
Originariamente Scritto da
Eginardo
CHE FARNE DELL’UNIONE EUROPEA ?
(da "Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici", a. II, n. 3, ott.-dic. 2005)
Costanzo Preve ci ha fatto pervenire un suo intervento sui risultati referendari con cui l’elettorato francese e olandese ha bocciato la bozza della “Costituzione europea”; all’intervento di Preve segue una replica di Claudio Mutti. La discussione è aperta.
I referendum sulla “costituzione europea”
di Costanzo Preve
1. Nei mesi di maggio e di giugno 2005 i popoli della Francia prima, e dell'Olanda poi, chiamati a rettificare la costituzione europea l'hanno sonoramente bocciata con maggioranze inequivocabili. Un sondaggio eseguito poco dopo in Germania ha accertato l'incredibile cifra del 90% di contrari alla costituzione europea. Anche ammesso che questo sondaggio sia inesatto ed esagerato, non vi sono dubbi sul fatto che la maggioranza del popolo tedesco, ove fosse chiamata alle urne su questa questione, voterebbe come i francesi e gli olandesi. Il circo mediatico unificato, normalizzato e militarizzato ed i suoi intellettuali ''opinionisti'', il nuovo spaventapasseri che ha sostituito gli ormai tramontati ed obsoleti fascismo e comunismo.
Chiediamoci spregiudicatamente: i recenti avvenimenti referendari sono stati qualcosa di negativo, di positivo o di ambivalenti? La mia risposta, che ovviamente cercherò di argomentare razionalmente, è la seguente: sono stati eventi entusiasmanti, incondizionatamente positivi, da incoraggiare ed appoggiare in tutti i modi.
E adesso cominciamo a discutere.
2. Dal momento che questo intervento è pubblicato in una rivista che si chiama “Eurasia”, la cui prospettiva di fondo (al di là delle fisiologiche diverse interpretazioni che si possono dare sull'eurasiatismo) io peraltro condivido apertamente e senza nascondermi dietro un dito, cerco subito di formulare la prima seria obiezione che si potrebbe sollevare nei confronti della mia valutazione incondizionatamente positiva. Questa obiezione potrebbe suonare più o meno così: per opporsi all'egemonismo imperiale americano è necessaria oggi una forte unione non solo di tipo politico nazionale, ma di tipo geopolitico continentale; in caso contrario la ''massa critica'' oppositiva di tipo economico, diplomatico e militare sarebbe troppo piccola; per questa ragione ogni ritorno al localismo, al micronazionalismo, alle ''piccole intese'', eccetera, deve essere considerato negativamente, come fuorviante e ritardante; per questa ragione, allora, i pronunciamenti antieuropei di Francia e di Olanda sono negativi, o quanto meno ambigui ed ambivalenti.
Questa obiezione è legittima, anche se io non la condivido. Per questa ragione, cerchiamo di discuterla analiticamente.
3. Anticipo subito per comodità del lettore la mia personale opinione, che su questo punto è però fermissima. Per poter perseguire la prospettiva politica, culturale e geopolitica di un'alleanza strategica fra i continenti europeo ed asiatico contro l'egemonismo imperiale americano, prospettiva che ha come presupposto una certa idea di Europa militarmente autonoma dagli USA e dal loro barbaro dominio, bisogna prima (sottolineo: prima) sconfiggere questa Europa, neoliberale (e quindi oligarchica) in economia ed euroatlantica (e quindi asservita) in politica e diplomazia. Senza sconfiggere prima questa Europa non solo non esiste eurasiatismo possibile, ma non esiste neppure un vero europeismo possibile.
Il concetto è chiaro. Per discuterlo, inizierò prima da un'analisi dei sintomi ideologici che ci inviano quotidianamente il circo mediatico unificato ed alcuni intellettuali opinionisti di servizio, poi cercherò di definire sommariamente l'oligarchia economica neoliberale europea e le radici dell'asservimento militare e geopolitico europeo agli USA, e concluderò infine con alcune brevi osservazioni sulla situazione italiana.
