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    Predefinito Mani Pulite e lotta alla Mafia: un'occasione perduta

    Mani Pulite: una persecuzione?

    Cosa è stata Mani Pulite lo raccontano anche alcuni dati.
    3.200 richieste di rinvio a giudizio da parte della procura.
    Di esse 1.322 sono state rinviate a dibattimento, 620 sono state condannate con riti alternativi nell'udienza preliminare, 635 invece sono state prosciolte dal Gup
    (in 353 casi per estinzione del reato e solo in 282 per ragioni di merito)
    mentre i restanti casi sono stati trasmessi ad altri uffici per competenza.
    Quanto ai 1.322 rinviati a giudizio, ci sono state 661 condanne e 476 proscioglimenti.
    (in 299 casi per estinzione del reato e solo in 177 per ragioni di merito)

    Lotta alla Mafia

    Una stagione terribile quella del dopo Falcone-Borsellino.
    Con lo Stato che decide di rispondere alla strategia stragista dei boss.
    Nei fatti, soprattutto.
    Indagini, arresti, processi.
    E un numero impressionante di condanne alla pena dell'ergastolo
    (quasi 650 inflitti nel periodo tra il 2000 e il 2004)
    inflitte o confermate nel distretto della Corte d’appello di Palermo, oltre a moltissime dure condanne a pene temporanee.
    Poi il capitolo di aggressione ai beni mafiosi, altra metà della lotta a Cosa nostra: dal '93 al '99 ci sono stati sequestri per un valore di circa 10.000 miliardi di vecchie lire.

    L’Italia ritrovò Giustizia
    Dopo il 1992 cambia l’Italia. E il cambiamento passa anche per i tribunali.
    Un terremoto fondato su fatti oppure su sospetti, forzature, teoremi?
    La risposta sta negli esiti processuali, agevolmente controllabili: la procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di 3200 persone, meno di 500 sono stati prosciolti per ragioni di merito...

    Gian Carlo Caselli
    08 Agosto 2007

    Alcuni vocaboli andrebbero usati con parsimonia estrema, per proteggerli.
    La pulizia della politica e della mente comincia sempre con una pulizia delle parole più sciupate.
    Questa riflessione di Barbara Spinelli ben si attaglia allo scempio che in Italia deve spesso subire il termine «garantismo».
    Uno scempio che negli ultimi tempi sta facendo evaporare la realtà di ieri e di oggi.
    Ad impartire supponenti lezioni di garantismo, infatti, sono soprattutto i corifei di coloro che hanno sempre praticato strategie finalizzate al rifiuto del processo, alla sua gestione come momento di rottura e di scontro.
    Mentre è del tutto evidente che queste strategie di contestazione del processo in sé, indipendentemente dal suo esito (quel che conta è la difesa «dal» processo, non «nel» processo) nulla hanno a che vedere con un sistema di stretta legalità.
    Anzi, questo «neogarantismo» strumentale, diretto a depotenziare la magistratura (che si vorrebbe disarmata di fronte al potere economico e politico), e il parallelo garantismo «selettivo» (che gradua le regole in base allo status sociale dell’imputato) costituiscono la negazione del garantismo «classico», secondo il quale le garanzie o sono veicolo di uguaglianza o si degradano a strumento di sopraffazione e privilegio degli inquisiti eccellenti.
    L’uso spregiudicato, lo sciupio della parola «garantismo» facilita la perdita di memoria, l’occultamento o travisamento del passato, di ciò che è davvero successo dai primi anni ’90 ad oggi.
    «Mani pulite» fu - secondo la sintesi tacitiana dell’ex presidente del Consiglio - «un’azione lungamente studiata dai comunisti, che hanno introdotto nella magistratura elementi propri, i quali hanno costituito una corrente che ha fatto politica attraverso indagini, processi, sentenze».
    Fu invece , secondo la trionfalistica definizione di altri (anche tra i magistrati), una rivoluzione per via giudiziaria, che determinò il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica.

