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    Predefinito La Chiesa postconciliare

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    Ecco, care sorelle, ho di nuovo il piacere di trovarmi qui in mezzo a voi per dirvi qualche parola sul tema scelto molto opportunamente con grande profondità, cioè la situazione della chiesa postconciliare. Sapete che è un tema che sta a cuore anche al Santo Padre il quale ha convocato un sinodo appositamente per trattare proprio di questo tema piuttosto importante ed estremamente attuale. Così, rinfrancati e ristorati dalla preghiera del S. Rosario ci accingiamo a trattare di questo tema per dire la verità non del tutto facile. Penso che è alla portata di tutti, un dato di comune esperienza, il fatto di un certo disagio per le anime buone, per le anime che tendono a rimanere veramente cristiane, che amano la santa tradizione - senza questo amore per la tradizione non c’è cristianesimo -, senza dubbio queste anime soffrono per alcuni aspetti deleteri di questa epoca chiamiamola così, postconciliare. A che cosa è dovuto tutto questo, forse al concilio? E’ questa la domanda che dobbiamo farci. La mia risposta tende a dirvi per l’appunto, sorprendentemente forse, che non direttamente è la colpa del concilio, bensì di strane, peregrine interpretazioni del medesimo. In questo non posso essere completamente d’accordo con gli scritti di due presuli che voi conoscete, mons. Lefebvre e mons. De Castro Mayer, i quali hanno avuto la sollecitudine pastorale, molto comprensibile, di mettere in evidenza alcuni aspetti difficili di alcuni insegnamenti conciliari, in particolare in materia dell’ecumenismo ed in materia della libertà religiosa, due temi che tratteremo anche noi. Questi due presuli fanno vedere giustamente che alcune espressioni di questi documenti conciliari che sembrano contraddire la tradizione cattolica in questa materia. Non c’è dubbio che studiando esattamente la lettera dei tesi conciliari potrebbe anche insinuarsi questa possibilità di interpretare in contrasto con la tradizione cattolica e non c’è dubbio che così alcuni, purtroppo molti della corrente modernista, hanno interpretato proprio così i testi conciliari. Ma è così che il concilio ha voluto essere interpretato? Io mi permetto di dire decisamente no. Il concilio continuamente propone la necessità di riallacciarsi alla tradizione cattolica di tutti i tempi e lo stesso Papa Giovanni XXIII convocando il concilio insiste col dire che il concilio deve aggiungersi a tutta una serie di concili precedenti e molto spesso anche i testi conciliari adoprano la dicitura "vestigia concilii tridentini et vaticani primi prementes" cioè premendo, esattamente rifacendo le vestigia, le orme, le tracce dei concili di Trento e Vaticano I, noi insegniamo questo o quest’altro. Per esempio la Dei Verbum: l’insegnamento sulla autenticità storica dei vangeli ribadisce praticamente la dottrina tradizionale della chiesa; nell’insegnamento sulla infallibilità del sommo Pontefice si ribadisce la dottrina del Vaticano I con termini estremamente edificanti. Quindi vedete certamente - direttamente per lo meno -, non è colpa del concilio tutto questo sconquasso che è successo nell’epoca postconciliare. Allora qua già si avvicina a noi una intuizione, una possibile terapia che poi proporremo alla fine di questo discorso, cioè la terapia sarebbe questa: rimanere fedeli al concilio contro le distorsioni del postconcilio: molto semplice in sostanza. Vedete si fa un segnalato servizio ai neomodernisti quando certe anime buone, tradizionali, (essere tradizionali è gran bella cosa perché la tradizione, non lo dicono solo frange clericali della società, ma anche antropologi non sospettabili di clericalismo, basta citare Duncan o G……………o tanti altri, dicono praticamente che la tradizione è la radice in cui l’uomo vive, anzi in cui nasce, per natura sua si colloca, quindi essere privi di tradizioni vuol dire essere sradicati, fa male all’anima sotto tutti gli aspetti, sia all’anima destinata alla salvezza eterna, sia sotto un aspetto strettamente psicologico. Vedete, in sostanza, l’attaccamento alla tradizione è un bene sia spirituale e soprannaturale che un bene naturale. È una questione anche di igiene mentale, se volete, in questo senso proprio noi vogliamo essere fedeli alla tradizione in tutti i sensi, sia a quella ecclesiastica sia a quella culturale nel senso più vasto dell’occidente cristiano). Però quelle anime buone che vogliono coltivare, mantenere l’epoca nostra e tramandare ai posteri l’autentica tradizione cattolica, queste anime fanno questo segnalato servizio alle tendenze più moderniste della chiesa quando praticamente assumono la loro tesi. E quale è questa tesi dei neomodernisti? Cioè la tesi secondo cui il concilio è una rottura con il passato. Noi non dobbiamo mai permettere che ci sia questa mentalità, dobbiamo sempre ribadire, rifacendoci alla lettera del concilio, che il concilio non vuole essere altro che una continuità della tradizione di tutti i tempi ed il concilio ce lo dice a chiare lettere. Vedete è inutile che questi signori invochino questo fantomatico spirito del concilio contro la lettera del medesimo e contro ogni interpretazione canonica di questi testi. Io ricordo questo nostro caro padre ………., insegnante di diritto canonico ci diceva sempre così: id quod voluit, legislator dixit, quod taquit , noluit, cioè quello che il legislatore ha voluto dire, lo ha veramente detto, quello che ha taciuto, non ha voluto dirlo. Va bene, carissimi, questa era l’interpretazione autentica e anche dei testi conciliari. Quindi praticamente è inutile che questi signori vengano a dire: va bene che la lettera del concilio è quella che i vangeli sono veramente storici, ma però lo spirito del concilio e via dicendo. Lo spirito del concilio semplicemente non esiste o per lo meno si potrebbe dire in tedesco che è un gaist, cioè un non spirito, uno spirito piuttosto maligno; allora bisogna essere estremamente attenti a non interpretare male il concilio, sia pure ci sono certi momenti in cui alcuni testi conciliari potrebbero prestarsi anche a questa sbagliata interpretazione. Non vi dico queste cose carissime ex propriis, cioè per la mia modestissima autorità, ve lo dico in perfetta comunione con il pontefice regnante Giovanni Paolo II e che gioia sentire il Papa sempre sorretto dallo Spirito Santo, che mai abbandona la sua santa chiesa, che gioia sentire il Papa preoccupato per la continuità con la tradizione, per una vera cultura cattolica e la fede, anche al giorno di oggi, e dunque per una vera interpretazione del concilio. Mi ricordo sempre di queste stupende parole del Sommo Pontefice che ci ha dato tanta speranza, speranza che effettivamente in parte, nonostante tutte le difficoltà, si stà avverando; il Pontefice parlando, nel suo primo discorso dopo la sua intronizzazione, parlando ai cardinali disse proprio che il concilio non è stato applicato, nonostante tutte le chiacchiere che ci sono state, che il concilio ha portato dei grandissimi frutti e che è stato perfettamente messo in pratica e che tutti ci sforziamo di viverlo proprio alla lettera, nonostante tutto questo il Sommo Pontefice con molto coraggio, perché ci voleva del coraggio care figliole, diceva: il concilio non è stato applicato, bisogna tornare al concilio, rileggere il concilio, applicarlo secondo le esigenze della lettera, secondo la vera ed autentica interpretazione della chiesa. Proprio quest’oggi mentre mi accingevo a parlarvi di queste cose, del concilio, rifacendomi a quel discorso del santo Padre ai cardinali, ma il Santo Padre mi è venuto in aiuto,- sapete care figliole, perché accendendo la radio, ogni tanto succede che anche alla radio ci sia qualche notizia buona riguardo al santo Padre -, ebbene riportando un suo discorso in Belgio dove attualmente si trova, è proprio una notizia ultima, il Santo Padre dice così: nell’epoca postconciliare il concilio è stato male interpretato (parole coraggiosissime), male applicato, male studiato creando sconcerto tra i fedeli. Vedete come il Santo Padre veglia, è al corrente di quanto succede nel popolo cristiano e quindi il concilio ha creato lo sconcerto, non per il concilio stesso, vedete la mentalità del Santo Padre in questo caso, non il concilio ha direttamente la colpa, vedremo che forse indirettamente qualche piccola colpa, indirettamente ripeto, qualche piccola colpa potrebbe anche averla, ma direttamente non è colpa del concilio. Di chi è allora la colpa? È la colpa di coloro che nell’epoca postconciliare l’hanno male interpretato, male applicato, male studiato e perciò hanno creato sconcerto tra i fedeli. Perciò siamo in perfetta comunione con il romano pontefice, et si Deus pro nobis, quis contra nos? Se Dio è con noi, chi potrà mai essere contro di noi? Vedete carissimi. Allora facendoci forti di questo ed anche per le stupende parole del cardinale Ratziger prefetto della sacra congregazione per la dottrina della fede, custode deputato dal Papa, proprio dalla sede apostolica, custode della sacra verità cattolica, il cardinale Ratzinger molto autorevolmente in una sua intervista alla rivista Jesus, la quale per il resto è poco attendibile per dire la verità, tuttavia in questa intervista non poteva combinare niente perché il cardinale stesso dava le risposte, ebbene il cardinale diceva che non si può, cosa importantissima, ci torneremo alla fine, perché il problema come vedremo sarà quello dell’interpretazione del concilio, il cardinale diceva appunto che non si può creare una spaccatura tra una chiesa pretesa preconciliare ed una chiesa postconciliare. Vedete non si può fare così, una simile spaccatura è assolutamente contraria allo spirito stesso della fede cattolica. È talmente semplice, vedete è una cosa avvilente che ci vuole un prefetto della sacra congregazione, quindi una dignità non da poco, ci vuole un prefetto della sacra congregazione per la dottrina della fede per ricordare ai cristiani che la chiesa non è stata fondata dal concilio Vaticano II, ma è stata fondata da nostro Signore Salvatore Gesù Cristo con la sua autorità divina. Vedete care figlie, ma questo lo sapevamo già dal catechismo, è una cosa preoccupante che alcuni cristiani se ne sono dimenticati nel frattempo, così che ci vuole proprio una dichiarazione del prefetto di questa congregazione in materia diciamo così di comune catechismo. Una volta, quando si vivevano tempi un pochino più felici di questi nostri, la sacra congregazione interveniva solo per questioni difficili, di alta teologia, mentre adesso intervengono proprio per questioni di catechismo a livello di prima elementare, va bene questo discorso? Perché questo si insegnava ai bambini, la domandina: chi ha fondato la nostra chiesa cattolica? Il nostro Signore Gesù Cristo con la sua autorità divina. Lo sapevamo tutti, invece sembra che questa verità si sia smarrita nel frattempo. Allora siamo contenti che il cardinale abbia precisato, ma siamo anche un po’ avviliti che bisognava scomodare il cardinale Ratzinger in persona per richiamare alla nostra mente questa verità così semplice. Vedete io non racconto volentieri storie concrete della vita vissuta, questo stile strano, fa un po’ parte dello stile postconciliare, così detto stile pastorale, non dottrinale, quindi si raccontano fatti particolari, la propria esperienza, non lo faccio volentieri, sia perché penso che la mia esperienza sia poco rilevante, sia perché penso che anche se fosse rilevante, è difficile comunicarla, perché ciò che si vive, lo si vive sempre individualmente. Tuttavia per dare un po’ un’idea del mio impatto con i testi conciliari, è accaduto un po’ così. Mi trovavo in Francia in questo anno terribile, il 1968, un anno di tremenda memoria, c’erano scioperi da per tutto, i treni non funzionavano, quindi noi studenti cecoslovacchi eravamo in Francia per studiare e dovevamo tornare in autobus. Allora in questa circostanza c’era uno studente mio collega che era buon cattolico, per fortuna c’era buona intesa fra noi e lui con un certo rischio, perché voi sapete che nei paesi dell’est la letteratura, anche quella conciliare, il ché è buon segno, è considerata una letteratura decisamente sovversiva, quindi lui non senza rischio portava con lui questi documenti del concilio al suo parroco. Siccome il viaggio era lungo gli chiesi se mi prestava un po’ questi testi, che così mi diletterò anch’io a leggerli e lui mi diceva: vedrai che ti piaceranno