Da "Fatti diversi di storia letteraria e civile" di Leonardo Sciascia.
Montesquieu, Lettres persanes, XXX: « Mais, si quelqu’un, par hasard, apprenoit à la compagnie que j’étois Persan, j’entendois aussitot autour de moi un bourdonnement: ‘Ah! ah! Monsieur est Persan ? C’est une chose bien extraordinaire ! Comment peut-on etre Persan ?’ » Come nella Parigi del XVIII secolo il persiano, il siciliano è oggi nel mondo – le altre regioni italiane comprese – oggetto della stessa attenzione, dello stesso stupore, della stessa domanda. Sicchè potremmo tradurre: “Ma se qualcuno, per caso, comunica alla compagnia che io sono siciliano, subito sento intorno a me levarsi un mormorio: ‘Ah! Ah! Il signore è siciliano? E’ una cosa davvero straordinaria! Come si può essere siciliano?’” E si noti bene: il persiano di Montesquieu non aveva nulla che in un salotto parigino lo distinguesse come persiano; è soltanto nell’apprendere che è persiano che la compagnia manifesta meraviglia e si chiede come è possibile essere persiano, quasi che l’essere persiano implicasse una diversità e difficoltà di vita alla compagnia, alla Francia e all’Europa ignote.
In questa forma paradossale, Montesquieu ha voluto rappresentare i pregiudizi etnici e razziali; ma appunto questi pregiudizi alimentano le diversità e rendono difficoltoso l’essere siciliano o sardo o corso. E non che diversità e difficoltà non ci siano: ma non sarebbero tali da provocare conflittualità e chiusure se i pregiudizi non le accentuassero ed esasperassero; se remore, difetti e virtù (spesso alle remore e ai difetti corrispondono virtù) venissero messi in conto della verità del mondo e non della inimicizia col mondo.
Intanto è da notare che pregiudizi simili generalmente cadono sugli abitanti delle isole, e delle grandi isole mediterranee particolarmente: i corsi, i sardi, i siciliani. Suscitati – lo si può ammettere – dal diverso rapporto con la terra in cui si è nati, dalla diversa condizione, dalla diversa avventura che si correva per uscirne e che evidentemente ha lasciato tracce nell’inconscio collettivo e individuale, dalla diversa nostalgia che se ne aveva e che se ne ha standone lontani. E alla geografia, alla condizione geografica, si è poi aggiunta la storia: per cui le isole o producono un sistema di dominio, come l’Inghilterra, o ne sono costantemente vittime nelle vicende e alternative delle dominazioni. Condizione geografica e vicissitudini storiche hanno fatto sì, insomma, che le difficoltà di vita degli isolani diventassero diversità e che tali diversità venissero ingigantite e generalizzate – e di fatto, oggettivamente, accresciute – dagli “altri”: e fino a diventare negativo pregiudizio.
La diversità dei siciliani è stato un tema secolare, anche da prima che i nefasti della mafia richiamassero sulla Sicilia quell’attenzione, quei giudizi e quei pregiudizi di cui son fitte oggi le cronache. Già Cicerone, stabilendo che la retorica era nata in Sicilia, aveva definito i siciliani “gente d’ingegno acuto e sospettoso, nata per le controversie”. E nel Cinquecento il toscano Giovanni Maria Cecchi dava questo “ritratto” dei siciliani: “Sono avidissimi nel mangiare, ma universalmente sobri nel bere, più che continenti delle cose veneree, e vivono in sì gran gelosia delle loro donne che le tengono molto ristrette, e fanno acerbissime vendette sopra a chi hanno in sospezione. Peccano forte in avarizia, che con vergogna e incomodo loro fanno le spese per il vivere e vestire e ornamento di casa; sono ancora altieri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno all’altro; ardenti amici e pessimi inimici, subbietti ad odiarsi, invidiosi e di lingua velenosa, di intelletto secco, atti ad apprendere con facilità varie cose; e in ciascuna loro operazione usano astuzia”. A questo “ritratto” (e forse di questo e di altri è prototipo) corrisponde quello che fa il siciliano (messinese: il che gli consentiva un certo distacco) Scipio Di Castro negli stessi anni a beneficio di Marco Antonio Colonna che stava per venire in Sicilia come viceré (e il “ritratto” porta avanti questo titolo: Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò vicerè in Sicilia) I siciliani – dice il Di Castro in parole che qui rendiamo più piane – generalmente sono più astuti che prudenti, più cauti che sinceri, amano le novità, sono litigiosi, adulatori e per natura invidiosi; sottili critici delle azioni dei governanti, credono sia facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fosse loro dato di governare. D’altra parte, sono obbedienti alla Giustizia, fedeli al Re e sempre pronti ad aiutarlo, affezionati ai forestieri e pieni di riguardi nello stabilirsi delle amicizie. La loro natura è fatta di due estremi: sono sommamente timidi e sommamente temerari. Timidi quando trattano i loro affari, poiché sono molto attaccati ai propri interessi e per portarli a buon fine si trasformano come tanti Protei, si sottomettono a chiunque può agevolarli e diventano a tal grado servili che sembrano appunto nati per servire. Ma sono d’incredibile temerità quando maneggiano la cosa pubblica, e allora agiscono in tutt’altro modo… E prima aveva dato questo peculiare avvertimento ( e se veramente era diretto al Colonna, bisogna dire che costui seppe tenerne conto): la Sicilia è stata fatale a tutti i suoi governanti, e la maggior parte di essi ha lasciato sepolta la reputazione in quel Regno in modo tale che nemmeno nella posterità ha potuto mai risorgere.
