Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 11
  1. #1
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Messina
    Messaggi
    18,411
     Likes dati
    1,422
     Like avuti
    1,210
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

    INTERVISTA IMPOSSIBILE A CESARE LOMBROSO
    di Paolo Girolami(*)

    Usciti dall'ufficio notarile per la firma dell'atto di Costituzione del Comitato di Antropologia Criminale di Torino, in una serata limpida e asciutta tipica dell'inverno torinese, i tre amici, in strada, silenziosi, continuavano tra sé e sé a riflettere sul significato del gesto compiuto. E si chiedevano: “Ma che senso ha difendere oggi un Museo, quello creato dal Lombroso, fedele rirpoduzione di un'idea, di una teoria che non ha ricevuto, secondo il pensiero comune, legittimazione al vaglio della storia? Perché riferirsi ad una figura, quella di Lombroso, che nell'immaginario collettivo richiama il dramma di una scienza infelice? Qual è il segreto del morboso interesse che circonda questo personaggio?”.
    Il silenzio fu rotto all'improvviso da Rossana, che esclamò: “In fondo, di quel momento storico, l'ultimo quarto dell'ottocento ed il primo decennio del novecento, resta la memoria di Freud per l'Austria, di Charcot per la Francia, e per l'Italia? Quello che è stata capace di produrre la cultura scientifica del nostro Paese e di cui resta il più vivido ricordo è Lombroso e la sua Antropologia Criminale? C'è di che vantarsi?”.
    Mi tornò alla mente, in quel preciso instante, in un rapido passare in rassegna tutte le controdeduzioni che avrei potuto opporre a quell'affermazione e che ci avrebbero potuto confortare dell'impegno assunto, una celebre frase del Lombroso, ed esclamai “Ma l'idea non morrà”.
    Attoniti i miei compagni di avventura mi scrutarono in volto, cercando di capire il senso della mia affermazione.
    “Spiegati meglio”, mi dissero.
    “Vedete - ribattei - Cesare Lombroso rimase sempre fermo nel convincimento espresso fin dal 1884 con le parole: Forse della mia opera non resterà in breve pietra su pietra, ma l'idea che l'informava, trasmessa man mano e rinvigorita da questi gagliardi, "quasi cursores qui vitae lampada tradunt", quell'idea non morrà.
    Esiste un piano di valutazione dell'opera lombrosiana, peraltro scarsamente indagato, in grado di restituirci al meglio l'immagine di Lombroso e che da solo è in grado di riscattarne il profilo storico e di farci comprendere l'opportunità della nostra iniziativa: il piano dell'impegno sociale come naturale risvolto dell'attività scientifico-professionale”.
    “Non siamo interessati ad ascoltare una lezione su Lombroso e tantomeno questa sera” – esclamarono all'unisono.
    Portandoci alla vettura, ripresi tuttavia il filo del mio discorso: “Quando si parla di professione il riferimento è in genere ad un'attività lavorativa altamente qualificata, di indole intellettuale, di riconosciuta utilità sociale, svolta da soggetti particolarmente qualificati e preparati nell'esercizio di una particolare disciplina. E lo dovremmo ben sapere in quanto professionisti.
    Per lo scienziato la professione si ammanta del valore del progresso.
    Ma al progresso può riconoscersi un significato al di là della tecnica, cosicchè avrebbe un senso la professione dedicata al suo servizio? - si chiedeva Max Weber, che aveva frequentato il salotto torinese di Lombroso a cavallo dell'inizio del secolo scorso”.
    “Qui stiamo andando sul pesante” – esclamarono alquanto stizziti.
    Al che ribattei: “Non avete forse adottato la causa del Museo Lombrosiano e non volete conoscere qualcosa di positivo del suo fondatore al di là dei semplici ed erronei stereotipi tramandatici e fissati da una tradizione superficiale e sciatta? Come potrete difendervi dalle critiche che vi pioveranno sulla testa quando dovrete spiegare per quale motivo vi siete lasciati convincere in una simile impresa?”.
    “Vi ricordate dell'immagine platonica della Repubblica, degli uomini incatenati nella caverna, col volto rivolto verso la roccia che non possono vedere la luce e si preoccupano solamente delle ombre che appaiono riflesse sulla parete cercando di stabilirne la causa? Finalmente uno di loro riesce a spezzare le catene e si volta ad ammirare il sole. Abbagliato brancola e descrive balbettando quello che ha veduto. Già altri gli danno del pazzo. Ma a poco a poco egli impara a vedere nella luce e allora si adopera a scendere tra gli uomini delle caverne e a trarli alla luce. Egli è il filosofo ed il sole è la verità della scienza.
    Questa immagine sembra in contrasto con quella di una scienza fatta di artificiose astrazioni, isolata dalla vita reale.
    Vi ho richiamato l'immagine tratteggiata da Platone perché calzante col pensiero di Cesare Lombroso, che nel 1904, nel dare alle stampe "Il momento attuale", nel quale raccoglieva molti studi e riflessioni sulle "piaghe" dell'Italia (un'analisi severa ed attenta di un' Italia, quella uscita dal processo di unificazione, percorsa dalla miseria e dal sottosviluppo, dall'analfabetismo, dall'emigrazione forzata, soggetta ad una classe dirigente più attenta alla conservazione dei propri privilegi che ai bisogni della collettività), esclamava: "Tardi, purtroppo, quando il capo incanutiva e le forze scemavano, ho sentito anch'io quanto errava lo scenziato che dimentica il mondo che s'agita intorno a lui ".
    A ben guardare, in effetti, al di là dello stereotipo della critica lombrosiana che corre spesso su un facile binario denigratorio, incapace di cogliere il valore innovativo di una disciplina, quella appunto fondata dal Lombroso - la criminologia -, che si propone, per la prima volta, come oggetto di studio l'uomo che delinque (critica spesso adagiata sulla ripetizione di certi interventi lombrosiani in tema di atavismo, di rapporto deterministico tra stigmate somatiche e crimine, tra follia e crimine, ecc.), prevale la figura del Lombroso scienziato partecipe degli eventi del suo tempo, che pone le proprie conoscenze ed intuizioni al servizio della collettività, nella convinzione della funzione ancellare della scienza nei confronti dell'umanità, quale fautrice di progresso”.
    “Parla chiaro” – ribatterono i miei compagni di viaggio mentre la vettura sfrecciava per i lunghi viali torinesi, che tanto ricordano i boulevards parigini – “stai abbozzando una conferenza per impressionarci”.


