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    Predefinito Sciascia e la Palermo felicissima

    Da "Cruciverba" di Leonardo Sciascia

    PALERMO FELICISSIMA

    Licenziando, nei primi del ’44, quel suo straordinario libro su Milano che s’intitola Ascolta il tuo cuore, città, Alberto Savinio scriveva: “Nell’estate del 1943 questo libro era per essere licenziato alle stampe, quando i bombardamenti di agosto mutarono la faccia di Milano. Per effetto di quel terribile mutamento, questo libro – questo ‘ritratto di città’ ha acquistato purtroppo un valore impreveduto. E’ il ritratto di Milano di prima. E’ Milano quale nessuno rivedrà mai più. Tale la sorte fatidica dei ritratti e quella perché molti temono il ritratto”
    La Milano di cui Savinio aveva fatto il ritratto, di cui aveva ascoltato il cuore, era quella che dagli anni di Stendhal arrivava ai suoi: una città stendhaliana nonostante i grattacieli, le invadenti sigle commerciali, la Fiera Campionaria; una città in cui a Savinio è possibile incontrare quella civiltà chiusa, cioè “conchiusa e perfetta”, che pure era finita nel 1914, e non incontrare invece il fascismo. Tra il 1940 e il 1943, camminando a Milano per 358 pagine, guardandola e ricordandola (con la propria memoria e quella di Stendhal, di Manzoni e di altri che l’amarono), a Savinio è possibile questo miracolo: di relegare il fascismo, che a Milano era nato, nella più assoluta invisibilità. Mirabile esempio di una indifferenza cui, e non soltanto nei riguardi del fascismo, inutilmente aspiriamo.Ma fermiamoci alla “sorte fatidica dei ritratti”, e cioè alle ragioni per cui “molti temono il ritratto”. Una volta fatto il ritratto, Savinio vuol dire, il soggetto è votato al rischio di mutare o di scomparire: e da ciò il superstizioso timore, da parte di molti, negli anni in cui Savinio scriveva e fino ad oggi in certe immobili plaghe cittadine, a farsi fotografare; poiché farsi fotografare significa dare la possibilità ad altri di possederci, di condurre sulla nostra immagine operazioni suscettibili di trasferirsi magicamente al nostro corpo: e così le fattucchiere mediano vendetta dalla sedotta al seduttore, dal derubato al ladro, dall’oppresso al prepotente. Ma i ritratti di cui intende Savinio non sono riproduzioni di immagini: vanno ben oltre – al cuore, come il suo di Milano. E trasferita in un simile ritratto, fermata, una realtà può mutare o scomparire – e muta, e scompare. Perché bisogna anche dire, al di fuori della dimensione saviniana (che oggi più facilmente si può denominare borgesiana, stante alla moda di cui in cui è venuto Borges e la spessa ignoranza che permane nei riguardi di Savinio), che la sollecitazione al ritratto sempre proviene da una più o meno avvertita coscienza della precarietà.
    Palermo, la Palermo in cui era possibile cogliere qualche riverbero o reliquia di quella che Savinio chiama “civiltà chiusa” - di prima del ’14 e fino ai bombardamenti del ’43 - è scomparsa invece senza lo sdoppiamento e la concausa di un ritratto, senza lasciare di sé immagine e cuore in un libro che si possa paragonare a quello di Savinio su Milano. Ci sono soltanto delle fotografie, e non molte per di più. Non uno scrittore che abbia saputo, in un secolo, ascoltare il cuore di questa città; e non un pittore, tra tanti che ce n’erano, che riesca oggi a dirci più del fotografo loro contemporaneo (soltanto Bruno Caruso, oggi, ne cristallizza qualche memoria degli anni trenta). E ci viene un dubbio, che svolgiamo nel ricordo di un aneddoto. Quando il giudice domandò a Caseario, che aveva ucciso Carnet: “Il presidente in quel momento vi guardava, il suo sguardo non fermò la vostra mano omicida?”, Caseario placidamente rispose: “Il presidente non aveva sguardo”. Ecco: Palermo ha avuto un cuore? O, per uscire dalla suggestione saviniana: Palermo è stata mai una città?
    Potremmo anche rispondere, senza pensarci due volte: si è troppo creduta una città, perché lo fosse davvero; troppo ha tenuto alto l’orgoglio, l’albagia, il disprezzo verso le altre città del regno (parliamo del regno di Sicilia), verso l’altra ed effettiva capitale che era Napoli, verso i paesi e la campagna, perché veramente ci fosse in lei il cuore, il motore, la funzione di una città. Ancora pochi anni addietro, lo ricordiamo, chi veniva da altra città siciliana, e peggio se da un paese, era “regnicolo” e “piedincretati”: quasi in minorità giuridica, oltre che sociale e culturale; e con la vergognosa gleba attaccata alle suole. Si dirà che similmente alle altre città capitali, Roma come Parigi, distinguevano e trattavano i forestieri, i nuovi arrivati gli appena inurbati; ma a Palermo c’era qualcosa di più e di peggio: la presunzione che la città nutrisse, propriamente nutrisse, il regno; che dalla città venisse elargito sostentamento a tutte le altre città e paesi e campagne, ricevendone i morsi avvelenati dell’ingratitudine, del tradimento. Il fatto che tutte le rendite si concentrassero a Palermo, accendendo il lusso e il capriccio delle duemila famiglie feudatarie, e che nel resto della Sicilia regnasse la miseria più nera, dava al palermitano la presunzione che quella ricchezza andasse da loro agli altri, a permettere una squallida sopravvivenza, e non che fosse invece prodotta da coloro cui appena restava quel tanto che permetteva di sopravvivere. Singolare presunzione, e forse unica: e trovava emblematica raffigurazione nell’immagine di un re, Palermo, al cui seno un serpe, il resto dell’isola, si sveglia per succhiare e avvelenare (raffigurazione che certo viene dalla favola del serpe intirizzito che il viandante raccoglie e si mette al petto; e una volta che si riscalda il serpe lo morde).
    Del disprezzo della città capitale, i “regnicoli” si vendicavano non vedendola. Forse non deliberatamente, ché è facile immaginare sfiorassero le stupende cose che c’erano, e ancora ci sono, in preda a preoccupazioni burocratiche o giudiziarie; così come Antonio Baldini, il giovedì santo del 1928, si accosta ai monumenti palermitani senza vederli, in apprensione per la moglie partita in idrovolante.
    Ma tant’è che nessun ricordo, a parte il Grand Hotel et des Palmes e la pasticceria Gulì, il “regnicolo” di condizione riportava di Palermo; e mirabile invece di Monreale, al punto da farne, proverbialmente, la meta più importante del venire a Palermo en touriste (non disgiunta allora dal tour l’aspirazione all’istruzione se non alla cultura(. “cu va a Palermu e’un vidi Murriali, sceccu va e sceccu torna” – chi va a Palermo e non vede Monreale asino va e asino torna. E questo fa parte dei nostri ricordi. Più in là nel passato, c’è da credere i siciliani non avessero lo stesso atteggiamento nei riguardi della città capitale, e che vi arrivassero guardinghi e diffidenti, non disposti a distrarsi nell’ammirazione, e anzi studiatamente comportandosi con indifferenza di fronte ad ogni cosa bella e per loro nuova; mentre lo straniero, il continentale che si avventurava in un viaggio in Sicilia, si sentiva come in obbligo di vedere anche Palermo, e la vedeva resistendo alla tentazione dei dintorni: sempre più forte di quella della città coi suoi monumenti e le sue istituzioni. E assolto l’obbligo, più in fretta che si poteva, eccolo infatti a trascorrere le sue ore nei giardini periferici, nelle ville, nei paesi vicini. Si sente, nei viaggiatori continentali che hanno lasciato resoconti o diari del loro tour siciliano, che non fosse stato per l’obbligo del reportage (avanti lettera) o comunque della completezza d’informazione sul paese visitato, avrebbero fissato del loro soggiorno a Palermo soltanto delle sensazioni…(continua)