Come si vede, “ritratti” simili comprendono generiche verità, che attengono alla natura umana e sono applicabili a qualsiasi popolo, qualche verità particolare e qualche particolare errore. E’ senz’altro un errore – o una menzogna – l’affermazione che i siciliani sono obbedienti alla giustizia: microscopicamente vero, anche ai tempi del Di Castro, era il contrario. Ed è un punto che possiamo dire capitale del modo di essere siciliani. Ma tanti altri tratti sembrano o sono veri. Seducente è l’attribuzione, da parte del Cecchi, di un “intelletto secco”; e suscettibile di aprire un discorso, con a fronte l’opera di Brancati, l’affermazione, che sembra paradossale, che i siciliane siano “più che continenti delle cose veneree”. Quattro secoli dopo, in romanzi e racconti di straordinaria vivacità, dando nel grottesco e nel comico. Brancati dirà: “Questo avere i sogni, e la mente, e i discorsi, e il sangue stesso perpetuamente abitati dalla donna, porta che nessuno sa poi reggere alla presenza di lei”. E di lampante verità, soprattutto oggi, appare poi la scoperta del Di Castro dei due estremi: la temerarietà (a dir poco) nel maneggiare il denaro pubblico, la prudenza nel maneggiare il proprio. Ma è da ripetere che le verità e le suggestioni che corrono in simili definizioni e “ritratti” un po’ somigliano a quelle degli oroscopi e danno origine a luoghi comuni, a idées reçues: a quelle idee, cioè, che acriticamente, senza controllo, si ricevono e si ripetono. Mettersi di fronte a un popolo e coglierne il carattere come fosse un solo uomo, una sola persona, è quasi impossibile: e specialmente se si vuol dare un “avvertimento”, un consiglio e una regola sul modo di governarlo. Più sicuro è affidarsi alla letteratura, agli scrittori che ne hanno rappresentato la vita, il modo di essere, nella mobilità del reale e nella varietà dei personaggi. E per la Sicilia a Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Bonaviri, Consolo: per nominarne solo alcuni in una tradizione ricca, intensa, coerente. E una introduzione a questo modo di essere della Sicilia che gli scrittori rappresentano, si può considerare un piccolo libro pubblicato quarant’anni fa, in un momento per la Sicilia drammatico e confuso: e appunto voleva essere, contro la confusione, una chiara riflessione sulla Sicilia: Cos'è questa Sicilia, di Sebastiano Aglianò. Un libro che avvicinava la Sicilia all’Italia quando sembrava che la maggioranza dei siciliani volesse violentemente allontanarsene; che ancora oggi – momento in cui sembra sia l’Italia a volersi allontanare – ve l’avvicina.
I primi cinque capitolo del libro di Aglianò discorrono della donna, della strada, della casa, della famiglia, della “roba”: i cinque grandi temi della vita siciliana, ossessioni e illusioni che tutte confluiscono a spegnersi o a purificarsi nella solitudine al tempo stesso amata e sofferta, nell’ “uomo solo” pirandelliano. “I siciliani” dirà, parlando di Verga, Pirandello “quasi tutti, hanno un’istintiva paura della vita, per cui si chiudono in sé, appartati, contenti del poco, purchè dia loro sicurezza. Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno aperta, chiara di sole, e più si chiudono in sé, perché di questo aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè che li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola da sé, e da sé si gode – ma, appena, se l’ha – la sua poca gioia; da sé, taciturno, senza cercare conforti, si soffre il suo dolore, spesso disperato. Ma ci sono quelli che evadono…” E’, anche questo passo, una definizione, un “ritratto”: e quindi con tante cose che vi restano fuori o che lo contraddicono; ma in tutta l’opera pirandelliana trova ben più vera, vasta e drammatica articolazione. Intanto è da dire che questa dualità contrastante, tra la natura aperta e l’uomo diffidente in sé chiuso, in effetti si pone con più complesse motivazioni, e comunque più concrete: non del mare che li isola, che li taglia fuori e li fa soli, i siciliani diffidano; ma del mare che ha portato alle loro spiagge i cavalieri berberi e normanni, i militi lombardi, gli esosi baroni di Carlo D’Angiò, gli avventurieri che venivano dalla “avara povertà di Catalogna”, l’armata di Carlo V e quella di Luigi XIV, i piemontesi, le truppe di Patton e di Montgomery; e per secoli, continuo flagello, i pirati algerini che improvvisamente piombavano a far preda delle persone e dei beni. E’ la paura “storica”, dunque, che è diventata paura “esistenziale”; ed è perciò nella storia che va cercata la spiegazione di ogni particolarità siciliana.
Pure parlando di Verga, e del romanzo di cui è protagonista mastro don Gesualdo, ad un certo punto David Herbert Lawrence dice: “Gesulado è un uomo comune, dotato di energia eccezionale. Tale è, naturalmente, nell’intenzione. Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà”.
La difficoltà: non si poteva dir meglio, e con una sola parola (ma è giusto segnalare, tra le cose più acute che siano state scritte su Verga e sulla Sicilia, l’intero saggio di Lawrence). Sicchè alla domanda “Come si può essere siciliano?” un siciliano può rispondere: “Con difficoltà”. Questa difficoltà il siciliano Giuseppe Antonio Borgese ha condensato nel “nec tecum nec sine te vivere possum” dell’antico poeta; storici come Michele Amari e Isidoro La Lumia l’hanno illustrata evocando con passione il passato dell’isola; scrittori come lo stesso Borgese e quelli che abbiamo nominato e altri che sono da ricordare e da leggere, l’hanno dispiegata nella loro opera; e poeti anche, e pittori. E anche noi siamo qui, a viverla, questa dolorosa e gioiosa difficoltà: “né con te né senza di te posso vivere”.




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