Dopo l'arresto chiedono la sospensione a divinis di don Alfredo Luberto.
Simpatici questi preti che, nel manifestare solidarietà au superiore di don Luberto, arcivescovo Giuseppe Agostino, si accorgono delle malefatte del loro collega, da anni sotto le attenzioni di stampa, politica e magistratura per la candalosa gestione dell'ospedale...
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La Chiesa prende le distanze da don Luberto L’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano si è riunita per discutere dell’inchiesta sull’Istituto “Papa Giovanni”
COSENZA. L’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano prende definitivamente le distanze da don Alfredo Luberto, il sacerdote finito in carcere nell’inchiesta per la gestione dell’Istituto Papa Giovanni di Serra d’Aiello, e lo fa al termine di un incontro di tutti i sacerdoti che si è svolto giovedì. L’arcivescovo Salvatore Nunnari, con molta chiarezza nel suo corposo intervento, ha preso le distanze dal comportamento di don Alfredo Luberto che “sfruttando la missione specifica della Chiesa, che è il servizio ai poveri, se ne è servito per soddisfare le proprie personali passioni, offrendo uno spaccato spaventoso soprattutto alla povera gente che magari fa tanti sacrifici per aiutare la Chiesa e i suoi ministri”. Parole nette, pronunciate davanti ai 142 sacerdoti e religiosi-parroci presenti sui 157 convocati; assenti soltanto alcuni ammalati o fuori regione per attività pastorale. “Una assemblea di presbiterio numerosa, appassionata, aperta e libera - è scritto in una nota - che rispondeva ad una esigenza sentita dal clero”. Il vescovo con chiarezza ha parlato a tutto il presbiterio riunito ripercorrendo la storia dell’Istituto Papa Giovanni XXIII nato dall’intuizione di Don Giulio Sesti Osseo, “poi finito in un’orribile maglia d’interessi, divenendo finanche collettore di voti in quel bacino elettorale con la sistemazione clientelare di 1700 dipendenti, e anche per la cattiva amministrazione di cui oggi questa Chiesa piange gli effetti deleteri”. Senza mezzi termini monsignor Nunnari ha dichiarato che la Chiesa “fu maniacalmente ingannata”. Nella sua riflessione su don Luberto l’Arcivescovo ha aggiunto: “certo alle sue spalle, questo prete, non ebbe una Chiesa perché non l’ha cercata, anzi l’ha usata”. In passato don Luberto ha avuto tanti incarichi di cui si è servito e di cui ha abusato carpendo la fiducia, la stima ed ingannando i superiori. “Dai miei predecessori ha avuto tanti incarichi e tanta fiducia. Non se l’era meritata, l’ha carpita con l’inganno” ha detto con chiarezza monsignor Nunnari. Nell’intervento non sono mancati anche i riferimenti a Monsignor Giuseppe Agostino, arcivescovo emerito: “Sta vivendo un suo particolare momento di dolore, non posso da confratello vescovo, non possiamo come Chiesa che egli ha servito non essergli vicini con la preghiera e l’affetto”. Una stagione difficile quella che ha descritto il vescovo ai suoi preti ma per chiedersi, nella speranza: “cosa vuole ora il Signore da noi?” e per individuare nei percorsi di conversione, di penitenza e di santità le piste per il futuro della Chiesa cosentina. “Non siamo qui per emettere una sentenza di condanna verso chi ha sbagliato - ha aggiunto monsignore Nunnari - ma per trovare il coraggio di un esame di coscienza comunitario e personale sulla testimonianza del nostro ministero ordinato. Dobbiamo liberare il nostro presbiterio da tutto ciò che offusca la sua visibilità apostolica. Preti liberi da situazioni equivoche e ingannevoli. Aperti alla sincera fraternità per una comunione vissuta e non declamata. Non uomini rassegnati che qualche volta sembriamo essere, dinnanzi ai problemi del mondo, chiusi nella disperazione. Un presbiterio santo che faccia ripartire la nostra Chiesa arricchendola della Parola e della testimonianza della carità pastorale. Quando la notte è più fitta l’alba è vicina. Sono certo che, nonostante le nostre infermità, portiamo dentro di noi infinite ricchezze”. Il Vescovo, rivolgendosi a tutta la Chiesa cosentina attraverso i sacerdoti e i religiosi, ha invitato al coraggio della testimonianza “rifuggendo la tentazione di chiudersi nel silenzio e nel nostro privato”. A Don Franco Perrone, vicario episcopale per l’amministrazione, è stata espressa la piena solidarietà del vescovo e del presbiterio; per obbedire al suo vescovo, in un momento di transizione nell’amministrazione dell’Ipg e servire la sua Chiesa, oggi nonostante non ne abbia responsabilità, per l’ufficio svolto si trova coinvolto nella vicenda giudiziaria. In un clima di assoluta franchezza, sono seguiti i numerosi interventi dei sacerdoti. Nell’affrontare la vicenda è emersa l’esigenza di uno stile evangelico, improntato a misericordia e compassione, senza alcuna volontà di rivalsa. Il Presbiterio, pertanto, non sottovaluta o minimizza le responsabilità del confratello sacerdote e neanche di chi, avendo il compito di vigilare, per eccesso di stima e di fiducia mal riposta, ha mancato a questo compito. Per don Alfredo, in particolare, l’assemblea ha chiesto di avviare il procedimento di sanzione canonica, cioè la sospensione a divinis, e dal punto di vista giudiziario valutare la possibilità che i presbiteri si costituiscano parte civile. Questo per sottolineare, ancora più chiaramente, la presa di distanza dell’operato abnorme del confratello in una prospettiva di rinnovamento generale. Infine, tra le proposte avanzate nel corso dell’incontro, anche con la programmazione di alcune funzioni religiose, è stato deciso che i sacerdoti personalmente, e le comunità parrocchiali, in sintonia con la Caritas regionale, provvederanno, con un contributo economico, ad un gesto significativo per i degenti del Papa Giovanni XXIII.