La geopolitica della Turchia
http://www.eurasia-rivista.org/cogit...la_Turch.shtml
:::: 3 Agosto 2007 :::: 19:41 T.U. :::: Analisi :::: George Friedman di George Friedman*
A Washington come altrove si moltiplicano le voci secondo le quali la Turchia starebbe preparandosi a muovere contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un gruppo anti-turco che mira all'indipendenza del Kurdistan. Secondo un'analisi di Robert Novak, pubblicata sul “Washington Post”, gli Stati Uniti progettano d'aiutare la Turchia a bonificare l'Iràq Settentrionale, santuario del PKK utilizzato per lanciare attacchi contro il territorio turco.
Il problema non è tanto il PKK, quanto l'indipendenza del Kurdistan. I Curdi rappresentano un gruppo etnico distinto suddiviso tra i territori di Turchia, Iràn, Iràq e – in misura minore – Siria. La cosa su cui tutti questi paesi sono stati storicamente unanimi, è la determinazione a non assecondare il desiderio d'indipendenza del Kurdistan. Benché tutti, a turno, abbiano utilizzato i dissidenti curdi contro gli altri paesi, c'è sempre stata unanimità regionale nell'opporsi al progetto d'uno Stato curdo.
Perciò, le notizie recenti sulla Turchia vanno inserite nella più ampia questione cui fanno riferimento. L'evolversi degli eventi in Iràq ha creato un'area ch'è oggi sotto il controllo effettivo dei Curdi iracheni. Secondo molti scenari, i Curdi iracheni riusciranno a mantenere un elevato grado d'autonomia; secondo altri, i Curdi in Iràq diverranno formalmente indipendenti, creando un proprio Stato. Oltre a fronteggiare la dura opposizione delle fazioni sunnita e sciita in Iràq, quello Stato costituirebbe una minaccia diretta per Turchia e Iràn, giacché diverrebbe – per definizione – il nucleo d'uno Stato curdo in grado di rivendicare le altre terre etnicamente considerate proprie.
Questa è una delle ragioni per cui la Turchia non volle partecipare all'invasione statunitense dell'Iràq. I Nordamericani, durante l'operazione “Desert Storm”, si sono avvicinati ai Curdi d'Iràq, aiutando il consolidamento d'una milizia indipendente, la peshmerga, che permise ai Curdi di ritagliarsi un sorprendente spazio d'indipendenza entro l'Iràq di Saddam Hussein. I Turchi non hanno mai apprezzato questa politica, e perciò negli anni '90 hanno effettuato azioni anti-PKK in territorio iracheno e osteggiato qualsiasi azione che si traducesse in maggiore autonomia. Tuttavia nel 2003, prima che la guerra avesse inizio, i Turchi respinsero l'offerta statunitense per cui, prestando il loro territorio all'invasione dell'Iràq, Washington avrebbe acconsentito all'invio di truppe di Ankara nell'Iràq Settentrionale. A causa di questo rifiuto, la Turchia perse gran parte della sua mobilità nella regione.
I Turchi, perciò, sono tremendamente preoccupati dall'evolversi degli eventi in Iràq. Quasi non ha importanza se l'Iràq Settentrionale diverrà semplicemente una regione autonoma in un Iràq federale o se, sfruttandone la disintegrazione, acquisirà l'indipendenza. In ogni caso, diverrà una patria curda confinante con la Turchia. E ciò, dal punto di vista turco, rappresenta una minaccia strategica.
La Turchia, quindi, sta mostrando i muscoli lungo il confine iracheno. Dato che la Turchia non partecipò all'invasione del 2003, l'atteggiamento nordamericano verso Ankara è quanto meno complesso. Da un lato, c'è la sensazione d'essere stati scaricati da un vecchio alleato. Dall'altro, visti gli eventi in Iràq ed i rapporti degli USA con Iràn e Siria, gli Stati Uniti non sono nella posizione d'alienarsi completamente un vicino musulmano del paese mesopotamico.
Più il tempo passa (e la situazione in Iràq peggiora), sempre meno gli Statunitensi diventano capaci d'isolare la Turchia. Ciò, in parte, perché la sua neutralità è stata importante, ed in parte perché gli Stati Uniti erano estremamente preoccupati dalla possibile reazione turca alla crescente autonomia curda. Si trattava, per i Turchi, d'una fondamentale questione di sicurezza nazionale. Se avessero sentito che la situazione nelle regioni curde scivolava di mano, avrebbero potuto intervenire militarmente. In un momento in cui quello curdo era il solo gruppo in Iràq ad essere generalmente filo-nordamericano, gli Stati Uniti non avrebbero potuto permettere che i Turchi lo menomassero.
D'altro canto, gli USA non si trovavano nella posizione di fermare la Turchia. L'ultima cosa che gli Stati Uniti desiderassero era un confronto con la Turchia nel Nord, sia per ragioni politiche sia per ragioni militari. Ma l'altra cosa che assolutamente non volevano, era dar la sensazione agli altri Iracheni che gli Stati Uniti non li avrebbero protetti.