    Non fu, in realtà, né l’una né l’altra cosa.
    Più semplicemente, fu l’emergere in sede giudiziaria dell’intreccio - diffuso e all’apparenza inarrestabile - tra malaffare e settori dell’amministrazione, dell’imprenditoria e della politica, diretto prevalentemente (ma non soltanto) al finanziamento di quest’ultima.
    Certamente fu un terremoto: molti uomini politici (fra cui tutti i segretari dei partiti di governo e del principale partito di opposizione) sottoposti a procedimento penale; molti enti pubblici decapitati di presidenti e amministratori...
    Ma il problema è: fu un terremoto fondato su fatti, oppure su sospetti infondati, forzature, impropri teoremi?
    La risposta sta negli esiti processuali, oggi agevolmente controllabili. Limitandoci ad alcuni dati della situazione milanese (epicentro del fenomeno) quali risultanti nel 2005, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per 3.200 persone: di esse 1.322 sono state rinviate a dibattimento, 620 sono state condannate con riti alternativi nell’udienza preliminare, 635 sono state prosciolte dal Gup (in 353 casi per estinzione del reato e solo in 282 per ragioni di merito), mentre i restanti casi sono stati trasmessi ad altri uffici per competenza. Quanto ai 1.322 rinviati a giudizio già definiti, risultano 661 condanne e 476 proscioglimenti (in 299 casi per estinzione del reato e solo in 177 per ragioni di merito). I fatti - e i numeri - hanno la testa dura: «Mani pulite» non è stata, sul versante giudiziario, una stagione di persecuzioni (o l’anticamera di una stagione siffatta) ma il doveroso dispiegarsi del principio di obbligatorietà dell’azione penale e di un controllo di legalità diffuso.
    Quanto ai processi di mafia, la stagione di grande tensione seguita alle feroci stragi del 1992 ha determinato, a partire dalla magistratura palermitana, una crescita di attenzione alla complessità del fenomeno mafioso e alla sua non riducibilità alla cosiddetta «ala militare». Di qui l’apertura e lo svilupparsi (anche) di procedimenti a carico di imputati «eccellenti» appartenenti alla borghesia politica, imprenditoriale e professionale (cioè a settori che da sempre, secondo le analisi più accreditate, hanno avuto e hanno un ruolo centrale nella storia della mafia): ovviamente non in base a teoremi politico-sociologici ma a fatti ed emergenze probatorie precisi. Le cosiddette «relazioni esterne» sono, invero, lo specifico della mafia rispetto alle altre organizzazioni criminali. Se si indagasse soltanto sulla faccia «illuminata» del pianeta mafia, e non anche sulla sua parte «in ombra», si garantirebbe l’impunità al vero perno della potenza mafiosa. Ma la doverosa scelta di indagare a 360° non è stata indolore: ed è accaduto che, pur di scongiurare il salto qualitativo nell’azione di accertamento dei legami e delle collusioni con Cosa Nostra, si sia spesso preferito inscenare un processo non alla mafia quanto piuttosto... alla stagione giudiziaria antimafia che ha seguito le stragi del ’92. Così rendendo più difficile una guerra che si sarebbe potuto vincere. E vari commentatori, deliberatamente ignorando i risultati investigativi e processuali ottenuti (un livello senza precedenti, per numero e caratura criminale, di latitanti arrestati; un numero impressionante di condanne all’ergastolo - quasi 650 nel 2000/2004 - inflitte o confermate nel distretto della Corte d’appello di Palermo, oltre a moltissime dure condanne a pene temporanee; beni sequestrati ai mafiosi - dal ’93 al ’99 - per un valore di 10.000 miliardi di vecchie lire; numerose e significative pronunzie anche nei confronti di imputati «eccellenti») hanno preferito, con sovrana indifferenza per la verità, parlare di fallimento di un’intera stagione.
    In questo contesto si è interessatamente praticato lo sterminio del significato delle parole, al punto da confondere «assoluzione» con «prescrizione» e da presentare come liberato da ogni accusa un autorevole uomo politico riconosciuto - con sentenza definitiva della Suprema Corte - responsabile del delitto di associazione a delinquere (con Cosa Nostra), delitto commesso, ancorché prescritto, fino al 1980.
    E tutto ciò con il supporto di prove su prove su cui si fonda la conclusione che gli elementi concretamente ravvisabili a carico dell’imputato «non possono interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo».