    Verona, monumento funebre a Cesare Lombroso - Immagine tratta dal sito http://himetop.wikidot.com/start

    “Quello che voglio sottolineare è solo questo: Lombroso è frutto del suo tempo; l'originalità della sua opera e della sua figura risiedono nel modo di fare scienza, fatto di partecipazione e solidarietà. Basta ripercorrere le tappe salienti della sua biografia per riconoscere in lui una forte e progressiva convinzione solidaristica della propria funzione professionale: dalla militanza come volontario in qualità di Ufficiale medico nell'Esercito Piemontese fin dalla Seconda Guerra di Indipendenza, all'opera di psichiatra presso il manicomio di Pavia, dalla battaglia fieramente combattuta contro la pellagra agli anni della tormentata vita accademica torinese.
    Prendiamo il caso della pellagra, che appare esemplare: le conclusioni cui pervenne riguardo all'eziologia della malattia risultarono si erronee per l'attribuzione del ruolo causale ad una tossina contenuta nel "mais guasto" (in ciò sostenuto peraltro dai farmacologi Carlo Erba e Dupré), ma la bellicosa campagna di discussione e di informazione che il Lombroso scatenò con l'enfasi data alle sue ricerche ebbe positive ricadute sulle masse contadine del Nord Italia (flagellate dalla pellagra) per la maggiore attenzione dedicata alla malattia stessa ed alla questione del regime dietetico fino allora basato quasi esclusivamente sull'alimentazione maidica.
    E' un modo di fare scienza, quella del Lombroso, che, qualsiasi sia l'oggetto di applicazione, valica i confini del laboratorio per farsi "professione" e vita reale.
    E' questa la novità culturale che fece di Lombroso un grande personaggio, in grado di aggregare intorno a sé un numero incredibile di allievi poi famosi: pensiamo ad Enrico Ferri e Filippo Turati, a Camillo Golgi e Pio Foà, a Luigi Einaudi, Guglielmo Ferrero e Mario Carrara (per citare i più noti), che troveranno nella rivista fondata da Lombroso (l'Archivio di Psichiatria, antropologia criminale e scienze penali) il riferimento e il primo strumento di crescita e di affermazione .
    E tra questi allievi è Mario Carrara, pur nella differenza di temperamento rispetto al Maestro, a continuare e meglio testimoniare l'ideale di una scienza informata alla vita reale, fino alle estreme conseguenze del rifiuto di giuramento di fedeltà al regime fascista nel 1931 e dell' abbandono dell'insegnamento, cui seguirà il carcere".
    Terminato il mio discorso guardai in faccia i miei compagni e fui in grado di notare una certa distensione non senza un barlume di rinnovata curiosità ed interesse.
    “Certo che i nomi di Turati e di Einaudi, fanno pensare alla migliore cultura torinese del '900 che ha profondamente influenzato la storia del nostro Paese. E' interessante notare che in questo mondo ebbe un ruolo da protagonista proprio il nostro Lombroso” – riprese Roberto –. Ed aggiunse: “Vi farò una confidenza: anche il premio Nobel Rita Levi Montalcini entra nella storia legata a Lombroso per il suo rapporto di parentela”.
    Se i dubbi erano scomparsi dai volti dei miei compagni, che nel frattempo mi avevano lasciato davanti alla porta di casa congedandosi da me, di nuovi e più insistenti se ne erano accumulati sulla mia testa. Salendo le scale, andavo chiedendomi che senso aveva riesumare la figura del Lombroso, ormai mummificato nella storia.
    Entrato in casa mi diressi alla libreria e mi capitò in mano quasi per caso il libro più bistrattato dalla critica lombrosiana: “Fenomeni ipnotici e spiritici”. Sfogliandolo, rividi le foto scolorite delle sedute spiritiche con l'anziano Lombroso al tavolo, le mani strette a quelle dei commensali, la medium Eusapia Paladino col volto stravolto nel trance, e nella prefazione lo sfogo di Lombroso: “Non mi importa delle critiche, voglio conoscere!”.
    Mi ricordai allora di alcuni esperimenti eseguiti con l'uso del magnetofono: lasciando il registratore in funzione in una stanza isolata, potevano trovarsi impresse delle voci, da alcuni attribuite a persone defunte.
    Così feci quasi per scherzo e, all'indomani, grande fu la mia sorpresa nel riuscire a udire dei suoni su un sottofondo fortemente frusciante, dai quali si potevano ricostruire degli elementi verbali, che fui in grado di trascrivere e che vengo qui a riportare:
    “Caro amico, non si meravigli se ora riesce a percepire la mia voce perché è questo che lei ha inteso ottenere. Nè si chieda chi sono, tanto è ovvia la risposta.
    Intendo qui, in primo luogo, difendermi, con poche parole, della critica più abusata nei miei confronti e che si è perpetuata nel tempo: quella rivolta al cosiddetto morfologismo lombrosiano, quasi che fosse vero che io intendessi fare solamente dell'antropometria criminale e da quella derivare giudizi tipologici, quando invece ho dato maggior posto all'indagine psicologica, fisiologica e sociologica. Indagini certo compiute coi mezzi che la psicologia e la sociologia di allora offrivano ai ricercatori, per certo enormemente diversi e meno efficaci di quelli attuali. Anche la teoria dell'atavismo, che nel corso degli anni io stesso ho provveduto a rivedere, non è forse stata riabilitata, nelle sue due facce, l'una antropologica in senso stretto, cui la biologia molecolare offre ora nuovi e sconcertanti sviluppi, e l'altra metaforica, di contenuto culturale e sociale, oggetto, a suo tempo, di uno speciale interesse da parte di Freud e Jung, con i quali vengo spesso messo a paragone?
    Quanto al rapporto tra genio e follia e genio e delitto è stata detta l'ultima parola da parte della scienza? E sull'eziologia del crimine siamo ancora alle teorie multifattoriali? Cosa sa dirmi del trattamento dei delinquenti in più rispetto a quanto io stesso, a suo tempo, avessi preconizzato?
    Non voglio continuare nella polemica; la recente riedizione dell'Antologia dei miei scritti permette a chiunque abbia l'animo sgombro da pregiudizi di rendermi giustizia.
    So che a Lei sta a cuore la sorte del mio Museo e si sta adoperando in questo senso.
    Per comprendere il significato di questo Museo, ancora conservato presso l'Istituto di Medicina Legale di Torino ed in fase di perenne ristrutturazione, è necessario che ripercorra brevemente le vicende che furono alla sua origine.
    Il primo nucleo della collezione fu formato dall'esercito; avendo vissuto parecchi anni come medico militare , prima nel '59 e poi nel '66, ebbi campo di misurare craniologicamente migliaia di soldati italiani e di raccogliere molti crani e cervelli.
    Questa collezione venne a mano a mano crescendo, con i modi anche meno legittimi, dallo spoglio di vecchi sepolcreti abbandonati, sardi, valtellinesi, lucchesi, piemontesi, fatto da me, dai miei studenti e dai miei amici di Torino e Pavia. Una volta, nelle valli piemontesi, compii uno di questi reati scientifici con la complicità nientemeno che di un procuratore del re; e fu una buona fortuna per ambedue se i valligiani presero per un carico di zucche quei vecchi crani che ci gravavano sulle spalle dentro sacchi sdruciti. Così, devo a Sir Lamb, governatore di Bombay, dei rarissimi crani di indiani normali e criminali; dal coraggioso viaggiatore Lamberto Loria ebbi in dono molti crani della Nuova Guinea, uno dei quali ricco di graffiti doveva servire da bandiera; dal prof. Tarnoski ebbi crani russi e tartari, dal Tenchini maschere meravigliosamente belle di grandi criminali; ad Ardù devo inoltre molti dei crani sardi e lucchesi.
    Non passava giorno che a Pavia prima, a Pesaro e a Torino poi, non cercassi di aumentare la raccolta coi crani dei pazzi e dei criminali morti nei manicomi ed in carcere. Fu in una di queste macabre ricerche che mi vidi aprirsi d'un tratto i nuovi orizzonti dell'antropologia criminale; fu quando nel dicembre 1870, facendo l'autopsia di un brigante calabrese nelle carceri di Pavia, vi rinvenni un cervelletto mediano ed una fossetta occipitale mediana così sviluppata come nei rosicchianti. E da qui partii (non senza audacia e non senza errore) all'ipotesi che tutti i fenomeni del criminale-nato, così somatici come psicologici, tatuaggio, cannibalismo, impulsività, ecc. , si dovessero al riprodursi in costoro di fenomeni normali presso popoli o animali inferiori.
    Per comprendere, anche senza conoscere l'antropologia, i vantaggi di questa collezione, ricorderò che dopo il processo Misdea mi balenò in mente il sospetto che la grande criminalità fosse una forma di equivalenza dell'epilessia, mi diedi subito a frugare fra gli scheletri ed i crani degli epilettici ottenendo positivi riscontri e così un'ipotesi che pareva balzana riceveva il primo battesimo anatomico; il secondo e certo più importante venne dal Roncoroni con l'esame della corteccia che rivelava negli epilettici e nei criminali una struttura simile a quella che si trova nei vertebrati inferiori, negli uccelli rapaci.
    Trasvolo sulla raccolta di scheletri, di cervelli, di anomalie anatomiche nei pazzi e nei criminali; sulla raccolta di ceppi e catene usati per immobilizzare gli infelici carcerati; su quella delle figure dei criminali.
    Merita ricordare la raccolta della ceramica criminale, una grande quantità di vasi, di orci in cui il genio più o meno estetico, ma sempre criminoso, dell'artista riproduceva i suoi crudeli o bizzarri o osceni propositi.
    A più spirabil aere ci invita invece la serie dei lavori dei pazzi: ricami simbolici, strani e di una esecuzione meravigliosa, arabeschi stranissimi in cui spesseggiano, nascosti fra le volute, complicate figure di uomini e di animali, pipe gigantesche irretite da gruppi di figure allegre, fin troppo cariche di ornamenti e di epigrafi.
    Ma la collezione più curiosa venne acquistata dagli eredi del Lazzaretti (tiara sormontata da un cimiero adorno di penne, tunica di porpora segnata con i suoi speciali simboli, bastone del comando, strani zoccoli di tela, ecc.) .
    Si sa che questo povero mitomane religioso, che da carrettiere beone si era trasformato in vicario di Dio, presentatosi al vicario più autentico in Roma, ne ebbe il buon consiglio di prendersi una doccia sul Gianicolo. Zanardelli invece , molto più dotto in diritto che in psichiatria, e men perspicace del Papa, gli mandò incontro carabinieri e soldati, i quali coll'andazzo solito, fucilandolo, credettero aver giovato al paese e tolto di mezzo un terribile cospiratore cattolico-repubblicano. Ciò dimostra quanto possano essere utili queste collezioni psichiatriche criminali anche per illuminare quelle classi dirigenti, che si dicono più colte e lo sono...così poco.
    Ma vedo che mi sono dilungato un po' troppo.
    Il consiglio che le rivolgo sta tutto nella mia filosofia: faccia cosa sente opportuno fare e combatta per le idee in cui crede. La ringrazio comunque”.

