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    Predefinito 12 agosto 1973 - Adriano Romualdi

    Il 12 agosto del 1973 moriva Adriano Romualdi; poichè di fronte ad un Gigante sarebbe poca cosa qualsiasi parola o frase di circostanza, trascrivo alcune parti di un suo scritto sulla cultura di Destra, attuale come sempre, a parte qualche contingente riferimento a situazioni di allora.


    "Uno dei motivi che più ricorrono sulla nostra stampa e nelle conversazioni del nostro ambiente è la condanna del massiccio allineamento a sinistra della cultura italiana. Questa condanna viene formulata in tono un po' addolorato, un po' sorpreso, quasi fosse innaturale che la cultura si trovi ormai schierata da quella parte mentre a destra si incontra un vuoto quasi completo. Di solito si cerca di rendersi ragione di questo stato di cose con spiegazioni a buon mercato, quel tipo di spiegazioni che servono a tranquillizzare sé stessi e permettono di restare alla superficie delle cose. Si dice - ad esempio - che la cultura è a sinistra perché là si trova la maggior quantità di danaro, di case editrici, di mezzi di propaganda. Si dice anche che basterebbe che il vento cambiasse perché molti "impegnati a sinistra" rivedessero il loro engagément.

    In tutto questo c'è del vero. Una cultura, o meglio, la base di lancio di cui una cultura ha bisogno, è anche organizzazione, danaro, propaganda. È indubbio che lo schiacciante predominio delle edizioni d'indirizzo marxista, del cinema socialcomunista, invita all'engagément anche molti che - in clima diverso - sarebbero rimasti neutrali. Ma ciò non deve farci dimenticare la vera causa del predominio dell'egemonia ideologica della Sinistra. Esso risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista. Questa visione del mondo e della vita può assumere sfumature diverse, può diventare radicalismo e comunismo, neoilluminismo e scientismo a sfondo psicoanalizzante, marxismo militante e cristianesimo positivo d'estrazione "sociale". Ma sempre ci si trova di fronte ad una visione unitaria dell'uomo, dei fini della storia e della società. Da questa comune concezione trae origine una massiccia produzione saggistica, storica, letteraria che può essere meschina e scadente, ma ha una sua logica, una sua intima coerenza. Questa logica, questa coerenza esercitano un fascino sempre crescente sulle persone colte. Non è un mistero per nessuno il fatto che un gran numero di docenti medii ed universitari è comunistizzato, e che la comunistizzazione del corpo insegnante dilaga con impressionante rapidità. E, tra i giovani che hanno l'abitudine di leggere, gli orientamenti di sinistra guadagnano terreno a vista d'occhio.

    Dalla parte della Destra nulla di questo. Ci si aggira in un'atmosfera deprimente fatta di conservatorismo spicciolo e di perbenismo borghese. Si leggono articoli in cui si chiede che la cultura tenga maggior conto dei "valori patriottici", della "morale" il tutto in una pittoresca confusione delle idee e dei linguaggi. A sinistra si sa bene quel che si vuole. Sia che si parli della nazionalizzazione dell'energia elettrica o dell'urbanistica, della storia d'Italia o della psicoanalisi, sempre si lavora a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita. A destra si brancola nell'incertezza, nell'imprecisione ideologica."

  2. #2
    SMF
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    Onore ad Adriano Romualdi, persona di grandissimo spessore e che stimo particolarmente.

  3. #3
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    Per me é da approfondire

  4. #4
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    Sono sempre i migliori che se ne vanno... Un pensiero all'uomo che poteva mutare il destino della destra politica italiana più di chiunque altro...

    PRESENTE!

  5. #5
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    Onore ad Adriano Romualdi!

  6. #6
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  7. #7
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  8. #8
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  9. #9
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    Memoria di Adriano

    Nel 1969 Adriano Romualdi aveva ormai acquisito la statura culturale di erede spirituale di Julius Evola, con varie e autorevoli pubblicazioni, di notevole spessore culturale, rigorosamente documentate e di taglio fortemente anticonformista. Ricordo, in particolare, il suo volumetto Julius Evola: l'uomo e l'opera (1968, Collezione Europa, Editore Volpe), che fu senz'altro il primo approccio serio, approfondito ed anche critico all'opera e al pensiero di Evola nel mondo della destra italiana e che ottenne l'approvazione del filosofo romano. Non senza significato che Adriano pubblicasse quel saggio proprio nel '68, in un momento storico delicatissimo per la destra italiana, culturalmente povera rispetto ai processi di cambiamento che stavano per innescarsi nella società.