4. In questo prodotto della cosiddetta ''opinione pubblica'', nata nel settecento prima inglese e poi europeo come espressione non certo del ''pubblico'' quanto della nuova classe borghese europea in formazione (vi è su questo un ottimo libro del primo Habermas, quando c'era ancora a sorvegliarlo l'ombra di Adorno e non si era ancora omologato al pensiero unico politicamente corretto), la classe giornalistica è sempre stata nel suo insieme conformista, corrotta e servile. Non si parla qui delle numerosissime ed eroiche eccezioni, la cui funzione è sempre quella di confermare la regola. Tuttavia, nel passaggio della prevalenza cartacea (giornali, riviste, eccetera) alla prevalenza prima radiotelevisiva e poi televisiva, la classe giornalistica si è darwinianamente evoluta in circo mediatico, ed il circo mediatico, che mette in scena un pluralismo apparente che nasconde un monismo elitistico ferreo, ha avuto un triplice processo di normalizzazione, di unificazione e di militarizzazione. Il caso ''Europa'' ne è un fulgido esempio. Quando c'è da gestire un passaggio epocale di epoca storica, il circo mediatico unificato agisce unito e sincronizzato con decisa ferocia. Nel triennio 1992-1994, quando si trattava di passare dalla prima repubblica italiana, keynesiana, assistenziale, proporzionalistica, partitica e parlamentare alla seconda repubblica neoliberale, uninominale-maggioritaria, decisionistico-governativa, eccetera, il circo mediatico unificato italiano scoprì la corruzione della Balena Bianca e del Cinghialone, esaltò i giudici ''onesti'' di Mani Pulite, e propiziò il colpo di stato giudiziario extraparlamentare. E' vero che anziché una diarchia controllata Segni-Martelli ci fu il vero e proprio non previsto ''incidente di percorso'' del cavalier Berlusca, ma in sostanza il passaggio avvenne (ed avvenne negli stessi termini di tipo golpistico-giudiziario in decine di altri paesi capitalistici, anche se la corrottissima corporazione universitaria degli storici contemporaneisti, che sul presente ci informano generalmente di meno di quanto lo facciano gli esperti in Sumeri ed in Sassanidi, non sembra ancora neppure essersene accorta).
La stessa unanimità golpistica è avvenuta a proposito dei recenti referendum in Francia ed in Olanda. La formula preferita del circo mediatico (ad esempio Cesare Martinetti sulla ''Stampa'') è stata quella della ''mostruosa alleanza orizzontale'' di estrema destra e di estrema sinistra, di Le Pen e del trotzkista Krivine, eccetera. Questa mostruosa alleanza orizzontale è indicata con il termine demonizzante (e volutamente vago, in modo da poter servire a tutti gli usi) di ''populismo''. Tralascio qui per ragioni di spazio la discussione sul termine ''populismo'', che ha già in Italia (ma soprattutto in Francia) una discreta bibliografia politologica. Diciamo che lo spettro del ''populismo'' è una sorta di unificatore simbolico depotenziato che intende alludere ad una possibile convergenza dei due mostri assoluti del novecento, il male assoluto (fascismo) e l'utopia sanguinaria (comunismo).
Vorrei purtroppo rassicurare le migliaia di Martinetti, che scrivono tutti le stesse cose in italiano ed in francese, in tedesco ed in danese, in estone ed in ungherese, eccetera. Purtroppo, e ripeto purtroppo, e ribadisco purtroppo, non ci sono ancora le condizioni perché questa mostruosa alleanza referendaria orizzontale possa diventare nel breve e nel medio periodo una mostruosa alleanza politica verticale. Se infatti il mostruoso passaggio dall'alleanza negativa orizzontale all'alleanza positiva verticale potesse avvenire, suonerebbero le campane a morto sia per il tessuto economico ferocemente neoliberista sia per la subordinazione diplomatica e militare all'impero americano.
