Chiunque avesse vissuto quel periodo particolare che univa la fine del Ventennio con i durissimi anni di piombo, doveva sicuramente avere un profondo spregio del pericolo, e del senso dell'incolumità
politica, sociale e anche fisica.
Non erano epoche facili e se è vero che oggi non mancano le tensioni socio-culturali, è altrettanto vero che quello era pur sempre il periodo degli anni di piombo, dell'emersione di movimenti eversivi che poco avevano a che vedere con la dialettica politica e con l'intento di comunicare per costruire e non per ascoltare se stessi o perseguire oscuri obiettivi.
A gestire la difficile eredità di una destra che alla fine del ventennio si presentava inevitabilmente sdrucita, logora e vituperata erede delle vergogne fasciste che tuttavia avevano affascinato un intero popolo prima di concludersi nella ben più vergognosa giornata di Piazzale Loreto, fu chiamato Giorgio Almirante, un uomo che decise di non rinnegare gli antichi ideali
proprio nel momento in cui tutti facevano a gara per spartirsi la fetta più sostanziosa del proprio contributo contro l'antifascismo: non rinnegò mai il proprio passato di razzista e antisemita ma seppe ripudiarlo non per comodità nei momenti difficili ma soltanto quando nessuno glielo rinfacciava più e soprattutto non cadde nella melma dell'ipocrisia antifascista che fece vittime illustri nel nostro Paese e che in Germania ha compromesso la credibilità di uno dei soloni della cultura tedesca, tale Gunter Grass.
Personalità multiforme, a volte istrionico nella sua torrenziale dialettica, altre volte mite e sardonico, origini napoletane non troppo celate, arte oratoria capace di non sfinire l'interlocutore neanche dopo ore e ore, Giorgio Almirante fu chiamato a diventare la voce di quella destra che non ritenne di doversi immergere nel melmoso mare dell'ipocrisia di maniera bensì di riaffermare quegli
stessi valori che portarono un intero popolo a sostenere le manie di grandezza di Mussolini, convinti che fosse l'homo novus per riassestare un Paese che rischiava di collassare su se stesso e su un'identità nazionale non ancora formata.
Ma la grandezza di Almirante non consisteva certo nel farsi megafono di aspirazioni neo-fasciste nè tantomeno nel presentare il partito antenato di Alleanza Nazionale come movimento di vendetta:
semplicemente egli aveva l'ambizione di porsi come contrappeso ideologico di un'epoca socio-politica, quella dell'immediato dopoguerra, che rischiava di sbilanciarsi verso forze tendenti ad ammiccare da un lato ad una modernità priva di stabili fondamenta culturali e dall'altro ad abbracciare i pericolosi spettri del comunismo sovietico.
Era necessario un partito che si richiamasse ai valori sani della destra riformista mussoliniana, senza tuttavia presentare le degenerazioni che portarono Mussolini alla totale delegittimazione morale della propria figura e Giorgio Almirante colse l'occasione, ponendosi come "punto di riferimento di una generazione che non si era arresa", come ebbe a dire colui che fu chiamato, giovanissimo, a raccoglierne la pesantissima eredità, un giovane giornalista laureato in psicologia, Gianfranco Fini.
Leader discusso ma stimato anche dagli avversari ideologici (proprio come il suo erede), Almirante condusse alcune battaglie importanti, alcune vinte, altre perse, ma sempre condotte sul filo di un'onesta e di una correttezza intellettuale e politica che ben lungi dall'essere un dovere, più spesso diventava una medaglia e non un semplice biglietto da visita, specie quando con l'avvento degli anni Ottanta cominciò a delinearsi il quadro deplorevole del panorama politico italiano, esploso con la controversa esperienza di Tangentopoli e del pool Mani Pulite.
Cosa rimane al popolo di destra oggi a quasi vent'anni dalla scomparsa del grande leader della destra sociale e come ha gestito Fini tale bagaglio?
Le opinioni a tal proposito si sprecano. C'è chi ritiene Fini un leader troppo a sinistra per quella destra per cui Almirante aveva combattuto e chi invece ritiene fondamentale l'evoluzione culturale della destra italiana, dalla svolta di Fiuggi sino alle scuse di Fini al popolo ebraico. Non c'è dubbio che i risultati abbiano dato ragione a Fini: attualmente, Alleanza Nazionale rappresenta il vero baluardo (forse l'unico) di una destra che non si richiama più a
nostalgici neofascismi, bensì ad una modernità culturale e politica di ampio respiro. Ma è innegabile che la fondamentale evoluzione ideologica portata avanti da Fini abbia lasciato qualche vittima sul campo.
Spesso e volentieri, la consorte di Almirante, pur non venendo meno al grande affetto per l'erede politico e culturale del marito, non ebbe parole tenere nei confronti di Fini e questo fa sorgere spontanea la domanda "come avrebbe reagito Almirante dinnanzi alle svolte di Fini?".
La risposta, per chi pensava di conoscere Almirante, poteva sembrare
scontata ma in realtà tutti gli riconoscevano un'apertura mentale pronta a metabolizzare anche il peso di scelte talvolta dolorose ma che miravano a raggiungere gli orizzonti di un'inevitabile modernizzazione dell'apparato costitutivo della destra italiana.
E questo è sufficiente per definire Giorgio Almirante un leader nato nel passato ma ancora vivo nel futuro e anche per chi non si riconosce nella destra italiana, un politico di peso, un intellettuale di rilievo che ha lasciato un'impronta indelebile nella politica italiana, in una dialettica ormai sempre più ripiegata verso l'oscurità dei tatticismi e sempre meno a contatto con le idee e con il fresco profumo del confronto, schietto, aperto e soprattutto privo di altro interesse se non quello di far valere le proprie idee a servizio delle stesse e di quelle altrui.




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