    Adriano voleva offrire alla destra - e soprattutto ai giovani - una nuova e diversa chiave di lettura della storia, dei suoi fenomeni, delle sue tendenze più profonde, che si scorgono al di là di una visione epidermica degli avvenimenti. Quel volumetto, nel '69, fu una delle mie prime letture - all'età di 14 anni - ed ebbe su di me un effetto molto stimolante, spingendomi ad approfondire i temi che in quel saggio erano trattati nelle grandi linee ed offrendomi miti e simboli in cui credere e per i quali combattere.

    Nel 1970 Adriano tenne una conferenza a Napoli, all'Antisala dei Baroni nel Maschio Angioino, sul tema del nazionalismo europeo, per iniziativa del circolo culturale "Drieu La Rochelle". Ricordo bene il colloquio che ebbi con lui, poco prima della sua conferenza, i consigli che mi diede sulle letture più opportune: Gli uomini e le rovine di Julius Evola e il libro di J. Thiriart L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini.

    "Sono i libri che danno le basi, con quelle letture si gettano le fondamenta" mi disse con aria molto convinta. Colpiva, in me che ero appena un quindicenne, quella sua aria germanica, dovuta anche alle sue caratteristiche fisiche, quel suo sguardo da studioso attento ed animato da una salda concezione spirituale e politica. Nella conferenza Adriano sviluppò le tesi che avevano già caratterizzato la sua pubblicistica negli ultimi anni sessanta. Egli aveva criticato fortemente la destra italiana, per essere rimasta legata, negli anni '60, a tematiche di un vecchio nazionalismo, quali la difesa dell'italianità dell'Alto Adige, senza rendersi conto dei processi di cambiamento in atto, delle tendenze storiche determinate dall'egemonia delle due superpotenze - USA e URSS - e senza quindi essere capace di offrire ai giovani un mito, un'idea-forza che fosse all'altezza dei tempi, in un momento storico di grande fermento giovanile e di forti turbolenze politiche.

    Nel suo saggio La destra e la crisi del nazionalismo (Ed. Settimo Sigillo, Roma, 1973) in cui riprendeva e sistematizzava argomenti già sviluppati negli anni precedenti, Adriano scrive: "Diciamolo francamente: accenti, slogans, simboli e motivi di questa destra sono ormai qualcosa di superato, spesso di patetico e talvolta di ridicolo. All'origine di tutto ciò sta il rapido deterioramento della tematica del nazionalismo dopo il 1945, dovuto al venir meno della ragion storica delle piccole patrie europee di fronte alla Russia e all'America... Il problema della destra moderna è quello di sopravvivere alla fine del vecchio nazionalismo. E' quello di adeguarsi alle mutate dimensioni del mondo in una prospettiva non più nazionale, ma continentale... Solo un nazionalismo europeo - e una interpretazione del fenomeno fascista nel suo significato europeo - possono essere di contrappeso alle mitologie dell'Occidente la coscienza del carattere "epocale" e internazionale di una crisi giovanile che per reagire al clima soffocante dell'americanismo consumista non trovava altri riferimenti se non il mito marxista della lotta di classe".

    "Guardateli bene questi drogati, questi alienati dalla loro condizione storica: hanno a due passi il muro di Berlino, ma protestano contro il "fascismo"; gli operai polacchi insorgono per il pane, ma essi manifestano contro il "capitalismo"; la Russia schiaccia metà dell'Europa, ma essi pensano al Viet-Nam, al Brasile. L'oppio marxista è arrivato al cervello e li ha segregati nella cecità e nella stoltezza. Questo mito astratto e alienante della lotta di classe va colpito e frantumato nelle scuole, nelle piazze, nelle università. E' il grande equivoco che offusca l'unica concreta prospettiva storica del nostro tempo: l'Europa - Nazione. L'Europa - Nazione sia la bandiera e la parola d'ordine della nostra propaganda".

    Per Adriano il nazionalismo europeo era inteso come movimento culturale e politico finalizzato strategicamente a creare una alternativa di civiltà al materialismo americano e al collettivismo marxista. La sua impostazione si connotava - rispetto al pensiero evoliano incentrato sulle radici spirituali dell'identità culturale europea, sulla "scelta delle tradizioni" approfondita ne Gli uomini e le rovine - di una più spiccata valenza politica e di una attenzione, molto realistica, ai risvolti economici del problema europeo. L'Europa come blocco politico, unione delle risorse politiche ed economiche dei vari Stati, per sfidare le due superpotenze, USA e URSS. E fra quegli Stati europei Adriano includeva chiaramente anche i popoli dell'Europa orientale, oppressi dall'Armata Rossa. Questo mito dell'Europa - in termini spirituali, culturali, ma anche politico-economici - era la bandiera da agitare e intorno a cui calamitare le energie e gli entusiasmi delle nuove generazioni.

