti di lavoro che erano a serio rischio. E ponemmo le premesse per crearne altre migliaia, negli anni successivi».
    Non è che siano molto riconoscenti, nei suoi confronti. La Unipol attuale l'ha pure querelata, presso la procura di Roma.
    «Ci arriveremo. Ma devo dire che nella base cooperativa i lavoratori e i soci non hanno dimenticato. Ancora oggi, quando giro, tutti mi sono grati. Altra storia è quella dei vertici. Allora, lavorammo ventre a terra con Federcoop, l'articolazione territoriale delle cooperative. A Bologna, allora, in Federcoop c'era Pierluigi Stefanini che oggi guida Unipol. I vertici si comportarono come se avessi io delle responsabilità oggettive e indirette per quello che era avvenuto in passato. Avrei dovuto capirlo, che in quell'atteggiamento c'era anche una punta di quella malafede che ho visto riemergere nei miei confronti dopo le vicende del 2005. Oggi ho un'idea assai più precisa di allora, su vicende dalle quali tutti i lettori potranno farsi la propria idea precisa, in materia di chi abbia mantenuto un atteggiamento davvero etico ai vertici del movimento cooperativo italiano. Ma ci torneremo più avanti, quando avremo ricostruito per intero la vicenda Bnl, e trarremo un bilancio complessivo su come ciascuno si è comportato, in Unipol, in quegli anni e nel seguito sino ad oggi».
    Ma i suoi rapporti con la sinistra com'erano, in quegli anni difficili in cui mezza politica cadeva a pezzi sotto gli arresti, e lei intanto salvava grandi cooperative rosse? Iniziavano a dire di lei che era «il Gorbaciov della finanza rossa» o «il Cuccia delle coop», come scriveva Peppino Turani: coi vertici del partito doveva parlare parecchio, ho l'impressione.
    «Certo che parlavo moltissimo. Ma dei problemi relativi alle ricadute occupazionali di grandi coop. Non certo delle strategie industriali di Unipol che iniziavo a disegnare. Di quelle, non ho mai parlato coi vertici di alcuna forza politica, perché le decidevamo noi in Unipol. Non ho nulla di cui vergognarmi, ricordando che con molti politici della sinistra ho parlato a lungo per il salvataggio del movimento cooperativo. Era ed è un pezzo importante dell'impresa italiana, non solo di storia o di preistoria come alcuni pensano, a maggior ragione dopo averci messo nell'angolo nel 2005. Su questo, i rapporti coi vertici del Pci, del Pds e poi dei Ds non potevano che essere intensi e positivi».
    Già, ma negli anni successivi, quando il timone passa a Piero Fassino, di lei si dice che abbia avuto un ruolo addirittura decisivo, nella ristrutturazione dei debiti ingenti questa volta direttamente dei Ds, non delle cooperative o di Unipol Finanziaria.
    «Ci arriveremo, un passo alla volta. Ci arriveremo, non si preoccupi. Non mi ritraggo certo dalla questione. Ora non mi faccia perdere il filo. Stavamo parlando dell'atteggiamento che sin dall'inizio nei miei confronti fu tenuto non dalla base, ma da alcuni personaggi di spicco del movimento cooperativo».
    E dunque?
    «Sin dall'inizio, come dicevo, mentre le coop di costruzione-lavoro stabilirono rapporti che non potevano che essere fondati sul grande apprezzamento di quanto avevamo fatto per salvarle, ben diverso fu l'atteggiamento riservatomi dopo il 2001 da alcuni vertici delle coop nel settore del consumo e della grande distribuzione».
    La vedevano di cattivo occhio? Ci sta dicendo che il dissenso verso l'operazione Bnl dei toscani e di Turiddo Campaini affonda le radici in molti anni prima dell'estate 2005?
    «Dico solo che le coop del consumo sin dall'inizio cominciarono a voler esercitare nei confronti del management di Unipol che rappresentavo una sorta di ruolo di proprietà di ultima istanza. Ci provarono molte volte, a mettere la mordacchia a me e Ivano Sacchetti. Ogni volta che ci provavano, perdevano. Poi, smisero. Ma a distanza di anni, nelle vicende del 2005 e oggi, ecco che quegli atteggiamenti li ho riconsiderati in un'ottica totalmente diversa da allora».
    Insomma, il regolamento di conti nella vicenda 2005 nasce da un giuramento su un letto di morte che molti non mandarono giù. D'accordo. Ma vogliamo almeno cominciare, a parlare di Bnl?
    «Certamente. Ma anche qui abbiate pazienza, perché dobbiamo fare un passo indietro, per capire da dove nascesse la strategia di Unipol del 2005 su Bnl».
    Sentiamo, da dove dobbiamo cominciare?
    «Dall'11 ottobre del 2000, da Generali e da Mediobanca».
    Addirittura.
    «Certamente. In Unipol il piano di crescere nel settore banco-assicurativo lo avevamo maturato, io e Sacchetti, in tutta la seconda metà degli anni '90. E l'11 ottobre del 2000, su proposta delle Generali, dalla quale Unipol aveva già acquisito compagnie di assicurazione come Aurora e Navale, il cda della stessa Unipol deliberò l'acquisizione del 51% di Bnl Vita detenuta dall'Ina, che era stata acquisita da Generali e che la compagnia triestina doveva dimettere per indicazione dell'Autorità Antitrust, sia europea che italiana. La delibera prevedeva anche la cessione dell'1% di Bnl Vita a Bnl Banca, contemporaneamente alla stipulazione di un patto di governance con la banca stessa. Ma il problema era un altro. Come sa chiunque si occupi di intese banco-assicurative, per una compagnia di assicurazioni l'intesa vale assai poco, se non si siede anche nel cda della banca con cui si ha l'accordo. Perché se il vertice della banca dice agli sportelli di non vendere i prodotti e le polizze oggetto dell'intesa, dell'accordo puoi fartenere carta straccia perché non produrrà nulla. Dunque, ci mettemmo subito all'opera perché Generali cedesse all'Unipol il 7,5% di Bnl che deteneva».
    Ma che cosa c'entra Mediobanca, invece?
    «C'entra eccome. Mentre iniziammo ad adoperarci su Generali, non smettevamo di guardaci in giro per cogliere tutte le occasioni possbili di ulteriore crescita. Per questo andammo da Vincenzo Maranghi, nel 2001. E gli chiedemmo di comprare la Fondiaria».
    E lui?
    «Lo ricordo come fosse ieri. Il dottor Maranghi ci accolse, me e Sacchetti, con grande signorilità, ma ci rispose che la Fondiaria stava a Firenze, e che lui aveva un legame fortissimo con quella città, e che non poteva proprio pensare che Mediobanca ne cedesse la quota decisiva per il controllo».
    E poi?
    «Poi la vendette a Ligresti. Avrei preferito che il discorso fosse più chiaro, del tipo 'a voi di Unipol non vi diamo niente, siete considerati minorenni e non sapete stare in società'. Sarebbe stato preferibile, almeno più chiaro. Ma a quel punto io e Sacchetti capimmo che il vertice dell'establishment finanziario italiano considerava la nostra Unipol come un soggetto fuori dal grande gioco».
    E dunque?
    «Nacque da lì, come una conseguenza naturale, la decisione di avvicinarci a Chicco Gnutti e ai bresciani che si raccoglievano intorno a lui e ai Lonati. Dopo l'operazione Colaninno in Telecom, nel 1999, era un possibile baricentro finanziario fuori dal grande gioco dei salotti buoni, in questo era accomunato a noi di Unipol. Era "il nuovo", per usare un'espressione trita».
    Gnutti, come la prese? Non aveva problemi, lui, a trattare con la Unipol rossa?
    «Per niente. Rapidamente assunse con Hopa il 20% di Unipol Finanziaria, di cui tenne il 5% cedendo invece il 15% al Montepaschi. Per le coop socie fu una bella plusvalenza, sugli 80 milioni di euro, grazie alla quale chiusero bene i bilanci sia del 2001 che del 2002. In più, oltre a questo, entrammo nell'operazione Telecom, che consideravamo molto valida».
    Già, quella per la quale è indagato per appropriazione indebita, per via dei 49 milioni di euro sui conti suoi e di Sacchetti che gli inquirenti trovarono presso la ex popolare di Lodi di Fiorani, poi Bpi. È quello, il famoso "tesoretto" che le vale le accuse di tradimento di etica del perfetto cooperatore rosso.
    Gnutti le aveva allungato la stecca, dicono i suoi accusatori. E chissà se era per lei, oppure per il partito o per qualcuno del partito, continuano a dire gli accusatori che riempiono le pagine del Corriere e del Sole.
    «Bene, risponderemo per filo e per segno a questa accusa, del tutto infondata e diffamatoria. Tutte le operazioni di intermediazioni sostenute da me e Sacchetti nella compravendita di titoli detenuti in Olivetti, nel cambio di proprietà a favore di Tronchetti Provera, sono documentate e sostenute da regolari pezze d'appoggio. Ci torneremo. L'accusa è ignobile. Per ora, mi lasci dire che Unipol sui titoli Olivetti guadagnò grazie anche a Gnutti circa 50 milioni di euro di plusvalenze, e un bel risparmio aggiuntivo quando nell'agosto e nel novembre 2001 vennero ceduti i titoli Olivetti che erano detenuti sia da Finsoe , la nuova denominazione assunta da Unipol Finanziaria, che dalla Unipol direttamente. È anche grazie a quelle plusvalenze, che comprammo poi da Telecom la Meie, un'altra tessera della crescita assicurativa di Unipol in quegli anni. È sempre stata Unipol a guadagnarci e a crescere».
    Guardi che non dimentichiamo il chiarimento che ci deve, sui denari ricevuti da lei e Sacchetti.
    «Ci torneremo più avanti. Riprendiamo da Generali. Quel che sinora nessuno ha detto, è che all'atto dell'acquisizione da parte di Unipol del 51% di Bnl Vita, noi raggiungemmo un accordo con l'allora capo di Generali, il dottor Gutty. Egli ci firmò un accordo scritto, sia pure privato, a me e Sacchetti, nel quale si impegnava a mettere in atto tutte le condizioni per la cessione a Unipol del 7,5% detenuto dal Leone Alato in Bnl. Era una quota che dava diritto a due consiglieri d'amministrazione nella banca romana, era ciò che ci serviva per essere sicuri che la nostra quota in Bnl Vita non sarebbe stata impedita nell'attesa redditività da orientamenti contrastanti da parte del management della banca».
    Gutty però non tenne fede a quell'accordo.
    «Non per mancanza di volontà. A più riprese vennero sollecitati, da Generali e da Unipol, incontri col vertice di Bankitalia, con l'obiettivo di ottenere le autorizzazioni che erano necessarie, da parte di Generali, per la cessione a noi della quota detenuta in Bnl».
    E Fazio, come vi rispose?
    «In due anni Unipol riuscì a metter piede in Bankitalia solo due volte, il 9 ottobre e il 3 novembre 2003. Fu il dottor Bianchi, non il governatore Fazio, a dirci nella seconda occasione che "se dimostrerete di essere meritevoli - disse proprio così - quando lo riterremo opportuno terremo in considerazione la vostra richiesta, ma solo dopo che avremo deciso l'allocazione finale del controllo di Bnl". Analoga risposta ottenne sempre anche Gutty negli anni precedenti. Senonché nel settembre 2002 Gutty fu fatto fuori dal vertice di Generali, dalla stessa Mediobanca. Quanto a noi, in Bankitalia non mettemmo più piede sino alle autorizzazioni per crescere prima nel capitale e poi per lanciare l'opa su Bnl, nell'estate inoltrata 2005».
    Insomma, Fazio non era vostro amico.
    «Non direi proprio».
    Ma Gutty, è stato sentito dai pm che indagano sulla vostra scalata a Bnl, per confermare queste circostanze che retrodatano il vostro intreresse ad anni prima del presunto concerto con i furbetti dell'estate 2005?
    «Non che io sappia. Lei mi sa spiegare perché? Io no».
    E coi nuovi vertici di Generali, la vostra intesa per la cessione del 7,5% di Bnl valeva sempre? «Perissinotto, succeduto a Gutty, ci disse all'inizio che continuava a sollecitare la Vigilanza di Bankitalia nella persona del dottor Bianchi, per ottenere il via libera. Ma niente. Nel marzo 2003, io e Sacchetti incontriamo una mattina presto all'aeroporto di trieste Perissinotto e Minucci, che rappresentava Generali nel cda di Bnl. Baci e abbracci, in apparenza. Anzi, Perissinotto ci riscrive su un pezzo di carta lo stesso accordo che ci aveva rilasciato Gutty. Senonché nell'aprile 2004, ecco che apprendiamo dai giornali che improvvisamente in Bnl si è formato un nuovo patto di sindacato, e che Generali lo hanno sottoscritto con il Bbva e con Della Valle. Anzi, Della Valle entra pure in Generali e nel suo cda. Perissinotto a quel punto ci dice che a Trieste hanno cambiato idea, che i problemi di antitrust erano superati, insomma che del nostro accordo non se ne sarebbe più fatto nulla. Io ho i miei bei dubbi, su come Della Valle entrò in Bnl e in quel patto».
    Cioè?
    «Basta chiedersi chi ha prestato a Della Valle le risorse, per assumere quella quota».

