Nella Colombia di Alvaro Uribe Velez il neoliberismo continua a farsi strada a colpi di mitra. La conferma giunge dal rapporto pubblicato in questi giorni da Amnesty International. Gli interessi delle multinazionali e le politiche di privatizzazione del governo si avvalgono ormai da decenni della “guerra suicia” condotta dalle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), finanziate dalle stesse imprese e protette da polizia ed esercito regolare.
La persecuzione dei leader e degli iscritti al sindacato è all’ordine del giorno. In 40 anni ci sono state oltre 2.000 esecuzioni sommarie. Emblematico quanto avvenuto nel 1996 nello stabilimento Coca Cola di Carepa (Antioquia). I paramilitari fecero irruzione nella fabbrica chiedendo del presidente del sindacato locale Isodoro Segundo Gil. Dopo avergli sparato un colpo di pistola alla testa scrissero una lettera di dimissioni dal sindacato per tutti i lavoratori, tornando più tardi a incendiare lo stabile. Ma i casi come questo sono così numerosi che il SINLATRINAL, sindacato degli impiegati nell’industria alimentare, chiede da tempo il boicottaggio dei prodotti Coca Cola e Nestlé.
Le cose non vanno meglio nel settore minerario. Il 10 e l’11 Novembre 2006 il Tribunale Permanente dei Popoli ha raccolto a Medellín numerose denuncie contro imprese multinazionali dedite all’estrazione mineraria e palesemente alleate a strutture paramilitari. Una decina le multinazionali accusate di violenze e abusi nei confronti della popolazione rurale: DRUMMOND, CEMEX, LADRILLERA SANTAFE, HOLCIM, MURIEL, GLENCORE-XTRATA, ANGLO AMERICAN, BHP BILLINGTON, ANGLO GOLD, FRONTINO GOLD MINES.
Si va dall’assassinio di alcuni leader sindacali, al finanziamento di gruppi terroristici, paradossalmente gli stessi che si possono trovare nella “lista nera” stilata dal governo USA dopo l’11 settembre 2001. I funzionari delle imprese mantengono contatti regolari e organizzano periodicamente riunioni con i capi dei paramilitari.
La DRUMMOND è imputata per aver fornito alle AUC appoggio finanziario, provvigioni, accesso alle strutture della sua impresa al fine di contribuire all’assassinio dei sindacalisti Valmore Lacarno Rodríguez, Víctor Hugo Orcasita Amaya e Gustavo Soler Mora.
CEMEX, LADRILLERA SANTAFÉ e HOLCIM sono accusate di persecuzioni, minacce, attentati, pressioni psicologiche nei confronti dei lavoratori associati al sindacato SINTRAMINERCOL.
MURIEL MINING CORPORATION ha ripetutamente violato i diritti territoriali delle popolazioni indigene e meticcie. Leggi speciali impongono di organizzare una consulta prima di dare il via a progetti di alto impatto sulla comunità nativa. La regione di Urabá è stata interessata negli ultimi 10 anni da una sequenza sistematica di crimini ad opera dei paramilitari con l’appoggio della forza pubblica. In questa zona si sta sviluppando il Proyecto Mande Norte, con il quale il governo colombiano sfrutterà attraverso la Mining Corporation le riserve di rame, oro, molibdeno e fonti non rinnovabili che si incontrano lungo gran parte della cordigliera occidentale. Negli ultimi anni i paramilitari hanno attuato un modello di repressione fatto di demolizioni collettive, occupazione territoriale, sfruttamento della risorse naturali e agricole, distruzione del tessuto sociale e culturale.
GLENCORE-XTRATA, ANGLO AMERICAN, BHP BILLITON sono accusate di aver compiuto massacri e deportazioni nei confronti del popolo Wayúu. Attraverso la corruzione dell’esercito e della polizia le compagnie sono riuscite a ottenere anche lo sfruttamento di un porto naturale strategico nella località di Bahía Portete, con la conseguenza, tra l’altro, di un grave inquinamento ambientale.
La FRONTINO GOLD MINES è l’unica compagnia nella quale, dopo anni di lotta, i dipendenti sono stati ammessi a partecipare alla gestione dell’impresa.
Particolare attenzione merita la canadese ANGLO GOLD ASHANTI - meglio conosciuta in Colombia con il nome della sua filiale Kedadha S.A. - perché con i 4 milioni di ettari di sua proprietà è la multinazionale con il maggior numero di miniere nel paese, oltre che la seconda al mondo nell’estrazione dell’oro. Circa 60.000 indigeni e meticci del Cauca hanno assistito negli ultimi anni alla completa militarizzazione della regione, finalizzata alla repressione dei campesinos che gestiscono piccole miniere artigianali e dei coltivatori del Cacao.