    Oggi, a distanza di 30 anni, nel compiere un'analisi retrospettiva sul '68, non si può non riconoscere la fondatezza, la modernità e la lucidità di quelle tesi di Adriano che rimasero purtroppo inascoltate nella destra ufficiale, la quale, con comportamenti talvolta isterici, si condannò da sola ad essere tagliata fuori dal movimento di contestazione giovanile che era nato con ben diverse origini - come dimostrano i fatti di Valle Giulia a Roma nel '67 - e che venne lasciato in balìa della gestione politica della sinistra, per approdare poi nelle secche del terrorismo degli anni di piombo, funzionale, in definitiva, alla legittimazione e normalizzazione del potere politico esistente, che si presentava col volto rassicurante di "tutore dell'ordine".

    E quelle tesi di Adriano vanno rilette oggi, per una riflessione di respiro strategico e di spessore culturale, sul ruolo della Destra nel momento storico della realizzazione della unione europea e della moneta unica. Adriano aveva avvertito la necessità storica di una volontà politica per dar luogo all'Europa-Nazione, come nuovo soggetto politico autonomo e sovrano, rispetto alle superpotenze.

    "Certo - scrive Adriano parlando dei precedenti passi politici nella direzione dell'unità europea - si giunse presto ad una forma di comunità economica. Si realizzarono la CECA e il Mercato Comune, si installò a Strasburgo quella compagnia di villeggianti che è il parlamento europeo. Ma per una più profonda unità mancava alcunchè di fondamentale: la volontà politica".

    Anche se oggi sono stati compiuti passaggi politici ed economici che configurano uno scenario diverso rispetto a quello in cui scriveva Romualdi, il dato politico sostanziale non è mutato. La volontà politica mancava allora e manca oggi, come dimostrano eloquentemente le discordie fra gli europei in presenza di crisi come quella del Golfo Persico e soprattutto di fronte alla crisi bosniaca, al dramma dei profughi, alla tragedia della distruzione di Sarajevo di cui ora, per un significativo silenzio-stampa - quasi un ordine venuto dall'alto - nessuno parla. La stessa discordia si manifesta puntualmente in tema di linea politica rispetto agli extra-comunitari, alle misure da adottare per regolare i flussi migratori, alla politica da impostare rispetto al mondo arabo e, più in generale, rispetto al Terzo Mondo. Non sono le banche nè i parametri di Maastricht a dare un'anima all'Europa. Occorre recuperare ed attualizzare le radici spirituali e culturali dell'Europa e rilanciarle in una nuova identità comune europea, forza di coesione di un nuovo blocco politico europeo, capace di dialogare col mondo arabo e di stabilire un diverso rapporto, più equilibrato e corretto con gli Stati Uniti. Oggi più di allora, il compito storico della Destra politica italiana è quello di attualizzare e rilanciare il "mito" dell'Europa, per una diversa cultura che ci liberi dalla condizione storica di colonia americana.


    Stefano Arcella

    fonte: http://www.centrostudilaruna.it/memoriadiadriano.html

  10. #10
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    Italia arcaica: le origini



    Quando la Grecia si avviava ormai alla denordizzazione, l'altro serbatoio accumulato dall'ondata indoeuropea del 1200 era appena intaccato, e l'Italia successe alla Grecia nella leadership della civiltà classica.

    Che le lingue italiche - e tra esse il latino - siano state diffuse da un tipo razziale relativamente «chiaro», appare verosimile, data la loro provenienza dall'area centroeuropea. Nonostante le proteste del buon Sergi alla fine del secolo («i veri Italici sono gli indigeni neolitici mediterranei»), la più recente antropologia ha riconosciuto la connessione tra i linguaggi italici e il tipo xantocroico (dal greco xanthòs = biondo e chròes = colorazione). Già il Livi, il medico militare che eseguì i primi rilievi antropologici in Italia sulle classi 1867-70, aveva notato due zone di biondismo, una nell'Italia settentrionale (in particolare nella Lombardia occidentale), che egli metteva in relazione con la migrazione longobarda, l'altra più tenue, lungo l'arco dell'Appennino, riconducibile alle più antiche migrazioni italiche.