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  2. #2
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    (continua) ...
    I punti di vista su Palermo, quelli che di solito si affidano alla macchina fotografica per le cartoline “Palermo – Panorama della città”, sono principalmente due: dal monte Pellegrino (che molti, e anche Barilli, chiamano San Pellegrino, coinvolgendovi il gusto o il disgusto della magnesia e dell’acqua gasata) e da Monreale. Dal monte Pellegrino, e precisamente dall’incredibile castello Ultveggio (nato come albergo e ridotto oggi a supporto, in tempi elettorali, di una luminosa dicitura propagandistica), la città appare più che informe amorfa, quasi che le case lievitassero e proliferassero inarrestabilmente, una biancastra fungaia che tutto invade e tutto cancella. In questa massa invadente, la vecchia città è un punto grigiastro, che appare di diversa materia e consistenza: e ci si può anche arrendere all’immagine baudelairiana che quel punto ormai quasi sommerso indichi una decomposizione organica da cui si è generata l’enorme e insana efflorescenza della città nuova. Da Monreale, tutto appare diverso: c’è una lunga e dritta via che dal piede del mons regalis arriva al mare, una via solenne e inalterabile ai cui lati, e più sul sinistro e sinistramente, è nata una città che continuamente e senza disegno si allarga e cresce. Ma non ci importa niente, guardando da quel punto, della città: siamo ipnotizzati, come certi animali quando davanti ai loro occhi si traccia col gesso una striscia, da quella lunga e dritta via, da quel corso che un arco, un tempo porta, divide in due denominazioni: corso Calatafimi, corso Vittorio Emanuele. Soltanto questa via conta, soltanto questa via è Palermo.
    Ma ci sono ragioni, oltre quelle visuali, del condizionamento e dell’illusione ottica, di quella specie di ipnosi che stabilisce la linea dritta, per affermare che Palermo è tutta in quella via, che Palermo si percorre tutta o si svolge in quel tapis roulant che dal mare sale al barocco ingresso della normanna Monreale?
    Intanto – guardando da Monreale e dicendo che la via viene dal mare a Monreale e non da Monreale al mare – abbiamo contraddetto la nostra situazione fisica, il nostro punto di vista. Quel che sappiamo è più forte di quel che vediamo. E quel che sappiamo è che questa è una via tracciata da chi è arrivato e non da chi già c’era. E’ la via non autoctona del potere. Partiva da una fortezza e arrivava al palazzo del re (e quando andò oltre, fino a Monreale, fu per realizzare un sogno del potere: la sua diretta discendenza da Dio). E il suo nome fu, per tanti secoli, quello della fortezza: il Cassaro (alcazar, al-Qasr). E tra la fortezza e il palazzo reale, lungo una prospettiva che Idrisi diceva splendida, ed è, i poteri, i potenti, le giurisdizioni, i privilegi, i privilegiati si guarderanno, si spieranno, si soccorreranno, si insedieranno e si insidieranno, si celebreranno. E “cassariote” saranno le prostitute, “cassariari” l’ozioso deambulare…
    (Continua)

