Una serie di coincidenze temporali fa sì che si discuta contemporaneamente dell’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni telefoniche di D’Alema e Fassino in relazione alle scalate bancarie, delle dimissioni di Cesare Previti dal Parlamento in seguito alle condanne che ha subito, delle dichiarazioni al magistrato di Giovanni Consorte sul ruolo che ebbe nella trattativa per la cessione di Telecom, che fruttò a lui e al suo vice Ivano Sacchetti un premio “inatteso” di 50 milioni di euro.
Si tratta di vicende diverse, che si riferiscono a fatti lontani tra loro nel tempo, ma che attengono al complesso rapporto tra influenza politica e interessi economici, un rapporto che esiste sotto tutte le latitudini e che non riguarda solo i giornali, come sembra credere Fassino.
L’idea moralistica di una separazione assoluta tra sfera pubblica e attività economiche private non ha fondamento né logico né pratico. Si può osservare, al contrario, che nei paesi nei quali l’attività lobbistica è riconosciuta senza ipocrisie, e il ruolo del pubblico in economia è minimo, si è creato un sistema di regole abbastanza efficaci per delimitare l’ambito delle commistioni tra politica e affari.
In Italia, invece, dove la retorica della contrapposizione del pubblico al privato è diventata un luogo comune, il sistema delle regole è debolissimo e sostanzialmente inefficace, si tratti di conflitto di interessi o di attivismo tifoso per le scalate bancarie delle coop rosse.
In assenza di una considerazione realistica dei rapporti inevitabili tra politica ed economia e di un sistema deontologico che li regoli, si accresce enormemente lo spazio dello scandalismo.
E’ persino difficile sostenere oggi che acquistare una banca o perfino la società editrice di un quotidiano è perfettamente lecito, in una società di mercato, perché lo scandalismo ha confuso gli eventuali reati che possono essere stati commessi dai promotori di quelle iniziative con le iniziative in quanto tali.
Egualmente, la bolsa retorica dell’estraneità fisiologica della sinistra al mondo degli affari si ritorce ora su dirigenti politici che non hanno avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di dichiarare apertamente le ragioni di un appoggio indiscutibile a un’operazione di potere finanziario.
E’ così che un dirigente del movimento cooperativo come Consorte, cui erano state affidate le operazioni più ambiziose, oggi è più o meno un proscritto, che arriva per difendersi a sostenere di aver ricevuto un inaspettato cadeau multimilionario in euro.
Il tentativo, peraltro piuttosto maldestro, di negare gli intrecci tra politica e affari, che ci sono e ci sono stati anche a sinistra, è il carburante che alimenta l’incendio scandalistico contro il quale si può combattere solo con la forza della verità, non con gli sdegni a corrente alternata nei quali si sono specializzati i dirigenti ds.
G.Ferrara su il Foglio del 1 Agosto.
Saluti
Ps: Niente di nuovo sotto il solleone.
Semplicemente ricordare che “essi” sono comunisti assolutamente recidivi e coglionescamente non pentiti.
Ascoltateli… sembra che se ne vantino.




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