Massimo Centini
IL VOLTO DEL CRIMINALE E DEL CRIMINALIZZATO
«Gli atti reputati criminosi sono completamente naturali, tanto
son diffusi e frequenti tra gli animali e perfino tra le piante. »
C. Lombroso
Un anno prima della pubblicazione dell'"Origine dell'uomo" di Darwin (1871), Cesare Lombroso (1836-1909), fondatore dell'antropologia criminale, studiando il cranio di un certo Villella, noto criminale, elaborò la sua teoria sull'atavismo, ancora oggi motivo di discussione e polemiche. [1] In questo clima, basato sulla ricerca di certezze matematiche e sulla pressante necessità di schedare e misurare, la fisiognomica aveva tutte le potenzialità per essere lo strumento di conoscenza più adatto per supportare l'edificio teorico dell'antropologia.
«Un certo Villella, di Motta Santa Lucia, circondario di Catanzaro, di anni 69, contadino, sospetto di brigantaggio e condannato tre volte per furto, e per ultimo per incendio di un mulino a scopo di furto (...) era tutto stortillato, camminava di sghembo, ed aveva torcicollo non so bene se a destra o a sinistra. Ipocrita, astuto, taciturno, negava di aver commesso alcuna prava azione (...) vecchio settantenne, resisteva all'assalto di tre robusti soldati; moriva nelle carceri ove per la quarta volta era stato gettato e donde io potei asportare la testa.» [2]
Per Lombroso, «l'esame del delinquente fatto dall'antropologia criminale ha stabilito trovarsi in questi, massime nel suo tipo più caratteristico, una quantità di caratteri abnormi, anatomici, biologici e psicologici, molti dei quali hanno significato atavico, perché ripetono le forme proprie degli antenati, anche pre-umani dell'uomo. E siccome a questi caratteri atavici si associano manifestazioni e tendenze criminose, e queste sono, come abbiamo creduto, normali e frequentissime nei popoli primitivi e selvaggi, così è legittimo concludere che anche nei criminali queste tendenze siano naturali, nel senso che dipendono necessariamente dalla loro organizzazione, analoga per inferiorità di struttura e di funzioni fisiche e psichiche, a quella dei popoli primitivi e dei selvaggi, e qualche volta degli animali». [3]
Cesare Lombroso si avventurava in un parallelismo etnologico colmo di rischi e oggi ormai del tutto improponibile. L'antropologo, che non si mosse mai dall'Italia per le sue campagne di ricerca, di certo si servì del materiale fotografico che gli avevano procurato viaggiatori e altri studiosi attivi sul campo. Potè disporre anche di numerose fotografie segnaletiche provenienti dai commissariati di diversi paesi.
Sul caso Villetta Lombroso costruì la complessa struttura delle sue ipotesi sull'uomo delinquente, che oggi è oggetto di revisione. «Lombroso che cosa lesse nel cranio di un contadino meridionale, di cui nulla sappiamo né vogliamo sapere se non ritenerlo appunto un contadino ignoto, caduto nelle mani dei criminologi? Vi trovò una fossa occipitale mediana là dove avrebbe dovuto esservi una cresta. E allora? Allora, dedusse Lombroso, memore di una lezione che da Gali giungeva a Broca, se la forma del cranio segue quella del vello, quella fossa doveva contenere il verme del cervelletto: e la sua ipertrofia rende il portatore di quelle varietà simile alle scimmie antropomorfe, anzi si può risalire ancora più in là, nella scala della natura, fino ai lemuri.» [4]
Accanto alla documentazione anatomica, spinto da una sorta di fobia iconografica, Lombroso raccolse una grande quantità di oggetti (corpi del reato, opere di carcerati, fotografie, eccetera), che oggi fanno parte del Museo di Antropologia Criminale da lui organizzato e arricchitosi di contributi spesso sconvolgenti. L'evoluzione e l'ossessione visiva che caratterizzarono il XIX secolo trovarono una solida affermazione nella ricerca antropologica dello studioso italiano: gli emarginati furono sistematicamente 'catalogati' e attraverso la fisiognomica l'alterità era posta nitidamente in rilievo, per mezzo di una schedatura fotografica destinata a certificare le differenze, a ufficializzarle. «L'uomo è un organismo vincolato da legami genealogici a tutta la restante serie di esseri viventi; sottoposto all'azione formatrice dell'eredità, e a quella modificatrice, anch'essa ora in senso migliorativo ora in senso peggiorativo, dell'ambiente, capace di deviare o di degenerare dalla sua forma naturale o media sino a dare origine a tipi patologici, così nel senso dell'inferiorità come in quello della superiorità, ogni qualvolta i fattori delle sue variazioni sono morbosi; intimamente uno nel meccanismo e nel dinamismo di tutte le sue manifestazioni vi'tali, siano esse quelle intellettuali e morali.» [5]