tanto perché sai sono scritti in latino ed avrai un po’ di diletto. Devo dire che mi è piaciuto molto perché quando la chiesa parla il suo linguaggio, la lingua latina, allora è sempre una gioia per tutti noi cristiani. Quindi presi questi documenti conciliari e li lessi con grande gioia, era una cosa bellissima. Dicevo: è qualcosa di straordinario questo lusso che la chiesa si permette di insegnare serenamente, senza condannare delle eresie. Voi sapete care figliole che generalmente i concili erano convocati per condannare delle brutte dottrine che imperversavano in diverse epoche della storia ecclesiastica, così che sempre in appendice c’era un riassunto con le frasi eretiche che cominciano: si quis dixerit, se qualcuno osasse dire, poi segue la frase poco edificante, poi alla fine c’è la clausola "anatema sit", sia scomunicato dalla chiesa. Bene, quindi c’era una serie di condanne nei concili, anche nel magistero pontificio. Adesso la chiesa ha avuto questa serenità, è una grande gioia sapete, un concilio pastorale appunto è una specie di lusso che raramente la chiesa può permettersi ed io allora ingenuo come ero, voi dovete capire care figliuole che la vita ecclesiastica di occidente arrivava molto raramente dalle nostre parti, cioè oltre cortina, quindi dicevo: beati questi cristiani occidentali, mentre noi poverini siamo un pochino sotto torchio, questi cristiani godono di una splendida libertà, sono tutti attaccati alla loro fede, alla loro tradizione, è uno splendore, quindi il Papa, i vescovi radunati in questa grande assemblea a Roma possono insegnare serenamente al popolo cristiano senza definire, in quanto si fidano dei cristiani, della loro maturità, proprio nel senso della lettera di convocazione di Giovanni XXIII e quindi è una gran bella cosa. Poi dopo quando ho sentito, novizietto che ero ancora molto ingenuo, nel noviziato di Frankfurt in Germania, c’era un sacerdote il quale spiegava questi sviluppi postconciliari, allora ebbe a dire una cosa veramente urtante, scioccante, allora io ho capito quali erano i pericoli dell’epoca postconciliare e quello che mi ha scioccato soprattutto era che i miei confratelli nel noviziato erano grandemente affascinati da questo "coraggioso" discorso. Che cosa diceva questo reverendo? Diceva che finalmente ci siamo sbarazzati dalla tradizione, finalmente c’è il tramonto dell’epoca tridentina, finalmente la chiesa è tutta rifatta e tutta nuova, insomma tutt’altra chiesa. Insomma mi sono ricordato del mio catechismo e mi sono un po’ spaventato, perché chiesa nuova non mi pare che qualcuno possa fondarla, io ho sempre sentito dalla sacra scrittura che nessuno può porre un altro fondamento se non quello che è stato posto, cioè Gesù Cristo, nostro Signore. E lì cominciarono i miei guai con il concilio perché all’inizio ero tutto contento per questo fatto, si potrebbe dire del lusso spirituale della Chiesa la quale serena insegna pastoralmente senza definire dottrinalmente; sapete anche a me non piace scomunicare nessuno, proprio è un lavoro molto spiacevole ed anche la sacra congregazione per la dottrina della fede non piace, neanche al santo uffizio di beata e venerata memoria piaceva scomunicare qualcuno. Però vedete questa illusione, bisogna pur dirlo, questa illusione ottimistica della pretesa maturità dei cristiani di oggi è un mito che è assolutamente crollato: va bene, miei cari? Allora bisogna rifarci seri e capire che il laicato cristiano e non solo ma ancora più lo stesso clero, persino l’alto clero, il Signore mi perdoni, non bisogna mai parlare male dei principi del popolo come dice la bibbia, però persino l’alto clero talvolta, sia detto con tutto il rispetto e pregando il Signore che tenga la sua mano sopra di loro, è coinvolto in queste cattive interpretazioni del concilio. Allora bisogna tornare effettivamente a questa serietà, che ci fa capire che un laicato ed un clero maturo di fatto non c’è mai, perché mai la chiesa potrà purtroppo permettersi questo lusso di insegnare pastoralmente senza definire dottrinalmente e senza prendere misure disciplinari là dove è necessario. Perché questo? Semplicemente per il peccato originale che tutti conosciamo, quindi vedete questo ottimismo è un po’ troppo roussoniano per poter essere cattolico, va bene? Non c’è questo buon selvaggio nell’uomo civilizzato, non è buono, noi nasciamo peccatori e questo è il realismo cattolico con cui va affrontata ogni questione. Non ci deve essere questa superbia tipicamente modernista secondo la quale noi al giorno di oggi, a differenza di quei poveri cristianucci delle epoche passate, pensate quale superbia c’è in questo, noi oggi siamo maturi, noi oggi abbiamo capito. Gente che ha costruito una chiesa come quella in cui abbiamo appena adesso pregato il Santo Rosario è gente spiritualmente certamente ben più all’altezza del cristianesimo di noialtri che costruiamo delle chiese orribili in cemento armato, va bene questo discorso? Vedete, carissime? Proprio la stessa testimonianza dei documenti storici è più che eloquente a questo riguardo, dobbiamo farci molto, molto umili riguardo ai secoli passati che hanno molto da insegnare a noi e ben poco abbiamo noi da insegnare a loro. Allora prendiamo un po’ in esame alcune domande, alcune questioni, alcuni temi fondamentali trattati nel concilio e che sembrano causare una rottura con il passato. Il primo problema è quanto riguarda il grande silenzio del concilio. Quale è questo silenzio? Quella omissione che mi sta proprio a cuore, care figliuole, il silenzio sul comunismo, il concilio non si è pronunciato, stranamente, molto stranamente, è stato detto assai a proposito che è come se il concilio di Nicea non avesse mai pronunciato la parola arianesimo, va bene questo discorso? Questo concilio convocato, dopo quello di Gerusalemme, quello degli apostoli, 320 dopo Cristo, convocato per combattere questa eresia secondo cui la seconda ipostasi, la persona del Verbo, è una creatura del Padre, mediatore quindi tra il Padre Creatore ed il creato, sempre solo creatura, per quanto la creatura la più eccelsa fra tutte, per sconfiggere questa eresia è stato convocato il concilio di Nicea. Ebbene è come se in un’epoca piena di una bruttissima eresia la chiesa insidiata da una dottrina così insidiosa, perché poi gli ariani a differenza delle nostre sciocche eresie di oggi, dico sempre ogni epoca ha le eresie che si merita, ebbene l’eresia ariana estremamente filosoficamente elaborata, non è rozza e grossolana, allora è come se in un’epoca in cui imperversa questo pensiero assolutamente inattendibile ma nello stesso tempo molto raffinato, è come se quel concilio convocato per sconfiggerlo non avesse mai detto la parola arianesimo. Ecco questo silenzio è veramente preoccupante. Perché? Anche questo non lo dico da stupido, ma lo dico proprio rifacendomi a quello che disse lo stesso pontefice Giovanni XXIII nella lettera di convocazione che adesso vi leggerò in lingua latina, lo tradurrò anche, sia pure non ce ne sarebbe bisogno. Quello che è importante, care figliuole, quello che è molto importante è questo, che il concilio va sempre interpretato alla luce del magistero dei papi, questo è proprio un punto fondamentale, vedete lo dico proprio perché ci accingiamo a leggere questo brano della lettera di Giovanni XXIII. Il concilio non può essere interpretato da nessuna autorità tranne quella pontificia. I vescovi, per quanto godano di una grandissima autorità nella chiesa: sono successori degli apostoli, sono veramente pastori delle loro diocesi, i vescovi né singolarmente, né in sinodo possono mai elevarsi sopra al romano Pontefice. Vedete, cari, voi lo sapete bene, avete imparato bene il vostro catechismo e studiato anche la struttura monarchica della chiesa, quindi sapete che il Papa è l’episcopus episcoporum, cioè al di sopra di qualunque concilio. Debbo dire con un certo rammarico che erano eretici purtroppo alcuni miei compatrioti che hanno avviato l’eresia così detta conciliarista, al concilio di Costanza, Giovanni Huss che si è preso quella pena che meritava e non poteva finire diversamente per la pace della santa chiesa di Dio, allora siamo nel quattrocento il concilio di Costanza e poi il concilio di Basilea. Il brutto guaio di quell’epoca è che purtroppo c’era lo scisma nella chiesa occidentale, c’erano tre papi e non si sapeva chi era il Papa legittimo. Anche nel nostro santo ordine due santi, S. Vincenzo Ferreri e S. Caterina da Siena optavano ciascuno per un altro papa, ma senza colpa loro, perché effettivamente non si sapeva chi dovesse veramente comandare. Poi è risultato che nessuno dei tre era legittimo. Bisognava deporre tutti e tre e non c’era autorità che potesse farlo se non quella dell’imperatore. Cosa fortunata sapete la struttura monarchica del medio evo. Quindi l’imperatore ha convocato questo sinodo in cui questi tre papi sono stati deposti ed è stato eletto uno nuovo: solo che questo fatto della deposizione dei papi scismatici ha causato un turbamento della chiesa, così che si pensava che ci si potesse appellare al concilio contro il romano pontefice ed allora i papi successivi hanno sempre fulminato con opportuni anatemi questa tesi conciliaristica del possibile appello contro un papa di un concilio universale. Infatti nella nostra basilica di San Domenico c’è tutto un elenco delle proposizioni dannate per cui non si può dare l’assoluzione, bisogna proprio ricorrere alla santa sede, tra queste c’è anche chi si appella - contro il sommo Pontefice - ad un concilio futuro. Vedete come i Papi prendevano molto sul serio questa eresia conciliarista, ma al giorno di oggi si è tranquillamente conciliaristi, si dice: il concilio me lo interpreto io. No, invece di avvertire che il concilio va interpretato alla luce del magistero dei Papi. Quindi quando leggiamo questo brano di Giovanni XXIII lo facciamo per motivi ermeneutici, cioè di autentica interpretazione. Ora Giovanni XXIII nella lettera di convocazione in cui doveva stabilire i temi fondamentali del concilio ed anche lo spirito e l’indirizzo del concilio, lettera intitolata: " Humanae salutis" dell’anno 1961 dice: si è arrivati ad un punto tale che "ut denique quod novum sane atque formidolosum existimandum est hominum secta Deum essere altior more veluti militari ordinata constiterit ad multos per populos pervaserit". Proverò una traduzione: si è arrivati a tal punto che, cosa nuova ed assai terrificante, (da considerarsi terrificante questo fatto nuovo), si è costituita una setta di uomini che negano Dio, una setta di uomini atei, (è chiara l’allusione del sommo Pontefice), organizzata, ordinata c’è in latino, organizzata come a modo militare. Vedete l’ateismo militante, vedete è chiaro il riferimento al marxismo ed al comunismo, è riuscita ad invadere molti popoli. Giovanni XXIII ha davanti a sé questo fatto veramente sconsolante del comunismo, non c’è bisogno di dire comunismo ateo perché il comunismo è per essenza sua ateo, è un pleonasmo dire "comunismo ateo", quindi il comunismo è ateo ed è riuscito ad organizzarsi con tutti gli strumenti del potere ed a invadere molte nazioni, non solo militarmente ma soprattutto spiritualmente, cosa terrificante, formidolosum dice il sommo Pontefice, qualcosa di orribile. Vedete come Giovanni XXIII aveva quella sensibilità soprannaturale per individuare il pericolo. Alla luce di questo detto del papa si rimane allibiti davanti al silenzio del concilio, non ne parla. La "Gaudium et spes" che dovrebbe trattare proprio della chiesa che vive in questo mondo, non ne fa parola. Perché mai? Allora qui il sottoscritto non lo sa, ma si sentono alcune voci, si da a queste voci l’importanza che hanno, perché non si può sapere, ma si dice che forse c’è stato un compromesso pseudo eucumenico, cioè per garantire la presenza di osservatori della chiesa (chiesa con c minuscola, questa volta) scismatica di oriente, cioè quella di Mosca, per garantire la loro presenza al concilio bisognava che il concilio rinunciasse a condannare la setta comunista di cui ha parlato appunto il Papa Giovanni XXIII. Non so se è vero, si può pensare che qualche motivo ci sia stato. Voi conoscete bene di che "chiesa" (fra virgolette), si tratta, del patriarcato di Mosca che è strumento di propaganda atea. Si può arrivare anche a questi estremi. Il famoso scrittore Alessandro Solgenitsyn lo dice chiaramente nella sua lettera aperta al Patriarca ……Non era il caso di arrendersi a simili signori, strumenti proprio del potere ateo.