Di questo fatto il circo mediatico normalizzato, unificato e militarizzato è certamente consapevole. Per questa ragione (anche se non solo per questa ragione) esso martella quotidianamente sul mantenimento (al di fuori del quadro storico e politico che l'aveva giustificato) delle due dicotomie obsolete Destra/Sinistra e Fascismo/Antifascismo. La prima dicotomia, che ha avuto un gigantesco senso storico per almeno due secoli (grosso modo 1789-1989), l'ha però oggi perduto con l'avvento del nuovo scenario imperiale americano, in cui le forze si dicotomizzano in modo nuovo fra favorevoli e contrari all'impero. La seconda dicotomia, che ha avuto un gigantesco senso storico fra il 1919 ed il 1945, l'ha però oggi perduto dopo che il fascismo storico è stato irreversibilmente sconfitto nel 1945 ed il comunismo storico si è autonomamente (e vilmente) levato dai piedi da solo dopo il 1989, trasformandosi in baffetti bombardatori della Jugoslavia ed in baffuti despoti turcofoni filoamericani dei vari Yankeestan.
Che il circo mediatico coltivi queste dicotomie è comprensibile, e fa parte dell'intelligenza storica del nemico e dell'avversario. Ma che queste dicotomie vengano ancora allarmisticamente coltivate da firmatari di appelli informatici contro l'astuta infiltrazione di malvagi Fascisti Eterni e di Comunisti Corrivi, Fuorviati e Rincoglioniti è frutto soltanto del terzo fattore della storia, che Marx ignorò e che si aggiunge ai due che egli invece correttamente segnalò (le forze produttive sociali ed i rapporti sociali di produzione). Si tratta del terzo fattore materiale della storia, che a volte diventa decisivo, la Stupidità Umana. La stupidità umana è nutrita di pigrizia intellettuale, di senso identitario di appartenenza partitico-tribale, di fissazione per la vita intera ad una ''finestra'' giovanile in cui è avvenuto l'imprinting antagonistico, di conformismo funzionale all'accettazione nei gruppi oligarchici politici, sindacali, universitari, editoriali, mediatici, eccetera. Il carattere multifattoriale della stupidità umana è affascinante per filosofi, storici e psicologi, ma purtroppo non c'è qui lo spazio per approfondire questa questione decisiva. Una sola esortazione ai diffamatori informatici degli appelli per la messa in guardia: bravi, bene, continuate così, lavorate sempre per il re della Prussia, sorreggete i Martinetti, le Spinelli, i Glucksmann, i Garton Ash, eccetera. Essi non hanno nessun bisogno di voi, sono già pagati milioni, mentre voi ciclostilate disperatamente gratis. Ma siate forti: potete fare ancora perdere tempo, ed in questo ci riuscirete brillantemente.
5. Questo ci porta agli intellettuali opinionisti di servizio. Essi sono numerosi come i Mac Donald, ma per ragioni di spazio mi limiterò a commentarne solo due, scelti fra il gruppo degli hard e quello dei soft. Fra gli hard sceglierò l'isterico francese André Glucksmann, fra i soft il cauto inglese Timothy Garton Ash. Essi sono due rappresentanti di questa Europa, neoliberale ed euroatlantica. Si tratta di opinionisti che scrivono per giornali che nel mondo vendono milioni di copie, alla faccia del pluralismo delle opinioni. Ma il circo non conosce filosofi e scienziati, ma solo acrobati e pagliacci.
André Glucksmann (cfr. ''Repubblica'', 2/6/05) fa parte di quella sciagurata generazione sessantottina parigina che ha scambiato (se in buona fede o in malafede, o lascio al Giudizio Universale) il proprio disagio antiborghese per anticapitalismo sociale. Mai equivoco fu più tragicomico e foriero di effetti negativi, e mai la tradizione culturale francese fu più messa in pericolo. Glucksmann è un signore che vorrebbe la terza guerra mondiale contro Putin e la Russia, e che individua nella distruzione dello spazio geopolitico eurasiatico, in cui vede perversamente uniti insieme quanto resta di fascismo e di comunismo, la principale finalità etico-politica cui è chiamato provvidenzialmente l'impero americano. A proposito del meraviglioso risultato del referendum francese del maggio 2005 Glucksmann scrive alcune cose rivelatrici che segnalo al lettore. In primo luogo, egli capisce benissimo che chi ha votato No è fondamentalmente ''antiliberale ed antiamericano'', e per questo se ne preoccupa. Volesse il cielo che avesse ragione! Se così fosse, gran parte del percorso da fare sarebbe fatto! Purtroppo, siamo ancora ad una orizzontalità di protesta, non ancora ad una verticalità di proposta. Ma Glucksmann fa bene ad alzare le sue rauche grida di oca spennata, perché così mette profeticamente in guardia le sue oligarchie di riferimento da un pericolo possibile. In secondo luogo, Glucksmann scrive letteralmente:''Sottoporre prima ai francesi e poi agli olandesi un testo di 430 pagine difficilmente comprensibili è stata una follia narcisistica. Ma è davvero troppo, sia per un professore di filosofia sia per una casalinga, capire i meccanismi più reconditi di cinquant'anni di diplomazia europea''. Il lettore deve prestare un'attenzione particolare a questa affermazione stupefacente. Qui si ha la negazione di duecento anni di pensiero liberale e democratico, e si riafferma che il massimo cui il popolo può aspirare è una forma di dispotismo elitario illuminato.
