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    TERRA DI MEZZO CROTONE
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    Predefinito Roma, 28 luglio 2007 – ASSEMBLEA NAZIONALE DI AN - INTERVENTO DI GIANNI ALEMANNO

    Voglio cogliere fino in fondo l'invito fatto da Gianfranco Fini di parlare con sincerità, perché quello che sta accadendo in questi giorni ci mette tutti alla prova. Dico qualcosa di più: oltre ad essere sinceri credo che tutte le nostre azioni future debbano essere improntate al principio di reciprocità dei rapporti. E' ancora valido il vecchio detto: "Non ti domandare cosa può fare la Patria per te, domandati cosa tu puoi fare per la tua Patria". Non basta denunciare gli errori, veri o presunti, degli altri, bisogna sapersi interrogare sulle proprie insufficienze e impegnarsi tutti a fare di più e di meglio. Questo vuol dire che tutti dobbiamo fare un esame di coscienza, in profondità, nelle varie realtà di partito, al centro e in periferia. Innanzitutto devo sottolineare che l'anno ormai trascorso - quello che ci separa dalla sconfitta elettorale - è stato da tutti noi vissuto in modo "sonnambulico", senza la lucidità necessaria. Sono trascorsi più di dodici mesi dalla sconfitta elettorale e mi domando se siamo riusciti - non solo noi di An, ma tutto il centrodestra - a compiere un'analisi seria del perché abbiamo perso le elezioni e soprattutto se abbiamo cominciato a lavorare sul centrodestra del futuro. Siamo riusciti ad impostare un nuovo programma di governo? Ad elaborare e comunicare il nostro progetto per l'Italia futura? Penso, ad esempio, al documento che abbiamo approvato lo scorso anno, un documento pensato per il percorso che ci doveva portare al "partito unico" del centrodestra. Quel documento, tra vari aggiustamenti e molte affermazioni discutibili, si giustificava in quella prospettiva, perché si pensava - io non ne ero molto convinto, per la verità - che fosse proprio il partito unico la giusta reazione alla sconfitta elettorale e la spinta verso il nuovo futuro. Questa prospettiva, purtroppo, abbiamo finito per viverla in modo logorante, come un'illusione che ci ha allontanato dalla realtà e ci ha fatto perdere troppo tempo. Con il risultato che, nell'attesa del nuovo soggetto politico del centrodestra, non siamo neanche riusciti a lavorare sulla premessa fondamentale dell'unità del centrodestra e cioè sul programma politico, sul progetto comune. I programmi, infatti, sono diventati l'aspetto diversificante e politicamente centrale della seconda Repubblica. Nella prima Repubblica ogni partito scriveva il suo "programmino" che valeva come manifesto elettorale. Poi, solo dopo il voto, si facevano gli accordi veri e quindi tutto quello che era stato promesso in campagna elettorale poteva essere revocato con l'alibi dei necessari compromessi con gli alleati di governo. Nella seconda Repubblica, invece, non è così. Se oggi il centrosinistra è crocifisso sulle sue contraddizioni è perché nel suo programma di 280 pagine ha preso impegni irrealizzabili, come ad esempio l'abolizione dello "scalone" pensionistico senza avere le risorse per farlo. Lo stesso discorso può essere fatto su di noi, perché le difficoltà che abbiamo avuto nei nostri cinque anni di governo - dobbiamo dirlo con chiarezza a chi ci accusa di aver "legato le mani" al presidente Berlusconi - non derivavano dai "condizionamenti" e dai "ricatti" di Alleanza Nazionale o dell'Udc. Non è per questo motivo che non abbiamo fatto tutto quanto era necessario e che non siamo riusciti a vincere le elezioni. La verità è che il nostro programma elettorale e il nostro progetto politico erano insufficienti ed incompleti. Se il centrosinistra ha cominciato a governare con un programma di 280 pagine in cui c'è tutto e il contrario di tutto, noi nel 2001 siamo partiti da un programma di sole due pagine: il "Patto con gli italiani". Così quando siamo dovuti andare oltre quelle due pagine di programma, ci siamo trovati di fronte a problemi che non avevamo preventivamente affrontato, abbiamo usato linguaggi diversi e siamo entrati in difficoltà. I programmi, dunque, sono importanti, essenziali, eppure abbiamo vissuto un anno senza neppure cominciare ad affrontare questi nodi. Oggi quello che tutti si aspettano è un "Progetto per la Nuova Italia", un nuovo grande programma che dia speranza agli