    Poi conosciamo lo sviluppo storico…..(interruzione del nastro, altro lato della cassetta)

    Quando chiedeva un diplomatico, mi pare statunitense, quando diceva: bisogna tenere in considerazione il S. Padre. Questo S. padre, quante divisioni corazzate ha? Qui ha detto qualche cosa profondamente vera e il Vaticano che aveva una politica molto realistica, ispirata alla morale cattolica, due cose che non si contraddicono poi in fondo e il Vaticano l’ha sempre saputo.( Sembra che sia divenuto un po’ smemorato in questi ultimi tempi.) Allora sembra che questo dialogo si sia aperto con le potenze dell’est, un dialogo, vedete carissime, che non può aver luogo in maniera onesta. Si parla tanto del metodo del dialogo, certamente parlarsi è sempre una bella cosa tra esseri umani. Però nel dialogo c’è una condizione sine qua non, una condizione morale, che condiziona la moralità del dialogo, perché è sbagliato pensare che il dialogo sia un valore morale assoluto, cioè che sia intrinsecamente buono perché è dialogo, no ci sono altre condizioni che lo rendono buono o cattivo. La condizione fondamentale è quella che entrambe le parti umilmente sottostiano alla verità e allora si può dialogare e si deve anche dialogare. Ma care sorelle, non lo dico solo per esperienza propria, ma un poco ne avrete fatta esperienza anche voi, questo desiderio della verità in questi signori dell’est, in questi potenti nei paesi ove regna Satana, questo desiderio della verità non c’è affatto e il Vaticano lo sa bene. Quindi vedete come ogni apertura, ogni dialogo con questi signori è assolutamente deleterio. Diceva uno di questi politicanti tedeschi, un certo Willy Brand che tutti conoscete che apriva questa ostopolitik tedesco-occidentale, diceva : quando ci si parla, non ci si spara. Può essere anche vero, eppure generalmente dopo essersi parlato, qualche volta le sparatorie succedono, anche notevoli, voi sapete bene i cedimenti delle potenze occidentali davanti a Hitler, conferenza di Monaco, chi ha memoria storica lo sa bene, dopo la quale è successa la seconda guerra mondiale, quindi capite si può dialogare e ci si può poi sparare, non si è garantiti nella pace per il fatto stesso che si dialoga, anzi un certo dialogo mal compreso può produrre una certa aggressività. Soprattutto questo politico, bisogna dire poco attendibile, ha dimenticato una cosa, che non si guerreggia solo con i proiettili, si guerreggia anche con una sottile, astuta propaganda psicologica, con la quinta colonna che questi signori dell’est, grazie proprio a questi equivoci della detta ost-politik, hanno ottenuto dalle potenze occidentali una certa credibilità che l’occidente non dovrebbe mai accordare a loro. In questo senso la guerra fredda è un imperativo di onestà, è un paradosso sapete, se si guerreggia freddamente non si guerreggia caldamente, questo è il punto, capite. Contrariamente a quello che asseriva questo Brand, l'esperienza storica insegna anzi che la guerra fredda è la massima garanzia della pace sul piano della guerra calda. Questo per fortuna sembra che lo Spirito Santo abbia voluto illuminare i potenti dell’occidente, nella persona soprattutto del presidente degli Stati Uniti, sia pure sia diciamo così di spirito alquanto democraticistico per il resto, laicistico, tuttavia lui assume quei toni che sono da assumere nel così detto dialogo con l’est. Non vogliamo ricordare tutte quelle inopportune prese di posizione che ci sono state, soprattutto in Ungheria, tanto per citare solo un caso emblematico, pensate alla figura stupenda del cardinale Mindszenty, il quale da buon cattolico, da buon vescovo pastore del suo gregge si rifaceva proprio alla struttura dell’Ungheria cattolica e monarchica, cioè sapeva che l’arcivescovo di ………, cioè il primate di questo regno, era anche il consigliere del re e quindi sia pure purtroppo il re ovviamente non c'era, tuttavia lui sapeva di dover essere l’istanza morale di quel paese e lo era, anche nell'esilio, in quel ristrettissimo esilio dell’ambasciata americana. È rimasto sempre per tutti i buoni ungheresi il punto di riferimento morale assoluto. Il Vaticano, carissime bisogna dirlo con molta onestà, il Vaticano sostituendolo con un altro presule, ebbene con questa sostituzione ha perso purtroppo credibilità morale presso i buoni cattolici di quel paese. È una cosa assolutamente pacifica, dalle nostre parti la gente non è sciocca, ha una sensibilità nel distinguere fra il clero rimasto fedele alla sede apostolica ed il clero nazionale, cioè il clero separatista, scismatico, le chiese nazionali, che naturalmente i padroni comunisti vogliono imporre alla chiesa per staccarla da Roma. Perché si facevano processi motivati dallo spionaggio a favore del Vaticano? Un vescovo fedele a Roma è spia del Vaticano, per forza, perché loro vogliono ottenere la separazione dell’episcopato del clero locale dalla santa sede. Per fortuna non ci sono riusciti in pieno e proprio recentemente il S. Padre vietando ai sacerdoti di partecipare alla lotta partitica, politica ha causato una massiccia uscita di questi preti per la pace, pacem in terris si chiamano dalle nostre parti, ha causato una massiccia uscita di questi sacerdoti compromessi con il regime. Vedete come il S. Padre prende delle posizioni chiaramente contrarie contro questi movimenti di compromesso con il regime. Purtroppo questa sostituzione del cardinale Mindszenty è stata inopportuna perché il popolo semplice, credente, non vuole dei preti e dei vescovi compromessi con il regime. Vedete ad un certo punto come diceva S. Pio X, quel sant’uomo veramente, in una parrocchia è meglio che i fedeli preghino il S. Rosario piuttosto che avere in quella parrocchia la Messa con dei preti perversi ed è giustissimo, questa dovrebbe essere la politica della santa chiesa anche al giorno di oggi. In Giappone il cristianesimo si è mantenuto anche senza gerarchia, senza sacerdoti, pregando il rosario. Quindi è possibile, ma è meglio non aver la gerarchia piuttosto che averla come abbiamo detto adesso. Pensate, non bisogna parlar male dei principi del nostro popolo, ma pensate al successore del cardinale Mindszenty, pensate all’arcivescovo della metropoli della Moravia, che sono uomini compromessi con il regime, una cosa veramente molto triste. Questo per la ostopolitik . Adesso vediamo l’ecumenismo, il concilio dice così: unitatis redintegratio, proprio quel documento che conoscete sull’ecumenismo, vedete quanti gioielli di tradizione ci sono in questi documenti, disattesi evidentemente da questi modernisti, dice unitatio et integratio: per solam enim catholicam Cristi ecclesiam quae generale auxilium salutis est omnis salutarium mediorum plenitudo attingi potest . E’ una rugiada per ogni buona anima cattolica, capite. Lo traduco: per la sola chiesa cattolica di Cristo, che è l’aiuto universale per la salvezza, si può avere la pienezza di tutti i mezzi salvifici, ossia non c’è pienezza dei mezzi salvifici se non nell’unica chiesa di Cristo che è la chiesa cattolica, non divisa, care sorelle, non divisa: nell’unica chiesa di Cristo, che è la chiesa cattolica: il concilio lo dice chiaramente. Dice in altro luogo, questo è molto filosofico e mi piace molto, dice che la pienezza dei doni salvifici subsistit, sussiste nella chiesa cattolica, proprio nella chiesa cattolica romana, capite bene, subsistit. Ora sapete la filosofia della partecipazione, alla quale si è molto dedicato recentemente il pensatore italiano Cornelio Fabro interpretando anche S. Tommaso e l’analogia della partecipazione, ebbene S. Tommaso distingue fra ciò che è per se, per essenza e ciò che è per accidens, ciò che è per essenza sussiste per se stesso. Per esempio Dio è essere per essenza, quindi si dice: Deus per se esse, per se subsistit, perché in Dio l’essere sussiste in sé. Ogni altra creatura riceve l’essere per accidens, lo riceve in maniera accidentale. Così il vero ecumenismo è quello che dice: solo nella chiesa cattolica si ha la chiesa essenzialmente, nella sussistenza, in tutte le altre denominazioni cristiane o non, non si può dire