Si dirà che Glucksmann è un fanatico monomaniaco, e quindi poco significativo. Nient'affatto. Prendiamo Timothy Garton Ash (cfr. Free World. America, Europa e il futuro dell'Occidente, Mondadori, Milano 2005), la variante britannica di questa posizione. La missione dell'Occidente per Garton Ash è la stessa missione di Bush, e cioè l'esportazione della libertà. Certo, Garton Ash non condivide le visioni lineari della libertà, visioni che definisce con un certo umorismo inglese ''da Platone alla NATO''. Nei fatti, però, la sua concezione è proprio quella che apparentemente esorcizza, e cioè da Platone alla NATO. Garton Ash individua come avversario principale quello che chiama ''eurogollismo'', e cioè l'idea di una sovranità politico-militare continentale senza e contro gli USA. La Francia avrebbe ''spaccato a metà'' l'Europa opponendosi agli USA ed alle sue guerre. Qui la falsità giunge a punti veramente pittoreschi, perché è evidente che a spaccare l'Europa nel 2003 non è stata la Francia, ma gli USA, che hanno imposto la conta fra paesi favorevoli e contrari all'invasione illegale dell'Irak. La tesi di Ash è semplice: gli USA non hanno interesse a governare da soli un mondo globalizzato troppo grande, e dunque sono disposti a fare ponti d'oro ad un'Europa che sia un alleato subalterno, certamente, ma anche affidabile e strategico. Neanche Ash ovviamente può dimostrare l'indimostrabile, e cioè che gli USA ''ascolterebbero'' l'Europa. In quanto potenza imperiale messianica ed ideocratica, convinta di risiedere in una ''casa sulla collina'' e di avere una ''missione speciale'', gli USA non hanno mai ascoltato nessuno se non per dettagli tattici minori. Il rapporto paritario che Ash presenta è ovviamente falso ed illusorio, e nello stesso tempo Ash individua correttamente in quello che si chiama ''eurogollismo'' l'unico e solo vero nemico strategico. Il resto, da Bertinotti a Le Pen, da Krivine a Bossi, è individuato correttamente come marginale ed irrilevante.
Sono questi gli ''intellettuali organici'' di questa Europa. E' chiaro che senza distruggere l'ipotesi di questa Europa non si possono creare le premesse
6. Esiste un’oligarchia economica neoliberale europea o invece non esiste in questi termini? E se non esiste, come può essere definita in termini economici, politici e culturali? Il discorso sarebbe lungo, ed anzi comincerebbe solo qui, ed allora in questa sede è possibile solo dare qualche suggerimento critico e metodologico.
Una domanda preliminare: da dove viene questa orribile Europa dei burocrati di Bruxelles, che promettono come unico e fatale destino ai giovani europei un futuro vuoto ed incerto di lavoro flessibile e precario, di smantellamento dei precedenti sistemi scolastici e sanitari sorti nei “trenta anni gloriosi” del keynesismo trionfante? Da dove viene questo pensiero unico neoliberista sostenuto a sinistra dal politicamente corretto buonista e a destra dall’antropologia sociale dell’individualismo concorrenziale portato in tutti gli ambiti della vita umana (assicurazioni sanitarie individualizzate, piani di istituto scolastico in concorrenza darwiniana reciproca, eccetera)? Questa è l’orribile Europa da sconfiggere, ma se non si sa da dove viene non sarà possibile farlo.