    Di più Consorte non dice. Ma il quotidiano Il Tempo ha pubblicato una ricostruzione secondo la quale fu Capitalia ad anticipare le risorse a Della Valle, il quale con una triangolazione svizzera restituì alla banca prestante il capitale, grazie a un prestito concessogli dalla Bnl stessa, di cui Della Valle acquisiva coi suoi denari il 5%... Insomma, Generali e Mediobanca vi hanno silurato.
    «C'è un'altra cosa da tener presente. Tanto eravamo ala spasmodica ricerca di una crescita banco-assicurativa, che in quegli stessi mesi non corteggiavamo solo Generali per la sua quota in Bnl, bensì anche Antonveneta».
    Ecco i primi segnali della triangolazione con Fiorani, pensano i pm.
    «Sbagliando in pieno, però. Perché Unipol aggancia a fine 2003 sia Piero Montani, allora amministratore delegato di Antonveneta, sia Francesco Spinelli, presidente della banca ed espressione degli olandesi di Abn presenti nel suo capitale. Il rapporto con Antonveneta e con gli olandesi, che saranno poi i nemici di Fiorani nella scalata su Padova, data ad allora perché ci candidammo da subito ad acquisire cento sportelli bancari per Unipol Banca, con il suo piano industriale del febbraio 2004 che allora presentammo in Bankitalia. Lo facevamo non solo per far crescere Unipol Banca, ci candidavamo direttamente a sostituire in Antonveneta il Lloyd Adriatico, che con la banca aveva un rapporto diretto banco-assicurativo. Per tutto il 2004 fummo soggetti alle ispezioni e ai controlli di Bankitalia, per le acquisizioni di sportelli ai quali ci eravamo candidati a Padova. Montani voleva rifilarci solo sportelli in Sicilia, e noi chiedemmo invece un ribilanciamento territoriale. Alla fine furono solo 22 filiali. Ma lo dico solo per ricordare che Unipol voleva crescere e cercava ogni possibilità aperta. Quando nel febbraio 2005 fu chiaro che la Bpi di Fiorani e Abn Amro si sarebbero scontrati, per il controllo di Antonveneta, noi a entrambi - per gli olandesi parlavamo col dottor Spinelli - facemmo sapere che eravamo interessati solo al rapporto banco-asscirativo, chiunque avesse vinto la partita. Boni, il braccio destro di Fiorani, nell'incidente probatorio avvenuto davanti ai pm il 9 giugno 2006, quando era ancora ristretto dalle misure cautelari, lo conferma esplicitamente: Unipol sarebbe cresciuto in Antonveneta solo in presenza di possibilità di un piano industriale banco-assicurativo, non certo per fare un piacere alla Popolare di Lodi. E se lo dice lui, si figuri io».
    Insomma quattro anni prima del 2005 vi eravate messi in moto. Niente intesa con Fiorani né con Fazio, e guerra aperta dai vertici finanziari che poi saldano l'intesa coi Della Valle. È così
    ? «Già».
    E i vertici della sinistra, che dicevano?
    «In tutte queste operazioni, non ho mai agito per mandato di vertici politici. Anzi, i cooperatori dissidenti, alla fine, mi hanno presentato il conto che tra il '99 e il 2001 alcuni di loro hanno iniziato a covare. Ero troppo indipendente, nel fare utili e risultati».

    (segue)

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    Nella seconda puntata del memoriale di Giovanni Consorte l'ex capo di Unipol ci ha raccontato il giuramento su un letto di morte dal quale cominciò il suo impegno di risanamento di Unipol Finanziaria. Poi le traversie per salvare le grandi Coop dai contraccolpi di Tangentopoli.
    E i primi segni di una parte del vertice cooperativo che non gradiva troppo l'autonomia di Consorte. Infine, come la strategia di crescere nel segmento banco-assicurativo fosse (...) una stella polare per Bnl fin da quando nel 2000 assunse da Generali il 51% di Bnl Vita.
    Ma Generali e Mediobanca fecero sempre gli indiani di fronte alle richieste pressanti dei bolognesi di crescere ancora.
    Di lì l'alleanza naturale con Chicco Gnutti e i bresciani di Hopa, anche loro "gente nuova" rispetto ai salotti dei patti di sindacato che contano.
    Oggi con Consorte iniziamo a entrare nel merito di una delle accuse che più gli bruciano.
    Quella di aver agito in concerto con Fiorani e la sua ex Popolare di Lodi, nella scalata ad Antonveneta.
    Ma Consorte prima vuole ribadire la sua amarezza.

    «Sono passati ormai due anni esatti», esordisce, «da quando Unipol decise di lanciare l'opa obbligatoria su Bnl. In questi due anni sono stato indagato, accusato, dileggiato. È stata violata la mia privacy, non solo professionale, ma anche personale; è stata fatta della facile ironia, si sono sollevati i moralisti e non credo vi sia un precedente analogo a un tale accanimento giudiziario e mediatico.
    In questi anni abbiamo intanto ampiamente dimostrato che nelle indagini, e ci tengo a ribadirlo, che venivano condotte, non c'è nessun danneggiato. È bene che i lettori sappiano che nell'operazione Bell (2001-2002), il Gruppo Unipol ha realizzato un utile di circa 150 milioni di euro. E per i rapporti di collaborazione che erano stati stabiliti con Hopa, e in particolare con Gnutti, in quattro mesi (agosto 2001-novembre 2001) il Gruppo Unipol ha avuto la possibilità di eliminare dai propri bilanci, attraverso operazioni perfettamente lecite eseguite in Borsa, oltre 50 milioni di euro di potenziali perdite, che alla luce degli eventi successivi si sarebbero rivelate certe.
    Tutto ciò nell'ambito di una scelta strategica che il patto di sindacato aveva assunto, cioè riprendere posizione sulle azione Olivetti. Torneremo nel merito di questi aspetti. Ribadisco solo che le operazioni effettuate da me e Ivano Sacchetti sono esattamente le stesse che poi ha svolto il gruppo Unipol.
    Da sottolineare che nessuna querela è stata avanzata nei confronti miei e di Sacchetti, così come non c'è da parte di nessuno alcuna richiesta di risarcimento. Tra l'altro nessuna transazione diretta è mai avvenuta tra me o Sacchetti e Hopa.
    Per quanto riguarda l'opa obbligatoria Bnl, dove una vera e propria congiura impedì al Gruppo Unipol di portare a termine l'operazione, Unipol ha guadagnato 80 milioni di euro.
    Per quanto riguarda lo spin-off immobiliare per il quale sono indagato a Roma, Unipol guadagnò 91,7 milioni.
    Le indagini su tutte le operazioni sono tutte d'ufficio, quindi senza alcuna querela, non c'è nessun danneggiato, e l'attore delle operazioni è Unipol, che da ciò ha guadagnato lecitamente 350 milioni di utile».

    Lei sostiene di non essere Fiorani, indagato per aver truffato risparmiatori.
    «Tutte le indagini riguardano comunque Consorte e Sacchetti non come persone fisiche, ma in quanto amministratori che hanno fatto guadagnare la propria azienda. In tutta questa vicenda sono parte danneggiata, e chiedo perché l'esposto presentato alla Procura di Bologna fin dal 12 dicembre 2005 non abbia avuto corso. L'indagine da condurre deve riguardare anche tutto ciò che è avvenuto dal 16 luglio al 31 dicembre 2005. È una questione non solo di interesse personale, ma che riguarda tutti quelli che hanno a cuore la libertà».

    Veniamo ad Antonveneta.
    «Nell'operazione Antonveneta (gennaio-aprile 2005) condotta esclusivamente con l'obiettivo di sviluppare l'attività industriale di banca-assicurazione, poi purtroppo fallita, avevamo comunque adottato le debite precauzioni», inizia Consorte. «Dall'operazione Unipol ha poi guadagnato 60 milioni di euro nella cessione delle azioni di Antonveneta ad Abn Amro».

    Ma è stato Fiorani a invogliare la sua Unipol in Antonveneta? Consorte si inalbera:
    «Neanche per idea. Il nostro interesse in Antonveneta data al 2003. Nessuno allora parlava di un'opa su Antonveneta. Nel corso dell'intero 2004, come abbiamo ricostruito ai magistrati, con il dottor Piero Montani di Antonveneta, con Francesco Spinelli che era espressione degli olandesi di Abn, per Unipol io e Sacchetti, il direttore generale Cimbri, Di Matteo e Castellina dialogano incessantemente con Antonveneta per due aspetti specifici: l'acquisto di filiali di Antonveneta, in conseguenza del piano triennale di Unipol Banca adottato il 20 febbraio 2004, piano che puntava all'acquisizione di ben 100 sportelli bancari; e la possibilità di un accordo strategico banco-assicurativo con Antonveneta stessa, chiunque la controllasse».

    Niente Fiorani e bresciani, dunque?
    «Procediamo per ordine, e vedrà che non c'è nessun concerto nostro con loro. Il 3 febbraio del 2004 alle 13.30 mi incontro al ristorante "Rodrigo" di Bologna con Spinelli, e nelle settimane successive lavoriamo al piano industriale di Unipol Banca, quello per acquisire 100 sportelli. Lo presentiamo di conseguenza al dottor Carosio, in Banitalia».

    Non a Fazio?
    «No, a chi allora era a capo della vigilanza».

    E Carosio?
    «Rispose con qualche sufficienza. Tanto che dovetti dirgli che io stesso chiedevo a Bankitalia un'ispezione per verificare la solidità delle nostre basi patrimoniali, ma aggiunsi che se fossimo risultati in ordine non spettava certo a Bankitalia sindacare nel merito i nostri piani industriali».

    Venne l'ispezione?
    «Puntuale, cominciò il 29 marzo 2004. Nel frattempo il 26 febbraio avevamo già avuto anche un primo incontro con Piero Montani, di Antonveneta, e con lui affrontammo il problema sia della possibile alleanza banco-assicuativa con la banca padovana dopo l'amara esperienza che avevamo appena avuto con la Noricum, che Imi Sanpaolo ci aveva obbligato a retrocedere ai torinesi, a pena altrimenti di vedercela svuotata - sia il nostro interesse ad acquisire filiali come conseguenza del piano triennale di Unipol Banca. Antonveneta aveva deciso di cedere 50 filiali affidando a Rotschild, nella persona di Daffina, la trattativa. Iniziammo a trattare di conseguenza con lui per quelle 50 filiali: quattro incontri, fino a quello del 26 maggio 2004...”

    L'ispezione di Bankitalia, nel frattempo, come procedeva?
    «Andò avanti fino a fine estate. Il 13 aprile 2004 incontrai Carollo in Bankitalia, era un sottoposto di Carosio, a conferma del fatto che non parlavamo certo con Fazio. Interloquimmo anche col dottor Conigliani, della sede Bankitalia di Bologna».

    Ma con Antonveneta, in quei mesi, non si sbloccava né la richiesta di acquisire filiali né l'intesa banco-assicurativa?
    «Tanto per farle capire quanto fossimo protesi al nostro obiettivo di crescita, le dico anche che il 14 aprile 2004 mi recai a incontrare il professor Giovanni Bazoli, presidente di Intesa».

    Ah, caspita, questa è una novità mai sentita, o sbaglio?
    «Non sbaglia. Ma guardi che l'intera ricostruzione puntuale di tutti gli incontri che stiamo facendo non è mai uscita. Comunque, anche con Bazoli fu un nulla di fatto».

    Ma perché andare da Bazoli?
    «Perché in precedenza, nel 2003, avevamo acquisito 56 filiali bancarie che Intesa doveva dismettere per ragioni di antitrust, a seguito delle sue incorporazioni. Dunque anche a Bazoli andammo a chiedere se per caso aveva filiali da cederci».

    La risposta?
    «Fu un incontro formalmente cordiale, ma anche di gran gelo. Nessuna possibilità di cederci neppure uno sportello, da parte di Bazoli».

    Conosceva Bazoli in precedenza?
    «No, avevamo trattato con altri, per gli sportelli rilevati in precedenza. Con l'ad che allora era espressione in Intesa dell'Agricole, Merle, e con il dottor Auletta. Il dottor Desiata aveva interposto i suoi buoni uffici. Nulla di ciò si replicò con Bazoli, nell'aprile 2004».

    Parlaste di politica?
    «No. Ascoltò il nostro proposito, e signorilmente ma fermamente risposte picche. Tenga conto che in quegli stessi giorni, il 16 aprile 2004, Minucci e Perissinotto di Generali continuarono a non darci risposte per le nostre richieste di crescere analogamente in Bnl Vita, senza dirci una sola parola sul fato che di lì a due settimane in Bnl Generali sarebbe entrata in un patto di sindacato con Della Valle e gli spagnoli del Bilbao. I signori che insegnano etica di mercato tanto al chilo quando si tratta di Unipol, con noi si comportavano così».

    Così come?
    «Diciamo con una certa disinvoltura. Per non dire altro».

    Dunque, niente crescita.
    «Iniziammo a prendere in considerazione ad aprile 2004 anche un'altra ipotesi: Meliorbanca. Il 20 luglio 2004 avvenne su questo un primo incontro col governatore Fazio, al quale esponemmo la nostra intenzione di procedere all'acquisizione delle due filiali di Antonveneta che intanto si erano rese disponibili, di Milano e Cagliari, oltre all'eventuale operazione su Meliorbanca».
    Foste voi a proporre l'operazione Meliorbanca o fu Bankitalia?
    «Noi ci dichiarammo disponibili. E durante il mese di agosto 2004 passai con una squadra di collaboratori tutto il tempo a Milano, per una due diligence di Meliorbanca». Ma non se ne fece nulla neanche quella volta. «No, le strategie dei due istituti erano troppo diverse, e non mi convinsi. Il 23 agosto 2004 insieme a Di Matteo e Castellina di Unipol mi recai a incontrare Dall'Occhio della Consob, per comunicare all'Autorità del mercato finanziario la nostra rinuncia a Melior-banca. Nel frattempo il cda di Unipol Banca del 6 settembre 2004 confermava la richiesta avanzata il 27 luglio precedente di rilevare altre 50 filiali di Antonveneta, richiesta avanzata insieme alla Popolare di Vicenza guidata allora da Divo Gronchi: 20 di quelle 50 sarebbero andate a Unipol Banca. E il 19 novembre procedemmo all'aumento di capitale necessario all'acquisizione delle filiali».

    Tutta questa lunga premessa per dire?
    «Che ancora il 30 novembre 2004 reincontrammo Spinelli per confrontarci sull'ipotesi banco-assicurativa per Unipol in Antonveneta. In tutto il 2004 prima incontrammo molte volte i capi di Antonvenmeta per vagliare tutte le ipotesi, andammo anche da Bazoli, poi trattammo per Meliorbanca. Solo molto dopo Unipol iniziò a considerare l'ipotesi di un accordo con Reti Bancarie Holding della Popolare di Lodi. Per quanto riguardava la partita in Antonveneta, non avemmo allora contatti né con la Popolare di Lodi di Fiorani né con nessuno dei soci sindacati in Delta Erre, né con Benetton, ma solo con la stessa Antonveneta e con Abn Amro. Inoltre, né io né Sacchetti abbiamo mai posseduto o trattato titoli di Antonveneta».