    (*)Servizio di Medicina Legale ASL 1 Torino

    Per visualizzare l'articolo completo delle immagini:
    http://www.patologi-milano.org/testi.../articolo.html

    Dal sito http://www.patologi-milano.org/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 11-07-09 alle 11:43
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  2. #2
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Messina
    Messaggi
    18,411
     Likes dati
    1,422
     Like avuti
    1,210
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

    Il sito del Museo di Antropologia Criminale "Cesare Lombroso" (con visita virtuale)

    Museo di Antropologia criminale "Cesare Lombroso" - Home page
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  3. #3
    Sognatrice
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    11,136
     Likes dati
    193
     Like avuti
    777
    Mentioned
    20 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    CESARE LOMBROSO




    La figura di Cesare Lombroso (1835 – 1909) è emblema dell’influenza che il Positivismo francese e inglese esercitarono anche in Italia, soprattutto nella forma evoluzionistica propugnata da Spencer. Seguace e assertore del metodo positivistico, che lasciò una notevole traccia nelle varie branche medico-biologiche, Lombroso compì studi di medicina sociale che costituiscono una delle fonti principali della legislazione sanitaria italiana. Ma il suo nome resta legato soprattutto all'antropologia criminale, di cui è ritenuto il fondatore, insieme con la "scuola positiva del diritto penale", in cui influenzò le teorie poi sviluppate da E. Ferri.

    Riallacciandosi alla dottrina di Galton, della criminalità innata e biologicamente condizionata, Lombroso sostenne che le condotte atipiche del delinquente o del genio sono condizionate, oltre che da componenti ambientali socioeconomiche (di cui non riconobbe però il vero peso), da fattori indipendenti dalla volontà, come l'ereditarietà e le malattie nervose, che diminuiscono la responsabilità del criminale in quanto questi è in primo luogo un malato. In particolare nell’opera L’uomo delinquente, Lombroso sostiene l’ardita tesi secondo cui i comportamenti criminali sarebbero determinati da predisposizioni di natura fisiologica, i quali spesso si rivelano anche esteriormente nella configurazione anatomica del cranio.