L’orribile Europa dei burocrati neoliberali sorge direttamente sulle ceneri dei tentativi novecenteschi europei (sostanzialmente tre: il comunismo storico novecentesco realmente avvenuto e non quello utopico di Marx, le varie forme di fascismo e di nazionalsocialismo, ed infine le varie forme di socialdemocrazia keynesiana seria, soprattutto scandinave e tedesche) i affermare un dominio della politica sull’economia, e più esattamente della decisione politica sugli automatismi economici sovrani. Il triplice fallimento, che qui semplicemente constatiamo senza entrare nel merito delle gigantesche differenze etico-politiche e sociali di questi tre tentativi (che rimandiamo ad altra sede), ha portato ad una sindrome della sconfitta e dell’impotenza strategica europea che sta dietro e sotto a tutte le varianti dell’euroatlantismo, dalle più entusiastiche alle più ciniche e disincantate.
La relativa egemonia di “sinistra” fra gli intellettuali europei dopo il 1945 ha portato ad una generalizzata concezione studiale e non ciclica della storia, per cui si è pensato che il keynesismo e lo statalismo assistenzialistico non fossero solo delle fasi cicliche nella storia globale del capitalismo mondializzato, ma degli stadi di avvicinamento all’avvento fatale della società socialista. Questa variante economicista della vecchia e ben più nobile parousia messianica cristiana è progressivamente saltata dopo il 1975 circa, ed il vociante gregge conformista degli intellettuali si è velocemente riconvertito dalla rivoluzione alla dissidenza, dallo storicismo al postmoderno ed infine dall’abbraccio populista con le masse alla riscoperta narcisistica del proprio “io minimo” (uso qui la corretta espressione di Cristopher Lasch).
La “polpa” della nuova società neoliberale europea consisteva non certo in queste pur pittoresche novità culturali (buonismo, postmoderno, nichilismo rassicurante da ceti medi satolli, apologia del volontariato assistenziale del povero in stracci o della povera in burka, eccetera), ma in una feroce distruzione di un secolo di conquiste del movimento organizzato dei lavoratori. Il lavoro salariato, che tutti gl’intellettuali dichiaravano in estinzione sostituito da macchine avveniristiche meravigliose, veniva ferocemente flessibilizzato e precarizzato, mentre i giganteschi flussi immigratori servivano ad abbassare il costo del lavoro e contemporaneamente a dividere gli strati sociali subalterni. Il modello di vita proposto alle future generazioni europee diventa dunque più o meno questo: vivete pure il momento magico giovanile nelle discoteche impasticcate o nei concerti rock, ma poi sappiate che il vostro destino è quello di competere in un gigantesco mercato globalizzato con i brasiliani, gl’indiani ed i cinesi, che però guadagnano un quinto di voi e vi fotteranno immancabilmente se non vi accontentate di meno soldi e soprattutto di meno servizi. È finito il posto fisso, è finita la pensione sicura, ma in compenso vi daremo cento canali TV, l’eutanasia, la manipolazione genetica ed il matrimonio gay.
Possiamo meravigliarci se questa Europa comincia a fare schifo? No, certamente. Purtroppo però non fa ancora schifo abbastanza, perché ogni presa di coscienza del problema è oggi resa difficile dall’ossessiva ed ormai artificiale reiterazione della scena originaria Sinistra contro Destra, ed ancora di più dai giochi di ruolo Comunismo contro Anticomunismo e Fascismo contro Antifascismo. Questi giochi di ruolo non potranno certamente ingannare all’infinito i giovani europei, ma nel frattempo possono immobilizzare e neutralizzare un’intera generazione. Ed è infatti quello che stanno già facendo con successo. Nel linguaggio espressivo del vecchio Marx, possiamo dire che le mort saisit le vif, il morto afferra il vivente e non lo lascia più andare.