    Scrive il Sera, nell'Enciclopedia Italiana: «Ma il fatto più singolare che le due grandi carte del Livi pongono in luce, ... è la presenza di una forte componente xantocroica in tutta l'Italia centrale e soprattutto orientale: Umbria, Toscana, Abruzzo e parte settentrionale e orientale dell'Italia meridionale, Molise, Beneventano, Puglia settentrionale, parte settentrionale e orientale della Lucania. Da questa zona si irradierebbero le propaggini disperse del tipo che si riscontrano nelle altre parti della penisola e nella Sicilia... La localizzazione della maggiore massa di questo tipo fa pensare a una provenienza dal Nord e dall'Oriente, cioè che esso sia disceso in Italia seguendo la costa adriatica, senza penetrare addentro nella pianura padana, ma - deduzione assai più importante - sembra che a mano a mano che si discende verso il Sud, esso abbia sede tra i monti. Si può pensare a una preferenza originalmente data a questo ambiente per una minore resistenza del tipo stesso al clima caldo del mezzogiorno italiano, o anche perché il tipo, un tempo esteso alla costa, sia ivi scomparso per fatti di selezione eliminativa. A ogni modo... è chiaro che detto tipo dovette respingere perifericamente una popolazione bruna e branchíoide, che si ha ragione credere fosse autoctona nella regione... E' probabile che questo tipo xantocroico sia disceso in Italia all'epoca del ferro, se non prima, e che sia stato il portatore del linguaggio ariano. La serie preistorica di Alfedena dovrebbe contenere abbondantemente tale tipo».

    Che i popoli italici - e tra essi i Romani - si distinguessero per una maggiore impronta nordica da quelle genti che affondavano le loro radici nella preistoria mediterranea, potrebbe mostrarlo lo stacco esistente tra il carattere nazionale latino-italico da una parte, e quello etrusco dall'altra, stacco tanto più considerevole se si tien conto della vicinanza reciproca e della comunanza di civiltà. Agli Etruschi, con la loro cultura piena di vivacità e di colore, con la loro intuizione sensuale del mondo, ora cupa ora gioiosa, si contrappone la severità rigida, scabra, quiritaria delle genti latine e sabelliche, prolificazioni di un ethnos differente.

    Così un grande interprete dell'antichità ha sintetizzato il carattere nazionale etrusco: «Etrusca era la gioia ai piaceri dell'esistenza, ai conviti, alle donne e ai begli adolescenti, ai giochi scenici, crudeli o comici, alla lotta dei gladiatori, al circo e alla farsa, all'indolenza, amabile e contemplativa... Ma etruschi erano anche l'eroe cavalleresco e il combattente individuale, che agognavano all'avventura e alla fama, profondamente diversi dagli ubbidienti e disciplinati soldati di formazione romana. E come la vita etrusca si svolgeva nell'opposta tensione di riso e crudeltà, di piacere sensuale ed avventura, di indolenza svagata ed affermazione eroica, non diversamente nell'opposizione di cavaliere e dama: la donna dominava sull'uomo e nella casa e prendeva parte anche alla vita pubblica. Una visione femminile del mondo s'esprime in Etruria dovunque...».

    E' l'elemento «dionisiaco», lo «schiumante entusiasmo, il piacere e la sfrenata crudeltà dell'antico Mediterraneo», da Schuchhardt contrapposti all'apollineo «alto sentire, accorto agire e misurato decidere del Nord»: come in Grecia l'orfismo, così in Italia gli Etruschi rappresentano il polo «anticlassico».

    Di fronte alla sensuale vivacità delle genti indigene, sta l'ethos dei popoli discesi dal Nord. Sono i duri Sabini (Properzio, 1, 1, 32, 47) con le rigidae Sabinae (Ovidio, Amores, 11, 4, 15), fortissimi viri, severissimi homines (Cicerone, pro Ligario 32; in P. Vattinium 15, 36), avi di forti generazioni di soldati e contadini (rusticorum militum). Sono i Romani con la loro tenuta asciutta, severa, impersonale, le generazioni latine d'età repubblicana che presero le armi contro Annibale prima ancora che la «bionda peluria - flava lanugo - imbiondisse loro le gote» (Silio Italico, Punica, 11, 319), i militi romani dalle «teste bionde» (xanthà kàrena), di cui l'eco è negli "Oracoli Sibillini" (XIV, 346): «Nel senato dell'epoca repubblicana e del quinto fino al primo secolo l'essenza nordica ha sempre dimostrato di essere la forza preponderante e deterrninante: audacia illuminata, attitudine dominata, parola concisa e composta, risoluzione ben meditata, audace senso di dominio. Nelle famiglie senatoriali, anzitutto nel patriziato, e poi nella nobilitas, sorse e cercò di realizzarsi l'idea del vero romano, come una particolare incarnazione romana della natura nordica. In tale modello umano valsero le virtù etiche di impronta nordica: la virilità, virtus, il coraggio, fortitudo, la saggia riflessione, sapientia, la formazione di sé, disciplina, la dignità, gravitas, e il rispetto, pietas... in più quella misurata solennità, solemnitas, che le famiglie senatoriali consideravano come qualcosa di specificamente romano».

    Che questi caratteri spirituali fossero sostenuti da una ben precisa sostanza razziale, è stato affermato dal Sieglin e dal Günther. L'onomastica latina attesta una certa frequenza di caratteri nordici. «Ex habitu corporis Rufos Longosque fecerunt», «dal fisico chiamavano Rufo uno coi capelli rossi, e Longo uno di alta statura»: così Quintiliano ricorda della origine dei nomi propri.