Italiani, una speranza di cambiamento. Il tanto citato Nicolas Sarkozy ha avuto la capacità di riaccendere la speranza nei francesi: ha detto basta con una politica che non riesce ad intervenire sui grandi problemi fondamentali della nostra epoca. Ha rinnovato il concetto di appartenenza nazionale, ha spiegato che lo Stato, la Politica e la Partecipazione possono e debbono contribuire a risolvere i problemi degli individui. "Insieme, tutto è possibile" è stato il suo slogan più riuscito. Sarkozy ha lanciato un messaggio che supera l'individualismo, in cui c'è il rispetto della persona e del mercato, ma c'è anche e soprattutto la speranza collettiva, il grande progetto nazionale e popolare. Anche Walter Veltroni sta lavorando su questo, anche lui nei suoi discorsi sottolinea ossessivamente la necessità di lanciare un progetto per la "Nuova Italia". Tutto si giocherà su chi riuscirà a dare più speranza agli Italiani. La grande operazione trasformistica del centrosinistra porterà Veltroni a distaccarsi da Prodi e a lanciare il messaggio: "Io sono un'altra cosa, offro nuove prospettive, nuove speranze". Cosa aspettiamo, allora, a costruirlo noi questo grande progetto? Credo, quindi, che debba essere organizzato un evento importante e significativo, una Conferenza programmatica di Alleanza Nazionale in cui delineare questo progetto. Un progetto chiaro, forte, complessivo e trainante, attraverso il quale aprire il confronto con gli alleati. E' compito di An rompere la stasi progettuale e culturale che si è creata in quest'ultimo anno. La semplice opposizione e la presa d'atto del fallimento di Prodi non bastano più. La scesa in campo di Veltroni non ci permette di rimanere immobili a contemplare il fallimento della sinistra, perché i nostri avversari stanno già preparando la soluzione di ricambio. Il progetto della nuova Italia, allora, deve nascere al più presto e sono convinto che se An romperà la stasi, Forza Italia, Udc, Lega e molte altre forze si metteranno in moto. Ma non possiamo più delegare ad altri l'iniziativa, soprattutto ora che abbiamo archiviato l'ipotesi del partito unico e della federazione dei partiti del centrodestra. Tutto questo, però, non basta. Ci sono altri due fattori che sono assolutamente necessari perché l'operazione sia vincente: l'attenzione alle regole tecniche della comunicazione e il significato profondo dei messaggi da lanciare. Affinché il nostro progetto politico venga compreso e faccia breccia nel cuore e nella mente degli Italiani, bisogna affrontare dei temi cruciali che "fanno la differenza", che indicano la svolta profonda di cui la nostra Nazione ha bisogno. Questi messaggi di fondo, devono essere costruiti bene dal punto di vista comunicativo, per evitare che arrivino all'elettorato in modo distorto, ma soprattutto devono essere in sintonia con il vento forte che oggi spira in Europa. C'è nel nostro Continente un forte "vento identitario" che rende inquiete le coscienze e noi dobbiamo saperlo cogliere, con la consapevolezza che certi temi, un tempo appannaggio esclusivo della Destra, non sono più solo nostri. Faccio degli esempi, per essere più chiaro, sia sul versante delle tecniche di comunicazione che su quello dei valori identitari. Innanzitutto il discorso sull'immigrazione. Bisogna essere consapevoli che quando si affronta questo tema An viene ricordata, non tanto per la legge Fini-Bossi, quanto per il voto agli immigrati. Questo è il problema, dunque: l'opinione pubblica percepisce non quello che abbiamo fatto concretamente, ma soprattutto l'effetto comunicativo dirompente della proposta sul voto agli immigrati. Qui non ritratta si negare il valore della solidarietà e dell'integrazione, che io condivido profondamente, anche perché è legato alla cultura cattolica e al "modello italiano" (lo ritroviamo anche nel documento stilato da Fabio Granata), ma si tratta di comprendere che il tema della "cittadinanza" viene vissuto oggi dai nostri connazionali in una condizione di profonda emergenza. La gente vive il problema dell'immigrazione e del nomadismo come una situazione critica, pesante, che gli brucia sulla pelle. Se non riusciamo a cogliere questo stato di emergenza, rischiamo di essere come quegli intellettuali di sinistra - che abbiamo sempre criticato - i quali parlano dei "massimi sistemi", mentre nelle periferie urbane si vivono tutte