    Sicuro?
    «L'ha confermato lo stesso Fiorani nell'incidente probatorio del 26 maggio 2006. Il pm Fusco lo incalza sottilmente per strappargli qualche eventuale conferma. E Fiorani non può che negare. Nessun rapporto con Fiorani fino ad allora. Eppure Fiorani dall'estate 2004 aveva iniziato a preparare l'operazione su Antonveneta, parlando con Doris e Mediolanum, coi Benetton che poi saranno i venditori del titolo maggiormente beneficati».

    Quando vi rendeste conto che Fiorani faceva sul serio su Antonveneta?
    «Tra la fine del 2004 e gli inizi del 2005 si iniziò ad assistere alla competizione tra la Banca Popolare di Lodi e Abn Amro per il controllo di Antonveneta. Tale scenario manteneva, pertanto, valide tre opzioni per il gruppo Unipol: la possibilità di addivenire ad accordi industriali di banca assicurazione con Abn Amro su Antonveneta nel caso in cui Abn Amro avesse prevalso su Bpl; la possibilità di accordi di banca-assicurazione con il Gruppo Banca Popolare di Lodi, se fosse stata quest'ultima a prevalere su Abn Amro; la possibilità di un'alleanza con Bpl e Antonveneta, sempre in punto di banca-assicurazione, se fra le due banche si fosse raggiunto un accordo, tenuto conto delle notizie apparse in proposito sulla stampa che facevano presumere la possibilità di una integrazione tra Reti Bancarie Holding e Antonveneta (già in trattativa da 2-3 anni). Durante il mese di gennaio 2005, incontrai perciò separatamente Spinelli e Fiorani per chiarire a entrambi, in separata sede ripeto, la strategia industriale di bancaassicurazione che perseguiva Unipol».

    E iniziaste a salire nel capitale di Antonveneta.
    « Il 13 gennaio 2005, per rendere trasparenti le nostre intenzioni al mercato e soprattutto ai due contendenti Bpl e Abn Amro, Unipol acquisì sul mercato circa 300.000 azioni Antonveneta, superando così la soglia del 2% del capitale sociale della Banca, rendendola pubblica al mercato in conformità a quanto previsto dalle norme».

    Per giocare a carte scoperte.
    «Esatto».

    Però la stampa cominciò a descrivervi come amichetti di Fiorani.
    «Il 22 gennaio 2005 Milano Finanza, a firma di Paolo Panerai, scrisse che: "Da uomo duttile quale è, Fiorani si è adeguato, e temendo soprattutto il lancio di un'opa da parte di Abn Amro ha detto che il 2,11% di azioni acquistate da Bpl, più le altre possedute da possibili alleati come Unipol, sono a disposizione per una collaborazione con gli olandesi...».

    Alleato di Fiorani, dice Panerai, fin da gennaio 2005.
    «Balle. Leggo dal verbale del consiglio Unipol del 28 gennaio 2005: "... Il Presidente informa i presenti che la Compagnia detiene attualmente una quota pari al 2,10% del capitale sociale di Banca Antonveneta Spa, per un corrispondente valore di carico di 97,7 milioni di euro. Dalle informazioni di mercato emerge la possibilità della realizzazione di un progetto societario e industriale tra Reti Bancarie Holding Spa (della Lodi) e Banca Antonveneta Spa. Partendo dalle buone posizioni societarie che il Gruppo Unipol ha in Reti Bancarie Holding Spa e Banca Antonveneta Spa, si evidenziano le ragioni che rendono opportuno incrementare la partecipazione ad oggi detenuta in Banca Antonveneta Spa sino al 4,99% del proprio capitale sociale... Il Consiglio approva". Il giorno prima, il 27 gennaio, avevo reincontrato Spinelli e anche a lui avevo ribadito che Unipol era aperta sia all'ipotesi di una fusione consensuale tra Reti bancarie della Lodi e Antonveneta, che ci avrebbe portato a essere i primi soci privati dell'aggregato per le quote che detenevamo in entrambe, sia all'ipotesi di subentrare in Antonveneta all'accordo banco-assicurativo che l'istituto aveva con la Lloyd Adriatico, e per questo ci proponemmo di superare la sua quota detenuta in Antonveneta, che era del 2,7% del capitale. Tutto questo mentre da gennaio 2005 Fiorani e i suoi collegati avevano iniziato a rastrellare i titoli di Antonveneta».

    Ma è vero che Fiorani le fece capire che in caso di alleanza ci sarebbero stati denari anche personalmente, per lei e Sacchetti?
    «Il 20 aprile 2005, all'aeroporto di Bologna, insieme a Boni della Lodi parlò esplicitamente della possibilità di "riconoscenza" per noi. Ma non abboccammo in alcun modo, e continuammo a trattare anche con gli olandesi. Anche Gnutti di Hopa si fece vivo, proponendoci l'alleanza con Fiorani. E io gli replicai che non capivo proprio come potesse mettersi con la Lodi contro Abn, visto che entrambe erano socie di Hopa. Unipol aveva potere di veto su una simile delibera, se fosse stata portata nel cda di Hopa, come l'aveva anche il Montepaschi. E insieme a Mps concordammo che lo avremmo posto, il veto. Gnutti capì e desistette. Quanto alle proposte di Fiorani, è stato lo stesso braccio destro del banchiere a Lodi, Boni, a confermare al pm Fusco, nell'incidente probatorio del 9 giugno 2006, che quando Fiorani disse "guardate che nel caso ci sarà anche qualcosa per voi", Consorte replicò che gli interessava solo l'eventuale progetto industriale».

    Dopodiché?
    «Il 21 aprile 2005 Il Sole 24 ore pubblica le liste dei consiglieri depositate in previsione dell'assemblea del 30 aprile di Antonveneta. Nella lista presentata da Abn Amro figura il dott. Cucchiai, del Lloyd Adriatico. Capiamo allora che, in assenza di segnali positivi da parte di Abn Amro nei confronti di Unipol, dovevamo salire nel capitale di Antonveneta al fine di poter superare di circa un punto la quota detenuta da Lloyd Adriatico a quella data. Ancora al cda di Unipol del 29 aprile 2005, segnalai che l'eventuale adesione a una delle due offerte, della Popolare di Lodi o di Abn su Antonveneta, sarebbe stata valutata quando disponibili le condizioni definitive delle medesime. Eravamo fuori dalla battaglia dei due schieramenti. Infatti nessuno di Unipol entra nelle liste del Cda di Antonveneta».

    E con le autorità di mercato, come regolaste i rapporti?
    «Beh, questa è bella. Il 2 maggio 2005 io e Cimbri, il dg di Unipol, ci recammo in Consob. Al dottor Tezzon spiegammo che eravamo interessati solo ai piani industriali perseguibili da Unipol in Antonveneta. Gli chiedemmo, per alleviare i sospetti di stampa intorno alla nostra ipotetica azione di fianchegghiamento di Fiorani, se per caso non fosse il caso che formulassimo un quesito scritto alla Consob, per darle modo di risponderci e darci atto pubblicamente della nostra terzietà».

    E Tezzon che cosa vi disse?
    «Che non era il caso di complicare una cosa già complicata. Questa fu la sua risposta. Poi, il 10 maggio 2005, l'indagine Consob esclude Unipol dal concerto su Antonveneta».

    Conclusioni destinate a mutare, però.
    “ Già, ci tornerò nella prossima puntata. Per ora, mi faccia solo dire questo: lasciare trasparire l'ira o l'odio nelle parole o nelle espressioni del volto è inutile, pericoloso, non intelligente. Ira e odio vanno mostrati unicamente nelle azioni, e questo lo si potrà fare tanto più perfettamente quanto più perfettamente si è evitato di fare l'altra cosa».

    Parole sue?
    «No, ma torneranno buone quando parleremo dei magistrati, più avanti».


    LE COOP ROSSE
    Nella seconda puntata del memoriale abbiamo raccontato la storia del rapporto di Giovanni Consorte con la sinistra. Una storia lunga che inizia il 4 novembre del 1991.
    UNIPOL FINANZIARIA «Cinzio Zimbelli, per anni il deus ex machina finanziario delle Coop, era in fin di vita. Prima di morire mi fece giurare di che mi sarei occupato di rimettere in sesto Unipol Finanziaria, allora la società controllante di Unipol, gravata da 815,7 miliardi di lire di debiti e con oltre 500 miliardi di perdita».
    TORNADO GIUDIZIARIO «Eravamo nei mesi caldissimi in cui si preannunciava l'esplosione del tornado che sarebbe arrivato di lì a poco. Coop dalla tradizione storica e dal grande fatturato, come la Cmc di Ravenna e la Edilterra, stavano affrontando un momento nerissimo per via dei contraccolpi di Tangentopoli.
    IL MIRACOLO «Lavorando giorno e notte, rimettemmo in sesto tutto. I lavoratori e i soci non hanno dimenticato. Ancora oggi tutti mi sono grati. Altra storia è quella dei vertici».
    RAPPORTI A SINISTRA «Con molti politici della sinistra ho parlato a lungo per il salvataggio del movimento cooperativo. I rapporti coi vertici del Pci, del Pds e poi dei Ds non potevano che essere intensi e positivi».
    LE COOP DI CONSUMO «Le Coop del consumo provarono molte volte a mettere la mordacchia a me e a Ivano Sacchetti. Ogni volta perdevano. Poi smisero. Ma a distanza di anni, nelle vicende del 2005 e di oggi, ho riconsiderato quegli atteggiamenti in un'ottica totalmente diversa».
    GENERALI «L'11 ottobre 2000, su proposta delle Generali, il cda di Unipol deliberò l'acquisizione del 51% di Bnl Vita. E ci mettemmo all'opera perché Generali cedesse all'Unipol il 7,5% di Bnl che deteneva. Invano».
    MEDIOBANCA «Nel 2001 andammo da Vincenzo Maranghi e gli chiedemmo di comprare la Fondiaria. Disse di no e capimmo che il vertice dell'establishment finanziario italiano considerava Unipol come un soggetto fuori dal grande gioco. Così decidemmo di avvicinarci a Gnutti, che rappresentava il "nuovo"».
    BANKITALIA «In due anni Unipol riuscì a mettere piede in Bankitalia solo due volte nel 2003. Poi più niente sino alle autorizzazioni per crescere prima nel capitale e poi per lanciare l'opa su Bnl, nell'estate del 2005. Fazio non era proprio un nostro amico...».
    DELLA VALLE «All'improvviso apprendiamo che in Bnl si è formato un nuovo patto di sindacato e che Generali lo ha sottoscritto con il Bbva e con Della Valle. Anzi, Della Valle entra pure in Generali e nel suo cda. Chi gli ha prestato le risorse?».

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    Predefinito «Cari ds, andrò per la mia strada...

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    .....Ma occhio agli errori della Forleo»

    Consorte Giovanni, riepiloghiamo.
    Nella puntata precedente abbiamo ricostruito come da anni e anni prima delle travagliate vicende del 2005 Unipol sotto la sua guida si muovesse in tutti i modi alla ricerca di uno sviluppo banco-assicurativo e alla crescita di sportelli di Unipol Banca, con moltissime porte che vi venivano tenute ermeticamente chiuse da Mediobanca, Generali, Bankitalia.
    Abbiamo ricostruito come in Antonveneta decideste dall'inizio del 2005 di tenervi esplicitamente aperti sia all'ipotesi che il controllo della banca finisse ai lodigiani di Fiorani, sia agli olandesi di Abn Amro, perché in ogni caso a voi interessava un accordo banco-assicurativo che sarebbe stato pressoché garantito se la Reti Bancarie dei lodigiani si fosse fusa con Antonveneta, mentre in caso di vittoria olandese avevate superato nel capitale la Lloyd Adriatica, compagnia con la quale la banca padovana era legata fino al 2008 da un accordo banco-assicurativo che vi escludeva.
    In ogni caso, avreste potuto liquidare l'intera quota cedendola agli olandesi con una plusvalenza di almeno 50 milioni di euro. Ed eravamo arrivati al punto in cui la Consob, il 10 maggio 2005, dichiara formalmente che voi di Unipol non fate parte di alcun concerto per la scalata ad Antonveneta.
    Conclusione che non sarà condivisa dai pubblici ministeri.
    Prima di andare avanti sul resto della vicenda Antonveneta, però, ho l'obbligo di chiederle una risposta a quel che è uscito sulla stampa in questi giorni, e che la chiama nuovamente in causa.

    «Parliamone pure», esordisce Consorte, che anche questa volta si mostrerà - lo vedrete - molto battagliero. Avrà certo visto il rilievo che Repubblica, Corriere della sera e Sole 24 ore hanno dato alla nota con cui il pm Luigi Orsi ha argomentato al Gip di Milano Clementina Forleo la necessità di poter acquisire tutte le intercettazioni intercorse tra gli indagati delle vicende 2005 e i politici. In particolare, Orsi si è occupato delle telefonate tra lei e D'Alema e tra lei e il senatore ds Nicola Latorre. È vero che quelle telefonate intercorsero sulla vicenda Unipol-Bnl, di cui non abbiamo ancora cominciato a parlare ai nostri lettori. Ma la tesi di Orsi è una nuova accusa bruciante nei suoi confronti. Orsi argomenta che nella telefonata di D'Alema a lei del 14 luglio 2005 lei compie reato d'insider trading, comunicandogli la notizia riservata ignota al mercato secondo la quale il 18 luglio Unipol avrebbe lanciato l'opa su Bnl. Analoghe considerazioni valgono per la telefonata a Latorre del 15 luglio, e per quella a Fassino del 17. Orsi mette le mani avanti, aggiungendo che D'Alema e i politici ricevono notizie a suo dire privilegiate ma non commettono reati, poiché non risulta che ne abbiano fatto uso attraverso acquisti o vendite di titoli sul mercato. Ma aggiunge che lei il reato invece lo commette. E sembra anche mettere in conto che la Camera non darà il benestare per l'acquisizione agli atti delle telefonate dei politici (a maggior ragione se reato per i politici non c'è), ma aggiunge che in quel caso la Procura si troverebbe nell'impossibilità di contestare l'insider a lei, visto che si tratterebbe dell'unico indizio a suo carico.