    Il Sieglin dà una lunga serie di Flavii, Flaviani, Rubii, Rufi, Rufini e Rutilii. Questi nomi sembrano esser stati tradizionali nelle genti Giulia, Licinia, Lucrezia, Sergia, Virginia, Cornelia, Junia, Pompeia, Sempronia: ossia nella più gran parte della classe dirigente romana. La famiglia degli Ahenobarbi (barba di rame) faceva risalire la sua denominazione a una leggenda secondo la quale due giovinetti, messaggeri d'una divinità, avevano toccato la barba d'un guerriero romano che era diventata rossa. L. Gabriel de Mortillet suppone che rutilus, col significato d'un biondo infuocato, sia stato usato soprattutto pel sesso maschile, flavus, un biondo più mite, per le donne. Per l'azzurro degli occhi l'aggettivo comune è caesius donde nomi come Caeso, Caesar, Caesulla, Caesilla, Caesennius e Caesonius.

    Ancora la Historia Augusta (Aelius Verus, 2, 4) spiega Cesare con caesius. Per gli occhi grigi l'aggettivo era ravus o ravidus, donde nomi come Ravilia o Ravilla:

    Raviliae a ravis oculis, quemadmodum a caesiis Caesullae.

    Ad alte stature si riferiscono ì nomi Longus, Longinus, Magnus, Maximus, e anche Macer, Scipio (bastone). Albus, Albinus, Albius indicano colorito chiaro. In appendice all'Incerti auctoris liber de praenominibus, d'epoca tiberiana, si legge che nomi di fanciulla come Rutilia, Caesella, Rodocilia, Murcula e Burra designano capelli e compressioni chiare. Murcula viene da murex, porpora, Rodacilla dal greco rhodax, rosellina, Burra - come anche Burrus - dal greco pyrròs: tutte a colore ductae.

    Che il tipo fisico dei Romani, almeno in epoca repubblicana, dovesse essere abbastanza settentrionale, può mostrarlo anche quel detto tramandato da Orazio:

    hic niger est, hunc tu, Romane, caveto!

    «quello è nero, guardati da lui, Romano!», che esprime una diffidenza spontanea verso l'individuo troppo scuro di pelle che non ha perduto neppure oggi la sua attualità. D'altra parte, la credenza che al momento della morte Proserpina staccasse al moribondo il capello biondo che ognuno doveva portare sul capo (Eneide, IV, 698: nondum illi Ilavom Proserpina vertíce crinem abstulerat), non può che esser sorta in un'epoca in cui i capelli biondi erano comuni tra i Romani.

    Il Sieglin, che ha passato in rassegna le fonti sui caratteri fisici degli antichi Italici, scrive che accanto a 63 biondi sono menzionati solo 17 bruni. Ancora nelle pitture dì Pompei il 75% delle immagini ritrae individui chiari. Sempre secondo il Sieglin, 27 divinità romane sono descritte come bionde, e solo 9 come scure. In particolare, Giove, Marte, Mercurio, Minerva, Proserpina, Cerere, Venere, e anche divinità allegoriche come Pietas, Victoria, Bellona, vengono spesso ritratte come bionde. 10 personaggi delle antiche leggende sono biondi, nessuno bruno. Così delle personalità poetiche: 17 bionde e due brune.

    Caratteri nordici ci sono tramandati di diversi personaggi della storia romana. Rosso di capelli e con gli occhi azzurri era Catone il Censore, questa personalità in cui parvero incarnarsi tutte le più antiche virtù del romano. Biondo e occhiceruleo era Silla, il restauratore. Coi capelli biondi e lisci, occhi chiari, flemmatico e composto nella persona, ci appare Augusto, il fondatore dell'Impero. Cesare aveva occhi e capelli neri, ma complessione bianchissima e alta statura.

    L'ideale fisico d'un popolo s'esprime nell'ideale dei suoi poeti. Tibullo canta una Delia bionda, Ovidio una bionda Corinna e Properzio una bionda Cinzia. Una fanciulla troppo nera non doveva essere molto pregiata se Ovidio (Ars Amandi, 11, 657) suggeriva si nigra est, fusca vocetur. Le lodi maggiori van sempre alla candida puella. Giovenale ci parla della flava puella Ogulnia di nobile stirpe.