Detto in altri termini: gli Stati Uniti non avevano soluzione all'equazione turco-curda. Così, gli Statunitensi si ritrovarono impegnati in uno strano balletto – negoziando una serie di soluzioni assai precarie che trattenessero i Turchi e preservassero i Curdi. La crisi attuale verte sullo status del PKK nell'Iràq Settentrionale e, in una certa misura, sulle preoccupazioni turche che i Curdi iracheni possano ottenere troppa autonomia; per tacere lo scontro sul futuro status della città di Kirkuk, ricca di petrolio nelle vicinanze. Gli Stati Uniti potrebbero essere pronti a sostenere i Turchi nello sradicamento dei separatisti del PKK, ma non sono in grado di costringere i Curdi iracheni ad abbandonarli; sicché dovrà cercare di persuaderli a farlo volontariamente. Il negoziato richiederà tempo, sebbene, a questo punto, la strategia nordamericana in Iràq si sia sostanzialmente ridotta al prendere tempo.
Tutto questo va oltre la questione dell'Iràq o di un Kurdistan indipendente. Il vero problema riguarda la posizione della Turchia come potenza regionale, sull'onda del conflitto iracheno. A causa dell'Iràn, si tratta d'una questione vitale. L'assunto che abbiamo fatto costantemente è che, senza gli Stati Uniti, l'Iràn diverrebbe la potenza regionale dominante e potrebbe, a lungo termine, egemonizzare la Penisola Arabica, mutando non solo gli equilibri regionali ma, potenzialmente, anche quelli mondiali. Quest'analisi presuppone che la Turchia continuerà a comportarsi come ha fatto sin dalla Prima Guerra Mondiale: una potenza isolata, difensiva, cauta nello stringere alleanze e cauta nel barcamenarsi tra le varie coalizioni. In tale ruolo, la Turchia è capace di sporadici momenti di decisione – come contro i Greci a Cipro – ma si guarda bene dall'immergersi nel caos del Vicino Oriente; e se anche vi rimane coinvolta, è solo nel contesto dell'alleanza con gli Stati Uniti.
Non è questo il ruolo tradizionale della Turchia. Fino alla caduta degli Ottomani (fine della Prima Guerra Mondiale), per tutti i secoli precedenti, la Turchia fu la potenza dominante tra i Musulmani, ed una grande potenza in Nordafrica, Europa Sudorientale e Vicino Oriente. La Turchia fu il centro d'un impero multinazionale che nel XV secolo dominava il Mediterraneo ed il Mar Nero. Era il perno economico di tre continenti, agevolando e controllando i commerci di gran parte dell'emisfero orientale.
Il contrarsi della Turchia, negli ultimi 90 anni o giù di lì, ha costituito una novità per la regione, ed è legato alla crisi interna del paese dopo la caduta degli Ottomani, all'ascesa nel Vicino Oriente delle potenze francese e britannica e poi di quella nordamericana, ed alla Guerra Fredda, che ha costretto la Turchia a mantenere la propria posizione. Durante la Guerra Fredda, la Turchia era stretta tra Statunitensi e Sovietici, sicché qualsiasi espansione era impensabile. Da allora, la Turchia sta lentamente emergendo come potenza fondamentale.
Una delle ragioni principali è la significativa crescita dell'economia turca. Nel 2006, la Turchia ha fatto registrare il 18esimo maggiore prodotto interno lordo (PIL) al mondo; da più di mezzo decennio cresce al ritmo del 5-8% all'anno. Il suo PIL si trova ora dietro a quello del Belgio e davanti a quello della Svezia. Possiede la più grande economia del mondo musulmano – meglio anche dell'Arabia Saudita. Ed ha realizzato tutto questo malgrado (o grazie?) non sia stata ammessa all'Unione Europea. Benché il PIL pro capite langua, è quello totale che misura il peso nel sistema internazionale. La Cina, ad esempio, è 109esima nella classifica del PIL pro capite; ma è comunque una potenza mondiale, vantando il quarto più grande PIL complessivo del globo.
La Turchia non è la Cina, ma assurgendo a più grande economia musulmana (nonché del Mediterraneo Orientale, dell'Europa Sudorientale, del Vicino Oriente, del Caucaso e dell'area fino all'Hindu Kush) sta preparandosi a riconquistare la tradizionale posizione di supremazia regionale. La sua crescita è ancora fragile e incerta, ma non c'è dubbio che diverrà l'economia regionale di punta, nonché una delle più dinamiche. Inoltre, la posizione geografica della Turchia le permette di fungere da centro primario di transito delle forniture energetiche destinate all'Europa, soprattutto in un momento in cui quest'ultima cerca di ridurre la propria dipendenza dalla Russia.
Ovviamente, ciò ha aumentato la sua influenza regionale. Nei Balcani, ad esempio, dove la Turchia è stata storicamente una potenza dominante, Ankara è nuovamente emersa esercitando una forte influenza sui due Stati musulmani della regione – ed è riuscita a forgiare per essi una posizione di preminenza rispetto ai paesi vicini. Il dinamismo economico della Turchia ha contribuito a riorientare verso di sé parte della regione, distogliendola dall'Europa. Allo stesso modo, l'influenza economica della Turchia è ravvisabile anche altrove nella regione, in particolare come supplemento alla sua relazione strategica con Israele.