    "Unipol, su Bnl fu scalata occulta", ha titolato il Sole. Come risponde Consorte?
    «Ho risposto subito. Tutte le operazioni relative all'opa obbligatoria di Unipol su Bnl sono state condotte nel pieno rispetto delle leggi, deliberate dal cda di Unipol e, come vedremo nelle prossime puntate in cui ricostruiremo passo passo la vicenda, tutti i relativi comunicati predisposti da Unipol sono stati meticolosamente e preventivamente concordati con la Consob».

    D'accordo, questa è una difesa d'ufficio.
    «Bene, veniamo allora al fatto stringente. Il pm Orsi sostiene che il 14 luglio e nei giorni seguenti, nelle telefonate fattemi da D'Alema e Fassino, io comunico loro notizie riservate? Ecco qui un pacco di ritagli stampa relativi al 14 luglio 2005, dunque con notizie e articoli scritti un giorno prima del mio colloquio incriminato. Titolo del Sole 24 ore, il 14 mattina: "Bnl, Unipol vicina all'accordo con le banche per l'opa". Titolo di MilanoFinanza: "Consorte stringe sull'opa Bnl e torna di nuovo in Banca d'Italia". Titolo di Finanza&Mercati: "Alla stretta finale per l'opa Bnl, trio di big straniere a sostegno di Unipol".

    E dunque?
    «Dunque il pm Orsi, come chiunque altro, dovrebbe immediatamente arguire che di riservato non c'era nulla in quelle telefonate, il mercato sapeva tutto, i giornali scrivevano tutto perché tutto era comunicato e saputo dalla Consob in precedenza. Altro che insider trading».

    Sta di fatto, Consorte, che ieri il Sole è tornato con un'altra articolessa a ipotizzare sequestri per decine e decine di milioni di euro, in relazione alle plusvalenze realizzate grazie all'insider tarding nella vostra scalata a Bnl.
    «Il pm Orsi ammette egli stesso che l'unico presupposto per l'insider sarebbero telefonate con presunte notizie ignote al mercato. Ma i giornali citati di quella mattina provano incontestabilmente che di riservato non c'era nulla. Dunque non c'è presupposto di reato. Eppure il Sole già preannuncia e amplifica misure interdittive a venire sulla base di un presupposto che non esiste. È la stessa tecnica di massacro mediatico-giudiziario che seguono con me da due anni. Pensano di zittirmi. Sbagliano. Ho lavorato solo per il bene di Unipol e senza alcun interesse personale. Continuo a sottolineare che resta da capire se sono stati commessi reati, da parte di chi ha impedito il successo dell'opa di Unipol su Bnl».

    Bene, chiusa parentesi, riprendiamo da Antonveneta. Dopo che la Consob vi aveva escluso dal concerto il 10 maggio 2005, che avvenne?
    «Fino al 10 giugno 2005 la questione Antonveneta scompare dal nostro orizzonte. Eravamo impegnati a tentare di convincere Bankitalia del nostro progetto a salire in Bnl. Ma il 5 maggio a via Nazionale il dottor Frasca non ci prende neanche in considerazione. Eppure il nostro progetto era tecnicamente inappuntabile. Potevamo salire al 15% in Bnl, se Bankitalia ci autorizzava. Poi avremmo potuto fondere Unipol Banca in Bnl attraverso delibera assembleare, e a quel punto con più del 30% dei Bnl non avremmo dovuto neanche lanciare l'opa. Saremmo diventati azionisti di riferimento di Bnl, con il controllo dell'intera Bnl Vita, e avremmo fatto bingo».
    Ma Frasca, a Bankitalia, nulla.
    «Mostrò di non prendere minimamente in considerazione il progetto. Il 5 maggio chiedemmo anche come Unipol di salire in Bnl al 9,9%. Così facendo, avremmo obbligato la Bbva a uscire allo scoperto. Cosa che puntualmente avvenne, quando fui ragiunto da una telefonata dell'amministratore delegato del Bbva che mi invitava a trattare su Bnl. Altri, nel frattempo, accrescevano le proprie quote in Bnl, come la Popolare di Modena. Ma commettemmo un errore, di fronte alla freddezza di Bankitalia. Poiché l'assemblea di Bnl era convocata al 21 maggio noi dicemmo: vi presentiamo la richiesta di crescere al 9,9% entro il 10 maggio. Così passeranno 15 giorni di tempi tecnici per avere autorizzazione (che infatti ottenemmo il 25), e nell'assemblea Bnl del 21 a quel punto non saremmo stati determinanti nella scelta del presidente. Fu un errore grave, perché con un presidente diverso da Abete cambiava tutto. All'assemblea Bnl tra l'altro il direttore generale di Unipol Cimbri arrivò in ritardo e non lo fecero entrare, e c'è la prova di quel che dico perché Cimbri e Girotti, direttore generale di Bnl, sono amici e si fermarono a parlare».

    Dunque eravate concentrati sull'avanzamento del confronto in Bnl.
    «Proprio così. Eppure il Gip di Milano Forleo emette il decreto d'intercettazione anche relativo a me nella vicenda Antonveneta, e noi naturalmente non lo sapevamo. Ma a Unipol di Antonveneta non ce ne occupavamo più. Eravamo solo contenti del rilancio olandese, perché capivo che dalla vendita del 3,7% detenuto Unipol avrebbe guadagnato di più dei 50 milioni che avevo preventivato all'atto della comunicazione alla Consob.
    Ancora il 17 giugno 2005, a Spinelli che in un incontro a via Meravigli a Milano ripropone all'Unipol la disponibilità ad acquisire la quota di Antonveneta da noi detenuta, ribadiamo che eravamo interessati all'accordo di banco-assicurazione, e non a un'operazione finanziaria. Nell'incontro compresi che, al di là della simpatia nei nostri confronti da parte di Spinelli, l'accordo di Antonveneta con il Lloyd non consentiva loro di prendere altri impegni».

    Bene, veniamo allora all'architrave di tutto. Il provvedimento con il quale la dottoressa Forleo la mette sotto intercettazione per Antonveneta. Anche se, attraverso di questo, in realtà sarà la vostra operazione in Bnl a risultare momento per momento sotto l'occhio della Procura.
    Consorte si contiene con qualche sforzo.
    «Dovrei usare parole molto forti, per giudicare quell'atto. Limitiamoci ai fatti. Tutte le motivazioni che la Forleo ha addotto per mettermi il telefono sotto controllo sono tutte decadute. Tanto è vero che nella chiusura delle indagini non ce n'è più neanche una. È caduta l'associazione per delinquere. È caduta l'ipotesi di reato relativa al caso Galletti, visto che lo stesso Fiorani il 5 giugno 2006 in sede di incidente probatorio ha escluso ogni mia conoscenza e partecipazione in relazione al credito erogato autonomamente dai competenti funzionari di Unipol Banca e da essi confermato. È caduta l'ipotesi di evasione sui capital gain realizzati sui conti personali miei e di sacchetti presso la Bpi. È caduta l'ipotesi delittuosa sulle operazioni in derivati effettuate da me e Sacchetti sul mercato a iniziare da gennaio 2005, avendo come controparti che hanno pagato il premio banche come Credit Suisse, Ubs e Akros. Nell'atto della Forleo si afferma che «risultavano costanti rapporti telefonici a tre tra Fiorani, Gnutti e Consorte, aventi sempre oggetto manovre occulte». Ma quali manovre occulte? In Bnl, avevamo chiesto e ottenuto da Bankitalia il 25 maggio l'autorizzazione a salire al 9,9%. In Antonveneta, dopo il 26 aprile quando avevamo acquistato un ulteriore 1% per salire sopra la quota detenuta dal Lloyd Adriatico, non avevamo più fatto nulla. Addirittura la Forleo cita, a sostegno della mia presunta assiduità con Fiorani, il fatto che in una chiamata di fiorani egli mi dicessi di parlare con "Franco" e il Gip intende naturalmente che sia Boni, il braccio destro a Lodi di Fiorani. Senonché, era invece l'avvocato Franco Gianni. È su questi presupposti, tutti risultati infondati, che io divento intercettato e poi massacrato».

    Rimane però il caso EArchimede.
    «Sbaglia. È anch'esso completamente smentito dai fatti, come vedremo subito. Le motivazioni addotte dal provvedimento Forleo sono tutte cadute, a cominciare dalla scalata Rcs...».

    Alt. Una cosa alla volta. Prima EArchimede. E tenga presente che i lettori non hanno presente di che cosa parliamo.
    «Earchimede è una società di fondi tra i cui soci c'è Hopa, la Popolare di Lodi, Accenture, la utility Asm, e una picciola quota detenuta da Unipol. A questa società Fiorani intendeva cedere alcune quote di minoranza societarie detenute dalla Bpi per far cassa. Uan telefonata intercettata tra Fiorani e me del 29 giugno, secondo i pm, dovrebbe provare che i lodigiani erano in concerto con Unipol per l'operazione Antonveneta. Al contrario, basta leggere la trascrizione della telefonata stessa per capire subito che non è così. Anzi, per essere precisi, agli atti d'indagine la chiamata di Fiorani a me è preceduta quello stesso giorno da una chiamata di Gnutti a Fiorani, in cui cui quest'ultimo spiega a Gnutti, il quale ammette di non avermi più sentito, che mi cercherà per dirmi qualcosa di questa cessione di minorities che la Lodi voleva realizzare a EArchimede. Dopodiché, nella telefonata di Fiorani a me, dopo espressioni generiche alle quali io mi limito a rispondere senza alcun interesse, egli inizia a dirmi "a proposito, vorrei dirti che abbiamo definito un passaggio che il fondo Earchimede deve fare..."».

    E lei?
    «Mi limito ad ascoltare. Dopodiché i fatti conclusivi vanno in direzione opposta, a smentire totalmente ogni ipotesi di concerto. La nostra estraneità è confermata dall'incidente probatorio con Fiorani del 5 giugno 2006, in cui esplicitamente riconosce che non vi era alcun pregresso di cui io fossi a conoscenza, e che per altro il rappresentante di Unipol nel cda di EArchimede, il ragionier Albertini, non sono non fu nemmeno da me chiamato, ma nemmeno si presentò a quel consiglio. Tutte circostanze confermate da Albertini per iscritto ai magistrati, il 13 giugno 2006».

    Dunque l'atto della Forleo aveva presupposti assai labili.
    «Se ci fosse stato un fondamento nell'intercettazione telefonica, durante il mese di luglio avrei dovuto ricevere telefonate su telefonate in relazione ad Antonveneta . Non ne ho ricevuto neanche una, basta vedere le trascrizioni. Tranne l'8 luglio 2005, nella persona di Spinelli però per Abn, non da Fiorani. Per me è stato quanto meno un atto di grave negligenza. Grande come una casa. Nella realtà il telefono sotto controllo è servito per seguire l'opa di Unipol su Bnl, perché su Antonveneta non c'è stato nulla, e le accuse nei miei confronti elevate all'atto delle misure interdittive assunte verso Fiorani - il sequestro urgente delle azioni Antonveneta di Bpi è del 25 luglio, poi confermato dal gip - si sono sciolte come neve al sole. Dopo che la Consob ci aveva escluso dal concerto per Antonveneta non siamo né saliti né scesi nel suo capitale, e la Popolare di Lodi, che già deteneva l'1,62% di Bnl che interessava a noi, in quel mentre non solo non è salita nel suo capitale, ma noi scoprimmo che la sua quota in Bnl l'aveva venduta a Deutsche Bank per far cassa e senza informarne il mercato. Che cosa devo aggiungere, per dimostrare che non vi fu alcun concreto su Antonveneta al quale Unipol abbia partecipato? E tanto meno per averne in cambio un sostegno in Bnl? Se questo fosse un procedimento giudiziario normale, saremmo all'archiviazione dovuta. Agli atti c'è una telefonata di Spinelli dell'8 luglio, in cui egli mi informa di aver saputo che Ricucci intendeva vendere non agli olandesi la sua quota in Antonveneta, e io gli rispondo che invece Unipol resterà ferma con la propria quota in mano, e gli aggiungo che egli sapeva benissimo quanto fossimo stati dietro ad Abn per cercarli di convincere a un'intesa banco-assicurativa con noi, invece che col Lloyd Adriatico. Parla un concertista con Fiorani, in questo modo, agli olandesi? Ma via, su. Volevamo un accordo banco-assicurativo con Antonveneta perché noi potessimo vendere le nostre polizze vita nelle loro mille filiali. Quando pensiamo di lanciare l'opa su Bnl io propongo di mettere in vendita le azioni Antonveneta perché, a quel punto, sarebbe stata con Bnl la nostra chanche banco-assicurativa, e la cessione del 3,7% di Antonveneta ci permetteva di recuperare diverse centinaia di milioni di euro. Quello che risulta acclarato è che noi di Unipol - né come società, né come amministratori - non c'entriamo assolutamente nulla in tutte le operazioni per Antonveneta a livello di interventi personali, falsi finanziari e raggiri al mercato. Gli incidenti probatori di Fiorani e del suo braccio destro Boni lo confermano in maniera inequivocabile. Lo stesso Gnutti, interrogato a fine dicembre 2005, dice che su Antonveneta noi eravamo totalmente fuori».

    C'è un'altra importante ipotesi, a fondamento delle intercettazioni disposte dal gip Forleo. Che voi foste parte di un'unica regia non solo in Antonveneta, ma anche per la scalata a Rcs tentata da Ricucci.
    «Già, veniamo ad uno dei punti decisivi dell'intera faccenda, dice Consorte allungando un pacco di fotocopie del Corriere, Repubblica e del Sole di quel luglio-agosto. I titoli sono tutti allineati, basta citarne uno, da Repubblica del 3 agosto, "I concertisti all'opera anche su Rcs", in cui si afferma la «certezza» del Gip Forleo sul pieno concerto di Unipol e Consorte anche sulla scalata Rcs. «I fatti sono che non c'è stato un solo titolo Rcs movimentato né da Unipol né da me né da Sacchetti personalmente. Né alcuna intercettazione in cui alcuno ci parla della faccenda. Niente di niente. Meno del niente. Eppure il dottor Della Valle dichiarò in agosto con assoluta sicurezza che io ero il "puparo" dell'operazione Rcs. Lo querelammo pure, ma naturalmente il massacro è continuato. E sa perché? Perché la convinzione che mi sono fatto alla fine è che l'intera manovra - mettere Unipol e me nel mirino a cavallo di vicende in cui non avevamo alcun ruolo, per respingere assetti finanziari diversi da quelli dominanti - ha avuto una regia prima mediatica che di altro tipo».