Tutto questo un giorno finirà, ma quanto tempo avremo stupidamente e inutilmente perduto!
7. A cosa è dovuta la relativa, anche se per fortuna sempre minore, forza inerziale della borghesia burocratica neoliberale di Bruxelles? Il discorso sarebbe lungo, ma lo si può iniziare con un’affermazione preliminare, giusta anche se un po’ apodittica: la forza di questa oligarchia sta nella debolezza di entrambe le classi sociali europee, sia della classe dei dominanti sia nella classe dei dominati. Non così stanno le cose negli USA, in cui sia la classe dei dominanti che quella dei dominati posseggono al loro interno un’invidiabile unità strategica di fondo.
Se osserviamo attentamente gli USA, vediamo che ad una apparente varietà di superficie si accompagnerà un’ammirevole unità strategica di fondo. Alla superficie abbiamo democratici e repubblicani, neoconservatori e liberali, piccola borghesia colta e cosmopolita newyorkese e fondamentalismo biblico e paesano dello Iowa, campus universitari culturalmente critici e sterminata provincia caratterizzata dall’alzabandiera a stelle e strisce, eccetera. Ma alla base ci sta il comune sentire condiviso dell’ideologia eccezionalistica americana, la casa sulla collina, la missione speciale, e soprattutto il pervicace unilateralismo decisionale, per cui il paese di Dio non contratta con nessun altro le sue decisioni strategiche. Qui i vari Garton Ash mostrano la corda: non ci può essere partnership con chi non si pone sullo stesso piano dei suoi interlocutori.
Passando all’Europa, siamo di fronte ad una catastrofe culturale e morale. Le guerre del 1914-1918 e del 1939-1945 sono un “passato che non passa” e un contenzioso simbolico tenuto in vita appositamente per dividere su fantasmi ormai volati via da tempo. Le classi dominate europee, frantumate dal nuovo lavoro salariato flessibile e precario che liquida un secolo di socialdemocrazia e del suo raddoppiamento utopico comunista, sono divise in almeno tre grandi gruppi: il vecchio gruppo “forte” dei paesi occidentali industrializzati a welfare diffuso, il nuovo gruppo “debole” della forza-lavoro a buon prezzo in fuga dalla dissoluzione del comunismo storico novecentesco del frattempo defunto, ed infine il nuovissimo gruppo “debolissimo” degli emigrati arrivati su barconi sfondarti in fuga da continenti investiti dalla cosiddetta “globalizzazione”.
Le classi dominanti europee sono anch’esse profondamente divise e non omogenee. In prima approssimazione potremmo dividerle in quattro gruppi fondamentali: un primo gruppo formato dalle borghesie tradizionalmente consolidate, dalla Germania all’Inghilterra alla Francia ai paesi scandinavi, con “economie mature” in grado di affrontare la cosiddetta globalizzazione; un secondo gruppo costituito dalle borghesie di recente industrializzazione dei paesi mediterranei, che si sono fatte strada sulla base prima della saturazione del mercato interno e poi dell’esportazione di beni a bassa tecnologia, e che ora sono le più toccate dall’emergere di paesi come la Cina, l’India o il Brasile; un terzo gruppo costituito dalle borghesie dei paesi superficialmente ed imperfettamente “comunistizzati” fra il 1948 ed il 1989 (come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca), che hanno mantenuto in parte competenze e spirito imprenditoriale galleggiando sotto la superficie burocratica “comunista”, in cui sostanzialmente il ceto capitalistico è formato da baroni ladri, criminali puri, burocrati di partito riciclati ed arraffatori, il tutto privo di qualsiasi legittimazione popolare. Questi quattro gruppi di classi dominanti non sono omogenei né socialmente né economicamente né politicamente né soprattutto culturalmente. Per questa ragione su di loro “galleggia” in modo bonapartistico l’oscena burocrazia di Bruxelles. Ma senza distruggere questa Europa, ad un tempo neoliberale ed asservita agli USA, non esiste prospettiva storica e geopolitica praticabile.