chiese, care sorelle, state attente anche nel linguaggio, dunque nelle altre denominazioni ecclesiastiche più o meno, c’è solo una partecipazione di qualche cosa di comune. Per esempio i protestanti hanno la scrittura, certo, ma l’hanno non per se, l’hanno per partecipazione, gli ortodossi hanno la sacra liturgia, l’hanno per se solo se sono ancora in comunione di fede con Roma. Dove non lo sono, l’hanno solo per partecipazione. Va bene questo discorso? Quindi là dove c’è una disunione con Roma, là c’è solo la partecipazione, non c’è più la sussistenza di chiesa. Questa è la dottrina autentica del concilio. Che cosa è successo? E’ successo che ci si ispira ai fratelli separati, si ha un complesso di inferiorità, noi cattolici poverini non abbiamo la scrittura, l’hanno solo i protestanti, l’ha Cullman, Marxel…e tanti altri interpreti assai inattendibili della Scrittura. Poi gli ortodossi, solo loro hanno la liturgia, (per dire la verità dopo certi sconquassi liturgici viene da sospettare che sia così). Comunque quello che poi è successo è che non ci si è ispirati per la liturgia all’oriente e negli studi biblici e delle lingue antiche ai protestanti, ma al contrario abbiamo assunto la liturgia un pochino ispirata al protestantesimo e gli studi biblici ispirati all’oriente ove praticamente non vengono svolti. Un ecumenismo un poco strano anche questo, invece di imparare eventuali virtù dai fratelli separati, abbiamo imparato piuttosto i difetti e i limiti. Che cosa succede al giorno di oggi? Si parla di una Chiesa cattolica? Proprio recentemente un confratello è venuto da me sconcertato, povero figliolo, mi diceva: guardi questo manuale sull’ecumenismo, per fortuna mi sono scordato chi l’avesse scritto, ma era un neomodernista senz’altro, viene da me e dice: guardi padre che cosa c’è scritto, io non credevo ai miei occhi, qui si dice che la chiesa cattolica, come tutte le altre chiese, deve convertirsi a Cristo. Ma io nel mio catechismo ho imparato che la Santa Chiesa, la sposa di Cristo, è già ben convertita al suo Signore e non ha affatto bisogno di convertirsi ulteriormente, vedete qui c’è un grossolano equivoco. Certo convertirci a Cristo noi uomini di chiesa, questo sempre, siamo strutturalmente peccatori, lo sappiamo, bisogna battere il nostro petto, ma non quello della santa romana chiesa, noi ci riconosciamo bisognosi di conversione, ma la chiesa, quando ha la fede, è già nella pienezza della fede in Cristo, quindi niente conversione, non è la chiesa cattolica che si converte a Cristo assieme agli altri, sono gli altri che si convertono alla chiesa cattolica quindi a Cristo. Va bene, care sorelle? Infine a tutto questo soggiace l’equivoco della carità priva della verità. Proprio S. Pio X insisteva su questo: non c’è carità, senza la verità. Adesso c’è tutto questo spontaneismo: amiamoci a vicenda, comprendiamoci a vicenda. Molto giusto, però bisogna instaurare questa amicizia della carità sul piano della verità. Gesù stesso ce lo dice, vedete nel vangelo queste stupende parole del Salvatore, vangelo di S. Giovanni: non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici, perché? Perché vi ho rivelato il mistero del Padre mio. Vedete come la carità è tutta fondata sulla verità della fede. È lo stesso Salvatore che ce lo dice e quindi non è possibile dire: noi dobbiamo accettarci a vicenda anche se non la pensiamo allo stesso modo. Certo si potrebbe dire come S. Tommaso in maniera molto profonda, che talvolta ci può essere una certa discrepanza di opinioni, ma nonostante ciò ci può essere una certa amicizia affettiva. Questo è giusto, l’unico vero ecumenismo è quello di una signorilità, di un certo stile nei rapporti con le denominazioni separate. Bisogna avere una certa benevolenza nel trattare con loro, questo si, non è il caso proprio di ingenerare polemiche veramente mortificanti anche da parte cattolica, improperi, contumelie ed altre cose del genere, questo cerchiamo di sbarazzarcene più che possiamo, questo ecumenismo delle buone maniere lo accetto molto volentieri, ma è l’unico ecumenismo attendibile. Non vale il discorso che dobbiamo badare a quello che ci è comune e non badare a ciò che ci divide, perché quello che ci divide non è irrilevante rispetto alla prassi. Quindi non è possibile essere in pace là dove gli uni dicono per esempio che la Madonna deve essere onorata e gli altri dicono che onorare la Madonna è superstizione. Non si può essere d’accordo proprio sul piano operativo, ciò non toglie che nel senso tomistico di questa concordia di buone maniere che ci debba essere questo stile dignitoso nel trattare con i fratelli separati, là dove non si imponga la polemica, perché può succedere che la polemica sia proprio doverosa. Libertà religiosa, un altro tema scottante, bene vi cito la " dignitatis humanae" tanto per vedere ciò che dice il concilio e che cosa succede nei nostri tristi tempi. Il concilio dice così, pensate a questo: libertas religiosa, la libertà religiosa, integram relinquit traditionalem doctrinam catholicam, cioè lascia integra la tradizionale dottrina cattolica sul dovere degli uomini e delle società riguardo l’unica vera religione, l’unica vera chiesa di Cristo. Insegnamento di tutti i tempi, cioè sia il singolo uomo, sia tutta la società hanno il dovere di favorire la chiesa cattolica. Perché? Per il semplice motivo che tra la verità e l’errore non c’è parità, non c’è uguaglianza di diritti . Lo dice quell’uomo così saggio, così profondo che è il Papa Pacelli, dice appunto: non c’è diritto all’errore. Quindi lo stato e tanto più il singolo uomo ha un obbligo di aderire alla chiesa cattolica. C’è un dovere di credere, mentre al giorno di oggi si dice: uno ci crede, un altro non ci crede, ma sono tutti brava gente, sono onesti, quindi possiamo andare tutti d’accordo. Niente affatto. Proprio oggi nel vangelo leggeremo queste parole di Gesù: chi crede e sarà battezzato, sarà salvo, chi non crede è già condannato. Pensate a questo. Quindi niente la religione roussoniana, mi fa specie questo illuminista subdolo il quale scrive all’arcivescovo di Parigi, anche i preti di Parigi non si lasciavano ingannare da simili proposte, il filosofo Jean Jaque Roussou scrive all’arcivescovo di Parigi, adesso ve lo cito un po’ liberamente, dice: monsignore, basta togliere i dogmi e tutto il mondo si prostrerà davanti a Gesù Cristo. Basta quella bazzecola, quella cosa da poco, togliere i dogmi. Vedete come al giorno di oggi si dice: il mio amico che non crede, il mio amico laicista, comunista, brava persona, uomo onesto, buono, dico, anche se fosse buono in tutto, cosa della quale sinceramente dubito molto perché senza la grazia di Dio è difficile, anzi impossibile osservare tutta la legge di Dio, ma anche se fosse buono, almeno in quel punto della sua incredulità buono proprio non è, perché questo? Perché la verità obbliga, c’è poco da fare, la verità obbliga. Tanto più obbliga la verità rivelata che riguarda la nostra salvezza, la salvezza eterna delle nostre anime. In questo senso non analizzo tutto ciò che avevo preparato perché sarebbe troppo lungo, solo questo. Bisogna opporsi soprattutto, ora vi do un programma filosofico, ma non spaventatevi, la confusione comincia con la filosofia, poi si divulga nel popolo cristiano e quindi bisogna restaurare la filosofia sana, nel senso di Leone XIII, Aeterni Patris Unigenitus spiritus, questa apoteosi del tomismo, documento bellissimo il quale raccomanda la sana filosofia di S. Tommaso di Aquino proprio per sconfiggere questo razionalismo e soggettivismo dei nostri tristi tempi. Allora nell’ottocento appena cominciava, ora ne vediamo i velenosi frutti. Soprattutto opporsi al soggettivismo, care sorelle è terribile, al giorno di oggi praticamente non c’è filosofo di nome che abbia il coraggio di difendere il realismo epistemologico, una cosa molto semplice; realismo epistemologico vuol dire che la nostra mente umana è a contatto con la verità oggettiva, cioè che il tavolino che vedo davanti a me, realmente c’è. Il deteriore teosofismo dei nostri tempi ci vorrebbe far credere