    In altre parole è Paolo Mieli, a far fremere Consorte ancor più del Gip Forleo o di pm come Orsi e Fusco?
    «Ai magistrati rispondiamo nel procedimento con le nostre controprove e con gli incidenti probatori. Ma, mi dica lei, al massacro mediatico che riprende con maggior vigore ogni qualvolta cade un pezzo del teorema d'accusa, come posso efficacemente controbattere?».

    Noi di Libero ci siamo apposta.
    «Non basta. Non basta. Un Paese in cui i tre maggiori giornali massacrano a comando o ha un regista occulto che conta più di ogni altro potere, ed è cosa alla quale non credo. Oppure, semplicemente, è un Paese in cui il potere lo esercita chi ha più mezzi, perché gli altri, quelli demandati a far rispettare le regole, sono deboli, o colpevolmente distratti».

    Ma della sinistra e di Unipol, come delle cooperative, torneremo a parlare.
    «Tanto ormai - conclude Consorte con una frase che promette annunci - i Ds non esisteranno più, tanti anni di passione e sacrifici spariranno, e ognuno continuerà allora per la propria strada».


    (4. continua)

    Le precedenti puntate sono state pubblicate l'1, 5 e 11 luglio

    EMILIO GNUTTI " Chiamato da Fiorani, conferma che non aveva sentito Consorte per la scalata di Lodi su Antonveneta

    FRANCESCO SPINELLI "I pm credono alla regia congiunta con Fiorani, ma nelle intercettazioni Consorte parlava con Abn

    CLEMENTINA FORLEO "Dispone l'intercettazione di Consorte per il concerto Antonveneta. Che si rivela inesistente. Ma l'orecchio della procura colpirà su Bnl, impedendo l'opa Unipol

    LUIGI ORSI Per il pm le telefonate con D'Alema sono insider trading. Ma quello stesso giorno i media parlavano della cosa

    GIANFRANCO BONI La Forleo scambia un "Franco" per il braccio destro di Fiorani. Invece era un avvocato che non c'entra nulla

    FRANCESCO FRASCA Bankitalia non mostrò alcuna considerazione per il nostro piano su Bnl. Così passarono mesi e mesi senza risposta

    PAOLO MIELI Un Paese in cui i tre maggiori quotidiani massacrano a freddo o ha un Grande Vecchio, oppure regolatori colpevolmente distratti ai propri doveri .


    LE PUNTATE
    1 LUGLIO 2007 Nella prima puntata del "memoriale" raccolto da Oscar Giannino Giovanni Consorte spiegava di aver subito attacchi dall'establishment finanziario-editoriale comprendente il gruppo del Corriere della Sera per la sua iniziativa di ingrandire e rafforzare il gruppo Unipol: «Hanno deciso che dovevo pagare perché secondo loro lavoravo per conto di D'Alema», è - per sommi capi - la ricostruzione della posizione dell'ex amministratore delegato della compagnia assicurativa bolognese. Consorte è stato sottoposto a indagini connesse alla scalata della Banca Nazionale nel Lavoro, una delle due operazioni finanziarie finite nell'occhio della magistratura durante l'estate 2005 (l'altra è quella di Bpi su Antonveneta)
    5 LUGLIO 2007
    Nella seconda puntata, Consorte difende la bontà dell'operazione finanziaria progettata per Unipol. Parla dei rapporti con la politica (in particolare con i leader del gruppo dirigente della Quercia) e si interroga sui veri responsabili e le motivazioni del fallimento della scalata. Dalle parole dell'ex ad si evince come l'operazione partisse da molto lontano: «Nel 2001 andammo da Maranghi e gli chiedemmo di comprare Fondiaria. Disse di no e capimmo che il vertice dell'establishment finanziario italiano considerava Unipol come un soggetto fuori dal grande gioco. Così decidemmo di avvicinarci a Gnutti».
    11 LUGLIO 2007
    Nella terza puntata, Consorte illustra l'estraneità della scalata a Bnl rispetto a quella della Bpi su Antonveneta, percepite invece come strettamente collegate dall'opinione pubblica e associate dalla lente della magistratura all'ipotetica scalata su Rcs. Consorte smentisce categoricamente di aver stretto accordi con Giampiero Fiorani, ad della ex popolare di Lodi. «Nessun patto con i lodigiani», spiega a Giannino: «Fiorani non ha invogliato Unipol a entrare nella scalata alla banca Antonveneta. Il nostro interesse in Antonveneta data al 2003. Nessuno allora parlava di un'Opa». Non meno gelidi rispetto ai piani di crescita di Unipol si sono mostrati altri nomi forti dell'establishment italiano. Ancora Consorte racconta dell'incontro con Giovanni Bazoli, allora presidente di Banca Intesa: «Il 14 aprile 2004 andai da lui, ma fu un altro nulla di fatto: incontro cordiale, ma anche di gran gelo». LA DIFESA L'intento di Consorte, guarito da una grave malattia che lo ha tenuto a riposo forzato per mesi, è anche quello di difendersi nel merito dalle inchieste che la procura di Milano ha aperto a suo carico. Nella puntata di oggi l'ex ad di Unipol dice la sua sull'atteggiamento della magistratura e in particolare sulle azioni di Clementina Forleo.