8. E concludo con alcune osservazioni sommarie sull’Italia. Coglie la situazione in modo spiritoso lo scrittore Alberto Arbasino, quello della casalinga di Voghera (cfr. “La Stampa”, 5 giugno 2005): “Se si vota no alla comunità europea, si diventa extracomunitari? Nel qual caso, come voteranno i contestatori, i conservatori, i disubbidienti, i global, i no-global, i fast food e gli slow food? E sarà buona o non buona, la solita gente comune, se si mette a fare del populismo come il popolino e il popolaccio?”
Il circo mediatico italiano è in proposito particolarmente unanimista e totalitario, perché non è mai stato liberale (nel senso dell’aperto libertarismo delle opinioni, magari criticate ma almeno segnalate), ma è composto di rinnegati e di riciclati del “fascismo” e del “comunismo” italiano. L’MSI (Ora AN) è diventato euroatlantico a metà degli anni cinquanta, mentre il PCI (ora DS) lo è diventato fra gli anni settanta e gli anni ottanta. Gianfranco Fini e Massimo D’Alema sono politici euroatlantici assolutamente intercambiabili (e gli USA lo sanno), anche se praticano riti folkloristici differenziati per la loro base identitaria. Laddove, sia pure con madornali errori, in generale i medici curano, gli insegnanti insegnano e gli ingegneri costruiscono, la cricca mediatica non fa il suo mestiere, non informa sulle gigantesche trasformazioni dell’ultimo ventennio, ma inchioda lo spettatore all’interminabile gioco dei B contro gli anti-B (dove B, ovviamente, è il cavalier Silvio Berlusconi). Da un decennio circa questa soffocante batracomiomachia appesta l’opinione pubblica italiana, nascondendo il “succo” del problema, e cioè la formazione ed il consolidamento di un partito euroatlantico trasversale. Per questa ragione Garton Ash può purtroppo stare tranquillo: se il maggiore pericolo per l’euroatlantismo è il cosiddetto eurogollismo, allora l’Italia è il paese in cui questo temuto eurogollismo è potenzialmente il più debole, ed è il più debole in tutti i potenziali apparati, mediatico, intellettuale, diplomatico, militare, politico e sociale.
Le cause sono ovviamente molte, e qui mi limiterò ad indicarne alcune. In primo luogo, mentre in molti paesi europei lo scontro simbolico tra fascismo e antifascismo si è fisiologicamente attenuato dopo il 1945, in Italia esso è stato artificialmente tenuto in vita per ragioni di legittimazione “democratica” del PCI, che non potendo ovviamente essere “comunista” (e facendo in questo modo letteralmente impazzire due generazioni di giovani resi schizofrenici dal divorzio fra parole incendiarie e pratica consociativa del pletorico rinoceronte), si legittimava con l’”antifascismo”, al punto che quest’ultimo venne riportato in vita negli anni sessanta e settanta al di fuori di ogni contesto storico, suscitando una ripugnante guerra civile simulata fra giovani bastonatori ed incendiatori di alloggi. Il lasciare insepolto questo cadavere ha avuto a mio avviso conseguenze tragiche per l’Italia intera, al di là delle vite inutilmente spezzate e delle follie dei gruppetti identitari e fondamentalisti neofascisti e neocomunisti (fra cui, mi spiace, non riesco con tutta la mia buona volontà a fare una reale differenza; da un certo punto in poi la buona fede non conta più e la stupidità diventa un delitto). Con l’avvento dell’impero americano questa dicotomia, che già prima era obsoleta, lo è diventata in modo provocatoriamente palese, ed il continuare la rissa sulla base di pretesti storiografici (le foibe giuliane, la mattanza degli uomini di Salò dopo il 25 aprile 1945, le valutazioni storiografiche sul ventennio, eccetera) è diventato grottesco e criminale.
In secondo luogo, la bandiera della critica a questa Europa non è stata sollevata in Italia da forze potenzialmente eurogolliste (e chi ha una minima idea di geopolitica sa bene che non esiste eurasiatismo senza che preliminarmente non si coaguli un eurogollismo più o meno vitale), ma al contrario da forze fanaticamente e servilmente euroatlantiche. Trascuriamo la Lega di Bossi, Castelli e Maroni, che è localista e sostanzia la sua critica all’Europa con argomenti alla Fallaci contro i musulmani, gli arabi e i turchi. Il partito berlusconiano diagonale (la finanza creativa di Tremonti, l’americanismo ed il sionismo feroce di Pera e di Ferrara, eccetera) si fonda sull’americanismo, sul liberalismo economico e sull’euroatlantismo. Non vedo come questa situazione tragicomica possa essere ribaltata in tempi brevi.