le contraddizioni di un dramma reale. Io sono anche il presidente della Federazione di Roma e sto girando nelle periferie della Capitale, lungo le baraccopoli e i campi abusivi che si estendono dovunque, in interi quartieri invasi dall'abusivismo commerciale dei clandestini. Ho guardato le cifre: in un anno Roma ha più che raddoppiato il numero di nomadi ed altri sono in arrivo. Leggendo le statistiche europee ci si accorge che sono in movimento oltre 15 milioni di nomadi entro i confini comunitari e ad essi si aggiungono moltitudini di "senza fissa dimora", di immigrati clandestini come di cittadini neo-comunitari che vagano per le nostre città senza un lavoro e senza una residenza legale. Vivono di espedienti, di sfruttamento delle donne e dei minori, di micro-criminalità e di attività illegali, pesano sulla sicurezza dei più deboli, dei più poveri, degli anziani. Rispetto a questi problemi sempre più sentiti, allora, dobbiamo trovare un messaggio forte, che faccia capire alla gente che sentiamo l'emergenza e che non ci giriamo attorno. Dobbiamo far comprendere che quando ragioniamo di solidarietà, di cittadinanza, di integrazione, non stiamo aggirando il problema come fa Veltroni e che siamo in grado, culturalmente prima ancora che politicamente, di affrontare e risolvere questa emergenza. Altro nodo che voglio affrontare è il rapporto col mondo cattolico. Ho apprezzato molto quello che il presidente Fini ha detto oggi al riguardo, mi sembra una svolta importante rispetto ad errori passati, ma voglio aggiungere qualcosa in più. Qui non si tratta affatto di diventare clericali o di piegare verso un partito confessionale, si tratta invece di capire la situazione da un punto di vista profondamente politico e culturale. Dobbiamo renderci conto che la Chiesa cattolica sta vivendo qualcosa di molto simile ad una "nuova Lepanto": sente l'Europa minacciata e lancia una battaglia non fatta di armi, ma di coscienze, di cultura e di identità. Il mondo cattolico più qualificato reagisce al pericolo non solo dei fondamentalismo, ma del laicismo, dell'omologazione consumista e materialista, dell'attacco al diritto naturale che colpisce la vita, la famiglia e la persona umana. Noi non possiamo ignorare una realtà così importante, in cui la cultura cattolica sprigiona tutta la sua forza identitaria e si rompono vecchie "prudenze" che hanno generato il fallimento culturale dell'Italia democristiana. Pensiamo ad esempio al fenomeno degli "atei devoti": persone che non credono, degli atei, che però si rendono conto che - in un momento cruciale per l'Europa - l'appartenenza religiosa deve essere considerata non come spinta fondamentalista o xenofoba, ma come capacità di ritrovare in se stessi quella energia di identità che può permettere alla nostra civiltà di rigenerarsi. Questa è la molla che dobbiamo riuscire a far scattare. Quando parliamo di modernizzazione e di aperture, dobbiamo essere consapevoli delle energie umane sulle quali i grandi progetti si costruiscono. I valori tradizionali, le identità delle persone, delle famiglie e delle comunità, sono grandi energie che possono animare l'agorà politica e lo scambio sociale, la partecipazione e la modernizzazione del nostro Paese. Senza essere confessionali o tanto meno clericali, è necessario, dunque, vivere una profonda compartecipazione ideale con il mondo cattolico, il cui ruolo politico e culturale, piaccia o meno, è destinato a crescere nell'epoca della globalizzazione. Terzo esempio strettamente legato ai precedenti: l'ingresso nell'Unione europea della Turchia. Occorre essere molto chiari al riguardo. Abbiamo sotto gli occhi l'effetto devastante dell'entrata della Romania in Europa, che è diventata la causa principale della nostra incapacità di governare le periferie delle nostre metropoli. Possiamo continuare a non prendere decisamente posizione contro l'ingresso nella Ue di una Nazione di 80 milioni di mussulmani? Questo è un tema che come messaggio politico vale più di una proposta di legge: non è un caso che anche Nicolas Sarkozy ne abbia fatto uno dei punti fondamentali della sua campagna elettorale. Ma sentite cosa ha dichiarato recentemente anche José Maria Aznar: "l'Europa non è illimitata nei suoi confini: l'ingresso della Turchia in Europa, per esempio, non mi trova d'accordo. Mi sento di dire chiaramente che una sua adesione