La Anglo Gold è dedita allo sfruttamento dell’oro in molti paesi i cui regimi servili sono sottomessi ai dettami del capitale internazionale. Anche in Africa ha precedenti per la sovvenzione di azioni repressive condotte da gruppi paramilitari con l’appoggio delle forze di polizia. Il caso più noto riguarda il finanziamento del Fronte Nazionalista e Integrazionista del Congo, accusato più volte di crimini contro l’umanità dall’Osservatorio sui Diritti Umani; una politica che ha consentito alla multinazionale di estrarre oro dalla miniera di Mongbwalu. In Romania è in corso un acceso dibattito per la costruzione di una superminiera della Anglo Gold Ashanti che costerà l’abbattimento di cinque montagne e centinaia di villaggi.
Sono circa 200.000 gli ettari di terreno richiesti dalla multinazionale al governo Colombiano. Una legge proibisce l’assegnazione di più di 10.000 ettari di terreno a una sola impresa, persona naturale o giuridica, ma c’è uno spazio di libera interpretazione che consente alle multinazionali di sottoporre più richieste nello stesso tempo, ottenendo la possibilità di un’espansione pressoché illimitata sul territorio nazionale.
Secondo il vicepresidente Santos “la Anglo Gold è un buon socio che favorirà lo sviluppo di queste regioni”. In realtà finora gli abitanti hanno conosciuto solo la presenza militare dello Stato, le vessazioni dei latifondisti e la violenza dei paramilitari.
Queste iniziative fanno parte degli sforzi degli Stati Uniti per modernizzare la regione. Omicidi, torture e rapimenti sono le pratiche attraverso le quali la Anglo Gold-Kedadha si è espansa attraverso tutto il paese. Di fronte a un simile panorama è superfluo dire che nel suo processo di espansione violenta la multinazionale non ha mai rispettato il diritto delle popolazioni indigene ad essere consultate. Nel sud del Bolívar, in un periodo compreso tra il 1988 e il 2006, sono state registrate 330 uccisioni di sindacalisti e dissidenti, 88 casi di tortura, mentre 80 persone sequestrate dai paramilitari sono scomparse nel nulla. Una situazione che ancora oggi non tende affatto a migliorare.
L’industria delle banane è un altro campo in cui le multinazionali esercitano una forte repressione del sindacato e la violazione sistematica dei più basilari diritti dei lavoratori. Alcuni mesi fa si è avuta prova che la banana 10 e lode non primeggia certo nel rispetto dei diritti umani. La Chiquita è stata infatti condannata da un tribunale americano a pagare una multa di 25 milioni di dollari per aver finanziato tra il 1997 e il 2004 i gruppi paramilitari con oltre 1,7 milioni di dollari. Il costo è stato addirittura contabilizzato dalla sua filiale colombiana Banadex, sotto la voce “sicurezza”. L’impresa bananiera ha anche “prestato” una sua nave per far entrare in Colombia più di 3.000 fucili AK-47 e milioni di munizioni.
Con oltre 4 milioni di tonnellate vendute negli ultimi cinque anni è l’Ecuador il paese in cui l’industria delle banane rappresenta il pilastro portante dell’intera economia. Qui le multinazionali Bonita, Dole, Chiquita, Del Monte, La Favorita, trovano nella debole legislazione sul lavoro un nefasto “vantaggio competitivo” per spartirsi il mercato mondiale delle banane. La Bonita è di proprietà di Alvaro Noboa, l’uomo più ricco del paese, con una patrimonio di oltre 1.200 milioni di dollari. Leader della destra filo-statunitense e rappresentante delle oligarchie del paese, Noboa si è candidato tre volte alle elezioni presidenziali uscendone tre volte sconfitto, l’ultima nel novembre 2006, sorpassato al ballottaggio dal leader della sinistra Rafael Correa. A pesare sul ristretto margine di vittoria dell’avversario sono stati soprattutto i problemi del mancato presidente con i sindacati e gli operai delle sue numerose imprese (un centinaio circa).
Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro l’Ecuador è tra i cinque paesi del mondo in cui si commettono le maggiori violazioni dei diritti sindacali. I lavoratori non si organizzano nemmeno, per paura delle rappresaglie. Solo l’1% è iscritto a un sindacato. A questo primato fanno da sfondo la miseria degli stipendi (dai 30 ai 70 dollari a settimana per i raccoglitori di banane) e la mancanza di assistenza sanitaria, così come di norme di sicurezza per i raccoglitori di banane, costantemente sottoposti a fumigazioni con diossina e altri pesticidi durante le ore del raccolto (fino a 12 al giorno). Sono circa 250.000 gli impiegati nelle piantagioni, molti dei quali bambini. E’ su queste basi che i produttori ecuadoriani hanno fatto del loro paese il principale esportatore di banane. Pur godendo formalmente del diritto costituzionale a creare organizzazioni sindacali, per una legge non scritta, le imprese hanno il medesimo diritto di licenziare i loro dipendenti, quasi tutti precari. Anche qui, come in Colombia, i rari tentativi di protesta vengono soffocati dalla mano armata dei paramilitari al soldo delle multinazionali.


Luca Vona
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[pubblicato su RINASCITA del 24 luglio 2007]