    Dunque, negli anni Novanta del secolo scorso vi è stato uno sviluppo assolutamente inedito di processi per corruzione e per reati di mafia.
    Le ragioni di questa «esplosione» sono molteplici e ne parleremo in una successiva «puntata».
    Fin d’ora va detto che si può - si deve - discutere di ogni stagione giudiziaria e delle sue caratteristiche. Se ne deve discutere a maggior ragione quando il passar del tempo consente maggior lucidità e distacco emotivo, anche sapendo cogliere eventuali forzature inquisitorie od emulative. Si tratterebbe comunque - per gli anni Novanta - di sporadici ed isolati episodi. Una valutazione serena, che sappia guardare alla sostanza delle vicende, considerate nel loro complesso, non consente di rinvenire fatti che giustifichino il polverone sollevato da certi commentatori.
    Le accuse di metodi di lavoro «giustizialisti», di persecuzioni giudiziarie, di complotti orditi da «toghe rosse» per servire una fazione politica a danno di un’altra tradiscono in realtà una forte insofferenza per il controllo di legalità e per la rigorosa applicazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

    (segue)

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  2. #2
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    Quando i magistrati toccano i potenti diventano avversari politici
    L’Italia e la giustizia negli ultimi 15 anni.
    La vera novità? La lotta ai giudici, l’invenzione delle toghe rosse, le leggi per evitare le condanne...

    di Gian Carlo Caselli
    13 Agosto 2007

    Primi armi Novanta del secolo scorso.
    Lo sviluppo dei processi per fatti di corruzione e per delitti di mafia registra un’impennata assolutamente inedita.
    Le ragioni di questa “esplosione” sono certamente molteplici.
    - C’è stato un evidente, fortissimo aumento della corruzione, giunta a livelli di incompatibilità con le esigenze dell’economia.
    (che era a rischio di bancarotta)
    - C’è stata, sul piano morale oltre che tecnico-investigativo, l’irresistibile “condanna” ad intervenire con rigore e coerenza assoluti dopo lo choc causato dallo stragismo mafioso del 1992/93.
    - Ci sono state le ripercussioni di uno scontro politico che la caduta del muro ha radicalmente cambiato, determinando il venir meno di “alibi” che vari personaggi avevano in precedenza invocato perché intorno a loro il sistema facesse quadrato.
    - C’è stata la crescita di efficienza e di capacità investigativa di vari apparati di polizia.
    - Ci sono state anche cause interne al mondo giudiziario o con esso collegate: in particolare, l’attenuarsi della capacità di controllo del sistema politico sui processi più delicati, tradizionalmente realizzato attraverso la “sobrietà” nelle autorizzazioni a procedere; e poi il graduale incrinarsi di quella omogeneità (consapevole o inconsapevole) di molta parte della magistratura con il sistema politico, un’omogeneità che spesso aveva prodotto omissioni, avocazioni, competenze sottratte e altri artifici, pur di non turbare gli assetti di potere esistenti.

    Una realtà indubbiamente complessa, che non si può banalizzare con affabulazioni di comodo imperniate su ipotesi di giustizialismo o torsione della giurisdizione ad interessi di parte.
    (”toghe rosse” che fanno politica, ovviamente a senso unico, attraverso i processi)
    L’insistito battage propagandistico sulle “deviazioni” che avrebbero caratterizzato gli anni Novanta sul piano investigativo-giudiziario può anche riuscire a diffondere a macchia d’olio certe tesi.
    Ma non per questo esse diventano più serie o attendibili.
    I processi non sono partite di calcio e mancano moviole e controprove, ma gli argomenti addotti a sostegno delle tesi giustizialiste-persecutorie-complottarde non hanno maggior pregio di quelli ricorrenti in alcuni processi calcistici televisivi, nei quali la serietà delle prove cede il passo al rissoso vociare dei censori di turno.
    Ancora una volta i fatti dicono univocamente alcune cose.
    Primo: l’ipotesi di una sorta di “compiacenza” della magistratura nei confronti della sinistra è a dir poco grottesca, se si considera che ad impegnarsi su questo versante furono magistrati come Tiziana Parenti e Carlo Nordio, gratificati negli armi successivi dalla destra con candidature politiche ed incarichi fiduciari evidentemente motivati con riferimento alla loro serietà e capacità professionale.
    Secondo e decisivo fatto: la più immediata e significativa ricaduta delle vicende investigativo-giudiziarie degli anni Novanta fu, nelle elezioni del 1994, lo sdoganamento dei “postfascisti” e la vittoria di Forza Italia e della Lega.
    Tutto il resto, francamente, appartiene più alla categoria della “fuffa” che a quella della attenzione per la fedele ricostruzione di fatti.