    Importante è l'Eneide, per quel suo carattere celebrativo delle origini che fa di Virgilio un poeta «archeologo»,in una specie di passione per lo stile degli antichi Romani, in una esaltazione della latinità. Nell'Eneide tutti i personaggi sono biondi. Così Lavinia (Eneide, XII, 605: filia prima manu flavos Lavinia crinis et roseas laniata genas: flavos è preferibile a floros); Enea, spirante nobiltà nel volto e nelle chiome come avorio cinto d'oro (En. I, 592: quale manus addunt ebori decus, aut ubi flavo - argentum Pariusque lapis circundatur auro); il giovinetto Iulo; Mercurio nella sua apparizione (Eri. IV, 559: et crinis Ilavos et membra decora iuventa), mentre tra i guerrieri è un fulvus Camers di nazione ausonia (X, 562), tanto più notevole in quanto di nessuno dei guerrieri o degli altri personaggi dell'Eneide si dice che abbiano capelli neri. Persino la cartaginese Didone è bionda (IV, 590: flaventisque abscissa comas), così forte è l'inclinazione a vedere antichi eroi ed eroine circonfusi in una nube di biondezza originaria. Anche nei Fasti d'Ovidio, composti con uno stesso intento archeologico e celebrativo, eroi ed eroine dell'antichità romana ci appaiono biondi. Bionda è Lucrezia quando piacque a Tarquinio (forma placet, niveusque color flavique capilli, 11, 763), biondi Romolo e Remo, marzia prole:

    Martia ter senos proles adoleverat annos et suberat flavae iam nova barba comae
    (III, 60).

    Ha scritto il Sieglin: «Gli invasori elleni e italici erano, secondo le non poche testimonianze che possediamo, biondi. Bionda è la maggioranza delle persone di cui ci viene descritto l'aspetto fisico; in particolare erano gli appartenenti alle famiglie nobili che si distinguevano per il colore chiaro della loro pelle e dei loro capelli. In tutte le epoche dell'antichità classica, biondo ebbe il significato di distinto».

    L'epoca aurea della romanità «nordica» va dalle origini alla fine delle guerre puniche. E' l'epoca della repubblica aristocratica, sorta dal patriziato e dai migliori elementi della plebe. E' l'epoca in cui Ennio poté scrivere moribus antiquis res stat romana virisque, in cui i valori romani poggiavano ancora su di un'adeguata base razziale. L'ideale della probitas, dell'integritas, quello del vir frugi, del vir ingenuus, in cui simplex suonava ancora come una lode, è difficilmente riducibile a uno standard meridionale: «L'essenza del "vero romano", del vir ingenuus non si spiega alla luce dell'anima "meridionale", delle popolazioni preitaliche di razza mediterranea, che dovettero invece formare la maggioranza dell'antica plebe, o almeno la plebe della capitale (plebs urbana)» .

    Questo prisco ideale repubblicano d'una severità di contegno derivante non da astratti precetti, ma da una nobile natura di sangue nordico, l'ha espresso Properzio nella figura di Cornelia figlia dell'Africano:

    Mihi natura dedit leges a sanguina ductas
    (IV, 11)

    Già nel Il secolo a.C. son visibili tracce di decadenza. E' lo spopolamento delle campagne, in seguito alla speculazione e al tasso di sangue troppo alto estorto dalle continue guerre. Di qui, le lotte per la riforma agraria, i Gracchi, e le difficoltà sempre crescenti in spedizioni militari di second'ordine, come a Numanzia, o in Numidia. All'epoca di Pirro, e anche a quella d'Annibale, i Romani avevano potuto mettere in campo quante truppe avevano voluto: «I Romani, scrive Plutarco, colmavano senza fatica e senza indugio i vuoti nelle loro truppe come attingendo da una fonte inesauribile». Nel II secolo già il contadinato italico dava segni d'esaurimento. Ma con la scomparsa del contadinato italico, delle forti generazioni contadine che avevano fatto argine contro Annibale «prima ancora che la bionda peluria vestisse le loro guance», incominciava la denordizzazione della romanità.

    Contemporaneamente, i contatti con la grecità decaduta, con l'Oriente levantino, portavano i primi germi di disfacimento in Roma. Syria prima nos victa corrupit, rìconosceva Floro (Epitome, 1, 47). Già alla metà del II secolo il numero degli schiavi eguagliava quello degli Italici, con conseguenze incalcolabili pel tralignamento del carattere nazionale romano. Il tipo del levantino portato schiavo e emancipato, del liberto di razza ignobile ma ricco e potente, diventa sempre più frequente sulla scena romana per dominarvi incontrastato nei secoli dell'Impero. Siri, greculi, ebrei - nationes natae servituti - secondo il severo giudizio romano, diventavano sempre più numerosi, con l'influsso dissolvente della brillante civilizzazione ellenistica. «I nostri cittadini sembrano schiavi della Siria - diceva il nonno di Cicerone - tanto meglio parlano il greco, e tanto più sono corrotti». «Tacciano codesti, cui l'Italia non fu madre, ma matrigna», aveva detto Scipione Nasica di fronte alla turba tumultuante nel foro, una turba d'importazione.