che tutto è un fenomeno, quindi non è che il tavolino esiste, appare a me che il tavolino ci sia, se poi a voi appare qualcosa di diverso avete democraticamente il diritto di dissentire. Invece non è così, vedete come il democraticismo, questo famoso pluralismo ecc., si rifà a queste orrende dottrine del soggettivismo, le quali poi conducono al disprezzo della verità. La verità, questo fine della intellettualità umana, è anche il fine di tutto l’uomo, S. Bonaventura mi perdoni, c’è anche un giusto pluralismo teologico, quindi anche S. Bonaventura è un teologo molto ortodosso, ma voi sapete che litigava con S. Tommaso su un punto delicato, cioè in che cosa costituisce la beatitudine eterna, cioè il fine ultimo dell’uomo. S. Bonaventura diceva la carità, l’amore e la gioia in Dio, S. Tommaso diceva: no, è la visione dell’essenza divina, quindi l’attenzione dell’intelletto. Quindi il nostro intelletto è destinato alla visione del volto di Dio, quindi la verità, care sorelle, è qualcosa che obbliga vitalmente sul piano morale. Perciò niente soggettivismo, niente poi nella prassi democraticismo e pluralismo, ma obbligo morale davanti alla verità. Questo è valido tanto a livello ecclesiastico, quanto a livello laicale, cioè è la stessa natura umana creata da Dio per conoscere la verità. E’ una vera e propria perversione dei fini naturali dell’intelligenza umana è pensare che la nostra intelligenza non sia fatta per conoscere il vero, ma per dubitare, discutere se una cosa appare come appare o se appare diversamente. La liturgia, anche qui il concilio dice così nella "Sacrosantum concilium ": linguae latinae usus salvo particulari curae, in ritibus latinis servetur. Benissimo, dive tutto, vedete: l’uso della lingua latina tranne i diritti particolari,( al giorno di oggi tutti hanno dei diritti particolari) deve essere conservato, voi pensereste: deve essere tolto, no, poiché a quanto pare al giorno di oggi non si ricorre mai al latino, invece no, qui dice che deve essere conservato l’uso della lingua latina, nei riti, al plurale, quindi c’è una pluralità di riti latini, anche il nostro santo ordine aveva uno stupendo rito che è stato non soltanto conservato, ma molto promosso da sua santità S. Pio V. Quando il sommo Pontefice nell’anno di grazia 1570 promulgò il nuovo messale tridentino, vedete il sano pluralismo del sommo Pontefice, al giorno di oggi ci si adira, si dice: è una persona autoritaria, che schiacciava i poveri cristiani, invece il cardinale Ratzinger ci ha rallegrati con un articolo pubblicato sull’"Avvenire" intitolato: l’attualità, o la modernità nientemeno che di S.Pio V. S. Pio V quando rinnovò il messale, ha conservato ed ha promosso tutti i riti che avevano più di 200 anni di tradizione. Pensate il rispetto di questo Papa, che si accusa di autoritarismo, aveva per i riti particolari. Ebbene, tanti ordini religiosi che avevano degli stupendi riti, ed anche il nostro ordine aveva uno splendido rito, tanti ordini religiosi, contrariamente alla lettera del concilio, hanno rinunciato ai propri riti, mentre il concilio esorta proprio a conservarli. Sono delle cose urtanti, vedere come un concilio insegna e come noi le abbiamo interpretate, così bisogna tornare alla lettera del concilio. Così scomparsa del latino, voi sapete chi è interessato a far scomparire il latino, è scomparso dalle scuole medie, poveri figlioli, che dimenticano questa lingua e soprattutto qui in Italia che rimane veramente la culla della cultura europea, ebbene in Italia è di primo ordine la lingua latina, vitalmente necessaria per qualunque persona che voglia riconoscersi in qualche sublimità di cultura anche umana oltre che religiosa. Quindi vedete: cui prodest? Nel mio paese si diceva: non c’è bisogno del ginnasio, del liceo classico, anzi bisogna proprio sopprimerlo, per quale motivo? Perché la lingua latina è la lingua degli imperialisti, Cesare Augusto, l’imperialismo, quindi la lingua latina è imperialista, bisogna sopprimerla. Poi abbiamo la fortuna che c’è la lingua russa che è la lingua del primo paese socialista, quindi se impariamo questa, non c’è più desiderio di imparare quella latina. Similmente qui nelle scuole medie, cui prodest? Quale partito, care sorelle, si è dato da fare per eliminare il latino? Lo sappiamo tutti quali macchinazioni ci sono dietro a questo. Ma almeno nella chiesa cattolica la lingua latina dovrebbe essere veramente promossa e veramente coltivata. Poi c’è stato tutto quell’affievolimento che voi conoscete della pietà eucaristica, questo veramente tremendo, vedete il Signore non ci abbandona, il Signore è sempre con noi nella sua Divina Presenza, così commovente, così umile, così nascosta, proprio l’ultimo grado dell’umiliazione del Servo di Javè, come insegna Isaia, questa presenza nascosta sotto le Sacre Specie , l’umiltà del nostro Salvatore il quale ha assunto la natura umana proprio per farsi umile. Vedete Iddio non può essere umile, lo sapete care sorelle, perché Dio essendo sopra a tutto non può riconoscere secondo verità dei limiti che non ha ed è per questo che ha voluto assumere la nostra povera natura umana per poter umiliarsi, è una cosa bellissima, è proprio come se Dio volesse farsi umile come l’uomo deve farsi umile. Così questa bellissima, grandissima presenza, questa scekinà per usare questa parola ebraica, quella tenda piantata in mezzo al popolo e che ci accompagna lungo tutto il cammino nel deserto fino alla patria celeste. Allora vedete care la pietà eucaristica segna sempre i tempi forti della Chiesa. Quando la Chiesa è prospera, è in ginocchio davanti all’Eucarestia. Che cosa succede al giorno di oggi? Quei bellissimi altari, con Gesù Sacramentato in mezzo, non ci sono più. Ci sono i tavolini davanti e Gesù spostato in disparte in un angolino spesso anche abbastanza squallido, poi non ci si inginocchia più dinanzi al Santissimo. Proprio l’altra volta, io ho dei bravissimi chierichetti lì a S. Giacomo, dei bravi ragazzi veramente, non è colpa loro, nessuno ha insegnato a loro. Andiamo lì facendo un’altra strada davanti al Santissimo, messo anche lì un pochino in un canto, mi inginocchio naturalmente, i ragazzi vanno via imperterriti. Dico: ma sapete, lì c’è Gesù, quindi bisogna fermarsi, inginocchiarci, dicono: padre, nessuno ce lo ha insegnato. Ebbene, adesso ve lo insegno io, così un’altra volta ci inginocchiamo tutti insieme. Vedete l’uomo non è mai così grande come quando si fa piccolo, come quando si inginocchia davanti al Tabernacolo. Non è cari che il Signore ci abbandona, Lui rimane sempre in mezzo a noi, il problema è che potremmo essere noi ad abbandonarlo e questo sarebbe veramente spaventoso. Vedete dunque quello che è orrendo proprio questa indifferenza, insensibilità all’Eucarestia e persino la profanazione dell’Eucarestia. Adesso non insisto, ma il Pontefice stesso accennò a questi fenomeni, chiedendo proprio perdono al popolo cristiano per gli scandali causati da alcuni sacerdoti indifferenti nei riguardi del SS. Sacramento. Io stesso ho visto delle pagliacciate enormi, non oso soffermarmi perché sono cose bruttissime. Ultima cosa, che fare, allora arriviamo proprio alla terapia. Che cosa dobbiamo fare? Come vedete il concilio è veramente " sacrosanctum concilum" , va bene? Possiamo dirlo forte, nel concilio non c’è neanche una lettera, neanche una virgola che sia sbagliata, cioè tutto quello che il concilio dice è interpretabile e quindi da interpretare alla luce della sacra tradizione e così interpretato risulta assolutamente attendibile e santo. L’unica difficoltà ed è qui che c’è una forma indiretta del concilio è che in un’epoca in cui bisognava proprio insegnare dottrinalmente, chiaramente, definire e anche se fosse necessario, scomunicare, proprio in un’epoca così pericolosa il Concilio si prese questo strano lusso di essere pastorale, senza essere dottrinale. Questa cosa ha causato molti equivoci, basta citare una sola cosa che può esemplificare un po’ tutte, il Cardinale Michele Brown, un grande teologo veramente, il Cardinale Brown al concilio insisteva … (finita la cassetta)