    Oscar Giannino su Libero di oggi, domenics 15 luglio

    saluti

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    «Ma quale insider con i politici Telefonavano e il titolo scendeva» di OSCAR GIANNINO
     Consorte, nelle prime quattro puntate abbiamo fatto una premessa generale sul suo rapporto con la politica e la cooperazione, e ricostruito il ruolo che Unipol ha svolto in Antonveneta, fuori da ogni concerto con i lodigiani di Fiorani, lei sostiene, con dovizia di argomenti e a differenza di quanto ipotizzato dai pm. Oggi il piano di lavoro prevedeva di iniziare ad affrontare carte alla mano la fonte di tutti i suoi guai, cioè la tentata opa di Unipol alla Bnl. Ma giocoforza noi qui a Libero dobbiamo fare il nostro mestiere. Dunque le devo chiedere di partire dall'ordinanza con cui il Gip di Milano Clementina Forleo ha girato al Parlamento le considerazioni del pm Luigi Orsi per richiedere l'autorizzazione a considerare come materiale probatorio le telefonate in cui gli indagati parlano con esponenti politici. Tra quelle, vi sono sue intercettazioni con Fassino, D'Alema e Latorre. E il Gip Forleo, a dire il vero, è andata anche oltre le considerazioni svolte da Orsi. Sostiene che i politici in questione erano complici di un unico disegno delittuoso: dunque si trattava di scambi d'informazione riservate - tali da ricadere nei reati previsti dalla legislazione in materia di market abuse significativamente modificata in senso più afflittivo nel 2005 - e in più di partecipazione attiva e operante al grande "concertone", che nel 2005 avrebbe unito in un'unica regia le scalate di Ricucci a Rcs, di Fiorani e della sua BPI ad Antonveneta, e infine della "sua" Unipol a Bnl. Dobbiamo giocoforza partire dall'ordinanza della Forleo. «No. Mi scusi - esordisce Consorte - ma dobbiamo partire da altro. Accettare il terreno disegnato da un giudice che va persino oltre la natura di parte dei pm nel procedimento non solo non è atto dovuto ma è un errore. Le domande che pongo io sono altre, poi arriveremo all'ordinanza Forleo. Io voglio sapere chi ha congiurato contro Unipol impedendogli con un'attenta regia il successo della tentata acquisizione di Bnl, nel pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti come di ogni disciplina in materia di comunicazioni dovute al mercato: ho presentato da molto tempo un esposto a Bologna e a Roma, attendo di capire perché non ha sviluppi. Quanto alla regia unica dell'estate 2005, come risulta dalla enorme mole ormai di atti d'indagine, tra la vicenda Rcs, quella Antonveneta e il nostro tentativo su Bnl non c'è nessun rapporto. Della Rcs Unipol non ha mai posseduto alcuna azione, e di Antonveneta abbiamo ampiamente spiegato ai lettori di Libero che non c'era alcun accordo tra Unipol con nessuno di coloro che tentarono di scalarla. La nostra tentata opa su Bnl è stata un'operazione condotta in assoluta linearità e trasparenza, come si vedrà nelle puntate che le dedicheremo a cominciare da oggi. E la decisione da parte di Unipol di lanciare un'opa intervenne da buona ultima, quando tutte le altre trattative diverse erano fallite, in piena e rigorosa applicazione del Testo Unico della Finanza che prevede il lancio dell'opa solo quando tu o i tuoi alleati avete in mano concretamente le azioni per le quali si supera la soglia prevista che rende l'opa obbligatoria. E questo era possibile solo il 17 luglio 2005, come vedremo». L'ordinanza Forleo, Consorte. La richiamo all'ordine. «Aspetti. Tutte le informazioni date al mercato da parte di Unipol sono state tutte nessuna esclusa - preventivamente viste e autorizzate dalla Consob. Noi abbiamo aspettato sei mesi dacché abbiamo lanciato l'opa e alla fine non siamo stati autorizzati dai regolatori di mercato, ma aspettiamo ancora di capire perché. Le altre operazioni di acquisizione bancaria sul mercato italiano, assai maggiori di quella tentata allora da noi, vengono approvate magari in 48 ore. Il primo ministro può plaudire a queste operazioni, com'è avvenuto per San-Intesa, e titoli salgono anche del 7 o dell'8%. Ma nessuno dice mai niente. Come mai, scusi? Non le pare strano?». L'ordinanza Forleo, Consorte. Dica chiaro se D'Alema e Fassino erano suoi complici. Era lei a cercare il loro appoggio? Il disegno criminoso era volto alla ricerca di espansione dell'influenza politica "rossa" nella finanza italiana, prima delle elezioni del 2006? «Innanzitutto si può facilmente verificare che quasi tutte le telefonate di cui si sta parlando da due anni sono in arrivo sulla mia utenza, non in partenza. Quando io dico a D'Alema "abbiamo il 51%", chiariamolo una volta per tutte, non trasmetto alcuna informazione riservata che violi la legge, perché allora Unipol aveva solo il 14,49% di Bnl. Era un'ipotesi di lavoro, la quota azionaria di cui si parla con D'Alema, una soglia virtuale di possesso. Nel momento in cui il contropatto cosiddetto "degli immobiliaristi" avesse venduto a Unipol le sue azioni, circa il 27% di Bnl, saremmo arrivati al 42% della banca, ma se avessimo avuto davvero il 51% avremmo av uto il nostro interesse a dichiararlo al mercato. In realtà la BPI di Lodi, come vedremo, aveva dichiarato che non intendeva far parte dell'opa, e dunque non avevamo il 51%». Dunque lei sostiene che non c'era rivelazione di notizia riservata, a D'Alema e Fassino. «All'articolo 181 il Testo Unico della Finanza riformulato prevede che i caratteri dell'informazione privilegiata comunicata tali da configurare un reato contro la trasparenza del mercato siano tali che l'informazione debba essere: precisa; non essere stata resa pubblica; concernente direttamente o indirettamente strumenti finanziari o loro emittenti; se resa pubblica, essere idonea a influenzare sensibilmente il prezzo di tali strumenti. Nessuna di queste caratteristiche si riscontra nei miei colloqui intercettati». Nei quali esprime giudizi "coloriti" sui maggiori banchieri italiani... «E che è un reato? Nel lanciare l'opa su Bnl, prima di rivolgerci a banche estere come Nomura e altre, ci siamo rivolti a banche italiane che ci hanno detto tutte di no. Ho parlato con Passera, Modiano, Profumo, Geronzi, nella logica di un'alleanza italiana per un'opa obbligatoria. Mica si può pretendere che fossi felice per i no ricevuti. Ciò detto non riesco ancora a comprendere in che cosa consisterebbe il disegno criminoso: Unipol non era in Rcs, non concertava in Antonveneta, su Unipol fino alla fine ha trattato con gli spagnoli del BBVA prima che lasciassero cadere le nostre proposte. Quella della Forleo è solo un'affermazione. In che cosa consisteva il disegno criminoso? Chi ci ha guadagnato qualcosa di illecito?». Era la politica, cioè i Ds, nel caso di Unipol su Bnl, che voleva guadagnarci, secondo la Forleo. Guadagnare potere, attraverso di lei. E lei aiuti essenziali, attraverso di loro. «Ma per favore. All'opa Bnl,da che vi mettiamo mano a che la lanciamo, passano i primi 15 giorni del luglio 2005, come vedremo nella ricostruzione dettagliata. Perché la trattativa col BBVA era fallita a giugno. Qual'è l'unico disegno di cui parla la Forleo? Perché la Forleo non cita il tentato aggancio col Montepaschi , le trattative sostenute con gli spagnoli del BBVA ancora precedenti, che mostrano come l'opa nascesse solo dal venir meno di ciascuna di queste ipotesi? Nell'ordinanza della Forleo c'è un abuso di potere». Ieri lo ha sostenuto anche Anna Finocchiaro, anche se ha detto che questo sarebbe il rilievo da fare se quei giudizi li avesse espressi un qualuque altro funzionario pubblico che non sia un giudice. «Non credo che esista un corpo dello Stato che possa avere poteri totali, senza controllo e senza responsabilità». In che senso? «La Forleo con la sua ordinanza compie un atto di trasmissione delle richieste dei pm volte a ottenere l'autorizzazione della Camera all'uso probatorio delle intercettazioni. Stiamo attenti, però. Lei attraverso la trasmissione di una richiesta di autorizzazione svolge considerazioni che anticipano a tutti gli effetti una vera e propria sentenza, e condiziona in maniera abnorme la tesi processuali. Il Gip dovrebbe limitarsi a trasmettere, invece di dire che le condotte sono "in danno dei risparmiatori", oppure quando dice che l'opa doveva essere lanciata in data x o y». Malagiustizia, dunque? «L'occasione dell'ordinanza è stata colta al fine di legittimare ex post quanto di poco legittimo è stato fatto, in primis con una lettura disinvolta delle intercettazioni, e in coerenza ai provvedimenti interdettivi sempre della Forleo dell'inizio di agosto 2005. Allora come oggi parla di 'scalate intrecciate', per dare legittimazione a quanto aveva detto in partenza. Ma tra allora e oggi agli atti delle indagini c'è la dissoluzione dell'ipotesi dell'intreccio di ciò che era in realtà assai distinto. L'ordinanza del giudice milanese di trasmissione al Parlamento ha anteposto la sentenza, così da condizionare la libera determinazione a valutare quanto di sua competenza in questo caso da parte di un altro e diverso potere, e cioè quello politico, proponendo le sue valutazioni come fatti già compiuti e dunque ineludibili. La Forleo sostiene che le intercettazioni sono l'unica prova dell'insider trading a suo giudizio commesso, ma la motivazione con la quale la richiesta di utilizzo delle intercettazioni viene veicolata al Parlamento esprime l'ansia di dare legittimazione a un pregresso inquietante. Da due anni nonostante l'impegno di due Procure della Repubblica sulla medesima in-dagine si è in attesa di conoscere le ragioni dell'impedimento a Unipol di acquisire Bnl. Le motivazioni che oggi si leggono nell'ordinanza si sono dissolti - come l'accusa elevatami da Della Valle di essere allora il "puparo" della scalata in Rcs. Eppure il vuoto di quelle affermazioni ha avuto un effetto devastante come se fossero state piene di sostanza, e ne è conseguito il fallimento del tentativo di Unipol. L'artificiosa potenza mediatico-giudiziaria ha legittimato per mesi e mesi nel 2005 gli organi regolatori del mercato a lasciar morire d'inedia il nostro progetto industriale bancoassicurativo. Ma Unipol non era alla regia di nient'altro che delle proprie strategie industriali, in stretto quotidiano collegamento con gli organi di vigilanza. Eppure le intercettazioni su cui si discute sono state usate per due anni estrapolandone ad arte gli stralci, benché possedute nella loro integralità, per la legittimazione di un artificioso percorso di indagine». Ma se la vede, lei, la Forleo braccio dei cosiddetti "poteri forti", dei banchieri che le dissero no allora, di Paolo Mieli o di di Luigi Abete? Andiamo, non è credibile neanche per chi la critica. «Che cosa devo dirle.... La Forleo cita e ricita il market abuse ma noi ci siamo trovati a lanciare un'opa obbligatoria nell'ambito di un cambiamento legislativo sui cosiddetti conglomerati finanziari - la somma di banche e assicurazioni - quando gli organi regolatori del mercato non avevano nemmeno scritto i decreti attuativi del nuovo testo che sarebbe entrato in vigore l'anno successivo al 2005, nel quale noi lanciavamo l'opa. Tutta la riflessione su come scrivere quel testo, che era decisivo per i requisiti patrimoniali da applicare a Unipol, i regolatori l'hanno compiuta mentre noi presentavamo i documenti autorizzativi per il nostro tentativo. E mentre loro riflettevano, e mentre per altri le autorizzazioni fioccano in 48 ore, Unipol ha dovuto aspettare oltre sei mesi senza avere risposta, in modo ingiustificato. E c'è di peggio». Cioè? «Cambiarono posizione in corso d'opera. Perché per Bankitalia il dottor Frasca a luglio 2005 ci aveva detto che Unipol era chiamata ad applicare la legge vigente. Salvo poi che Bankitalia cambiò idea dopo quattro mesi, procurandoci un danno incommensurabile». Fu sempre il dottor Frasca, a comunicarvi il dietrofront? «No, fu il dottor Carosio a dirci il contrario. Ma quel che conta non sono le persone, sono le istituzioni a nome delle quali le persone parlano. A luglio Bankitalia ci dice che la norma per commisurare i coefficienti di solvibilità e stabilità patrimoniale era la vecchia legge, poi nel rimpallo con l'Isvap si fa in modo di far finire l'anno, finché si arriva alla norma nuova ma quando ormai l'opa lanciata da Unipol su Bnl era bell'e che morta per inedia». In effetti l'accusa a Fazio è di avervi qualche modo favorito. «Ah sì? E come, alla luce di quel che le ho appena detto? Io so solo che andrò in tutta Italia a spiegare ancora l'operazione che tentammo allora su Bnl, e a dire come e perché la reazione che si è scatenata è stata artificiosamente volta contro i Ds, con- tro le cooperative e contro Unipol, perché questa non crescesse nell'ambito dell'economia nazionale. Ciò detto, aggiungiamo per i lettori di Libero, unico giornale che ci ha dato e ci dà la possibilità di esprimerci in modo libero davvero: l'opa obbligatoria lanciata da Unipol su Bnl ha significativamente migliorato per i soci della banca il valore che hanno incassato, perché gli spagnoli del BBVA nella loro offerta pubblica di scambio offrivano proprie azioni il cui controvalore sul titolo Bnl era pari a due euro e 45, mentre Unipol ha offerto ai soci 2,7 euro, e soprattutto li ha offerti cash. In che cosa sarebbero stati danneggiati, i soci e i risparmiatori raggirati di cui parla la Forleo? E il prezzo della nostra opa è stato allora concordato con il presidente della Consob in persona, con Cardia che ci disse bravi. È stato il presidente della Consob che ci ha detto fate bene a offrire un prezzo di due e settanta, così nessuno avrà a che ridire». C'è ancora un elemento da chiarire, dell'insider trading compiuto a giudizio della Forleo da lei e dai vertici diessini «in un unico disegno criminoso». Bisognerebbe aver venduto o comprato titoli, aver influenzato i corsi di Borsa in questione. Si difenda, Consorte. «Su questo, l'ordinanza è peggio che paradossale. Se non fossi massacrato da due anni, mi toccherebbe dire che è addirittura umoristica». Che cosa la farebbe addirittura tanto ridere? «Il fatto che il titolo Bnl nei giorni connessi all'opa obbligatoria e tra la telefonata ricevute da D'Alema, giovedì 14 luglio 2005 alle 9,46, e quella dell'onorevole Fassino lunedì 18 luglio, ha registrato il minor numero di azioni scambiate di tutto l'ultimo mese e la minima variazione di prezzo. Vi sono state due sole sedute di Borsa aperta, il 14 luglio e venerdì 15. Perché poi, lunedì 18, quando mi chiama Fassino, le contrattazioni vennero riaperte sul titolo Bnl sopo dopo che si erano compiuti gli acquisti comunicati al mercato dalle quattro banche estere, le tre italiane e le quatro cooperative che ci sostenevano nell'opa. Ebbene giovedì 14 luglio il titolo Bnl chiude a 2,69 euro, e venerdì 15 luglio a 2,68 euro. La grande variazione di prezzo compiuta dai criminali di cui parla la Forleo sarebbe consistita additrittura in un ribasso del titolo, per un centesimo di euro. Tenga conto che il 4 luglio il titolo Bnl quotava 2,77 euro, il primo luglio 2,83. Ora io mi domando e dico: c'è un colossale insider compiuto da vertici politici nazionali di prima grandezza e gruppi quotati di una certa consistenza, e il valore del titolo cala? Ma andiamo, è una barzelletta pura. Eppure, per carità, il Gip Forleo parla come fosse una sentenza». Ma quando D'Alema il 14 luglio le parla di «comunicazioni», i più capiscono che si riferisca al dire da parte sua il meno possibile al mercato. «Macché, è l'esatto contrario. D'Alema si riferiva alle dichiarazioni che facevo alla stampa dopo averle concordate tutte con la Consob, era come mi dicesse: "siccome sei un po' campagnolo, come comportarti nelle comunicazioni obbligatorie dovute alla stampa e al mercato te lo dico io"». Ma come la pensa, delle reazioni riservate dalla politica all'ordinanza della Forleo? «Innanzitutto credo che i vertici ds siano esterrefatti nell'essere accusati di un disegno criminoso, perché non conoscendo nulla dei particolari e dei passaggi dell'operazione che Unipol intraprese su Bnl non sono in grado nemmeno di rispondere nel merito. Fassino e D'Alema non ne sapevano nulla, si informavano e basta. Certo sul piano politico mi aspetto una reazione netta, visto che né noi né loro hanno fatto nulla che possa essere anche lontanamente considerato irregolare. Se posso dire, mi aspetto una reazione più netta di quel che ho visto finora». Ma se dovesse esprimere un giudizio oggi, su quelle telefonate? «Io penso che tutti parlino a telefono, perché è una cosa normale, e perché i confronti sono ineliminabili». Prodi parla con Bazoli come Rutelli parlava con Abete, insomma. Solo che non erano intercettati, loro. «Ma il problema è se vi siano reati o meno, non che la gente si parli. Certo è che Unipol era, diciamo, anomala rispetto all'intero sistema finanziario italiano, e l'operazione che tentammo su Bnl di sicuro non era ben vista da nessuno che avesse posizioni di rilievo nell'establishment italiano. Né finanziario, né politico». Bene, la prossima volta entriamo nel merito di tutte le tappe precedenti all'opa su Bnl. E di come e perché si trovò a dover fronteggiare, in giorni che hanno una coincidenza assai singolare con alcuni sviluppi della vicenda, ad accuse come quelle dell'onorevole Rutelli che le diede del raider e dello speculatore. Oppure a certi singolari articoli pubblicati in tempo reale da alcuni quotidiani confindustriali, man mano che il vostro interesse su Bnl passava dalla trattativa con gli spagnoli del BBVA all'ipotesi di opa. «Ci sarà da divertirsi. Non per me, purtroppo, che mi danno l'anima da due anni». (5. continua. Le precedenti puntate sono state pubblicate l'1, 5, 11 e 15 luglio) LUIGI ORSI ">È singolare che il gip di Milano vada persino oltre le considerazioni svolte dal pm MASSIMO D'ALEMA "Se fosse chiamato a rispondere nel merito non saprebbe come fare. Di Bnl non sapeva nulla CLEMENTINA FORLEO "La richiesta alle Camere è coerente con i suoi provvedimenti interdittivi del 2005, ma da allora la sostanza delle accuse è caduta
    PIERO FASSINO p La sua telefonata avviene quando gli acquisti sul mercato erano già avvenuti
    LAMBERTO CARDIA p Fu il presidente Consob a dirci: «Fate bene a offrire 2,70 euro: nessuno avrà da ridire»

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    Predefinito Gli "scalatori"

    «Ti dico a che punto siamo, e poi vediamo se Massimo deve fare una telefonata». Giovanni Consorte parla senza troppe preoccupazioni, perché «per chi ascolta non me ne frega un c...».
    Nei giorni in cui Unipol lancia la scalata alla Bnl, quello di Massimo D’Alema è un nome da spendere.
    Così, per conoscere le intenzioni dei «contropattisti», «Massimo fa una telefonata e a quel punto abbiamo le prove che questi hanno lavorato su due fronti», mentre il senatore diessino Nicola Latorre vedrà «di parlare con Massimo, poi ti informo».
    E, dal tenore delle comunicazioni, emerge un ministro degli Esteri molto attento agli sviluppi di un’avventura finanziaria che trova qualche ostacolo di troppo.
    Perché, come dice Consorte a Piero Fassino, «qui sono tutti falsi come Giuda. Cioè, Banca Intesa, ho parlato con Fazio, parlo con Bazoli, eccetera, ci hanno detto di no. Bisogna ricordarsi, poi».
    Così interessato, D’Alema, che «a Massimo - dice Latorre - alla fine gli faccio venire un infarto, perché una volta gli dico che non si fa più, una volta gli dico che si fa...».
    Ma il ministro non è solo «evocato».
    È lui - nella ricostruzione del gip Clementina Forleo - a informarsi direttamente dell’operazione con l’allora presidente di Unipol, a intercedere con Gaetano Caltagirone e Vito Bonsignore perché questi cedessero le proprie quote in Bnl a Unipol, e a raccomandarsi con Pierluigi Stefanini - allora presidente di Hopa (la holding che attraverso la Finsoe controllava la compagnia assicurativa), poi successore di Consorte alla presidenza di via Stalingrado - di «fare bene i conti».

    La conversazione è del 14 luglio 2005. Sono le 9.46, Consorte, al telefono con l’attuale ministro degli Esteri, passa il cellulare a Stefanini.
    (Stefanini): «Scusa se mi intrometto, eh!».
    (D’Alema): «Ciao caro».
    (S): «Stai bene?».
    (D): «Sì, ringrazia i nostri amici, eh!».
    (S): «Hai visto questi... questi poveri straccioni cooperative, hai visto cosa stanno combinando?».
    D): «Eh, ma voi siete grandi, io lo dico sempre. Vi ho difeso in tutte le sedi».
    (S): «Eh, sì».
    (D): «Una grande realtà».
    (S): «Dai, dai, è una bella operazione questa, caro».
    (D): «Fate bene le... i conti, eh! Non sbagliate i conti».
    (S): «Eh! Quello è fondamentale. Va bene».
    (D): «Sì».
    (S): «Okay».
    (D): «Comunque, ho fatto un po’ di chiacchiere, anche milanesi... insomma, alla fine se ce la fate poi vi rispetteranno».
    (S): «Sì, sì. Infatti».
    (D): «Adesso sparano, perché è chiaro che... eh...».
    (S): «Eh».
    (D): «Il fatto che arrivi qualcun altro nel salotto buono dà fastidio».
    (S): «Dà fastidio, sì».
    (D): «Ma il giorno che siete dentro, vi rispetteranno».