    Ma la storia continua.
    Quando le indagini ed i processi (per fatti di corruzione o di mafia) cominciarono a toccare i “nuovi potenti”, cioè alcune componenti della nuova maggioranza politica, ecco nascere una delle maggiori anomalie italiane dell’ultimo decennio: la guerra frontale alla giurisdizione e ai giudici, indicati tout court come avversari politici.
    Questo è ciò cui si è assistito nel nostro Paese, in un crescendo che ha visto:
    - l’attacco quotidiano a pubblici ministeri e giudici
    (leggiadramente definiti come assassini, terroristi, cupola mafiosa, cancro da estirpare, golpisti, malati di mente, antropologicamente diversi dal resto della razza umana...);
    - la denuncia in sede penale degli inquirenti e la pressoché continua sottoposizione ad ispezioni ministeriali e azioni disciplinari;- l’approvazione di numerose leggi “ad personam”;
    - la pesante pressione operata dalla maggioranza del Senato
    (con la mozione approvata il 5 ottobre 2001)
    per indicare ai giudici la «esatta interpretazione della legge» nell'ambito di uno specifico processo;
    - la proposta di una Commissione parlamentare di inchiesta «per accertare se ha operato e opera tuttora nel nostro paese un’associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura, con lo scopo di sovvertire le democratiche istituzioni repubblicane»;
    - una controriforma dell’ordinamento giudiziario, sostenuta dal ministro Castelli, con evidenti profili di incostituzionalità.

    E tutto ciò perché vi sarebbe stato un complotto giudiziario da sventare.
    Viceversa, il complesso delle relative vicende giudiziarie e l’esito delle stesse
    (vi sono state, ad esempio, sentenze di proscioglimento emesse nei confronti dell’ex premier determinate, in tutto o in parte, da prescrizione conseguente alla applicazione delle attenuanti generiche, con parallela condanna dei coimputati cui tali attenuanti non sono state concesse)
    dimostra che si è trattato di accertamenti doverosi, per cui la continua evocazione del complotto si riduce a ripetizione ossessiva di un fatto non vero per trasformarlo in verità.

    Questa anomalia dell’ultimo decennio - tipicamente italiana - sembra a bella posta dimenticata o sottovalutata da molti di coloro che disquisiscono di giustizialismo, ovvero si impancano a giudici della genuinità o discontinuità del garantismo altrui.
    Vero è che va trasversalmente diffondendosi la preoccupante tendenza ad usare, come metro di valutazione dell'intervento giudiziario, il parametro della “utilità”, sostituendolo ai tradizionali criteri di correttezza e rigore.
    Vero è anche che alcune vicende di qualche settimana fa pongono l’interrogativo se vi sia sufficiente discontinuità, rispetto alla passata legislatura, in tema di ispezioni ministeriali (a volte presentate - o “minacciate” - in modo da suscitare l'impressione di prese di posizione “a prescindere”, piuttosto che di doverosi accertamenti).
    Ma finchè non sarà troppo stinta o addirittura cancellata la linea di demarcazione fra coloro che accettano la giurisdizione
    (pur criticandone singole manifestazioni anche aspramente, magari con toni e argomenti discutibili)
    e coloro invece che considerano il controllo di legalità sempre e pregiudizialmente come ingerenza o persecuzione, resterà la speranza che i rapporti fra politica e giurisdizione possano finalmente trovare la giusta dimensione.
    Nel senso che il primato della politica è un fatto incontestabile, ma deve esercitarsi nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione, sotto il presidio di custodi estranei al processo elettorale e tuttavia parte integrante della democrazia.

    È il sistema del bilanciamento dei poteri, che presuppone rispetto e non guerra verso l'autonomia della giurisdizione. Anche e soprattutto quando - nel rispetto delle regole - prenda direzioni che non piacciono a questa o quella parte politica perché non corrispondono ad una sua “utilità”.

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  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio
    Quando i magistrati toccano i potenti diventano avversari politici
    questo è il punto nodale di tutto.

 

 

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