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  2. #2
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    Sui silenzi del comunismo la risposta è semplice.
    Il Concilio non voleva scatenare repressioni, vendette dei politici comunisti sui dei poveri cattolici.
    E' lo stesso comportamento tenuto da Pio XII nei confronti di nazisti. Se avesse parlato, le persecuzioni naziste sarebbero state molto più feroci.
    Gli uomini della Chiesa sono responsabili della vita dei loro fedeli, è una grandissima responsabilità questa.
    Spesso ottiene maggiore bene dei silenzi che una plateale denuncia che fa uccidere molte vite innocenti.
    Le critiche sui silenzi del Concilio sui comunisti sono come quelle sui silenzi di Papa Pio XII. Capisco l'essere inizialmente allibiliti, ma bisogna riflettere sulle pesanti responsabilità dei Vescovi sulla vita dei fedeli cattolici.

    CIAO

  3. #3
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    L'errore della FSSPX è interpretare male i testi del Concilio, considerarli come veleno in sé e rifiutare di dare loro l'assenso.
    Così come il loro gravissimo errore è quello di considerare il N.O come un veleno in sé e rifiutarlo il blocco. Certo è migliorabile alla luce della Tradizione, ma non è accettabile il rifiuto totale di celebrare la Messa usando questi testi. Quando la Chiesa approva un testo della Messa, c'è l'infallibilità in oggetto secondario. Questo non vuol dire che il testo non sia migliorabile, però è del tutto immune da errori contro la Fede e la Morale. Aggiungo che sarei ben felice di vedere il N.O. celebrato da Sacerdoti che usano anche il V.O. sicuramente sarebbe meglio celebrato rispetto a come celebrano tanti altri! Se non fosse stato per mons. Lefebvre non avremmo mai avuto nessun indulto e nessun Motu Proprio. Il buon Dio ha tratto dal male (disobbedienza), tanto bene (liberalizzazione della Messa V.O.).
    Benché deplori il fatto grave di eleggere Vescovi senza l'approvazione del Papa e le altre disobbedienze, è del tutto falso dire che la FSSPX non appartiene alla Chiesa Cattolica, questa è una diceria frutto di profonda crassa ignoranza o malafede. Si può dire che non siano in perfetta comunione con Roma, ma non che siano eretici. Anche il termine scismatici può essere discutibile. Sul fatto si sono pronunciati insigni membri della Gerarchia in comunione con Roma. Uno di questi è il Card. Catrillon, le posizioni del quale condivido pienamente.
    In nessuno dei testi ufficiali del Vaticano si parla di eresie vere e proprie.
    D'altronde il Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani non si occupa di loro. Un motivo ci sarà!
    La volontà di mons. Lefebvre era quella di dare la possibilità a tutti di fare l'esperienza della Tradizione, non di creare uno scisma, una chiesa parallela.
    Per parlare di peccato mortale non basta la materia, ma anche la volontà. La volontà di mons. Lefebvre era questa. Ha sbagliato sicuramente per troppo amore, ma non mi sento di giudicarlo male. Il contesto storico era quello che era. Ha ritenuto erroneamente, ma in buona fede che ci fosse una situazione di grave emergenza nella Chiesa. Quando tale emergenza realmente esistesse, non sarebbe peccato mortale eleggere Vescovi senza l'autorizzazione del Papa.
    Senza contare che tale scomunica verso mons. Lefebvre è stata tolta dal legato pontificio durante il suo funerale, usando un rituale complesso. Penso la notizia sia abbastanza attendibile.
    Adesso con il Motu Proprio non c'è alcun motivo che ostacoli il loro pieno rientro. In contesto come quello attuale non ci deve essere sfiducia verso Roma. E' esagerato dire anche che il Papa sarebbe schiavo dei Cardinali e non ha alcun potere. Basta guardare il recente Motu Proprio: il Papa è andato contro il parere di molti membri progressisti della Gerarchia.
    Mons. Lefebvre ha sbagliato anche a non firmare il protocollo d'accordo del 1988, ma c'erano molti progressisti (non il Papa sia chiaro!) che si erano opposti con tutte le loro forze a tali accordi arrivando a malconsigliare il Papa. Evidentemente l'Arcivescovo ha avuto paura e sfiducia verso la Santa Sede, paura comprensibile anche se non giustificabile.
    L'atteggiamento di Padre Pio di fronte alle angherie degli uomini della Chiesa, è stato diverso, ma umanamente parlando non tutti hanno la tempra dei Santi.
    In Italia il contesto e la situazione della Chiesa erano diversi da quelli francesi. In fondo siamo rimasti tradizionali. In altri paese purtroppo molte schifezze progressiste erano la norma e per evitarle purtroppo fedeli veramente cattolici e tradizionali sono stati spinti verso la FSSPX.
    Senza contare che proprio non capisco la simpatia verso Chiese ed associazioni religiose davvero eretici e scismatici e l'odio malcelato verso la FSSPX. Se è vero che è più importante quello che ci unisce rispetto a quello che ci divide, questo atteggiamento è del tutto assurdo ed ingiustificato. I primi sono molto più lontani dalla piena comunione che i secondi. Poi mi piacerebbe sapere da coloro che si dicono a parole in comunione con il Papa quanto davvero rispettino i Concili precedenti ed il Magistero precedente. Questo anche nei seminari e nella facoltà teologiche. Poi non meravigliamo se per disperazione alcuni seminaristi lasciano e vanno ad Econe. Non meravigliamoci se alcuni fedeli vanno a Messa da loro. Non sto giustificando un atto scismatico che è materia di peccato grave contro il Primo Comandamento, ma è bene fare queste riflessioni. E' da ricordare che la pura partecipazione a Messe celebrate dai lefebvriani senza volontà di rompere la comunione con il Papa non è un peccato e si soddisfa il precetto festivo. Un documento della Santa Sede afferma questo a chiare lettere. Certo l'eccessiva frequenza può configursi come una cooperazione allo stato di non comunione di queste persone. Una frequenza sporadica non è peccato.
    E' da dire che ci sono stati Vescovi, come il Card. Siri, che si sono opposti al progressismo senza per questo attaccare il Concilio, la Messa N.O., senza consacrare Vescovi in disaccordo con Roma, senza disobbedienze.
    Ci sono stati anche atteggiamenti di importanti uomini di Chiesa (non il Papa) che hanno contribuito con il loro ributtante progressismo a peggiorare di molto la situazione, a maltrattare i fedeli tradizionali e a spingerli verso la FSSPX, a dire la Santa Messa V.O. in maniera clandestina in qualche casa privata.
    Se non avessero proibito di fatto la Messa V.O. ma l'avessero lasciata libera lasciando il N.O come opzione libera, molti guai si sarebbero evitati. Adesso è stata fatta giustizia dal Motu Proprio.
    Aggiungo anche che deploro gli insulti che si leggono in molti loro siti e forum verso il Papa, insulti gravissimi che non devono essere tollerati, ma stigmatizzati senza se e senza ma. Non hanno nessuna ragione di esserci.
    Come ho scritto in un altro intervento Ho letto di tutto: il Papa come comunista (per la lettera ai cinesi), modernista, hegeliano, eretico, anticattolico, traditore della Fede, finto tradizionale (per il Motu Proprio), massone, marrano, ebreo, giudeo e chi più ne ha, più ne metta.
    Idem per il Concilio Vaticano Secondo: modernista, satanico, anticattolico, erroneo, liberale, che contraddice la Tradizione, il Magistero precedente.
    Non si può strumentalizzare testi del Papa, gesti gentili del Papa (Assisi ed il bacio al presunto Corano), decontestualizzarli, prescindere dal loro spirito, prescindere dai testi chiarificatori, per montare accuse gravissime. Tuttavia per questi gesti che non coinvolgono l'infallibilità ed il Magistero, è lecito prendere le distanze, non condividerli, avere perplessità, anche formulare critiche costruttive, ma in maniera rispettosa e senza insulti vero il Papa.
    Per non parlare della loro apologia del fascismo ed esaltazione di figure legate direttamente o indirettamente al nazismo.
    Per la riunificazione totale è necessario da parte della fraternità stigmatizzare questi comportamenti. Ciò porterà alla perfetta comunione con Roma da parte della parte sana della fraternità, gli altri andranno inevitabilmente versi i lidi del sedevacantismo. Almeno così verrà fatta chiarezza una volta per tutte in seno alla fraternità divisa tra varie correnti. Leviamo di mezzo la pula e teniamo il buon grano.