    Il 6 luglio, il senatore Latorre chiama Consorte per sapere «come stanno le cose».
    «Consorte - scrive il gip Forleo - riferisce che è ormai certo che i contropattisti venderanno le loro azioni e che non sarà Unipol a comprare direttamente, ma terzi per suo conto. Latorre è d’accordo, segnalando che, ove occorresse, l’onorevole D’Alema potrebbe fare una chiamata a Gaetano Caltagirone».
    (Consorte): «Questa è la situazione. Quindi io domani ho l’incontro con loro alle sei, alle otto ti chiamo e ti dico come va a finire».
    (Latorre): «Ma che deve fare, una telefonata Massimo a... all’ingegnere?».
    (C): «È meglio che Massimo fa una telefonata. Perché? Perché, a questo punto, se le cose non vengono fatte, si sa per colpa di chi».
    (L): «Certo».
    (C): «Cioè mi spiego in modo chiaro, voglio essere esplicito, tanto... per chi cazzo ascolta non me ne frega un cazzo!».
    (L): «No, no, va beh».
    (C): «Cioè se noi domani ci presentiamo e diciamo: “il 25%”, c’è chi compra... e io ormai credo di esserci a ridosso di questa decisione e gli facciamo la proposta e loro dicono. “ah, ma no, ma noi non possiamo aspettare fino a martedì-mercoledì” è chiaramente una scusa e quindi, a quel punto, Massimo fa una telefonata e a quel punto abbiamo le prove che questi hanno lavorato su due fronti, chiaro?».
    (L): «Uhm, uhm, certo».
    (C): «Se invece io non riesco a fargli una proposta precisa, va beh, a quel punto non ce l’abbiamo fatta, non abbiamo i soldi per farla, chiaro?».
    (L): «Sì. Certo, certo».
    (C): «Che poi non è neanche vero quello, non è che non abbiamo i soldi per farla, è che noi non possiamo farla se no ci accusano di aggiotaggio e di insider, capito?».
    (L): «Certo».
    (C): «Quindi chi deve comprare deve essere terzi».
    (L): «Uhm, va be’. No, perché io domani allerto Massimo su questa cosa, no?»:
    (C): «Lo devi allertare. Però la situazione è chiarissima \ perché abbiamo già il 52%, eh! \ Vorrei che fosse chiaro. Non è che stiamo giocando. Se invece questi qua ecc. vuol dire che hanno trattato con gli spagnoli e ce lo mettono in c... In quel caso, noi li spiazziamo... l’accordo con gli spagnoli, vorrei che tu lo sapessi, io l’ho già chiuso».
    (L): «Umh, uhm».
    (C): «Diamo tutto agli spagnoli e loro ci rimettono una montagna di soldi, perché sono costretti a servire a due e cinquantadue, quindi gli abbiamo creato il trappolone».
    (L): «L’ho capito, l’ho capito bene il giochino».

    La conversazione prosegue.
    Consorte si lamenta degli ostacoli che sta incontrando nel tentativo di scalata. Il problema - spiega - non sono gli immobiliaristi.
    «Guarda - dice - sono dei poveretti». Il problema è altrove.
    (Consorte): «Qui dietro c’è una mafietta, Imi San Paolo, Unicredito, Banca Intesa e Capitalia, che ci sta letteralmente impedendo di fare l’operazione».
    (Latorre): «Ma non c’è dubbio su questo».
    (C): «E ce la vogliono impedire. Allora, noi faremo di tutto, Nicò... eh... di tutto e di più. E anche dentro la cooperazione... cioè chi varrà dovrà essere aiutata e chi dovrà essere pestata. Comunque, guarda, Stefanini, Zuccherio... ci stanno dando una mano al di là della ragionevole... delle loro possibilità».
    (L): «Eh. E noi li premieremo».
    (C): «Poi ci sono le teste di c... Alla fine faremo la lista, Nicò. Questa bisogna farla, perché questi stanno semplicemente lavorando, io vorrei che ti fosse chiaro, contro di noi come Ds, non contro di noi come Unipol. Se facciamo questa operazione... ma sicuramente gli mettiamo una zeppa per i prossimi vent’anni».
    (L): «Io dall’inizio, questa è la motivazione per la quale io ho puntato tutto su questa... Se riesco a sconvolgergli gli equilibri di potere in questo Paese...».
    (C): «Cambiamo i rapporti di potere in questo Paese. Nicò, ma per noi, per il nostro Partito, per le cose che abbiamo sostenuto in 40 anni. Capito?».

    Quella sera, Latorre chiama ancora Consorte. Il cellulare passa nelle mani di D’Alema. È la telefonata del «facci sognare!», ma non solo. Consorte assicura che l’operazione avrà anche una ricaduta politica.
    (Consorte): «Massimo, noi ce la mettiamo tutta».
    (D’Alema): «Facci sognare, vai!».
    (C): «Guarda, ti dico, è da fare uno sforzo mostruoso, ma.. vale la pena a una anno dalle elezioni. Vale la pena».
    (D): «Va bene, vai!».

    Da il Giornale di ieri

    saluti

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    Predefinito Salvi: Mastella sbaglia sulle intercettazioni...

    ....E il Parlamento voti sì.

    «I miei ex compagni di partito? Li vedo messi molto maluccio».
    Sospira, il senatore Cesare Salvi, presidente della Commissione giustizia e anche del gruppo della Sinistra democratica, fuoriuscito dalla Quercia con il Correntone in polemica con la scelta di fondersi nel Partito democratico.
    Salvi si gode il week end sulla spiaggia di Fregene, lontano dall’afa romana, ma ha letto con attenzione i quotidiani, le accuse del Gip Forleo, le nuove paginate di intercettazioni messe in piazza, gli editoriali severi.

    Senatore Salvi, i ds denunciano un «teorema» contro di loro, si sentono isolati e sotto attacco. Hanno ragione?
    «Ho grande rispetto per l’autonomia della magistratura e anche per quella della stampa. Ma non sono nato ieri. Ai miei ex compagni di partito mi verrebbe da dire: vi siete voluti autosciogliere? E adesso, da fuori, stanno tentando di sciogliere definitivamente anche quel poco che è rimasto. Di certo è un momento brutto, molto brutto».

    Sotto attacco sembra essere soprattutto Massimo D’Alema. C’è chi, come Antonio Di Pietro, dice ad esempio che metterebbe la mano sul fuoco, ma solo per Piero Fassino.
    «Non mi pare ci sia alcun motivo per fare differenze. Ad esempio, anche Pierluigi Bersani intervenne pubblicamente sulla vicenda, all’epoca, e difese la scalata di Unipol. Si trattò di una scelta condivisa da un intero gruppo dirigente. Una scelta profondamente sbagliata, a mio parere, fatta nell’illusione forse ingenua che con Unipol, Bnl e gli immobiliaristi si sarebbe arrivati persino al Corriere della Sera. Figuriamoci...».

    Lei criticò da subito quella scelta. Perché?
    «Il mio fu un giudizio politico molto critico, e nulla mi fa mutare quella impressione iniziale su una vicenda che ha anche avuto un costo elettorale non da poco per i Ds e per tutto il centrosinistra. Non ho mai messo in discussione l’onestà personale di D’Alema, Fassino o Latorre. E in fondo i loro colloqui privati con Consorte non sono diversi dalle loro posizioni, prese pubblicamente, a difesa delle scalate. Ma se è certo legittimo che dei dirigenti politici vogliano essere informati di quel che accade nel mondo dell’economia, devono farlo con il dovuto distacco».

    Gran parte del mondo politico, da una parte e dall’altra, ha criticato l’ordinanza della Gip Clementina Forleo, parlando di ingerenza, di sentenze emesse prima del processo. Lei che idea se ne è fatta?
    «Non sono in grado di dare una valutazione compiuta su quel documento perché non lo ho letto. Ho chiamato stamane il Senato, ma ancora non è arrivato nulla, quindi ci si può basare solo sulle anticipazioni di stampa. Il quesito di fondo mi pare uno: nelle motivazioni, certo necessarie in un’ordinanza che chiede l’utilizzo a fini processuali delle intercettazioni, la Gip è andata oltre i limiti? Da quel che ho letto, c’è senz’altro un surplus di argomenti e toni forse non necessari, ma non vedo alcuna violazione delle regole».

    Insomma è un atto legittimo?
    «Capisco le reazioni ai toni usati, e penso che ci debba essere libertà di critica anche nei confronti dei magistrati e dei loro atti. Ma non credo che questo renda in alcun modo illegittima la richiesta della Forleo al Parlamento. E quindi non ha a mio parere ragione il ministro Mastella, che è intervenuto chiedendo ai suoi uffici di acquisire l’ordinanza parlando di “singolarità” e “potenziale lesione dei diritti” degli imputati».

    La richiesta della Forleo arriverà prima o poi in Parlamento. Va accettata o no?
    «Secondo me bisogna votare sì all’autorizzazione chiesta dai magistrati. Intanto disperdiamo un equivoco: la Gip non sta chiedendo l’autorizzazione a procedere nei confronti dei sei parlamentari coinvolti, perché l’autorizzazione a procedere non esiste più. Non voteremo né sulla Forleo e sui suoi eventuali eccessi di linguaggio, né tantomeno sui comportamenti dei politici coinvolti. Dobbiamo solo stabilire se di fronte a un grande scandalo come quello delle scalate la magistratura debba o meno disporre di elementi utili all’inchiesta.
    Ed è difficile dubitare che quelle intercettazioni lo siano».

    Crede che l’Ulivo si orienterà a votare no?
    «Non lo so, ma sarebbe sbagliato. Tanto più con la crisi di legittimazione che investe la classe politica: si confermerebbe pienamente l’impressione di una casta che si autotutela.
    D’altronde persino Giulio Andreotti, accusato di associazione mafiosa, chiese che gli venisse concessa l’autorizzazione a procedere. E fu assolto. Capisco le reazioni di chi si difende, ma il paese è esasperato contro la politica. C’è un clima generale di irritazione e scontentezza, e un rifiuto non sarebbe capito né accettato».

    Laura Cesaretti su il Giornale di ieri

    saluti

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    Predefinito Memoriale Consorte

    Reincontriamo Giovanni Consorte mentre alla Camera ferve il confronto presso la Giunta delle autorizzazioni a procedere. Polemiche accese hanno ancora una volta spaccato la sinistra, per le ordinanze del Gip Clementina Forleo con le quali si chiede al Parlamento l’autorizzazione all’uso probatorio delle intercettazioni in cui a parlare sono uomini politici, tra i quali i vertici dei Ds.
    Fassino ha usato parole durissime contro Paolo Mieli, invitandolo al silenzio, e anche contro Bertinotti, che aveva moraleggiato sui politici che credono di poter godere di privilegi.
    I Ds si sono rotti le scatole di due anni di massacro mediatico, ha detto Fassino, dunque risponderanno «colpo su colpo».
    Ma alla fine a dire no all’autorizzazione richiesta è Forza Italia e, a sinistra, l’Udeur del ministro Mastella.
    Fassino e D’Alema sono per il sì, nella Giunta. Come Fini e An. la questione Unipol-Bnl spacca gli schieramenti, insomma, e gli stessi partiti.
    In aula, poi, sa Dio come andrà a finire.
    Con queste premesse incandescenti, diciamo a Consorte, giocoforza dovremmo rinviare ancora di una puntata la ricostruzione dettagliata dell’operazione tentata da Unipol su Bnl.

    Gli chiediamo invece che cosa pensa delle polemiche politiche in corso. E poi lo incalzeremo come i pm sinora non hanno mai fatto - mai in due anni, avete letto bene - su ciascuna delle diverse telefonate al centro dello scandalo, intercorse tra lui, D’Alema, Fassino e Latorre.
    «Benissimo», ci risponde.

    Cominciamo, allora dalle dure reazioni alla Forleo e al Corriere della sera espressedaFassino. Le condivide?
    «L’opa obbligatoria lanciata da Unipol su Bnl e alla fine non autorizzata è stata un’operazione complessa, condotta come vedremo in poco tempo e con modalità peculiari. Tanto che si può dire non esservi un precedente in italia. Dubito fortemente che tutte le persone che si sono espresse su tale vicenda conoscano anche lontanamente i contenuti dell’operazione che lanciammo. Il dibattito in corso da due anni e mezzo è sulla forma, non sulla sostanza. Si rincorrono affermazioni di carattere generico non supportate da alcun elemento. Ritengo positivo che la Giunta per le autorizzazioni della Camera dia parere favorevole alle richieste della Forleo, ma esclusivamente perché il punto d’arrivo di questa vicenda è scoprire chi ha impedito all’Unipol di lanciare la sua Opa. Perché è chi l’ha chi l’ha impedito ad aver oggettivamente violato le leggi. Ma ne riparleremo nelle prossime puntate, dopo la ricostruzione dettagliata che faremo».

    Oggi è molto diplomatico. Ma lei preferisce il tono più aspro di Fassinooquello più misurato di D’Alema?
    «Mi ha molto colpito che Paolo Mieli due sere fa a Otto e mezzo su La7 abbia riconosciuto finalmente che Consorte si è mosso nella piena legalità. E mi ha ancor più colpito quanto Cesare Romiti ha detto al Riformista, su questa vicenda».

    Testualmente, però, Romiti se l’è presa proprio con Fassino e D’Alema. Ha detto che «D’Alema e Fassino, ma anche molti altri leader Ds come Veltroni, dovrebbero essere giudicati e condannati, ma per tutt’altre ragioni da quelle sostenute dalla Forleo. Infatti il gruppo dirigente della Quercia è colpevole di aver contribuito in maniera determinante, soprattutto a causa dei suoi litigi interni, al fallimento di una scalata assolutamente legittima sotto ogni profilo, pienamente rispondente agli interessi nazionali, del tutto in linea con la storia e i valori della sinistra. Di questo fallimento è il Paese a pagare le conseguenze», ha concluso Romiti.
    «No, io non condivido il giudizio su Fassino e D’Alema. Dico però che la cosa più strana e più impensabile che avrei potuto immaginare è che l’operazione Bnl fosse osteggiata da interi settori del mondo della sinistra. Si fa fatica a immaginare che tutti coloro che si sono pronunciati a tale riguardo avessero la sia pur minima cognizione tecnica di ciò di cui parlavano. Le loro erano valutazioni di carattere politico, spieghino loro al Paese il perché. I Morando e i Turci, i Rutelli e i Bassanini, i Bertinotti, gli Amato e i tanti altri in loro compagnia: sono loro che devono spiegare».