    Al tipo del romano di ceppo italico succedeva una massa anonima sempre più mediterranea e levantina. Anche la ritrattistica permette di osservare l'avvento di tipi sempre più nettamente levantini - specialmente banchieri e uomini d'affari - che si contrappongono al romano nobile d'impronta nordica o nordico-dinarica. Il tipo fortemente scuro e così scarsamente europeo che caratterizza ancora oggi tanta parte della popolazione dell'Italia - color iste servilis, diceva Cicerone - si può far risalire all'invasione di schiavi orientali, Asiatici Graeci, dell'ultima età repubblicana e di quella imperiale. Che questa massa non potesse offrire sostegno alle vecchie istituzioni aristocratiche repubblicane, e avesse bisogno d'un padrone, spiega il trapasso dalla repubblica all'Impero.

    L'ordine imperiale romano era destinato a reggere ancora alcuni secoli - anche perché la Roma repubblicana aveva già sgombrato il campo da tutti i possibili competitori - in un quadro di splendore ma anche nella coscienza d'una crescente putrefazione della società. I confini di Augusto non dovevano più essere ampliati o quasi in quattro secoli d'Impero. Una fioritura culturale non si ebbe più dopo la fine del I secolo d.C. e si perpetuò un accademismo alessandrino. La filosofia dell'epoca è lo stoicismo, l'individualismo orgoglioso e disperato d'un'anima nordica che si chiude in sé stessa di fronte a una società orinai snordizzata che non le può offrire sostegno.

    Malos homines nunc terra educat atque pusillos, lamentava Giovenale (XV, 70). In effetti, la statura minima dell'esercito imperiale era scesa fino a 1,48 e sempre più la Romanorum brevitas contrastava con la Germanorum proceritas (Vigezio, 1, 1). Nonostante che le ultime genti che potevano far risalire le loro origini ai Latini dei Colli Albani, tra cui i Giulii, si fossero estinte agli albori del principato una certa impronta nordica doveva continuare a tralucere tra i membri della classe dirigente dell'Impero. Si potrebbe fare una lunga lista di Cesari biondi: da Augusto a Tiberio, da Caligola a Nerone, da Tito a Traiano, da Claudio a Probo, da Costantino a Valentiniano. I capelli biondi erano sempre pregiati nella bellezza femminile - Poppea era bionda - e le donne romane se li tingevano (summa cum diligente capillos cinere rutilarunt, Valerio Massimo, 11, 1, 5) o mettevano parrucche di capelli tagliati alle prigioniere germaniche. Ma la sostanza era che l'Impero Romano andava lentamente soggiacendo a una totale orientalizzazione.

    La capacità dell'impero di reggersi nei secoli si dovette alla forza della forma politico-spirituale creata da Roma. Una forma spirituale è creata da un certo tipo razziale, ma almeno in parte gli sopravvive, almeno finché trova una materia umana segnata anche da una minima parte di quel sangue. Ma una volta che anche l'ultima parte del sangue originario è perduta, non resta che una forma vuota, incapace di influenzare una materia umana totalmente recidiva. L'arco della romanità è compreso tra le due affermazioni - moribus antiquis res stat romana virisque - in cui l'età repubblicana aveva orgogliosamente affermato la disponibilìtà d'un'adeguata sostanza razziale, e quell'altra - mores enim ipsi interierunt virorum penuria - con cui la romanità ammetteva l'incapacità di perpetuarsi in un ambiente umano ormai levantino.

    Al vecchio contadinato italico d'impronta nordica, quasi estinto (la desolazione e lo spopolarnento dell'Italia, la vastatio Italiae, è un tema comune della pubblicistica d'età imperiale) poté surrogare, fino al II secolo d.C., la romanità dei coloni delle provincie, delle guarnigioni periferiche. Poi, estinto anche questo flusso d'italicità provinciale da cui erano usciti Traiano, Adriano, Marc'Aurelio, l'orientalizzazione procedette inarrestabile con una rapidità di cui testimoniano il diffondersi dei nomi greci e i successi del cristianesimo. Il cristianesimo, uscito dalle viscere della nazione ebraica - multitudo iudaeorum flagrans nonnunquam in contionibus, civitas tam suspiciosa et malefica - viene dall'Oriente, si afferma nelle province orientali, e incontra resistenza nella parte europea dell'Impero, tranne nelle regioni marittime conquistate dal cosmopolitismo orientalizzante. Col cristianesimo si diffonde anche un nuovo ideale fisico orientale, presto visibile nei mosaici e negli ipogei. Il cristianesimo nell'Impero Romano, una fede di individui politicamente, economicamente e spiritualmente poveri, era la religione dello strato più basso della popolazione, di immigrati d'origine orientale e africana, i quali non erano sensibili né allo spirito ellenico né all'arte politica di Roma.