  3. #3
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    Da "Cruciverba" di Leonardo Sciascia

    (Continua)
    Il barone Georges Eugène Haussmann, cui Parigi ha dedicato uno dei grandi boulevards da lui concepiti e realizzati, ha avuto qui lontani e ignoti precursori. L’ideale urbanistico della strada dritta s’appartiene all’ordine estetico e all’ordine pubblico: e sia il Cassaro che i boulevards sono stati visti, prima che nell’armonia e nello splendore prospettico, sul filo di mira delle balestre e dei moschetti, delle spingarde, dei mortai. Spazzare una barricata o una folla da una strada dritta è più facile che spazzarle da una strada tortuosa. Assicurandosi di una strada dritta (o, come nel caso del prefetto di Napoleone III, di tante strade dritte), il potere trionfava doppiamente: nella bellezza e nella forza.
    Una sola strada dritta bastava a Palermo ad accogliere e proteggere tutti i poteri, tutti i potenti: il Tribunale dell’Inquisizione e l’Arcivescovado, il re o il viceré, il senato civico, i grandi monasteri e le grandi famiglie. Fino a pochi anni addietro, partendo dal mare e andando oltre Porta Nuova, lungo il Cassaro ribattezzato coi nomi della prima battaglia vinta da Garibaldi e del re per cui la vinse, si potevano elencare: i Tribunali, l’Archivio di Stato, il Municipio, il Provveditorato agli Studi, la sede dell’Assemblea Regionale e del Governo, il Comando Regione Militare, la caserma di un reggimento di fanteria… Hanno avuto negli anni trasloco i Tribunali e il Provveditorato agli Studi: ma nel palazzo dello Steri, che fu dell’Inquisizione e poi dei Tribunali, andrà il Rettorato dell’Università. Se si aggiunge che anche la Federazione Fascista aveva sede tra i Quattro Canti e l’Arcivescovado, e se non ricordiamo male di fronte al Carlo V che giura costituzioni e privilegi della città, gittato in bronzo da Scipione Li Volsi, siamo al completo. La linea retta è stata sempre a Palermo la distanza più breve tra tutti i punti del potere.
    (Continua)

  4. #4
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    Da "Cruciverba" di Leonardo Sciascia

    (Continua)
    Abbiamo fin qui voluto dire, per converso, che una città è data dai rapporti di penetrazione o di contrasto (o insieme di penetrazione e di contrasto) tra le classi, i ceti, le categorie; dal flusso e riflusso economico tra essa città e la campagna; dai commerci col territorio di cui è centro; dalla cultura che, in forza di quei rapporti, di quell’osmosi economica, di quei commerci, vi si cristallizza (e usiamo il termine nel senso di risultato di un processo); mentre a Palermo tutto si è svolto ed è cresciuto – e si svolge e cresce – in forza, cioè in debolezza, di un potere che ha guardato soltanto se stesso perdendo così, in sé come nella concrezione umana che intorno gli si moltiplicava, ogni effettualità e funzione – facendosi insomma astratto. E per essere più chiari, apriamo un dizionario alla voce città: “Centro di vita sociale avente considerevole importanza economica, politica, culturale tanto da far convergere su di sé gli interessi del territorio circostante, e caratterizzato dal concentramento di un complesso di costruzioni di vario genere, con spazi liberi, adatto a soddisfare le esigenze di abitazione e di circolazione ed organizzato in modo da consentire lo svolgimento delle molteplici attività umane e l’espletamento dei servizi propri di una collettività di notevole consistenza numerica”. Si attaglia a Palermo, una simile definizione? Se non in campanilistico furore o in interessata malafede, nessuno crediamo possa affermarlo.
    Bela Balazs, concorrendo a una sistemazione di una estetica del cinema, non sappiamo quanto mai attendibilmente, diceva che come nel teatro si conviene “questa scena rappresenta un bosco”, nel cinema la convenzione va un gradi più oltre: “questo bosco rappresenta la scena di un bosco”. Così, a nostra impressione e giudizio, Palermo è città: “questa città rappresenta la scena di una città”.

 

 

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