è attualmente impossibile. Certo gli scambi devono essere incoraggiati e rinforzati in più settori, ma i responsabili europei devono avere l'onestà di dire che l'adesione turca è attualmente impossibile. Penso che l'Unione europea non sia capace di assimilare una popolazione di 80 milioni di abitanti in maggioranza musulmani, non ancora pronti alle norme, alla mentalità e alle istituzioni europee. Non dimentichiamo che con il Trattato europeo semplificato, che prevede un sistema di poteri basato sulla maggioranza qualificata (che privilegia la demografia), la Turchia diventerà il paese con la maggiore percentuale di voti al Consiglio e al Parlamento europei. Conviene dunque privilegiare delle relazioni speciali, ma non l'adesione, e in ogni caso non allo stato attuale". Può An avere su questo tema delle posizioni più "moderate" di Aznar e Sarkozy? Devo adesso affrontare il tema della "nuova socialità": sono ben consapevole della necessità di una profonda svolta - che mi riguarda anche personalmente come esponente della "destra sociale" - nelle politiche del lavoro e del welfare. Qualche anno fa, ad esempio, in campo previdenziale non avrei criticato così duramente, come invece sto facendo in questi giorni, il modo in cui il governo sta cercando di ridurre lo "scalone" delle pensioni. In realtà la sinistra, con questa contro-riforma, per dare una risposta a 280 mila pensionati, sta bruciando ingenti risorse che sarebbero indispensabili per altre politiche sociali: per la famiglia, per i giovani, per i disoccupati, per i non autosufficienti. E' l'esatto opposto di cui attacca le politiche sociali in nome di logiche puramente liberiste o di rigore finanziario. E' in nome della nuova socialità che bisogna attaccare l'assistenzialismo e lo statalismo, non per ridurre la spesa sociale (che è una delle più basse tra i paesi europei in rapporto al Pil) ma per riequilibrarla e orientarla verso i principi del merito, della sussidiarietà, della reciprocità, della dignità della persona umana. Nelle politiche del lavoro dobbiamo riproporre il problema dei redditi (troppe famiglie sono spinte verso la soglia di povertà...) che oggi si affronta soltanto incrementando la produttività, valorizzando il merito e la partecipazione responsabile dei lavoratori. Solo in questo modo si evita quella strisciante "lotta di classe" alimentata dalla sinistra tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, che devono avere delle condizioni di vita e di produzione meno distanti, per sentirsi partecipi dell'unità del lavoro e dell'impresa contro ogni forma di rendita e di parassitismo. Non dobbiamo, dunque, ricadere nei vecchi schemi e nelle vecchie logiche che dominano ancora oggi il dibattito politico. Per fare questo è necessario instaurare un rapporto più profondo e strutturato con le parti sociali, i corpi intermedi e gli interessi legittimi: è quel radicamento nella "società civile organizzata" in cui si deve favorire, attraverso l'applicazione del principio di sussidiarietà, una composizione dinamica e creativa degli interessi particolari legittimi con l'interesse generale e il bene comune. I valori identitari entrano pesantemente nelle politiche economico-sociali proprio misurandosi con le contraddizioni e gli squilibri della globalizzazione. Siamo capaci di portare avanti un ragionamento sulla globalizzazione che non ci faccia apparire attardati sul political correct della sinistra liberal? Giulio Tremonti, ad esempio, con il concetto di "mercatismo" ha lanciato delle parole d'ordine molto forti sui "rischi fatali" della globalizzazione. Bisogna, allora, affrontare il tema senza paura e senza subalternità culturale. La globalizzazione così come si sta sviluppando, porta ad un livellamento verso il basso dei redditi, della socialità, delle tutele, del tenore di vita complessivo, attacca soprattutto il ceto medio che rischia di essere azzerato. Siamo, dunque, capaci di farci promotori in Italia ed in Europa di una politica che raccolga il "grido di dolore" di tante imprese italiane che subiscono la concorrenza sleale delle produzioni dell'estremo oriente e dei paesi emergenti? Siamo pronti a costruire, insieme a tutte le destre continentali, un nuovo paradigma per un governo sociale, ambientale ed identitario della globalizzazione? Infine, un ultimo punto cardine è il rinnovamento della politica. Ignazio