Il Bronzo simbolo di Roma non è etrusco.
Tonio Attimo

La lupa capitolina smascherata dal C14: un’opera medioevale.
La stampa 1 agosto 2007
BRINDISI
La lupa capitolina non è etrusca. Il mito lo abbatterà l’esame del radiocarbonio. Sebbene il verdetto ufficiale sul monumento simbolo di Roma sia atteso per la fine dell’anno, i primi risultati confermerebbero la svolta e, in qualche modo, la teoria sostenuta (anche in un libro, La lupa capitolina, un bronzo medievale, ed. De Luca) da Anna Maria Carruba, l’archeologa che ha lavorato al restauro dal 1997 al 2000.

I due approcci - archeologico e nucleare - non sono paragonabili, ovviamente. Se la restauratrice sostiene che la lupa è di origini medievali e non etrusche per via delle differenti tecniche di fusione del bronzo (gli etruschi fondevano in pezzi mentre la lupa è realizzata con un getto unico), l’acceleratore nucleare che sta esaminando le terre di fusione contenute all’interno della statua si limita a contare le residue particelle di radiocarbonio 14 che consentono di misurare l’età. Gli esami sono in corso al Cedad di Brindisi, il Centro di datazione e diagnostica dell’Università del Salento. Primo in Italia e tra i migliori al mondo, il Cedad è dotato di Tandetron, un acceleratore di particelle capace di determinare fino a 50 mila anni indietro l’età di reperti con campioni di pochi milligrammi di materiale organico (anche una fogliolina o un frammento di ramo) e in tempi ristretti. Margine di errore: 25 anni su 50 mila. Ad aprile i Musei Capitolini hanno deciso di rivolgersi al Cedad, che aveva già datato il corredo di Massenzio, per ottenere un giudizio scientifico definitivo. È stato così anche per la Sindone e - del caso si è occupato proprio il Cedad - per le relique di San Benedetto, risultate essere quelle del santo.

Lucio Calcagnile, fisico quarantacinquenne di Lecce, direttore del Cedad e capo di un’équipe di dieci persone, sta alla larga dalle indiscrezioni e non parla della lupa. «I risultati non ci sono ancora. Non c’è nulla che io possa dire se non che finora abbiamo eseguito undici esami e contiamo di arrivare a venti. Finora abbiamo tratto i campioni esaminati da circa due chili di terra di fusione prelevati dalla pancia della lupa. Dopo l’estate provvederemo a nuovi prelievi utilizzando un endoscopio e, conclusi gli altri nove esami, entro dicembre saremo in grado di fornire i risultati».

Inaugurato nel 2001 e ospitato nella Cittadella della ricerca di Brindisi, un’oasi tecnologica in cui si mescolano aeronautica e biomedica, studi sui nuovi materiali e formazione di eccellenza, il Cedad è un laboratorio della facoltà di Ingegneria dell’innovazione che utilizza la spettroscopia nucleare nei settori archeologico, ambientale e medico, lavorando anche per Germania, Austria, Egitto, Turchia, Svezia, Dubai, Stati Uniti. L’acceleratore di particelle permette di mettere in pratica, ma in tempi rapidi e con campioni piccolissimi che consentano di non danneggiare il reperto da esaminare, il metodo della datazione con radiocarbonio ideato a fine anni 40 da Willard Frank Libby, premio Nobel nel 1960. Assimilato durante il ciclo vitale, il carbonio 14 comincia a decadere a conclusione di qualunque forma di vita. Calcolando il numero degli isotopi residui è possibile risalire all’età del reperto. Per la lupa capitolina sono stati sufficienti pochi grammi: un seme, una fogliolina contenuti nelle terre di fusione. L’esame del radiocarbonio sarà come una sentenza della Cassazione. Inappellabile