    L’idea che la criminalità sia connessa a particolari caratteristiche fisiche di una persona è molto antica: la si trova già, ad esempio, nell’Iliade di Omero, nel cui libro II la devianza di Tersite è direttamente legata alla sua bruttezza fisica; le stesse leggi del Medioevo sancivano che se due persone fossero state sospettate di un reato, delle due si sarebbe dovuta considerare colpevole la più deforme. Memore di questa tradizione, Lombroso è convinto che la costituzione fisica sia la più potente causa di criminalità e, nella sua analisi, egli attribuisce particolare importanza al cranio. Studiando quello del brigante Vilella, rileva che nell’occipite, anziché una piccola cresta, c’è una fossa, alla quale dà il nome di “occipitale mediana”. La cresta occipitale interna del cranio, prima di raggiungere il grande foro occipitale, si divide talvolta in due rami laterali che circoscrivono una "fossetta cerebellare media o vormiense", che dà ricetto al verme del cervelletto. Questa caratteristica anatomica del cranio è oggi chiamata fossetta di Lombroso: egli riteneva si trattasse di un carattere degenerativo più frequente negli alienati e nei delinquenti, che classificava in quattro categorie: i criminali nati (caratterizzati da peculiarità anatomiche, fisiologiche e psicologiche), i criminali alienati, i criminali occasionali e quelli professionali. Ma Lombroso non limita la propria indagine al cranio: considerando anche le altre parti del corpo umano, egli arriva a sostenere che il "delinquente nato" ha generalmente la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido o giallo, la barba rada.

    Influenzato dalle teorie di Darwin, Lombroso sostiene poi che il "delinquente nato" presenta delle caratteristiche ataviche, ossia simili a quelle degli animali inferiori e dell’uomo primitivo; tali caratteristiche renderebbero difficile o addirittura impossibile il suo adattamento alla società moderna e lo spingerebbero sempre di nuovo a compiere reati. Nella prospettiva lombrosiana domina il determinismo più assoluto, per cui quel che si fa dipende necessariamente da ciò che si è: privo di ogni libertà, l’uomo agisce in maniera deterministica e necessitata. Anche in forza delle dure critiche a cui la sua teoria fu sottoposta, Lombroso andò via via correggendola, sempre più arretrando dal suo iniziale determinismo assoluto: egli arrivò a sostenere che i delinquenti nati fossero solo un terzo di coloro che infrangevano le norme e che ogni delitto aveva origine in una molteplicità di cause. Lombroso indicò anche le conseguenze giuridiche della propria dottrina: poiché il crimine non è il frutto di una libera scelta (il che striderebbe con l’adesione ai canoni del Positivismo), ma è piuttosto la manifestazione di una patologia organica, cioè di una malattia, allora la pena deve essere intesa non come una punizione (ché non ha senso punire chi non ha agito liberamente), ma semplicemente come strumento di tutela della società.

    In Genio e follia (1864) Lombroso sostenne che le caratteristiche degli uomini di genio vanno ricercate nella loro anormalità psichica; quest'opera fu considerata un classico della scienza positivistica ed ebbe enorme fortuna.


  4. #4
    Sognatrice
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    11,136
     Likes dati
    193
     Like avuti
    777
    Mentioned
    20 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ma Lombroso non limita la propria indagine al cranio: considerando anche le altre parti del corpo umano, egli arriva a sostenere che il "delinquente nato" ha generalmente la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido o giallo, la barba rada.




  5. #5
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Messina
    Messaggi
    18,411
     Likes dati
    1,422
     Like avuti
    1,210
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

    Il ciclismo nel delitto
    Può essere causa di criminalità, secondo l'antropologo Cesare Lombroso: parliamo del biciclo, detto anche bicicletta

    di Claudio Santini

    Aumenta le cifre e le cause della criminalità. Agevola le fughe e gli alibi di coloro che hanno violato la legge. È motivo frequentissimo di furto e di appropriazioni indebite. Può portare anche all’omicidio.
    Questo pericolosissimo strumento generatore di delinquenza fu indicato da Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale, nel biciclo ovvero nella bicicletta. Il saggio con tale tesi - intitolato Il ciclismo nel delitto - comparve sulla Nuova Antologia, volume ottantaseiesimo, nell’anno 1900 e suscitò commenti sotto alle Due Torri soprattutto in relazione alla statistica nazionale che aveva collocato Bologna fra le città "più a due ruote": ben quattromila ciclisti sui centomila di tutta Italia.
    I seguaci del nuovo mezzo di locomozione (e di delitto?) erano spuntati come funghi dalla primavera del 1886 quando, il 30 maggio, alla Montagnola, c’era stata la prima gara nella pista usata anche per i cavalli. Era stato un "lancio" che aveva subito creato una diffusa passione. Largo dunque alle due ruote con conseguente esposizione ai pericoli segnalati da Cesare Lombroso e particolarmente a quelli commessi dai "criminaloidi, anzi criminali d’occasione del biciclo": coloro che, secondo le parole del celebre antropologo, "non farebbero il male per il male, ma che avendo una facile occasione si lasciano trascinare".
    La bici, infatti, può essere strumento di offesa ai cittadini e quando succede un incidente quasi tutti se la prendono immediatamente con quegli "irresponsabili" che usano il nuovo mezzo. "Se un fiaccheraio - scrive un giornale ovviamente partigiano dei ciclisti - mette sotto una generazione intera, appena lo dicono, se pur lo dicono: ma se un ciclista si scortica un dito o storpia un cane vagante, tutte le gazzette trasmettono il funesto avvenimento". Alcuni fogli hanno una rubrica fissa intitolata "Disgrazie del ciclismo". Il Carlino del 4 giugno 1893 sbotta in un "Imbecilli su due ruote", indubbiamente forte ma forse non del tutto estraneo al modo di pensare di alcuni suoi lettori.
    In questo contesto sono varati regolamenti severi: "ogni ciclo deve avere valido freno e non deve spingersi a corsa più veloce di quella di una persona di passo accelerato". Forlì consente la circolazione di alcuni tratti del centro solo con la bicicletta condotta a mano. A Faenza è vietata. Bologna, nel 1897, vede, all’ingresso della città, le guardie daziarie smontare le selle per rendere le bici meno "offensive".
    Contro questo provvedimento protesta vibratamente un ravennate di Sant’Alberto che da circa dieci anni si è trasferito a Bologna e possiede una villa a Gaibola. È Olindo Guerrini, uomo di cultura, poeta carducciano più di Carducci, polemista feroce, autore di burle memorabili, bibliotecario all’Università. Oggi è conosciuto prevalentemente dai romagnoli per i suoi Sonetti in vernacolo, ma allora era il nome più apprezzato della nuova poesia italiana. Nel 1877 infatti aveva pubblicato Postuma - una raccolta di poesie che aveva finto essere di un suo cugino, Lorenzo Stecchetti, morto per tisi - ed era stato un successo enorme che aveva largamente superato in vendite le contemporanee Odi Barbare di Carducci. Era divenuto il poeta più imitato d’Italia al punto da indurre l’editore Zanichelli ad adottare iniziative legali per tutelare "il vero Lorenzo Stecchetti".
    Olindo Guerrini, a Bologna, non era solo verseggiatore di fama ma anche ciclista entusiasta e pure "impegnato" avendo assunto la presidenza del Touring Club Italiano, nato nel 1894 a Milano come Touring Club Ciclistico Italiano (per questa origine porta ancora oggi la ruota di bicicletta nel suo simbolo grafico). Ha dunque un ruolo anche "istituzionale" per ergersi a difensore pubblico dei "ciclisti criminali". Protesta contro la castrazione delle selle a Bologna e inizia un’accesa polemica con il sindaco di Monte Donato che ha dichiarato guerra ai ciclisti. Lo biasima, lo prende garbatamente in giro, ma non riesce a portarlo dalla sua .Il pubblico amministratore infatti replica sui giornali vantando (perché evidentemente sa di avere dalla sua una consistente parte dell’opinione pubblica) la sua "avversione per questo nuovo mezzo di locomozione" usato troppo spesso da "una classe di persone pericolose" e addita all’ignominia due episodi " uno di scelleratezza e uno di viltà". Una mendicante di 70 anni, sorda, non ha sentito il campanello del ciclista e il "manigoldo" l’ha investita. Un trovatello di 8 anni, ritardato, è caduto in preda alla paura perché spaventato da "un infame ciclista".