    Sull'assenso da dare ai testi del Concilio riporto questa nota. Da notare che, sebbene il grado di assenso sia differenziato, il dissenso non è accettabile. Anche il Magistero solo ordinario del Papa obbliga all'assenso secondo vari gradi, sotto pena di peccato mortale.

    Notificazione

    fatta dal segretario generale del concilio nella 161° congregazione generale il 15 novembre 1965

    911a
    E' stato chiesto quale debba essere la qualificazione teologica della dottrina che viene esposta nello schema di costituzione dogmatica sulla divina rivelazione e che viene sottoposta alla votazione.
    La Commissione per la dottrina della fede e dei costumi a tale quesito ha dato la seguente risposta, secondo la sua Dichiarazione del 6 marzo 1964:
    Considerati la consuetudine conciliare e il fine pastorale del presente concilio, questo sacro sinodo definisce che, circa la fede e i costumi, sono da ritenersi dalla chiesa soltanto quelle cose che essa ha dichiarato apertamente come tali.
    Tutte le altre cose, invece, che il sinodo propone come dottrina del supremo magistero della chiesa, tutti e singoli i fedeli cristiani devono accettarle e farle proprie secondo l'intenzione del medesimo sinodo, la quale si manifesta sia dall'argomento trattato sia dal modo di esporre, secondo le regole dell'interpretazione teologica".

    Pericle Felici
    arcivescovo titolare di Samosata
    segretario generale del concilncilio
    Da:http://www.unavox.it/Documenti/Doc0129.htm

    Poi Benedetto XVI ha precisato che vi è un solo modo per stare nella Chiesa cattolica: accettare lo spirito del Vaticano II interpretato alla luce della Tradizione, e cioè secondo l’intenzione dei padri del concilio e secondo la lettera dei testi.
    CIAO

  4. #4
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    Questo vale per tutti gli eretici, scismatici che si sono allontanati dalla Chiesa. Uno può nascere in quelle comunità religiose ed essere in uno stato di ignoranza incolpevole, essere convinti in buona fede che la verità stia dalla loro parte, questo senza odio verso la Chiesa Cattolica.
    Con coloro che invece vogliono essere fuori della Chiesa per odio, perché fa loro schifo rimanere dentro, non c'è possibilità di recupero, di discussione, di ritorno se non per un intervento miracoloso. Mi vengono sempre in mente tutti gli insulti verso il Papa.
    Bisogna cercare di trattare con le persone più abbordabili e cercare di fare rientrarli all'interno con delle azioni incisive.
    Uno di questi passi è stata la liberalizzazione della Santa Messa in Rito Antico. Un altro è quello di chiarire con pronunciamenti ufficiali quale è la retta interpretazione dei testi del Concilio Vaticano Secondo. Un terzo dovrebbe essere quello della maggiore repressione di abusi ed eresie insegnate anche nei seminari e nella facoltà teologiche.
    Ci vorrebbe anche un cambio di mentalità e ripristinare la legalità, il concetto di abuso, di disobbedienza, di errore, di eresia nella mente di tanti.
    Per quanto riguarda le scomuniche potranno essere tolte solo quando si arriverà ad un accordo, non prima: accordo che deve mettere i puntini sulle "i". Quelli della FSSPX devono cambiare, devono dare l'assenso ai testi del Concilio interpretati alla luce della Tradizione, smetterla di attaccare testi ufficiali vincolanti della Santa Sede, accettare di celebrare talvolta la Messa N.O., di concelebrare, di riconoscere che hanno sbagliato nei loro atteggiamenti.

    CIAO

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    presunto bacio al presunto Corano
    Il bacio non è presunto: è reale; è davvero avvenuto nel 1999. Anch'io alcuni anni fa pensavo che si trattasse di un fotomontaggio.



    Poi mi son dovuto ricredere. Come prova a questo riguardo abbiamo la testimonianza personale e pubblica di un testimone oculare di questo episodio, niente meno che l’illustre Cardinale Raphael I, Patriarca della Chiesa Cattolica Caldea. Le parole di Sua Beatitudine sono quelle che seguono, riportate da un’agenzia d’informazione in Roma:

    Il 14 maggio (1999) sono stato ricevuto dal Papa insieme con una delegazione composta dall’imam sciita della moschea di Khadum e il presidente sunnita del consiglio di amministrazione della banca iracheno-islamica. Alla fine dell’udienza il Papa si è chinato sul libro sacro dei musulmani, il Corano, presentatogli dalla delegazione e lo ha baciato come segno di rispetto (Agenzia d’informazione Fides, Roma, 4 giugno 1999, citato in Ferrara & Woods, op. cit., p. 138, nota 166.).

    Secondo l'allora Card. Raphael I, “questo gesto (abitualmente utilizzato dal Papa Giovanni Paolo come espressione di ringraziamento per un regalo) non è stato altro che un segno di cortesia”.
    Beh, non si può concordare con il fatto che il defunto Santo Padre, come mera cortesia, “abitualmente” baciasse qualsiasi tipo di regalo. Non baciava neppure tutti gli oggetti religiosi cattolici che gli venivano regalati. Nel 1984 fu presentato a Giovanni Paolo II un rosario fatto a mano realizzato da un umile artigiano portoricano. Quando gli fu dato il rosario, il Santo Padre lo accettava molto gentilmente e cortesemente, esprimendo interesse su chi lo avesse fatto. Ma egli non si chinava né lo baciava.

  6. #6
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    Tutti contro tutti: il dopoconcilio raccontato da Ratzinger teologo e papa

    Il seguito del Vaticano II ricorda a Benedetto XVI il "caos totale" succeduto al Concilio di Nicea, il primo della storia. Da quel tempestoso Concilio venne però il "Credo". E oggi? Ecco cosa ha risposto il papa ai preti di Belluno, Feltre e Treviso

    di Sandro Magister


    ROMA, 27 luglio 2007 – Come due estati fa ad Aosta, anche quest'anno Benedetto XVI, durante la sua vacanza sulle Alpi, ha voluto incontrare i preti del luogo e rispondere alle loro domande.

    L'ha fatto la mattina di martedì 24 luglio ad Auronzo di Cadore, nella chiesa di Santa Giustina Martire, nello scenario delle Dolomiti.

    L'incontro è avvenuto con circa duecento preti delle diocesi di Belluno, Feltre e Treviso, a porte chiuse. Ma l'indomani l'ufficio stampa del Vaticano ha diffuso il testo della registrazione.

    Il papa ha risposto in forma spontanea a dieci domande sugli argomenti più svariati.

    Ad esempio, a proposito della crescente presenza in Italia e in Europa di immigrati non cristiani, ha spiegato come conciliare annuncio del Vangelo e dialogo con le altre religioni, cominciando da un "consenso sui valori fondamentali espressi nei dieci comandamenti, riassunti nell’amore del prossimo e nell’amore di Dio".

    A proposito dei cattolici divorziati e risposati, ha raccomandato anzitutto di preparare le coppie a un "matrimonio naturale, secondo il Creatore", liberandole dall'idea corrente secondo cui "è normale sposarsi, divorziare, risposarsi e nessuno pensa che sia una cosa che va contro la natura umana", E in caso di fallimento, ha incoraggiato a far sì che i divorziati si sentano sempre "amati da Cristo e membri della Chiesa, anche se in una situazione difficile".

    A proposito dello scontro tra creazionismo ed evoluzionismo "come fossero alternative che si escludono", ha spiegato che "questa contrapposizione è un'assurdità perché da una parte ci sono tante prove scientifiche a favore dell'evoluzione", ma d'altra parte "la dottrina dell'evoluzione non risponde al grande quesito: da dove viene tutto?". E ha invitato a rileggere la sua lezione di Ratisbona: affinché "la ragione si apra di più".

    Ma la risposta più interessante è stata l'ultima delle dieci. A un sacerdote che gli ha detto la sua delusione per i tanti sogni suscitati in lui dal Concilio Vaticano II ma poi svaniti, Benedetto XVI ha risposto raccontando la propria esperienza e i propri giudizi sul Concilio e sul dopoconcilio: gli entusiasmi iniziali, le opposte spinte tra chi interpretava il vero "spirito" del Concilio come una sorta di rivoluzione culturale e chi invece reagiva contro il Concilio stesso, le cesure epocali del 1968 e del 1989, la capacità della Chiesa di proseguire nonostante tutto sul giusto cammino, con silenzio e umiltà...

    Ecco qui di seguito la trascrizione integrale della risposta di Benedetto XVI sul Concilio e il dopoconcilio:

    "Abbiamo tanto sperato, ma le cose si sono rivelate più difficili..."

    di Benedetto XVI


    Anch'io ho vissuto i tempi del Concilio Vaticano II, essendo nella basilica di San Pietro con grande entusiasmo e vedendo come si aprivano nuove porte. Pareva realmente essere la nuova Pentecoste, dove la Chiesa poteva nuovamente convincere l’umanità. Dopo l’allontanamento del mondo dalla Chiesa nell’Ottocento e nel Novecento, sembrava che si rincontrassero di nuovo Chiesa e mondo e rinascessero nuovamente un mondo cristiano e una Chiesa del mondo e veramente aperta al mondo.

    Abbiamo tanto sperato, ma le cose in realtà si sono rivelate più difficili. Tuttavia rimane la grande eredità del Concilio, che ha aperto una strada nuova, è sempre una "magna charta" del cammino della Chiesa, molto essenziale e fondamentale.

    Ma perché è andata così? Prima vorrei cominciare con un’osservazione storica. I tempi di un postconcilio sono quasi sempre molto difficili. Dopo il grande Concilio di Nicea – che per noi è realmente il fondamento della nostra fede, di fatto noi confessiamo la fede formulata a Nicea – non è nata una situazione di riconciliazione e di unità come aveva sperato Costantino, promotore di tale grande Concilio, ma una situazione realmente caotica di lite di tutti contro tutti.