In terzo luogo, i residui inerziali identitari del comunismo italiano sono per il momento assolutamente inservibili per una prospettiva prima eurogollista e poi eurasiatica. In questo gioca ovviamente la tradizione italiana, ma non solo. Il partitino neocomunista di Cossutta copre una piccola nicchia identitaria di carattere prevalentemente elettorale, il che gli permette contemporaneamente di “solidarizzare” verbalmente con la Cuba di Fidel Castro e di sostenere elettoralmente Amato, D’Alema, Fassino, eccetera, e cioè il partito euroatlantico in Italia. Non si tratta più della vecchia (e relativamente gloriosa) “doppiezza” rimproverata a Palmiro Togliatti. Qui la doppiezza è stata metabolizzata integralmente nella schizofrenia identitaria di nicchie elettorali di babbioni insensibili ad ogni pacata argomentazione razionale, dopo che si è compiuto (uso qui il linguaggio di Hegel) il rovesciamento dialettico dello storicismo ottimistico dell’inevitabile avvento del comunismo (similsovietico) in antiberlusconismo estetico.
Il partitino neocomunista di Bertinotti ha compiuto una (scarsamente seguita) riconversione ideologica del nostalgismo PCI e DP all’uso strumentale del pressoché inesistente movimento No Global, liquidando prima di tutto la categoria di imperialismo, e cioè la sola categoria della scolastica marxista che resta oggi pienamente attuale. Questo partitino, che pure tuona retoricamente contro l’Europa neoliberale auspicando un ritorno al keynesismo sociale, è elettoralmente integrato all’interno del blocco euroatlantico. Essendo guidato da un sindacalista e non da uno statista, più esattamente da un sindacalista conflittualista e non da uno statista progettuale globale, questo partitino che ha come riferimento culturale i centri sociali anarcoidi ed autosegregati non può purtroppo giocare nessun ruolo storico e sistemico.
Insomma, per ora il quadro in Italia non è buono.
9. E posso chiudere qui questo intervento. Ho scritto questo intervento non certo per ripetere ancora una volta considerazioni che negli ultimi anni ho maniacalmente ripetuto nel deserto della manipolazione censoria e consociativa dei gruppetti identitari lottizzati di “sinistra”, sordi ad ogni rimessa in discussione della propria identità ideologica, della propria strategia storica e della propria tattica politica. Da essi non mi aspetto assolutamente nulla, in quanto solo la maturazione storica della contraddizione in cui si trova l’Europa (potenzialmente indipendente e attualmente occupata dall’impero americano) potrà forse rimettere in movimento le cose. Per il momento i morti possono solo seppellire i loro morti.
Ho scritto questo intervento per aprire una discussione a 360 gradi. Per questa ragione questo intervento sarà del tutto inutile se nessun altro raccoglierà la pallina per continuare a giocare. E allora, per provocare una risposta, concludo con un possibile (e probabile) scenario politico del prossimo futuro. Che faranno le oligarchie europee ed euroatlantiche messe in pericolo dalla palese ed innegabile delegittimazione popolare? Immagino tre cose: ignorare i sindacalisti pagliacci che tuonano verbalmente e demagogicamente contro il neoliberismo ed il lavoro flessibile e precario; vezzeggiare i baffuti pescatori olandesi ed i glabri montanari padani con l’elmo celtico cornuto facendogli concessioni verbali contro le donne velate, gli arabi barbuti ed i turchi baffuti; colpire selvaggiamente l’unico vero nemico potenzialmente pericoloso, e cioè gli eurogollismi nazionali potenziali.
Vi sono altri scenari? Non credo. Se vi sono, sarei contento di saperlo dalla lettura di un intervento critico verso il mio.
Torino, giugno 2005