    L'ultima resistenza nordica ed europea contro l'orientalizzazione del mondo classico - la penetrazione eccessiva di elementi estranei nell'impero Romano mediante la diffusione della concezione della vita e della religiosità dell'Oriente - viene da parte degli Illirici, questa gente di soldati bionda e grande, che darà a Roma Aureliano, Decio, Diocleziano. E', sotto il segno del Sole Invitto, la reazione dei provinciali, degli europei, dei legionari, contro la levantinizzazione dell'Impero e la civiltà cristiano-cosmopolitica. E' l'estremo baluardo del paganesimo contro i demagoghi dell'Oriente e, insieme, la difesa del danarium romano e della piccola borghesia italica contro l'oro dell'Oriente. La svalutazione, e il trasferimento della capitale a Costantinopoli, nel cuore dell'Oriente cristiano e antiromano, segnano la fine della romanità europea di ceppo nordico. Invano il poeta Prudenzio doveva mettere in versi la speranza che l'Impero si rinnovasse e che i capelli della Dea Roma «divenissero di nuovo biondi» (rursus flavescere): la Roma indoeuropea non era più.

    Paradossalmente, l'Impero dovette ancora un secolo di vita ai suoi più acerrimi avversari, i Germani. Come alla romanità italica d'epoca repubblicana era succeduta la romanità italico-provinciale del principato, come a essa era succeduta, alla metà del II secolo, la romanità illirica dei legionari e delle guarnigioni, così nell'ultimo secolo di Roma prese forma una romanità-germanica la cui eco giunge fino a Teodorico.

    L'esercito romano del IV secolo è già completamente germanizzato, germanici i suoi generali, da Stilicone a Ezio, mentre sui vessilli delle legioni conservatici dalla Notitia Dignitatum stanno le rune del sole, del cervo: i primordiali simboli della Valcamonica ritornano, per un attimo ancora, nella luce morente dello splendore romano. E' significativo come per questi Germani la parola «romano» abbia acquistato il significato di «imbelle», «malfido». Il «romano» è ormai, nell'accezione corrente, un tipo umano piccolo, nero, gesticolante, accorto e abile, ma anche vile e falso, esattamente come era apparso il graeculus ai Romani d'età repubblicana, e come Platone, a sua volta in una Grecia non ancora snordizzata - aveva descritto Siri ed Egiziani. Questo trapasso di significati può illustrare meglio di ogni altro esempio la parabola discendente della civiltà classica. I popoli parlanti greco e latino nel secolo V d.C., serbavano l'eredità linguistica (Sprachenerbe) degli Elleni e degli Italici indoeuropei, non quella del sangue (Blutserbe).

    I Germani si stanziarono dapprima entro la cinta dell'Impero come coloni e federati. Presero possesso delle campagne ormai spopolate e schiave dei pochi centri urbani e marittimi dipendenti dall'Oriente (Roma, Ravenna). Si fecero accogliere come soldati, coloni, contadini, poi quando l'esaurimento biologico e spirituale della romanità fu troppo grande per restar loro velato dal residuo mito di Roma - si imposero come condottieri, difensori, padroni. Ma con i Germani tornava a penetrare nel bacino mediterraneo quello stesso elemento nordico che già nella preistoria aveva indirizzato in senso «europeo» l'Europa del Sud. La Scandinavia è di nuovo madre di popoli - Scandia insula quasi vagina populorum velut officina gentium: Goti del Vástergótland, Burgundi di Bornholm (Burgundholmr), Vandali del Vendsyssel. Di nuovo la Germania è madre di bionde nazioni: ai biondi Indiani, Persiani, Elleni, Italici, succedono i biondi Franchi, Lombardi, Goti, che vanno a rinsanguare l'esausta Romània.

    Nasce un nuovo cielo di civiltà, la civiltà romanica-germanica dell'Occidente: romanica, non più romana, perché anche i popoli latini sono trasformati nella loro sostanza dall'apporto germanico. Una nuova élite nordica rinsangua l'Europa col suo «sangue azzurro» - sangre azul, come apparve alle popolazioni scure della Spagna la pelle rosea e mostrante le vene dei loro signori visigoti. Sono i «figli dei biondi» - i beni asfar, come apparvero agli Arabi quei crociati che, paradossalmente, rovesciavano il movimento Oriente-Occidente invertito da Costantino ottocento anni prima, e colpivano nell'Islam quella cultura arabomagica che proprio col cristianesimo era mossa alla conquista dell'Europa. Sono i cavalieri tedeschi - decor flavae Germaniae - che col Sacro Romano Impero di nazione germanica rialzano il simbolo imperiale dell'Occidente.



    Adriano Romualdi

 

 
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