    San Basilio nel suo libro sullo Spirito Santo paragona la situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea a una battaglia navale nella notte, dove nessuno più conosce l’altro, ma tutti sono contro tutti. Era realmente una situazione di caos totale: così descrive con colori forti il dramma del dopoconcilio, del dopo Nicea, san Basilio.

    Poi 50 anni dopo, per il Concilio primo di Costantinopoli, l’imperatore invita san Gregorio Nazianzeno a partecipare al concilio e san Gregorio Nazianzeno risponde: no, non vengo, perché io conosco queste cose, so che da tutti i Concili nascono solo confusione e battaglia, quindi non vengo. E non è andato.

    Quindi non è adesso, in retrospettiva, una sorpresa così grande come era nel primo momento per noi tutti digerire il Concilio, questo grande messaggio. Immetterlo nella vita della Chiesa, riceverlo, così che diventi vita della Chiesa, assimilarlo nelle diverse realtà della Chiesa è una sofferenza, e solo nella sofferenza si realizza anche la crescita. Crescere è sempre anche soffrire, perché è uscire da uno stato e passare a un altro.

    E nel concreto del dopoconcilio dobbiamo constatare che vi sono due grandi cesure storiche.

    La prima è la cesura del ‘68, l’inizio o l’esplosione – oserei dire – della grande crisi culturale dell’Occidente. Era finita la generazione del dopoguerra, una generazione che dopo tutte le distruzioni e vedendo l’orrore della guerra, del combattersi, e constatando il dramma delle grandi ideologie che avevano realmente condotto le persone verso il baratro della guerra avevamo riscoperto le radici cristiane dell’Europa e avevamo cominciato a ricostruire l’Europa con queste ispirazioni grandi. Ma finita questa generazione si vedevano anche tutti i fallimenti, le lacune di questa ricostruzione, la grande miseria nel mondo, e così comincia ed esplode la crisi della cultura occidentale, direi una rivoluzione culturale che vuole cambiare radicalmente tutto. Dice: in duemila anni di cristianesimo non abbiamo creato il mondo migliore, dobbiamo ricominciare da zero in modo assolutamente nuovo. Il marxismo sembra la ricetta scientifica per creare finalmente il nuovo mondo.

    In questo – diciamo – grave, grande scontro tra la nuova, sana modernità voluta dal Concilio e la crisi della modernità, tutto diventa difficile come dopo il primo Concilio di Nicea.

    Una parte era del parere che questa rivoluzione culturale era quanto aveva voluto il Concilio. Identificava questa nuova rivoluzione culturale marxista con la volontà del Concilio. Diceva: questo è il Concilio; nella lettera i testi sono ancora un po’ antiquati, ma dietro le parole scritte sta questo "spirito", questa è la volontà del Concilio, così dobbiamo fare. E dall’altra parte, naturalmente, la reazione: così distruggete la Chiesa. La reazione – diciamo – assoluta contro il Concilio, la anticonciliarità, e – diciamo – la timida, umile ricerca di realizzare il vero spirito del Concilio. E come dice un proverbio: "se cade un albero fa grande rumore, se cresce una selva non si sente niente", durante questi grandi rumori del progressismo sbagliato e dell’anticonciliarismo assoluto cresceva molto silenziosamente, con tante sofferenze e anche con tante perdite nella costruzione di un nuovo passaggio culturale, il cammino della Chiesa.

    E poi la seconda cesura nell’89, il crollo dei regimi comunisti. Ma la risposta non fu il ritorno alla fede, come si poteva forse aspettare, non fu la riscoperta che proprio la Chiesa con il Concilio autentico aveva dato la risposta. La risposta fu invece lo scetticismo totale, la cosiddetta post-modernità. Niente è vero, ognuno deve vedere come vivere. Si afferma un materialismo, uno scetticismo pseudo-razionalista cieco che finisce nella droga, finisce in tutti questi problemi che conosciamo e di nuovo chiude le strade alla fede, perché è così semplice, così evidente: no, non c’è nulla di vero; la verità è intollerante, non possiamo prendere questa strada.

    Ecco: in questi contesti di due rotture culturali, la prima, la rivoluzione culturale del ’68, la seconda, la caduta nel nichilismo dopo l’89, la Chiesa con umiltà, tra le passioni del mondo e la gloria del Signore, prende la sua strada.

    Su questa strada dobbiamo crescere con pazienza e dobbiamo adesso in un modo nuovo imparare che cosa vuol dire rinunciare al trionfalismo.

    Il Concilio aveva detto di rinunciare al trionfalismo – e aveva pensato al Barocco, a tutte queste grandi culture della Chiesa. Si disse: cominciamo in modo moderno, nuovo. Ma era cresciuto un altro trionfalismo, quello di pensare: noi adesso facciamo le cose, noi abbiamo trovato la strada e troviamo su di essa il mondo nuovo.

    Ma l’umiltà della Croce, del Crocifisso esclude proprio anche questo trionfalismo. Dobbiamo rinunciare al trionfalismo secondo cui adesso nasce realmente la grande Chiesa del futuro. La Chiesa di Cristo è sempre umile e proprio così è grande e gioiosa.

    Mi sembra molto importante che adesso possiamo vedere con occhi aperti quanto è anche cresciuto di positivo nel dopoconcilio: nel rinnovamento della liturgia, nei sinodi, sinodi romani, sinodi universali, sinodi diocesani, nelle strutture parrocchiali, nella collaborazione, nella nuova responsabilità dei laici, nella grande corresponsabilità interculturale e intercontinentale, in una nuova esperienza della cattolicità della Chiesa, dell’unanimità che cresce in umiltà e tuttavia è la vera speranza del mondo.

    E così dobbiamo, mi sembra, riscoprire la grande eredità del Concilio, che non è uno "spirito" ricostruito dietro i testi, ma sono proprio i grandi testi conciliari riletti oggi con le esperienze che abbiamo avuto e che hanno portato frutto in tanti movimenti, in tante nuove comunità religiose. In Brasile sono arrivato sapendo come si espandono le sette e come sembra un po’ sclerotizzata la Chiesa cattolica; ma una volta arrivato ho visto che quasi ogni giorno in Brasile nasce una nuova comunità religiosa, nasce un nuovo movimento, non solo crescono le sette. Cresce la Chiesa con nuove realtà piene di vitalità, che non riempiono le statistiche – questa è una speranza falsa, la statistica non è la nostra divinità – ma crescono negli animi e creano la gioia della fede, creano presenza del Vangelo, creano così anche vero sviluppo del mondo e della società.

    Quindi mi sembra che dobbiamo imparare la grande umiltà del Crocifisso, di una Chiesa che è sempre umile e sempre contrastata dai grandi poteri economici, militari ecc.. Ma dobbiamo imparare, insieme con questa umiltà, anche il vero trionfalismo della cattolicità che cresce in tutti i secoli. Cresce anche oggi la presenza del Crocifisso risorto, che ha e conserva le sue ferite. È ferito, ma proprio così rinnova il mondo, dà il suo soffio che rinnova anche la Chiesa nonostante tutta la nostra povertà. In questo insieme di umiltà della Croce e di gioia del Signore risorto, che nel Concilio ci ha dato un grande indicatore di strada, possiamo andare avanti gioiosamente e pieni di speranza.

    Fonte: www.chiesa

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    Il Papa torna dunque alla situazione del post-Concilio e la paragona a quella del concilio di Nicea. Non è la prima volta che torna sul punto. Lo aveva già fatto nel discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi il 22.12.2005. In quell'occasione disse: "L'ultimo evento di quest’anno su cui vorrei soffermarmi in questa occasione è la celebrazione della conclusione del Concilio Vaticano II quarant'anni fa. Tale memoria suscita la domanda: Qual è stato il risultato del Concilio? È stato recepito nel modo giusto? Che cosa, nella recezione del Concilio, è stato buono, che cosa insufficiente o sbagliato? Che cosa resta ancora da fare? Nessuno può negare che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile, anche non volendo applicare a quanto è avvenuto in questi anni la descrizione che il grande dottore della Chiesa, san Basilio, fa della situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea: egli la paragona ad una battaglia navale nel buio della tempesta, dicendo fra l'altro: "Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede …" (De Spiritu Sancto, XXX, 77; PG 32, 213 A; SCh 17bis, pag. 524). Non vogliamo applicare proprio questa descrizione drammatica alla situazione del dopo-Concilio, ma qualcosa tuttavia di quanto avvenuto vi si riflette. Emerge la domanda: Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti".

    Ma il paragone è calzante? Lle cose stanno davvero così? Stanno come racconta Benedetto XVI?
    A me sembra di no. S. Basilio nel De Spiritu Sancto è vero che descrive, alla fine del Concilio niceno, una situazione caotica. Ma questa era dovuta non già ad un fatto "interno" alla Chiesa, bensì più che altro all'influenza ed alla pesante inframmettenza dell'autorità politica in questioni religiose. La situazione col Concilio Vaticano II non è assimilabile. Anzi, proprio nei confronti dell'autorità statale, il Vaticano II ha preso le distanze. Nel Concilio di Nicea, invece, l'autorità statale era ben presente: non a caso quel Concilio fu convocato da Costantino. La situazione di caos, in quel caso, perciò, era dovuta alle interferenze politiche della potestà imperiale. E poi c'erano gli ariani che non esitavano a ricorrere manu militari alla forza ... . Di qui il grande dibattito teologico, che aveva risonanze, come detto, pure politiche.
    Insomma la situazione non è paragonabile a quella avutasi a seguito del Concilio niceno.

 

 

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