Il problema della Turchia è che, ovunque si volga, la sua espansione economica è bloccata da frizioni politico-militari. Così, per esempio, la sua influenza nei Balcani è contrastata dal vecchio contenzioso con la Grecia. Nel Caucaso, la tensione con l'Armenia limita la sua capacità d'influenzare gli eventi. Le frizioni con Siria e Iràq ne bloccano l'espansione a sud. Ad est, infine, incappa in un Iràn guardingo ch'è le è ideologicamente opposto.
Man mano che la Turchia cresce, s'assiste ad un interessante sbilanciamento. L'ostilità di Grecia, Armenia, Siria, Iràq e Iràn diminuisce al crescere dell'economia turca. L'ideologia e la storia sono certo fattori importanti, ma lo è pure la potenza d'una economia dinamica. Va detto che, aumentando l'influenza economica – e dunque politica – della Turchia, diminuirà la sua disponibilità ad accettare il ruolo fortemente contrito che attualmente le compete. La potenza economica turca, unita alla sua sostanziosa forza militare, finirà col mutare gli equilibri di tutte le regioni su cui s'affaccia la Turchia.
Non solo la Turchia confina con un numero estremamente alto di regioni, ma in ognuna di esse la sua economia risulta essere tra le più forti, così come, di solito, la potenza militare. Quando la Turchia si sviluppa economicamente, lo fa anche militarmente; diviene così la potenza preminente – in molte regioni. Ecco cosa significa essere una potenza-perno.
Nel 2003 gli Stati Uniti guardavano con cautela alla Turchia, sebbene, in ultima istanza, le fossero indifferenti. Ora non possono più esserlo. Gli Stati Uniti stanno pianificando la fase post-guerra in Iràq, ed anche se mantenessero basi permanenti nel paese – cosa su cui, per molte ragioni, si può dubitare – avrebbero sempre bisogno d'una potenza regionale che controbilanciasse l'Iràn. L'Iràn è sempre stato attento e guardingo nei confronti della Turchia, ma mai come oggi – mentre la Turchia cresce economicamente e fa la voce grossa coi Curdi. L'Iràn non vuole scontrarsi con la Turchia.
Gli Stati Uniti e l'Iràn stanno parlandosi – proprio di recente un colloquio formale è durato sette ore. Ma l'Iràn, scommettendo sul ritiro degli USA dall'Iràq, non stanno prendendo i negoziati sul serio come dovrebbero. Gli Stati Uniti hanno poche carte da giocare contro l'Iràn; perciò non sorprende che abbiano messo mano alle più importanti.
Nel breve periodo la Turchia, se sta a fianco degli Stati Uniti, rappresenta un contrappeso all'Iràn, non solo in generale, ma anche nel caso specifico in Iràq. Dal punto di vista nordamericano, un'invasione turca dell'Iràq Settentrionale introdurrebbe nella regione una grande forza indigena, che certamente frenerebbe la mano all'Iràn. Ciò rappresenterebbe la fine delle speranze d'indipendenza dei Curdi; ma già numerose volte in passato gli USA hanno suscitato e poi spezzato le aspettative di quel popolo. In tal senso, l'articolo di Novak è assai comprensibile. Il PKK fornirebbe alla Turchia un pretesto ragionevole (valido in patria come nella regione) per intervenire in Iràq. Qualsiasi atto rivolto contro i Curdi sarebbe accettato dall'opinione pubblica turca, ed anche dall'Iràn.
Tuttavia, è la prospettiva di lungo periodo a farsi davvero interessante. Se gli Stati Uniti dovessero cessare di controbilanciare l'Iràn nella regione, allora sarebbe interesse della Turchia mettersi a farlo. Del resto, ciò è sempre più alla sua portata. Ma va compreso che, vista la geografia, l'estendersi della potenza turca non sarà confinata in una sola direzione. Una Turchia potente e sicura di sé, in virtù della sua posizione geografica, finirà inevitabilmente col ripercuotersi su tutte le regioni che le ruotano attorno.
Negli ultimi novant'anni, la Turchia ha mancato al proprio ruolo storico. Oggi, però, gl'indicatori economici, politici e militari rivelano che Ankara potrà rivendicarlo. Le voci circa un'azione turca contro il PKK hanno un significato ben più ampio. Evidenziano il mutato atteggiamento della Turchia – ed anticipano gli enormi cambiamenti che vivrà l'intera regione.
(traduzione di Daniele Scalea)
Fonte: Strategic Forecasting Inc., http://www.stratfor.com
* George Friedman, politologo statunitense, è fondatore e presidente della Strategic Forecasting Inc. (Stratfor).
Le opinioni espresse in quest'articolo sono quelle dell'Autore, e potrebbero non essere condivise da “Eurasia”.
Per approfondire:
“Eurasia”, nr. 1/2004, con ampio dossario sulla Turchia;
“Turchia, un passo in avanti verso la sovranità nazionale” di Aldo Braccio;
“Turchia: dietro la retorica dello Stato laico” di Aldo Braccio




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