    Benissimo, allora iniziamo a esaminare le telefonate «incriminate», e l’aggettivo secondo la Forleo è proprio quello adatto, visto che i politici con cui lei ha parlato sarebbero per il Gip con lei «complici di un unico disegno criminoso ». Sono 17, le telefonate intercettate tra il5luglio e il18luglio 2005, nelle quali lei parla con D’Alema, Fassino, e Latorre. La strizzeremo per bene, caro Consorte, si prepari.
    «Bene, ma prima di esaminarle una per una, alcune annotazioni preliminari.
    La prima è che tutte e diciassette sono - tutte - in arrivo sull’utenza di Consorte. Non in partenza. In arrivo.
    Tutte tranne una, in cui sono io a richiamare Latorre che mi aveva lasciato un messaggio. Dunque non c’era alcun aiuto ricercato da parte mia, tanto per cominciare.
    Poi, ribadisco che il mio telefono è stato messo sotto controllo il 4 luglio 2005 con un abuso di potere da parte della Forleo, perché non sussistevano i presupposti di tale misura, assunta nell’ambito di un presunto mio coinvolgimento nel concerto su Antonveneta.
    Ancora: le intercettazioni telefoniche sono a disposizione della magistratura sin dal 27 luglio 2005: e perché riescono solo oggi? In due anni è uscito di tutto, su di me, sui giornali, e sono stato massacrato.
    Ma quelle sui politici,perché ricicciano ora? Perché i pm non iscrissero allora i politici al modello 21 indagandoli formalmente? Perché non c’era sostanza?
    E oggi perché cambiano idea? Fanno così per seguire la nota tesi della Procura milanese, secondo la quale l’iscrizione per tempo dei politici al modello 21 blocca il procedimento, in attesa di un’autorizzazione delle Camere che spesso viene negata?».

    Consorte, bando alle domande retoriche. Ci dia le sue risposte. Perché ?
    «A nessuno è venuto in mente di verificare sulla base di che cosa e perché la dottoressa Forleo si sia permessa di definire D’Alema, Fassino e Latorre “consapevoli complici” di un enunciato “disegno criminoso di ampia portata che si stava consumando ai danni dei piccoli e medi risparmiatori con una logica di manipolazione e lottizzazione del sistema bancario e finanziario nazionale”. Sembra che il giudice milanese abbia voluto riproporsi quale autrice di quegli stessi enunciati scritti due anni orsono, nelle sue ordinanze interdittive e cautelari. Allora una distratta e frettolosa lettura delle intercettazioni telefoniche le aveva consentito di giustapporre apoditticamente Consorte alle vicende Antonveneta e di intercettarne le conversazioni nel corso dell’impegno di Unipol in Bnl. Frettolosità e distrazione sulle quali il giudice espresse allora gli stessi enunciati, ponendo Consorte alla regia delle scalate Antonveneta, Rcs e Bnl tutte intrecciate tra di loro, come riconferma nelle ordinanze trasmesse ora al Parlamento. Insomma Consorte era regista, e non era neppure indagato. E con ciò facendo, sul vuoto totale di prove in punto di complicità come di unicità del presunto disegno criminoso, la Forleo infine mette il Parlamento in condizione necessitata e perdente: sia che si pronunci a favore, sia che si dichiari contro la richiesta di autorizzazione. Nell’opinione pubblica, infatti, grazie all’azione mediatica, la complicità e l’unicità del preteso disegno criminoso faranno ormai da premessa necessaria dell’evoluzione di entrambe le possibili risposte».

    In altre parole, lei ritiene che le ordinanze attuali della Forleo servano a mascherare gli errori e le forzature delle sue ordinanze interdittive di inizio luglio 2005? Roba da Csm. Nei suoi confronti, nel frattempo, pochi giorni fa è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio per il concerto con Fiorani su Antonveneta.
    «Ma quella richiesta di rinvio a giudizio era praticamente già scritta, infatti, nei provvedimenti assunti su di me allora. Con le ordinanze di oggi, si consuma l’estremo tentativo di mascherare comportamenti scorretti della magistratura del luglio 2005».

    Veniamo alle telefonate, allora.
    «Le telefonate intercettate dimostrano inequivocabilmente i fatti che sostengo da due anni. Pur essendo stato sistematicamente accomunato nella stampa ai cosiddetti furbetti del quartierino, dalle telefonate appare evidente che fino al 4 luglio 2005 io non avevo mai conosciuto gli immobiliaristi del contropatto Bnl, i vari Coppola, Statuto e compagnia, prima dell’avvio delle trattativa con loro. Dai comunicati concordati con la Consob emerge chiaramente che avevamo tre alternative davanti a noi, e che quando a telefono parlavo del 51% di Bnl si trattava di un’ipotesi-obiettivo. La cosa più incredibile è che i pm e la Forleo nona bbiano verificato nemmeno che il 14 luglio 2005 Unipol non aveva ancora ricevuto neanche l’autorizzazione da Bankitalia per salire al 15% di Bnl; che era ancora fortemente in dubbio che i partner di Unipol acquisissero le azioni Bnl dal contropatto e che le banche italiane avrebbero aderito o meno all’operazione».

    Lei dice che tutto era concordato con la Consob. Ma Cardia ha smentito che l’incontro con lei a inizio luglio fosse altro che pura routine.
    «Cardia non può negare l’incontro, che è citato nelle intercettazioni e registrato all’ingresso in Consob. Di che cosa vuole che andassi a parlargli il primo luglio, se non delle trattative in avvio col contropatto? Di donne? Ma andiamo. Di più. Tutti e tre i comunicati emessi al mercato da Unipol nei giorni delle telefonate intercettate, nelle quali secondo i pm e la Forleo si consumano reati collegati all’abuso di informazioni privilegiate, tutti sono stati concordati alla lettera ed emendati dalla Consob, nella persona del dottor Salini. Il primo luglio 2005 informammo il mercato che Unipol manteneva aperte tre opzioni: l’adesione all’offerta pubblica di scambiopromossa dal Bbva su Bnl; l’incremento della partecipoazione in Bnl e quindi l’eventuale promozione di un’opa secondo le disposizioni di legge; o il mantenimento della partecipazione che allora detenevamo, pari al 9,9% di Bnl, con rischiesta depositata a Bankitalia di salire sino al 14,9%. Il 15 luglio informammo il mercato che Bankitalia ci aveva autorizzato a salire sino al 14,9% in Bnl. E il 17 luglio, una domenica, informammo che il cda di Unipol aveva dato mandato a presidente e vicepresidente di continuare nelle trattative col contropatto al fine di giungere a una loro conclusione, nonché di chiudere con successo le trattative con primarie banche internazionali e italiane al fine del determinarsi delle condizioni per il lancio di un’opa su Bnl. Il comunicato di venerdì 15 precedeva la riunione col contropatto che tenemmo dopo le 17, a mercati chiusi, a Roma. C’erano tutti, Caltagirone, Grazioli, Ricucci, Coppola, Statuto. Tanto ancora non eravamo certi della loro volontà di vendere a noi e alle banche nostre alleate, che Ricucci pose il problema della regolazione per cassa ex ante invece che in tre giorni della loro eventuale cessione, per evitare che, se non avessimo comprato insieme ai nostri alleati, i suoi titoli non fossero più conferibili all’ops del Bbva che scadeva il 22 luglio. E domenica 17 il cda di Unipol, riunitosi in mattinata, ancora non poteva lanciare l’opa perché col contropatto la riunione decisiva si tenne solo tra le 17 e le 19, dopodiché partirono le verifiche per la regolazione ex ante dell’acquisto l’indomani mattina da parte delle banche che ci sostenevano. L’indomani, lunedì 18 luglio, informammo con un comunicato alle 9 del lancio dell’opa, mentre sul mercato i titoli Bnl e Unipol erano bloccati alle quotazioni. Tutto ciò è stato concordato con il dottor Salini della Consob alla
    virgola e col presidente di Borsa Italiana Capuano, e in nessuna delle 17 telefonate intercettate - non in una sola di esse - vi sono scambi d’informazione diversi o aggiuntivi rispetto a quel che al mercato avevamo nel frattempo comunicato».

    Però nella telefonata con D’Alema più citata tra tutte, quella del 14 luglio, la sensazione diffusa e condivisa da molta stampa è che lei parli di particolari della trattativa col contropatto che al mercato erano ignoti.
    «Al contrario, tutto era noto. Basti per esempio leggere quanto il quotidiano la Stampa scriveva quella stessa mattina di giovedì 14 luglio 2005, in un informatissimo articolo firmato da Francesco Spini. L’articolo riferisce del prezzo al quale avrebbero venduto i contropattisti, 2,70 euro. Riferisce, ed era vero come abbiamo ricordato, che l’indomani avremmo avuto una nuova riunione col contropatto. Riferisce che il giorno prima ero stato in Bankitalia ed è vero, avevo incontrato Frasca, come telefonato Giannini dell’Isvap e alla Consob per riferire dell’avanzamento delle trattative e delle difficoltà ancora esistenti. Aggiunge inoltre, l’articolo di Spini, che ancora non era giunta a Unipol l’autorizzazione di Bankitalia a salire fino al14,9% di Bnl, ed è vero perché venne l’indomani, venerdì 15 luglio. Riferisce che Unipol non sarebbe andata oltre il 29,9% di Bnl e il resto sarebbe stato assunto dalle banche e dai soggetti ad essa alleati, e fa i nomi di Credit Suisse, Carige e Banca Popolare dell’Emilia Romagna , che poi si tirò indietro. Aggiunge che la trattativa era aperta con la Popolare di Vicenza,con una dichiarazione di Gianni Zonin ancora aperta all’ipotesi se aderire o no. E concludeva poi con un attacco a testa bassa di Abete, tanto per cambiare. Ma come si vede c’erano moltissimi particolari che i giornali scrivevano e che erano noti, molti più di quelli che risuonano nel colloquio quel giorno tra me e D’Alema. Non c’è neanche l’ombra dell’aggiotaggio e dell’insider trading, nella telefonata».

    Torniamo indietro. La prima chiamata intercettata di Fassino a Consorte è del 5 luglio.
    «A quella data non c’era nessuna definizione e nessun accordo relativo alla vendita di azioni Bnl del contropatto degli immobiliaristi a terzi. Si capisce benissimo dalla telefonata quando Consorte dice che il problema è di convincere gli altri a comprare perché bisogna ancora trovare i compratori. Non c’erano ancora gli acquirenti, erano solo ipotesi di lavoro. Comunque, l’operazione sarebbe avvenuta ai blocchi e quindi senza nessun riflesso sul mercato ».

    Il 6 luglio, un telefonata di Latorre a Consorte.
    «In cui affermo testualmente che il contropatto aveva lavorato su due fronti, proprio perché allora non c’era ancora nessuna certezza di lanciare l’opa né d’altro, rispetto alle tre opzioni che avevamo comunicato al mercato su Bnl».

    Latorre riferisce della intenzione di D’Alema di parlare a Caltagirone, però.
    «Non sono io a chiederlo. Dovrebbe essere dimostrato, che D’Alema abbia fatto la telefonata. Mentre l’incontro con gli immobiliaristi di cui si parla e che sarebbe avvenuto l’indomani è uno dei primi col contropatto, non c’era ancora nessun accordo definito».

    Si parla del 51% di Bnl nelle mani di Unipol, però, nella telefonata.
    «Soltanto potenzialmente, come pura ipotesi di lavoro, mai come fatto. Non avevamo ancora nessun elemento sul fatto che il contropatto avrebbe venduto, né sapevamo ancora chi avrebbe da loro comprato, visto che non era stata chiusa a quella data nessuna intesa con banche acquirenti nostre alleate, e a quella data Caltagirone anzi ancora trattava con noi l’ipotesi di una sua presidenza per nove anni in Bnl, nell’ipotesi che non avesse venduto la sua quota. Unipol non aveva ancora ricevuto l’autorizzazione a salire al 14,9% di Bnl, non c’era alcun accordo con le Popolari di Vicenza, Genova, Modena e Lodi. Il discorso dunque era puramente teorico, in quel 51% ipotetico si sommavano le quote che Unipol avrebbe detenuto in Bnl se Bankitalia ci avesse autorizzato a salire al 14,9%, le quote relative al contropatto, se avesse deciso di vendere, le quote delle Popolari se avessero aderito all’operazione”.

    Si parla di un “trappolone”, in quella telefonata con Latorre. Cioè?
    «Se ii contropatto degli immobiliaristi non avesse venduto, si sarebbe saputo chi era il responsabile vero del fallimento del nostro tentativo, questo vuol dire. Nella telefonata dico a Latorre chiaramente che solo il giorno precedente per la prima volta avevo parlato agli immobiliaristi. Più chiaro di così, che non c’era nessun concerto preventivo?».

    Il 7 luglio, altre due telefonate a Consorte di Latorre, e nella seconda, alle 23 e 18, le passa anche D’Alema.
    «È la telefonata che dimostra che D’Alema non ha ancora fatto alcuna chiamata a Caltagirone. Latorre evidenzia come vi sia ancora una totale incertezza sull’operazione, dice che a D’Alema fa venire un infarto perché una volta gli dice che si fa e l’altra che non la si fa più. Quando mi passa D’Alema, gli dico che manca ancora un passaggio fondamentale, e infatti a quell’ora di quel giorno, come da comunicati resi al mercato concordati con Consob, l’ipotesi di accordo col contropatto era ancora da formalizzare».

    Già, ma arriva il «facci sognare» famigerato.
    «Al di là dell’espressione di soddisfazione, avevamo ancora un problema enorme. Gli immobiliaristi pretendevano che ci fosse una regolazione tempestiva dal punto di vista finanziario, contestuale alla cessione delle loro azioni».

    Poi si fa vivo anche Fassino, il 9 luglio.
    «E anche qui il colloquio prova solo che ero stato in Consob il giorno prima».

    Dopodiché siamo ai tre giorni di fuoco, dal 14 luglio al lancio dell’opa.
    «La prossima volta esaminiamo le telefonate una per una, di quei tre giorni. Ci sarà da ridere, mi creda».

    All’idea che nessun pm abbia chiesto a Consorte in due anni assolutamente nulla, della ricostruzione che ci sta facendo in maniera tanto dettagliata, tanto da ridere non viene, però.
    (6. continua, )

    Su Libero di Venerdì 27 luglio

    saluti

 

 

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