La Russa ha criticato, nel suo intervento, l'iniziativa che abbiamo assunto insieme ad Antonio Di Pietro sui costi e sulla trasparenza della politica. Questa convergenza ha avuto chiaramente il senso di una provocazione giornalistica, ma io sono profondamente convinto che su un tema come questo occorra fare un lavoro serio e profondo. Dobbiamo rispondere agli attacchi dell'anti-politica, da un lato sottolineando che nel nostro Paese non esiste solo la "casta dei politici", ma che esistono molte altre "caste", molte lobby di potere che devono essere smantellate. Dall'altro lato non dobbiamo essere secondi a nessuno, proprio per la nostra storia, nel pretendere trasparenza, sobrietà, rappresentanza reale nel sistema politico. E nell'essere esempio nel nostro agire politico. Questo è il senso dell'iniziativa della Federazione di Roma intitolata "Via le Caste", a cui hanno contribuito in modo determinante sia Fabio Rampelli che Antonio Buonfiglio. In questa campagna si inserisce la presentazione di una proposta di legge "trasversale" (e quindi non limitata solo alla convergenza con Di Pietro) per portare in trasparenza i meccanismi della politica e i rapporti tra politica ed economia: il riconoscimento giuridico dei partiti e dei sindacati, affinché entrambe queste organizzazioni siano strumenti di effettiva rappresentanza; la regolamentazione delle attività delle lobby; la limitazione del numero dei componenti degli organi esecutivi (diminuire ministri ed assessori, invece che i consiglieri eletti come vuole fare il Governo Prodi); il taglio dei budget delle nostre istituzioni, a cominciare dal Quirinale, che non possono costare più della media europea. Dobbiamo inevitabilmente affrontare questi temi, perché oggi la sfida è fra tecnocrazia e partecipazione. E' una logica tecnocratica, infatti, quella che vuole attaccare i partiti politici, non la politica in astratto. Se scompaiono i partiti politici, cosa rimane della partecipazione politica? Nulla, scompare la militanza e il coinvolgimento popolare, restano solo i rappresentanti dei "poteri forti", delle organizzazioni di interessi, delle lobby. Dobbiamo pertanto essere in prima fila nella rigenerazione dei partiti, dobbiamo dare l'esempio, dobbiamo fare della sobrietà e della trasparenza uno stile di comportamento, dobbiamo applicare sempre e comunque il valore della partecipazione. A questo proposito voglio ricordare la questione di Gustavo Selva. Mi dispiace di aver messo in difficoltà qualcuno, non era questa la mia intenzione. Ma da troppe parti mi arrivavano domande sul perché tenessimo ancora Selva nel Partito, dopo quel suo gesto di incredibile arroganza e sul quale non aveva neppure sentito il dovere di chiedere scusa. Perché dovevamo far finta di niente? Perché An avrebbe dovuto avallare una situazione simile? Noi, lo ripeto, non possiamo esimerci dall'essere esempio. Voglio riassumere questo mio intervento, sottolineando la necessità di mettere in campo due offensive irrinunciabili. La prima è quella di lanciare un "progetto per la nuova Italia" che affondi le sue radici nei valori di una moderna destra sociale, popolare ed identitaria. Nessuno di noi ha mai creduto che l'identità sia un fattore statico e rivolto al passato, ma un progetto di modernizzazione non si costruisce senza valori saldi o eludendo i problemi reali della gente comune. Rifiutare le degenerazioni xenofobe, nostalgiche, reazionarie e antimoderne, non deve significare rifugiarsi in un intellettualismo da salotto lontano dalla realtà. La destra tutto si può permettere meno che distaccarsi dalla realtà per chiudersi in un astratto universo ideale. Alleanza Nazionale deve essere in grado di incanalare il vento identitario che spira in Europa in un grande progetto di modernizzazione e di speranza. La seconda offensiva è dimostrare che il nostro Partito è al servizio del Bene comune, che non si tira indietro sulle regole, sulla trasparenza, sui bisogni essenziali della gente, sulla rigenerazione della Politica. Quando sono cadute le ideologie, è finito anche il tempo in cui una parte politica poteva pensare di essere la depositaria esclusiva della verità. Ci sono quindi delle battaglie per il bene comune che per essere credibili non possono non essere condotte trasversalmente, al di là degli schieramenti. Come la raccolta di firme per il referendum sulla