    Immagine tratta dal sito http://currierandives.net/

    E se questa criminalità fosse una specie di " vizio momentaneo di mente", indotto dall’estenuante fatica di pigiare sui pedali? È un’ipotesi alla quale Olindo Guerrini, da buon positivista, cerca di dare una risposta sperimentale. Così alle 3,40 di un 1° luglio parte in bici, lungo la via per Rimini, per tentare quello che alcuni reputano impossibile: spingere le ruote a più non posso e al tempo stesso lavorare di fino con la mente, componendo un sonetto. Il figlio lo accompagna, pure lui in bici, col compito di annotare su un foglio il lavoro letterario. Verso San Lazzaro nasce il primo verso, al ponte sull’Idice, a Maggio, la seconda quartina. A Maggione la lirica è praticamente tutta imbastita e ci sarà tempo e capacità per limarla fino a Rimini. Il ciclista allora non si beve il cervello quando pedala, tuttavia "la mente costretta al lavoro durante lo sforzo fisico del correre in bicicletta - annota Guerrini con una punta di rammarico - fatica molto e lavora male".
    Questo esperimento stecchettiano potrebbe oggi essere catalogato nell’ambito delle sue celebri burle. Ma allora non fu così e suscitò dibattiti impegnati. Forse anche perché diversi letterati, soprattutto in Emilia Romagna, si erano fatti prendere dalla passione per la bicicletta, a cominciare dal faentino Alfredo Oriani che negli ultimi tre anni dell’Ottocento prima aveva fatto un raid ciclistico appenninico di quasi mille chilometri poi su questo viaggio aveva scritto un libro (per la verità di scarso successo) diviso in tre parti: dissertazione sulla bicicletta, quattro novelle, "Sul pedale".
    In questo periodo le due ruote dunque alimentano la letteratura. Ma anche il fisco con il pagamento di una tassa, certificata da bolli che talora - come si legge nelle rubriche di cronaca nera - sono sottratti per essere usati dagli evasori. Ed eccoci un’altra volta alla tematica della criminalità indotta dalla bicicletta.
    Cesare Lombroso, nel saggio più volte citato, racconta quanto è accaduto a una malcapitata signora "del gran mondo" mentre, in pieno giorno, saliva le scale di una casa del Boulevard Saint-Germain. "Un biciclista elegantissimo, deposto il suo strumento alla porta, la segue, la oltrepassa e con un manrovescio la getta a terra, la deruba, e prima che essa si rialzi, rimonta sulla sua bicicletta, sicché non fu più possibile raggiungerlo". Questo a Parigi negli ultimi anni dell’Ottocento, come si desume dalla data di pubblicazione del riferimento cronachistico.
    A Bologna si prospetterà alcuni anni dopo, nel 1908, come si ricava dalla lettura dei giornali locali dell’epoca.
    La mattina del 15 giugno, in via del Macello, lungo l’argine artificiale del Porto del Navile, è trovato morto, strangolato, un cameriere di 16 anni. Il cadavere ha un fazzoletto stretto attorno al collo e questo particolare induce i giornali a mettere in risalto una tecnica criminale della malavita bolognese.
    Si chiama "da apache", ma il riferimento non è alla tribù bellicosa di pellirossa.
    Indica invece un tipo di teppista francese, messo in risalto, con tale definizione, da una serie di articoli sulla malavita parigina, scritti nel 1902, dal giornalista Victor Moris sul Matin. Lo stereotipo di questo delinquente porta al collo un fazzoletto di seta: ma non per ornamento bensì come arma impropria per aggredire i passanti a scopo di rapina. Li raggiunge alle spalle, stringe loro il fazzoletto attorno al collo, li tramortisce e porta via tutto. Poi, spessissimo, come ha raccontato Lombroso, fa perdere le tracce allontanandosi in bicicletta. Questa tecnica criminale è evidenziata dai cronisti petroniani perché la vittima del Macello è stretta al collo da un fazzoletto e perché alcuni testimoni dicono di aver notato dei giovani che, alla vigilia del delitto, "si esercitavano a fare gli apaches". È una delle prime descrizioni di quegli scippi con stretta al collo che funestano tuttora la vita bolognese. Oggi la fuga è spesso in motorino. Allora in bicicletta.
    Bicicletta che - nell’ottica del tempo del quale parliamo - è vista anche come portatrice di effetti sociali positivi ("diminuisce l’isolamento dei piccoli centri" e promette, con l’esercizio fisico, "di migliorare sostanzialmente la nostra razza", ammette lo stesso Lombroso) ma rimane sempre potenziale "strumento del male". Così la Curia ne vieta l’uso ai sacerdoti e farà passare molti anni prima di concedere le prime dispense. Accadrà quando le due ruote, su impulso dei futuristi, saranno "benedette dalla Patria" con la costituzione dei primi reparti militari ciclistici in partenza per la prima guerra mondiale.