Nell'opera di Lombroso sono indicati tre grandi blocchi, in cui è possibile osservare l'allontanamento dai canoni della normalità: l'uomo di genio, la donna e il criminale. Secondo Lombroso, il delinquente, che presenta caratteristiche anatomiche e fisiognomiche direttamente collegabili alla sua anomalia morale, è sostanzialmente un malato di mente che va curato in manicomio. [6] La tesi, per essere sostenuta con i necessari contributi visivi, si avvalse anche della fotografia, come unico mezzo in grado di riferire senza distorsioni i tratti del volto di tutta una serie di criminali, ognuno dei quali presentava aspetti fisici che, secondo la lettura lombrosiana, ponevano chiaramente in evidenza la predisposizione per un certo tipo di crimine. Nella sua monumentale raccolta di materiali antropologici, sociali, e naturalmente figurativi, Cesare Lombroso cercò di dimostrare che nel delinquente sono presenti relitti psichici legati a situazioni ancestrali e destinati a riemergere in particolari situazioni. Attraverso un'accurata valutazione delle caratteristiche fisiche dei volti del delinquente, Lombroso giunse a individuare «motivi ricorrenti», che costituirono una sorta di gabbia tipologica di riferimento: «In generale, i più fra i delinquenti nati hanno orecchie ad ansa, capelli abbondanti, scarsa barba, seni frontali spiccati, mandibola enorme, mento quadro e sporgente, zigomi allargati, gesticolazione frequente, tipo, insomma, somigliante al Mongolico e qualche volta al Negroide». [7]
È evidente che basta questa breve indicazione per rivelare quanto fosse difficile accogliere senza interrogativi etici, oltre che scientifici, le tesi lombrosiane. Tesi che comunque ebbero un notevole seguito e furono un importante punto di riferimento nello sviluppo della criminologia, in particolare per l'antropologia visiva connessa allo studio dell'uomo delinquente. Le ipotesi antropologiche di Lombroso sono decisamente inquietanti: «Le tendenze criminose sono normali e frequentissime nei popoli primitivi e selvaggi, così è legittimo concludere che anche nei criminali queste tendenze siano naturali, nel senso che dipendono necessariamente dalla loro organizzazione, analoga per inferiorità di struttura e di funzioni fisiche e psichiche a quella dei popoli primitivi e dei selvaggi, e qualche volta degli animali». [8]
Come già detto, Lombroso non si mosse mai dall'Italia per le sue indagini antropologiche, ma si avvalse sempre di fotografie e di altri materiali fornitigli da studiosi, enti ed estimatori, che gli concessero di studiare anche soggetti umani appartenenti a popolazioni e Paesi differenti: «Ebrei, abissini, dinka, ottentotti e boscimani». Da un punto di vista strettamente etnologico, si occupò dei caratteri dell'uomo bianco e delle razze di colore (raccogliendo le sue conclusioni nel volume L'uomo bianco e l'uomo di colore, 1871). In seno a queste indagini, cercò di accertare l'influenza dell'ambiente e della posizione geografica sul tipo etnico, ricorrendo anche agli strumenti più caratteristici dell'antropologia simbolica.
La sua fiducia nella fisiognomica fu secondaria solo a quella nella fotografia, che deve comunque essere osservata con cautela, in quanto Lombroso utilizzò immagini giunte da fonti molto diverse e realizzate senza un metodo di ripresa. L'errore era ancora più grave quando le fotografie erano inserite all'interno della procedura antropologico-statistica tipica di Lombroso. Stando alle fonti, Lombroso fu un grosso 'consumatore' di ritratti fisiognomici. Emblematica risulta l'affermazione contenuta in L 'uomo delinquente-. «Io presento al lettore il riassunto di un esame di 300 fotografie di studenti confrontati con la fotografia di 300 delinquenti tedeschi; di 400 soldati confrontati con 400 criminali» [9] [...]
I ritratti dei soggetti studiati, se isolati dall'itinerario teorico suggerito da Lombroso, sono soprattutto documenti della realtà sociale e culturale della classe meno abbiente, in cui realtà conflittuali individuali e collettive potevano essere motivo di disadattamento psichico, ma potevano anche sfociare in azioni criminose da parte di alcuni di essi.
NOTE
1. R. Villa L'atavismo, in U. Levra (a cura di) La scienza e la colpa. Crìmini, criminali, criminologi: un volto dell'Ottocento, Milano, 1985, pag. 248.
2. C. Lombroso Della fossetta cerebellare mediana in un criminale: nota, in 'Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere', 5,1872.
3. C. Lombroso L'uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale e alle discipline carcerarie, Milano, 1876, pag. 46.
4. R.Villa op. cit., pag. 248.
5. E. Morselli Cesare Lombroso e l' Antropologia Generale, in AA.W. L 'opera di Cesare Lombroso nella scienza e nelle sue applicazioni, Torino, 1906, pag. 105.
6. Per Lombroso fu certamente condizionante la tradizione fisiognomica, in particolare quella del XVIII secolo; svolsero un ruolo importante gli studi di Carlo Livi, Frenologia forense (1836), oltre naturalmente la bibliografia che, partendo da Lavater e Gali, andò via via elaborando le teorie sul rapporto tra la morale dell'individuo e le sue caratteristiche antropometriche.
7. C. Lombroso L'uomo delinquente, cit., 1876, pag. 139.
8. C. Lombroso op. cit., pag. 46.
9. C. Lombroso op. cit., pag. 87.
Massimo Centini, Fisiognomica (edizioni Red, pag. 139 e seguenti)