legge elettorale, come le riforme costituzionali, come il Family Day o la "Notte bianca della solidarietà" a Roma: dimostrare di non avere riserve, di non essere faziosi, di credere nella politica come servizio, è qualificante agli occhi della gente, legittima il bipolarismo e la nostra forza politica. E consente poi, quando è necessario, di prendere posizioni nette e anche laceranti senza essere demonizzati ed isolati. Con questa doppia offensiva Alleanza Nazionale può sfidare i luoghi comuni e affrontare i problemi reali e profondi dell'Italia senza essere emarginata. Possiamo aprirci, aggregare ed essere legittimati senza rinunciare alla nostra identità, anzi manifestando con chiarezza i nostri valori. Le indicazioni date oggi nella relazione di Gianfranco Fini sono corrette, si muovono sulla strada giusta, la strada che approvo. Dobbiamo, però, percorrerla con estremo rigore e coerenza. Guai ad abbassare la guardia, guai se la prossima Conferenza programmatica si trasformasse in una semplice vetrina, guai ad eludere i problemi cruciali, non dando messaggi chiari e netti: la gente non ci capirebbe. Oggi la Destra è un "brand" che attira, non abbiamo più l'esclusiva e sono in molti a farci concorrenza sul nostro campo. Non possiamo più permetterci errori, "strappi" non compresi, sbandamenti. Non dobbiamo sottovalutare la "scissione" di Storace, ma dobbiamo spiegarla a tutti nel suo reale significato. Il modo di agire di Francesco io l'ho sperimentato personalmente nel momento delle elezioni comunali di Roma. Quando mi sono candidato contro Veltroni sapevamo tutti che si trattava di un'impresa impossibile, ma ho creduto mio dovere impegnarmi lo stesso: qualcuno doveva pur farlo... E' proprio in quella occasione che ho visto emergere l'inizio della "scissione": in quella battaglia disperata Francesco Storace incredibilmente si è tirato indietro, mi ha abbandonato semplicemente perché non era d'accordo. L'ex-governatore della Regione Lazio, l'uomo che aveva rappresentato tutto per An a Roma, non era disponibile a cedere il passo neppure a chi era stato al suo fianco per molti anni. C'è una matrice di esasperato personalismo in questi comportamenti. All'opposto, in quella battaglia mi sono trovato a fianco Gianfranco Fini. Dico queste cose con estrema chiarezza, perché dobbiamo essere consapevoli di differenze personali sostanziali, senza le quali è inutile declamare i "valori della destra" . Una cosa è Francesco Storace, ben altra cosa è Gianfranco Fini. Il Presidente di An è una persona leale, questo lo abbiamo potuto constatare tutti nei momenti di difficoltà. Se, dunque, riusciamo a percorrere insieme la nostra strada, senza fughe in avanti da parte di nessuno, se il nostro Partito riprende il gusto della partecipazione, cambia pelle, si fa esempio di un nuovo modo di fare politica di cui c'è disperatamente bisogno in Italia, non ci saranno ostacoli che non saremo in grado di superare. Le scissioni di vertice e personalistiche faranno la stessa fine di quella di Democrazia nazionale. Ma, lo ripeto, questa è una sfida che si affronta insieme: vertice e base, gruppi, regioni e componenti. Dobbiamo stringere tra tutti noi "un patto per un anno" per rigenerare profondamente Alleanza Nazionale, che deve tornare ad essere il punto di riferimento credibile e trainante di tutti gli Italiani che cercano i valori della destra e che vogliono costruire con noi la Nuova Italia.

    Gianni Alemanno

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  2. #2
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    Tutto si giocherà su chi riuscirà a dare più speranza agli Italiani.

    Io queste frasi nel mio partito non le voglio sentire più, non solo da Alemanno, gli Italiani non vogliono speranze, vogliono proposte, seguite da fatti, dare speranza per vincere è un errore e per certi versi anche un offesa, per chi si spacca il culo per accrescere il consenso a nostro favore.

  3. #3
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    Bravo Alemanno

  4. #4
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  5. #5
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    Se volete guardare l'Assemblea Nazionale del 28 o parti di essa:

    http://www.radioradicale.it/scheda/231866/assemblea-nazionale-di-alleanza-nazionale

 

 

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