    Dal sito http://www.provincia.bologna.it/portici/
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  6. #6
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Messina
    Messaggi
    18,411
     Likes dati
    1,422
     Like avuti
    1,210
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Riferimento: Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

    Enrico Ferri e gli studi sulla criminalità

    di Roberta Bisi

    Enrico Ferri e gli studi sulla ... - Google Libri


    Immagine tratta dal sito Crime and Punishment
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 13-10-09 alle 00:02
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  7. #7
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Messina
    Messaggi
    18,411
     Likes dati
    1,422
     Like avuti
    1,210
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Riferimento: Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  8. #8
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Messina
    Messaggi
    18,411
     Likes dati
    1,422
     Like avuti
    1,210
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Rif: Riferimento: Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

    Un'estate italiana, 1897 - Segreti storici

    1897 - E Tolstoj trattato da cavia si fece beffa di Lombroso
    L' incontro burrascoso tra il criminologo e lo scrittore


    Tolstoj fotografato da S. M. Prokudin-Gorskij (1908)
    Immagine tratta dal sito http://upload.wikimedia.org/


    di Paolo Di Stefano

    Il 20 agosto 1897 in casa Tolstoj, nella vasta tenuta di Jasnaja Poljana, giunse un telegramma da Mosca. Era firmato da un tizio il cui nome lo scrittore conosceva vagamente (e di cui, per quel poco che ne sapeva, diffidava alquanto): Cesare Lombroso. Il criminologo italiano, che si trovava da qualche giorno nella capitale russa per un importante convegno medico internazionale, esprimeva il desiderio di incontrarlo. Nessun interesse umano o artistico, solo una verifica scientifica. Lombroso desiderava osservare il genio letterario più illustre del momento nel suo ambiente naturale per coglierne de visu gli aspetti degenerativi e «i fondamenti patologici» che andava teorizzando. Si trattava di due persone che non condividevano nulla e l' esito di quell' incontro, ricostruito da Paolo Mazzarello ne Il genio e l' alienista (Bollati Boringhieri 2006), lo dimostrerà. Lombroso fu accolto da star nel consesso moscovita, lo zar in persona gli offrì di abbandonare la pensioncina che aveva prenotato per trasferirsi al Cremlino. E quando il generale della polizia russa seppe che voleva incontrare lo scrittore, l' alienista si sentì dire: «Possibile che lei non sappia che Tolstoj ha qualcosa fuori posto nella testa?». Fatto sta che, nonostante gli ostacoli posti dal governo, il 23 agosto Lombroso arrivò a casa Tolstoj «per una visita di più giorni». Lo scrittore era ormai il guru di un cristianesimo antidogmatico e di un socialismo panico e visionario, patriarca in una proprietà con un parco ricco di vialetti, giardini, laghetti, fiumi, scuderie e canili, una tenuta, piena di servitù (a cui l' antiautoritario Tolstoj non amava ricorrere), descritta come un porto di mare, meta dei pellegrinaggi di adepti vicini e lontani che arrivavano per ottenere consigli, sensazioni, ispirazione, sostegno morale e spirituale. Mazzarello si chiede, giustamente, se Lombroso oltrepassando le due «trionfanti torrette» d' entrata si fosse domandato come faceva, il grande scrittore, a conciliare le dottrine pauperistiche con quella tenuta principesca. E chissà quanti sospetti nutriva Tolstoj in attesa del teorico dell' atavismo e del fautore della pena di morte: niente di più lontano dalle sue convinzioni sull' importanza dell' ambiente e della società nell' azione (anche criminale) degli uomini. L' autore di Guerra e pace intuì subito che sotto la lente dello scienziato italiano sarebbe stato osservato come una cavia. Lombroso si trovò di fronte un vegliardo tutt' altro che «cretinoso e degenerato», come aveva immaginato: lo scrittore aveva un aspetto militaresco, con la sua ampia blusa e i grossi stivali, più un robusto contadino che un fine intellettuale. Pronto a esibire un' agilità felina e una notevole forza fisica quasi si divertisse, con i suoi exploit, a mettere a disagio l' interlocutore: giocò per ore a «lawn tennis» con le due figlie, sellò e inforcò cavalli, si tuffò in un laghetto chiedendo al suo ospite di seguirlo e continuando a nuotare allegramente sembrava compiacersi dell' annaspare dell' altro. Quando Lombroso rischiò di annegare, Tolstoj lo afferrò «per i capelli e lo tirò fuori dall' acqua per poi rituffarlo nella piscina che si trovava lì vicino». Per giunta, a suo ulteriore scorno, l' ospite italiano fu sollevato in alto «a braccio teso», come fosse un cagnolino. Una vera umiliazione. Del resto, anche la moglie di Tolstoj, la contessa Sofija, sul suo diario avrebbe descritto Lombroso come «un vecchietto piccolo, molto malfermo sulle gambe, che nell' aspetto dimostra molto più dei suoi 62 anni». La discussione tra i due non decollò, e non solo per il pessimo francese dello scienziato. Rievocando quell' incontro, Lombroso, oltre a osservare la quantità impressionante di statue, busti e ritratti che raffiguravano lo scrittore in ogni angolo della sua «splendida dimora», notò come Tolstoj si irrigidisse, perdendo «alquanto della sua placidità» e difendendosi «con la gelosia di un avaro che sorveglia il proprio tesoro», quando lo scienziato italiano gli esponeva le sue opinioni. «L' austero studiolo del romanziere, ingombro di ferri da ciabattino» sembrava una cella di clausura, «senza il minimo ornamento», a parte i pochi libri «collocati nelle nicchie di questo rifugio»: alle domande di Lombroso sulle ragioni di tanta austerità, Tolstoj rispose che quell' antro serviva a evitare ogni rumore che potesse «disturbare il lavoro cerebrale». Un lavoro a cui dedicava quattro ore al giorno con l' assistenza fedele della moglie, cui spettava il compito di impedire a chiunque di violare la sacra soglia oltre a quello di trascrivere nottetempo (con l' aiuto delle figlie) «fino a dieci volte i diversi appunti abbozzati da Tolstoj durante il giorno su pezzetti di carta». A Lombroso quel tipo non piacque: l' anticonformista compiaciuto, il moralista paradossale e accanito vegetariano, il pater familias che pur essendo circondato da camerieri in livrea amava pulirsi da sé gli stivali e servirsi da solo a tavola (perché «non vi debbono essere né servi né padroni»), il vecchio signore travestito da contadino con baffoni e lunga barba. Durante il pranzo, poi, Tolstoj non mancò di esprimere «la sua nota antipatia contro i medici», che considerava una setta ripugnante, salvo poi accogliere di buon grado i consigli dello scienziato per curare la figlia Marija malata di tifo. Entrando nel vivo delle questioni teoriche, lo scienziato riscontrò la «totale impossibilità di parlare con lui, senza irritarlo, di alcuni argomenti», specie allorché provò ad avanzare le proprie convinzioni sui criminali di nascita e sulla pena come difesa sociale: «Si ergeva tra noi una barriera spirituale che ci impediva di comprenderci». E a un certo punto, aggrottando «i suoi terribili sopraccigli», Tolstoj esplose: «Tutto ciò è delirio! Ogni punizione è criminale!». Lombroso avvertì nel padrone di casa il sospetto che volesse «trovarlo matto», ma nonostante tutto partì da Jasnaja Poljana convinto della «sincera bontà racchiusa nel grande animo» dello scrittore, «al di là dell' iroso bagliore di malvagità dei suoi occhi durante la discussione». Tolstoj fu decisamente più severo, e il 27 agosto 1897 annotò sul suo diario: «È venuto Lombroso. Vecchietto ingenuo e limitato».

