Originariamente Scritto da
Barsanufio
Qualche idea sparsa, nel giorno in cui - come ci ricorda Lepanto - si celebra l'ingresso della creatura della bellezza umana e cosmica in Dio, nel tempo in cui si è pronti per raccogliere i frutti della terra. E questa bellezza è una donna.
Come ho forse già una volta scritto, non rappresenterei mai - se fossi un artitsta cristiano - Dio come donna. Ovviamente Dio non è né maschio né femmina; né, se così si può dire, uomo (essere umano). Tuttavia, dovendosi raffigurare, se proprio-proprio necessario, lo si deve - a mio avviso - raffigurare uomo maschio. Perché? L'essere umano si manifesta nei due generi. Io non ho mai visto un essere umano puro e semplice andare a spasso, ma vedo frequentemente esseri umani maschi e esseri umani femmine (a proposito: andate al cinema a vedere XXY di Lucia Puenzo: non ve ne pentirete).
Ora, dei due generi, uno - quello femminile - è antropologicamente connesso (o più connesso) con cicli cosmici. Il ciclo della fecondità rispetta scansioni mensili (menstruali, mestruali), è un andare-e-venire che assomiglia al girar della luna e alle maree. La donna sembra più terrestre dell'uomo (e - lo enfatizzo per i pusilli - non, non, non in senso negativo). In questo senso essa è meno adatta a raffigurare (e anche a simboleggiare nei riti) il Dio di Abramo, caratterizzato essenzialmente dalla sua trascendenza rispetto al creato. Naturalmente vi è un aspetto femminile e materno in Dio, e non importa aspettare papa Luciani. Basta guardare le due mani, una maschile e una femminile, del padre della parabola dei due figli dipinto da Rembrandt.
La seconda persona della Trinità, dovendosi manifestare in un genere, scelse quello maschile. Se il celebrante cristiano agisce in persona Christi, dovrebbe essere un maschio. Questo tra l'altro lo inserisce nel lignaggio sacerdotale ebraico, tipicamente maschile, e scelto esplicitamente da Dio per rendersi presente negli uomini. Egli rappresenta, nella convocazione liturgica, un'interfaccia tra il divino e l'umano (in alcuni momenti è il volto dello sposo, in altri la voce (il porta-voce) della sposa).
La donna è sacerdote? Sì. E' sacerdote del mondo. E infatti Dio si manifesta nel mondo grazie alla sua mediazione, e snobbando completamente il seme maschile. La donna ci consente di abitare l'universo. Celebra i sacramenti dell'universo. In esso la sua bellezza ci introduce.
Questo è - fra l'altro - il problema drammatico del sacerdozio celibatario. Esso potrebbe essere una gemma sfolgorante sulla corona della Chiesa latina, e purtroppo è invece, e spesso, la sua vergogna e il suo disonore. Il sacerdote celibe dovrebbe sanguinare continuamente e dolorosamente dalla ferita della sua castrazione. Dovrebbe continuamente realizzare di essere un mutilato, uno squilibrato, un senza patria nel mondo. Egli è quella porzione della comunità umana che viene tuffata a forza nella fornace-che-è-Dio, e ne viene tratto fuori incandescente e luminosissimo, certo, ma anche eroso, bruciato, sconvolto. Egli non ha la donna che gli consente di abitare sufficientemente in pace questa terra, amministrandogli i sacramenti del mondo: soprattutto - ma non soltanto - nel letto dell'amore, dell'amplesso, delle nozze.
Molto bisognerebbe pregare per i sacerdoti, privi per sempre di questo nutrimento vitale. E far qualcosa per loro. Non - come vorrebbe una mentalità miope e riduttiva - dandogli una donna. Ma riconoscendo loro l'inestimabile dono che fanno alla comunità umana perdendo la propria vita (vita, vita) in Dio, e accettando nel loro corpo, nella loro psiche, fino nel loro spirito, una ferita tremenda che non si rimarginerà mai.
Molto dovrebbero i sacerdoti preoccuparsi di rendersi schiavi cortesi e gentili - come mi pare volesse Grignon de Montfort - dell'unica donna che possono trovare lì dove loro stessi si trovano: nel fuoco-che-è-Dio. Amarla virilmente, da uomini, da cavalieri, da amanti fuori-di-testa. Quella donna che oggi, con il suo corpo, vi è entrata e vi dimora.
Grazie, Barsanufio