    1897 E Tolstoj trattato da cavia si fece beffa di Lombroso
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 26-01-13 alle 19:32
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  9. #9
    Sognatrice
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    11,136
     Likes dati
    193
     Like avuti
    777
    Mentioned
    20 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Rif: Riferimento: Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

    Massimo Centini


    IL VOLTO DEL CRIMINALE E DEL CRIMINALIZZATO

    «Gli atti reputati criminosi sono completamente naturali, tanto
    son diffusi e frequenti tra gli animali e perfino tra le piante. »
    C. Lombroso


    Un anno prima della pubblicazione dell'"Origine dell'uomo" di Darwin (1871), Cesare Lombroso (1836-1909), fondatore dell'antropologia criminale, studiando il cranio di un certo Villella, noto criminale, elaborò la sua teoria sull'atavismo, ancora oggi motivo di discussione e polemiche. [1] In questo clima, basato sulla ricerca di certezze matematiche e sulla pressante necessità di schedare e misurare, la fisiognomica aveva tutte le potenzialità per essere lo strumento di conoscenza più adatto per supportare l'edificio teorico dell'antropologia.

    «Un certo Villella, di Motta Santa Lucia, circondario di Catanzaro, di anni 69, contadino, sospetto di brigantaggio e condannato tre volte per furto, e per ultimo per incendio di un mulino a scopo di furto (...) era tutto stortillato, camminava di sghembo, ed aveva torcicollo non so bene se a destra o a sinistra. Ipocrita, astuto, taciturno, negava di aver commesso alcuna prava azione (...) vecchio settantenne, resisteva all'assalto di tre robusti soldati; moriva nelle carceri ove per la quarta volta era stato gettato e donde io potei asportare la testa.» [2]

    Per Lombroso, «l'esame del delinquente fatto dall'antropologia criminale ha stabilito trovarsi in questi, massime nel suo tipo più caratteristico, una quantità di caratteri abnormi, anatomici, biologici e psicologici, molti dei quali hanno significato atavico, perché ripetono le forme proprie degli antenati, anche pre-umani dell'uomo. E siccome a questi caratteri atavici si associano manifestazioni e tendenze criminose, e queste sono, come abbiamo creduto, normali e frequentissime nei popoli primitivi e selvaggi, così è legittimo concludere che anche nei criminali queste tendenze siano naturali, nel senso che dipendono necessariamente dalla loro organizzazione, analoga per inferiorità di struttura e di funzioni fisiche e psichiche, a quella dei popoli primitivi e dei selvaggi, e qualche volta degli animali». [3]







    Cesare Lombroso si avventurava in un parallelismo etnologico colmo di rischi e oggi ormai del tutto improponibile. L'antropologo, che non si mosse mai dall'Italia per le sue campagne di ricerca, di certo si servì del materiale fotografico che gli avevano procurato viaggiatori e altri studiosi attivi sul campo. Potè disporre anche di numerose fotografie segnaletiche provenienti dai commissariati di diversi paesi.
    Sul caso Villetta Lombroso costruì la complessa struttura delle sue ipotesi sull'uomo delinquente, che oggi è oggetto di revisione. «Lombroso che cosa lesse nel cranio di un contadino meridionale, di cui nulla sappiamo né vogliamo sapere se non ritenerlo appunto un contadino ignoto, caduto nelle mani dei criminologi? Vi trovò una fossa occipitale mediana là dove avrebbe dovuto esservi una cresta. E allora? Allora, dedusse Lombroso, memore di una lezione che da Gali giungeva a Broca, se la forma del cranio segue quella del vello, quella fossa doveva contenere il verme del cervelletto: e la sua ipertrofia rende il portatore di quelle varietà simile alle scimmie antropomorfe, anzi si può risalire ancora più in là, nella scala della natura, fino ai lemuri.» [4]

    Accanto alla documentazione anatomica, spinto da una sorta di fobia iconografica, Lombroso raccolse una grande quantità di oggetti (corpi del reato, opere di carcerati, fotografie, eccetera), che oggi fanno parte del Museo di Antropologia Criminale da lui organizzato e arricchitosi di contributi spesso sconvolgenti. L'evoluzione e l'ossessione visiva che caratterizzarono il XIX secolo trovarono una solida affermazione nella ricerca antropologica dello studioso italiano: gli emarginati furono sistematicamente 'catalogati' e attraverso la fisiognomica l'alterità era posta nitidamente in rilievo, per mezzo di una schedatura fotografica destinata a certificare le differenze, a ufficializzarle. «L'uomo è un organismo vincolato da legami genealogici a tutta la restante serie di esseri viventi; sottoposto all'azione formatrice dell'eredità, e a quella modificatrice, anch'essa ora in senso migliorativo ora in senso peggiorativo, dell'ambiente, capace di deviare o di degenerare dalla sua forma naturale o media sino a dare origine a tipi patologici, così nel senso dell'inferiorità come in quello della superiorità, ogni qualvolta i fattori delle sue variazioni sono morbosi; intimamente uno nel meccanismo e nel dinamismo di tutte le sue manifestazioni vi'tali, siano esse quelle intellettuali e morali.» [5]

    Nell'opera di Lombroso sono indicati tre grandi blocchi, in cui è possibile osservare l'allontanamento dai canoni della normalità: l'uomo di genio, la donna e il criminale. Secondo Lombroso, il delinquente, che presenta caratteristiche anatomiche e fisiognomiche direttamente collegabili alla sua anomalia morale, è sostanzialmente un malato di mente che va curato in manicomio. [6] La tesi, per essere sostenuta con i necessari contributi visivi, si avvalse anche della fotografia, come unico mezzo in grado di riferire senza distorsioni i tratti del volto di tutta una serie di criminali, ognuno dei quali presentava aspetti fisici che, secondo la lettura lombrosiana, ponevano chiaramente in evidenza la predisposizione per un certo tipo di crimine. Nella sua monumentale raccolta di materiali antropologici, sociali, e naturalmente figurativi, Cesare Lombroso cercò di dimostrare che nel delinquente sono presenti relitti psichici legati a situazioni ancestrali e destinati a riemergere in particolari situazioni. Attraverso un'accurata valutazione delle caratteristiche fisiche dei volti del delinquente, Lombroso giunse a individuare «motivi ricorrenti», che costituirono una sorta di gabbia tipologica di riferimento: «In generale, i più fra i delinquenti nati hanno orecchie ad ansa, capelli abbondanti, scarsa barba, seni frontali spiccati, mandibola enorme, mento quadro e sporgente, zigomi allargati, gesticolazione frequente, tipo, insomma, somigliante al Mongolico e qualche volta al Negroide». [7]






    È evidente che basta questa breve indicazione per rivelare quanto fosse difficile accogliere senza interrogativi etici, oltre che scientifici, le tesi lombrosiane. Tesi che comunque ebbero un notevole seguito e furono un importante punto di riferimento nello sviluppo della criminologia, in particolare per l'antropologia visiva connessa allo studio dell'uomo delinquente. Le ipotesi antropologiche di Lombroso sono decisamente inquietanti: «Le tendenze criminose sono normali e frequentissime nei popoli primitivi e selvaggi, così è legittimo concludere che anche nei criminali queste tendenze siano naturali, nel senso che dipendono necessariamente dalla loro organizzazione, analoga per inferiorità di struttura e di funzioni fisiche e psichiche a quella dei popoli primitivi e dei selvaggi, e qualche volta degli animali». [8]

    Come già detto, Lombroso non si mosse mai dall'Italia per le sue indagini antropologiche, ma si avvalse sempre di fotografie e di altri materiali fornitigli da studiosi, enti ed estimatori, che gli concessero di studiare anche soggetti umani appartenenti a popolazioni e Paesi differenti: «Ebrei, abissini, dinka, ottentotti e boscimani». Da un punto di vista strettamente etnologico, si occupò dei caratteri dell'uomo bianco e delle razze di colore (raccogliendo le sue conclusioni nel volume L'uomo bianco e l'uomo di colore, 1871). In seno a queste indagini, cercò di accertare l'influenza dell'ambiente e della posizione geografica sul tipo etnico, ricorrendo anche agli strumenti più caratteristici dell'antropologia simbolica.

    La sua fiducia nella fisiognomica fu secondaria solo a quella nella fotografia, che deve comunque essere osservata con cautela, in quanto Lombroso utilizzò immagini giunte da fonti molto diverse e realizzate senza un metodo di ripresa. L'errore era ancora più grave quando le fotografie erano inserite all'interno della procedura antropologico-statistica tipica di Lombroso. Stando alle fonti, Lombroso fu un grosso 'consumatore' di ritratti fisiognomici. Emblematica risulta l'affermazione contenuta in L 'uomo delinquente-. «Io presento al lettore il riassunto di un esame di 300 fotografie di studenti confrontati con la fotografia di 300 delinquenti tedeschi; di 400 soldati confrontati con 400 criminali» [9] [...]

    I ritratti dei soggetti studiati, se isolati dall'itinerario teorico suggerito da Lombroso, sono soprattutto documenti della realtà sociale e culturale della classe meno abbiente, in cui realtà conflittuali individuali e collettive potevano essere motivo di disadattamento psichico, ma potevano anche sfociare in azioni criminose da parte di alcuni di essi.



    NOTE

    1. R. Villa L'atavismo, in U. Levra (a cura di) La scienza e la colpa. Crìmini, criminali, criminologi: un volto dell'Ottocento, Milano, 1985, pag. 248.
    2. C. Lombroso Della fossetta cerebellare mediana in un criminale: nota, in 'Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere', 5,1872.
    3. C. Lombroso L'uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale e alle discipline carcerarie, Milano, 1876, pag. 46.
    4. R.Villa op. cit., pag. 248.
    5. E. Morselli Cesare Lombroso e l' Antropologia Generale, in AA.W. L 'opera di Cesare Lombroso nella scienza e nelle sue applicazioni, Torino, 1906, pag. 105.
    6. Per Lombroso fu certamente condizionante la tradizione fisiognomica, in particolare quella del XVIII secolo; svolsero un ruolo importante gli studi di Carlo Livi, Frenologia forense (1836), oltre naturalmente la bibliografia che, partendo da Lavater e Gali, andò via via elaborando le teorie sul rapporto tra la morale dell'individuo e le sue caratteristiche antropometriche.
    7. C. Lombroso L'uomo delinquente, cit., 1876, pag. 139.
    8. C. Lombroso op. cit., pag. 46.
    9. C. Lombroso op. cit., pag. 87.


    Massimo Centini, Fisiognomica (edizioni Red, pag. 139 e seguenti)

  10. #10
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Messina
    Messaggi
    18,411
     Likes dati
    1,422
     Like avuti
    1,210
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

    La genetica del crimine - Lombroso aveva ragione

    di Marco Cannavicci
    (Psichiatra-Criminologo)

    La genetica del crimine: Lombroso aveva ragione -poliziaedemocrazia.it


    La testa di Cesare Lombroso,
    perfettamente conservata sotto formalina
    Immagine tratta dal sito Michael Shanks
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 28-06-13 alle 04:47
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Cesare Lombroso, l'inventore dell'Antropologia Criminale.
    Di Ceslom nel forum Scienza e Tecnologia
    Risposte: 25
    Ultimo Messaggio: 06-06-13, 10:48
  2. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 24-10-11, 21:54
  3. Movimenti Meridionali contro il Museo Cesare Lombroso
    Di Napoli Capitale nel forum Regno delle Due Sicilie
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 13-05-10, 21:55
  4. Movimenti Meridionali contro il Museo Cesare Lombroso
    Di Napoli Capitale nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 12-05-10, 20:57
  5. Cesare Lombroso e l'antropologia criminale
    Di Tomás de Torquemada nel forum Esoterismo e Tradizione
    Risposte: 15
    Ultimo Messaggio: 14-12-03, 23:41

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito